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22.2.26

DAANES RAREFATTA. ROJAVA RESISTE IN UN’INTEGRAZIONE DIFFICILE

DALLA CADUTA DI ASSAD ALL’ASSEDIO DEL ROJAVA (CHE SUCCEDE IN SIRIA PARTE 2)


Torniamo a parlare di Siria e dell’unica democrazia del Medio Oriente, “il Rojava”, parola che indica letteralmente l’ovest della regione curda e per estensione quella che era l’intera DAANES. Di questa, attualmente, restano e resistono soltanto due lembi di Rojava senza continuità territoriale in un complesso e controverso percorso di integrazione con il nuovo governo siriano. Precisamente, le aree che non sono cadute sotto il completo controllo del presidente ad interim al-Shara’ sono quelle di Kobane, Qamislo e al-Hasaka.

Per chi fosse interessatə ad approcciare o anche approfondire questi argomenti, consigliamo un altro articolo pubblicato nella sezione di “Geopolitica Popolare” di Fanrivista pubblicato a fine 2024. In quel periodo, in poche ore, con il supporto più o meno manifesto di diverse potenze statali, il dittatore Assad è stato rovesciato. Fino ad allora il nuovo presidente ad interim, quando era manifestamente un estremista jihadista, si faceva chiamare al-Jolani.

CHE SUCCEDE IN SIRIA (Parte 1).


Altri contenuti collegati pubblicati da Fanrivista, insieme alle fonti usate per questo articolo, li troverete nei link che accompagnano il testo. Leggetelo con calma e criticatelo senza pietà se lo ritenete necessario!



La mappa della Siria che cristallizza il controllo territoriale a fine Gennaio 2026: in verde le zone controllate dal governo di transizione, in giallo quello che resta della DAANES ai confini con la turchia, in viola la zona occupata da Israele e non lontano, più a est in fucsia, le zone controllate dai drusi.  In alto a sinistra il momento in cui una folla, a Taqqa, abbatte una statua che rappresenta una combattente delle YPJ.  Al centro in alto al-Jolani in tenuta da combattente, nel manifesto diffuso con la taglia sulla sua testa: lui indossa un turbante e si nota la scritta: “Stop this terrorist. Upt to 10 million reward”. A destra, invece, al-Jolani in qualità di presidente ad interim della Siria in giacca e cravatta.

La mappa della Siria che cristallizza il controllo territoriale a fine Gennaio 2026: in verde le zone controllate dal governo di transizione, in giallo quello che resta della DAANES, in viola la zona occupata da Israele e in fucsia le zone controllate dai drusi.

In alto a sinistra il momento in cui una folla, a Taqqa, abbatte una statua che rappresenta una combattente delle YPJ.

Al centro al-Jolani in tenuta da combattente, nel manifesto diffuso con la taglia sulla sua testa. A destra, invece, al-Jolani in qualità di presidente ad interim della Siria. Adesso non si fa chiamare più con il suo nome di battaglia. 



I NUOVI CLIENTI DEGLI USA E IL LAVORO SPORCO DI “CARCERIERE” DELL’ISIS

Nell’Asia Occidentale continua il genocidio palestinese più in sordina, con il colpevole e sostanziale silenzio della comunità internazionale.

Il popolo iraniano manifesta la sua insofferenza verso il regime degli ayatollah, mentre i sostenitori dello scià e delle democrature occidentali provano a cavalcare e fomentare le proteste, minandone la stessa legittimità.

E intanto, in Siria, il nuovo governo di Ahmad al-Shara è riuscito a unificare formalmente quasi tutto il paese dopo aver duramente represso diverse minoranze, e dopo le alleanze con quelli che erano stati i suoi nemici giurati, nonché carcerieri, gli USA. L’ex membro di al-Qaeda, all’epoca noto come al-Jolani, ha avviato un’operazione comunicativa brillante per ripulire la sua immagine pubblica. Si è tolto letteralmente i panni di guerrigliero e ha indossato giacca e cravatta, ha dichiarato di volere una Siria inclusiva, ha approvato qualche provvedimento di facciata per riconoscere diritti e festività ai gruppi minoritari, ed è stato clamorosamente accolto a braccia aperte nei maggiori consessi internazionali. Eppure, negli ultimi mesi, le milizie jihadiste che adesso indossano l’uniforme dell’esercito nazionale hanno perseguitato drusi, alawiti e curdi.

Attacchi culminati con l’assedio e la conquista di gran parte della DAANES (acronimo di Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord-Est), la regione de facto autonoma del nord-est della Siria nota ai più con la sineddoche “Rojava”, ovvero il “Kurdistan dell’Ovest”, difesa dalle “Forze Siriane Democratiche” (SDF è l’acronimo in inglese). Il “Rojava” è probabilmente l’unica democrazia del Medio Oriente, un esperimento amministrativo che, con tutte le sue fragilità, criticità e limitazioni, è considerato l’avanguardia e la degna continuazione dei tanti processi rivoluzionari socialisti falliti nella storia, solitamente perché degenerati in autoritarismo, dittatura e totalitarismo.

La DAANES è ispirata dal rinnovato pensiero di Ocalan, il Confederalismo Democratico, fondata sul sangue di combattenti locali e internazionalisti che avevano sconfitto l’ISIS nel 2019. Per dirla con precisione, è stato sconfitto territorialmente “il califfato nero” in Siria, ma l’ISIS continua a esistere. E la presenza strisciante dei taglia-gole estremisti islamici è proprio una delle ragioni per cui la DAANES è riuscita a svilupparsi, e per cui adesso rischia di scomparire.

Proprio le vittorie sul piano militare, guidate dai “curdi di sinistra” (provenienti dalle file del PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan) e con una componente etnica prevalentemente araba, avevano permesso di ritagliarsi una sostanziale autonomia e di controllare circa un terzo della superficie siriana, che includeva circa 4 milioni di abitanti, non solo curdi. La sperimentazione di un paradigma politico fondato su democrazia diretta, ruolo centrale delle donne e rispetto simbiotico della natura, è stata accompagnata da una serie di contraddizioni. Alcune di queste incoerenze, come il “culto del leader che dice che non ci devono essere leader” -Ocalan, ovviamente- sono state affrontate più nel dettaglio in un approfondimento dedicato alla DAANES tra queste pagine.

Fra queste contraddizioni, quelle rivolte verso l’esterno della DAANES, sono consistite essenzialmente in vari tipi di collaborazioni, più o meno indirette, con diversi attori regionali e internazionali, USA e Russia in testa, quando tutti erano uniti principalmente dall’interesse convergente di contenere l’ISIS. Tra le incoerenze e i compromessi politici dettati dall’esigenza di sopravvivere in un caotico contesto di guerra civile, quella che forse è più rilevante oggi, dal punto di vista geopolitico, riguarda la gestione dei prigionieri legati all’ISIS.

Sostanzialmente gli USA, così come altre potenze, hanno cominciato ad appoggiare i combattenti delle SDF quando questi hanno dimostrato di poter reggere allo scontro con l’ISIS nonostante le ingenti perdite (che potevano essere ridotte se l’appoggio militare fosse stato maggiore). Poi, dopo la sconfitta territoriale -ma non definitiva- dell’ISIS, hanno sfruttato le forze armate del Rojava per contenerne la minaccia e detenere i miliziani e i loro familiari: parliamo di più di 50mila prigionieri, di cui circa 9mila erano combattenti addestrati. E bisogna dire “erano” perché pare che molti siano riusciti a fuggire durante l’offensiva delle ultime settimane (si sospetta anche con il supporto più o meno tacito dello stesso governo transitorio). Altri sono stati trasferiti in centri detentivi nel confinante Iraq. Gli altri 43mila sono non-combattenti legati al califfato nero, di cui circa 25mila bambini sotto i 12 anni, i cosiddetti “cuccioli del califfato”, che continuano a nascere e a crescere tra miseria e radicalizzazioni, mentre solo pochi sono riusciti a intraprendere un percorso di riabilitazione sociale al di fuori dei campi. Le figure femminili non combattenti, così come gli uomini legati all’ISIS che però non si erano macchiati di crimini violenti, affrontano simili difficoltà di reinserimento nel tessuto sociale civile. La maggior parte dei prigionieri erano e sono ancora detenuti in un campo di detenzione enorme, nel deserto, ad al-Hol, ora sotto il controllo dell’esercito siriano. Lì le rivolte, fomentate da bande jihadiste e, secondo le evidenze raccolte dalle SDF, dalla stessa Turchia, erano all’ordine del giorno, con armi che venivano introdotte all’interno del campo, scontri ed evasioni.

Per gestire bambini, donne e uomini pronti a morire nel nome del califfato servivano soldatə e armamenti, oltre a un minimo riconoscimento politico e diplomatico (e servirebbero ancora per le prigioni che restano sotto la gestione delle forze armate del Rojava): un po’ di armi le hanno avute ma il riconoscimento politico, evidentemente, no. Il PYD (il partito “cugino” del PKK in Siria) e le SDF hanno cercato di sfruttare questo tipo di relativo appoggio ben sapendo che gli statunitensi prima o poi li avrebbero abbandonati. C’è un proverbio locale che richiama questo genere di abbandono geopolitico: dice che gli unici amici dei curdi sono le montagne. Alla storica “solitudine” del popolo curdo, il più numeroso al mondo senza uno stato, si aggiunge la tipica politica imperialista nordamericana: gli intenti guerrafondai e gli sporchi interessi economici sono celati dietro un’immagine degli Stati Uniti come poliziotto e “giustiziere” del mondo, pronto a battersi per la democrazia e a sostenere fedelmente i suoi alleati, salvo poi abbandonarli come avvenuto da ultimo in Afghanistan, dove sono tornati al potere i talebani. Per l’ironia della sorte e gli opportunismi guerreschi, proprio i talebani erano stati accusati di essere coinvolti direttamente nell’attentato dell’11 Settembre per giustificare la guerra in Afghanistan. Oggi, a quasi cinque lustri di distanza dalla caduta delle Torri Gemelle, un ex membro di al-Qaeda è stato calorosamente accolto dal presidente degli USA, come vedremo meglio nelle prossime righe.

Tornando alla spinosa questione dei prigionieri in Siria, tutti i paesi occidentali erano e sono d’accordo a relegare i militanti dell’ISIS in dei “buchi neri sociali” del pianeta, specialmente quelli provenienti dai propri confini: non vogliono far ritornare in patria, processare, detenere e/o reinserire nella società le migliaia di fanatici che erano andati a combattere, o a vivere insieme ai combattenti in Siria, ebbri di fanatismo e devozione per il califfato (però in Italia sono stati processati quei cittadini che sono andati a combattere contro l’ISIS in base alla legge sui “foreign fighters”, emanata contro i primi. Ma questa è un’altra storia...).

In poche parole, la gestione della minaccia mai sopita del sedicente stato islamico è stata delegata ad altri, dopo che gli stati “sviluppati” occidentali hanno avuto un peso determinante nel farla nascere con il loro “terrorismo istituzionalizzato”.

Praticamente “l’impero” statunitense e la sua “corte” hanno scelto un nuovo “cliente” e stanno rimpiazzando le SDF, come era prevedibile. Tom Barrack, inviato speciale per la Siria degli USA, lo ha detto chiaramente: <<le SDF, guidate dai curdi, hanno dimostrato di essere il partner più effettivo sul campo per sconfiggere il califfato territoriale fino al 2019, e per detenere migliaia di prigionieri dell’ISIS con famiglie al seguito (...) perché non c’era uno stato centrale siriano che funzionava con cui collaborare: il regime di Assad era debole, contestato e non affidabile contro l’ISIS per la sua alleanza con la Russia e l’Iran. Oggi la situazione è cambiata radicalmente>> con il governo di al-Jolani, il 90esimo membro a entrare nella coalizione globale contro “Daesh”. Barrack sostiene che i diritti concessi ai curdi andranno ben oltre <<la semi-autonomia che le SDF hanno mantenuto nel caos della guerra civile>>. E per quanto prevedibile fosse il tradizionale tradimento degli Stati Uniti, curdi e alleati non avevano alternative percorribili per tentare di sopravvivere a varie minacce, prima tra tutte quella del “sultano” Erdogan, destreggiandosi tra precarie, mutevoli, controverse e malvolute alleanze.

Può sembrare paradossale mettere “a guardia dell’ISIS” un esercito con una forte componente di militanti jihadisti, che sono quantomeno ideologicamente vicini ai più fanatici sostenitori del califfato nero, se non anche connessi da veri e propri legami familiari. Una risposta pragmatica a questo paradosso può consistere proprio nel fatto che questa “vicinanza” permette al nuovo esercito di conoscerli meglio, ottenendo più informazioni a livello di intelligence. Inoltre, potrebbero controllare le cellule dell’ISIS su un territorio molto più vasto di quello che ricadeva sotto l’influenza delle SDF.

Un’altra risposta, meno pragmatica e forse più banale e “complottista”, potrebbe essere che la presenza dell’ISIS genera instabilità, un’instabilità funzionale agli interessi geopolitici del complesso militare-industriale globale. Ed è possibile anche ipotizzare che se i nuovi carcerieri dell’ISIS si rivelassero troppo vicini ai loro prigionieri, allora Stati Uniti e alleati potrebbero di nuovo chiedere alle forze a guida curda di fare “il lavoro sporco”, sempre che non vengano spazzate via. Va da sé che nessuna delle possibilità menzionate esclude necessariamente l’altra.

Tra i motivi che hanno accelerato l’abbandono da parte degli USA del fascista Trump, non c’è solo la gestione dei prigionieri dell’ISIS, e nemmeno le istanze “socialisteggianti” del Rojava. L’altro fattore determinante riguarda le collaborazioni più o meno tacite con altri attori, a partire dallo stesso regime di Assad e dall’Iran. Per motivi storici e culturali, la teocrazia sciita e i suoi proxy sono nemici naturali di al-Shara’. E proprio per questo il presidente ad interim diventa una pedina fondamentale dell’occidente per contrastare e contenere l’Iran, perno attorno cui ruotano le dinamiche geopolitiche dell’Asia Occidentale. Il passato estremista di al-Jolani, così come le emergenti accuse di gravissime violazioni dei diritti umani e di esecuzioni nei primi mesi del suo governo, non sono la priorità per i nostri governanti: al complesso militare-industriale interessa principalmente abbattere o contenere il regime degli ayatollah, non certo per difendere i diritti umani del popolo iraniano, ma per rimpiazzarlo con qualcuno che faccia i loro comodi, così come fu rimpiazzato il democraticamente eletto Mossadeq con un colpo di stato nel ‘53, attuato dai servizi segreti britannici e statunitensi. Come allora, anche oggi c’è il petrolio ad alimentare la fiamma di questi conflitti: se si colpisce l’Iran si danneggia anche la Cina, a cui fornisce “l’oro nero”.

Nell’intrico di contrasti e alleanze le SDF non hanno cooperato solo con i nordamericani, ma anche con la Russia. Putin ospita il leader siriano fuggito, mentre si avvicina al nuovo “uomo forte” e pragmatico della Siria per continuare i suoi affari. Al-Sharaa dice che vuole assicurare alla giustizia Assad, ma pensa anche che scontrarsi con la Russia causerebbe altri spargimenti di sangue per il paese. E intanto le forze leali di Assad sembrano riorganizzarsi.



DA TERRORISTA DI AL-QAEDA AD ATTORE RICONOSCIUTO SUL PIANO INTERNAZIONALE: AL-JULANI O AL-SHARAA?!

Il costante impegno sul fronte ucraino ha sicuramente influito sulle possibilità di sostegno russo al regime di Assad, che evidentemente risultava insostenibile per Putin, vista la facilità con cui le forze ribelli guidate dall’HTS sono riuscite a entrare a Damasco. Resta però l’importanza strategica della Siria per la sua posizione nel Mediterraneo e per i rapporti economico-militari in piedi con il Cremlino. Perciò, a fine Gennaio, il “nuovo” al-Jolani con cravatta e barba tagliata è volato in Russia per incontrare l’ex-nemico Putin. All’ex-KGB serve che le basi russe in Siria continuino a funzionare, mentre l’ex-qaedista ha bisogno principalmente di supporto economico e industriale per ricostruire il paese lacerato dal conflitto. Sempre a Gennaio Ursula von der Leyen ha visitato la Siria e incontrato al-Jolani, promettendo il sostegno europeo e più di 600 milioni di euro in due anni per la ricostruzione.

Il presidente ad interim siriano ha incontrato molti altri leader mondiali negli ultimi mesi, tra cui Macron, Tajani e Meloni, tutti pronti a fare affari con l’uomo che fino a poco fa gli USA chiamavano “terrorista” e che aveva una taglia sulla testa di 10 milioni di dollari.

A Settembre è andato a dire alle Nazioni Unite che la Siria è dalla parte di Gaza, ha incontrato l’ex-capo della CIA Petraeus a cui ha concesso una lunga intervista, e poi si è incontrato anche con Trump. La prima volta l’incontro è stato organizzato dall’Arabia Saudita, e Trump ha parlato di al-Jolani definendolo <<un ragazzo giovane, attraente, con un passato forte>>. In quel frangente Trump ha annunciato che avrebbe supportato la rimozione delle sanzioni economiche imposte alla Siria. 

A Novembre il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha rimosso le sanzioni con una mozione supportata dalla Russia e con l’astensione della Cina

Pechino, ufficialmente, è preoccupata per le migliaia di combattenti Uiguri che adesso operano per il nuovo ministero della difesa siriana con la benedizione di Trump. D’altro canto, il partito comunista cinese può comunque sfruttare a suo vantaggio la questione usandola come una leva nei confronti della Siria in futuro. E potrebbe avere pure una scusa in più per governare lo Xinjiang e giustificare nei suoi confini l’annichilimento culturale degli uiguri nei “gulag di rieducazione”. Ai combattenti extra-siriani provenienti dallo Xinjang vanno aggiunti anche gli altri della rete transnazionale jihadista da Asia Centrale e Caucaso: in estrema sintesi, la minaccia concreta rappresentata da questi combattenti viene sfruttata come spauracchio sia da Cina che Russia, con la differenza che quest’ultima adesso sta trattando con il nuovo “capo” dei jihadisti, dopo che hanno sconfitto il suo alleato... E forse qualche accordo c’è stato anche prima della sconfitta, visto che la Russia non ha fatto nulla per ostacolarne la caduta.



TURCHIA E ISRAELE, PALADINI DI COMODO

La Turchia di Erdogan, membro della NATO tanto atipico quanto considerevole, è uno dei principali sponsor di al-Jolani, insieme alle petromonarchie del Golfo (come sostenuto pubblicamente anche da Joe “Genocide” Biden, anche se poi ha ritrattato). La stessa Turchia, oltre a foraggiare gli estremisti jihadisti, li ha fatti anche passare attraverso i suoi confini, pur di contrastare Assad. I combattenti arrivavano da tutto il mondo ed entravano in Siria tramite le rotte della cosiddetta “autostrada della jihad”. La Turchia, insieme ad Arabia Saudita, Qatar, Giordania e Regno Unito, e sotto la guida dell’amministrazione Obama e del suo vice Biden, aveva messo in piedi un’operazione segreta -nome in codice “Timber Sycamore”- per fornire armi e addestramento alle forze ribelli di Assad. Nel ginepraio della guerra civile siriana quelle formazioni erano contigue a formazioni jihadiste come al-Nusra, la branca siriana di al-Qaeda, capitanata dall’allora emiro al-Jolani. E il flusso di armi, pare provenienti anche dagli arsenali di Gheddafi, finì per alimentare un tanto mortifero quanto fruttifero mercato. Ma le mutevoli alleanze nella guerra civile siriana si trasformavano in inimicizie e conflitti da un giorno all’altro. Per esempio l’HTS (acronimo di “Hay'at Tahrir al-Sham”, traducibile come “Comitato per la liberazione del Levante”), l’organizzazione nata dall’evoluzione di al-Nusra dopo che al-Jolani si è separato consensualmente dall’organizzazione che fu guidata da Bin Laden, si è scontrata anche con l’“Esercito Nazionale Siriano” (SNA), denominato anche TFSA (“Turkish-backed Free Syrian Army”, ossia “Esercito Libero Siriano sostenuto dalla Turchia”). Il “Fronte per la conquista del Levante”, organizzazione precursore dell’HTS, distanziandosi formalmente da al-Qaeda, avviava nel 2016 una prima operazione di re-branding (“cambiava marchio” e nome per ripulirsi l’immagine). Così facendo, oltre a distanziarsi dall’ISIS e a cercare di ricevere appoggio da attori internazionali, riusciva anche ad accogliere quei combattenti-transfughi dell’ISIS che non volevano tradire apertamente il califfato “scomunicato” da al-Qaeda. Mentre era in atto una sorta di “quasi tutti contro tutti” iniziava così anche una collaborazione di “tutti contro l’ISIS”, almeno apparentemente... Infatti, altri combattenti dell’ISIS venivano “riciclati anche nelle fila dell’SNA, e vari membri dell’ISIS trovavano rifugio anche vicino ai confini turchi (con l’intelligence turca che non li vedeva o forse faceva finta di non vederli, anche perché poi a un certo punto venivano colpiti dalla coalizione internazionale a guida USA). Va detto anche che al-Shara’ si è definito come <<il più danneggiato dall’ISIS>>, ha negato di avere connessioni di alcun tipo con la Fratellanza Musulmana (che potrebbero essere paragonati al corrispettivo islamico dei “democristiani”), e ha anche dichiarato di essere maturato e cambiato molto con l’avanzare dell’età.

In estrema sintesi, entrambe le organizzazioni hanno avuto dei collegamenti con gli ambienti militari e le ideologie dell’ISIS (va ricordato che al-Nusra fu fondato da al-Jolani proprio su ordine del primo auto-proclamato califfo al-Baghdadi, quando erano uniti sotto le insegne dell’ISI, lo “Stato islamico dell’Iraq” precursore dell’ISIS). E mentre l’HTS (oggi pienamente confluito nell’esercito del nuovo governo a interim) è in qualche modo vicino alla Turchia, l’SNA ne è proprio una diretta espressione ed è nemico giurato delle forze a maggioranza curda.

Quindi, se da un lato il leader neo-ottomano-islamista Erdogan può appoggiare più apertamente al-Sharaa, visto che non è più etichettato come “terrorista”, dall’altro lato le milizie supportate direttamente dalla Turchia fin dall’inizio non erano quelle di al-Jolani, ma i proxy delle SNA (o TFSA), che hanno continuato ad attaccare la DAANES dopo la caduta di Assad. Queste milizie si sono formalmente integrate nell’esercito siriano, anche se in pratica continuano a operare come prima, e la Turchia mantiene le sue postazioni militari nell’area intorno ad Afrin, precedentemente controllata dall’SNA.

Inoltre, Al-Jolani vuole integrare anche le SDF all’interno del nuovo esercito unificato (almeno nelle intenzioni dichiarate), cosa che Erdogan non gradirebbe. E questa potenziale integrazione crea discordia anche all’interno delle stesse forze a guida curda, fin da quando è stato siglato il primo accordo tra al-Sharaa e Mazloum Abdi, comandante delle SDF, quasi un anno fa.

Suonerà lapalissiano dire che le vicende dei curdi in Siria sono inestricabilmente connesse a quelle del Kurdistan turco, seppur separate dai confini imposti dalle entità statali. Lo si è visto “fisicamente” in questi giorni quando attivisti e militanti hanno provato, sotto il fuoco delle guardie di frontiere turche, a varcare il confine turco per portare supporto al Rojava. Simili tentativi solidali e infruttuosi sono stati compiuti anche da attivisti internazionalisti, mentre altri sono riusciti a entrare in Rojava dal Kurdistan iracheno per portare aiuti umanitari.

Ma il legame geopolitico più significativo da ricordare in questo contesto tra le due aree dell’entità curda, riguarda i quadri del PKK in Siria: come riportiamo da mesi su queste pagine, è in atto un processo di mediazione tra la Turchia e il partito comunista curdo per porre fine alla decennale guerriglia. Il PKK ha già deposto simbolicamente le armi e ha decretato formalmente la sua auto-dissoluzione. Intanto il regime di detenzione illegale di Ocalan è stato alleviato con l’interruzione parziale del suo completo isolamento, ma Erdogan e alleati non sembrano accontentarsi dello scioglimento del partito e puntano anche alla dissoluzione delle formazioni diverse ma “sorelle” del PKK (come il KCK che raggruppa il PYD siriano, il PJAK iraniano e il PÇDK iracheno).

In più, una Siria che non sia completamente unita potrebbe favorire la Turchia in dispute territoriali come quella sulla provincia di Hatay, a cui sembrava aver già rinunciato Assad.

In Turchia si è arrivati addirittura a negare l’esistenza stessa dei curdi. Basti pensare al fatto che sono stati definiti “i turchi delle montagne”. Qualcosa di simile avviene nella Palestina storica quando i palestinesi vengono definiti genericamente “arabi”. La creazione di uno stato palestinese, come quella di uno stato curdo, sono stati degli obiettivi storicamente avversati, rispettivamente, dalle entità statali di Israele e della Turchia, ora in competizione per l’egemonia nell’area (con Erdogan che spinge per una Siria che conceda il meno possibile in termini di autonomia ai curdi, con Netanyahu che favorisce la presenza russa per indebolire l’influenza turca, e con una convergenza di interessi tra Turchia e Iran principalmente in funziona anti-curda, oltre che per le mire dei promotori della "Grande Israele" da estendere fino ai confini turchi). Specularmente, e per ragioni che appaiono principalmente -se non esclusivamente- opportunistiche, le élite dominanti in Turchia e in Israele hanno sostenuto rispettivamente la nascita di uno stato palestinese e di uno stato curdo (o, viceversa, lo hanno avversato).

Esistono dei legami storici molti forti tra i curdi “di sinistra” e la resistenza palestinese, visto che i primi combattenti del PKK si sono addestrati, hanno combattuto e sono morti insieme ai palestinesi dell’OLP tra gli anni ‘80 e ‘90. Questi legami si sono attenuati negli ultimi tempi anche tra gli attivisti della società civile, non solo tra i militanti. Ciò è avvenuto perché la componente preponderante attuale della resistenza palestinese è conservatrice, nazionalista (logico risultato per la negazione della stessa esistenza come popolo da parte dei fascio-sionisti) e religiosa, mentre quella curda ispirata da Ocalan è laica, tendenzialmente libertaria e cerca una “soluzione senza stato per il più numeroso popolo senza uno stato” (prima, invece, era nazionalista curda ma marxista-leninista).

Invece, i curdi “di destra”, concentrati nella regione semi-autonoma dell’Iraq e guidati dal clan Barzani, sono stati storicamente vicini a Israele (mentre l’OLP aveva supportato il regime di Saddam, che aveva sterminato i curdi, anche se poi ha chiesto scusa e ne ha pagato le conseguenze). Sempre in Iraq, i curdi “di centro-sinistra” e non-separatisti di Talabani sono più vicini all’Iran (e secondo i curdi “di sinistra” hanno spiato per la Turchia).

Ma, ritornando nella parte siriana del Kurdistan, nell’ultimo anno e durante l’ultimo attacco alla DAANES è stato violato un tabù politico che dovrebbe essere tale a buon ragione: c’è stata un’apertura, seppur molto vaga e dettata dalla sopravvivenza, da parte dei rappresentanti della DAANES a un governo composto da genocidi terroristi istituzionalizzati. Nello specifico Ilham Ahmed, co-presidenta del Consiglio Esecutivo della DAANES, un anno fa aveva dichiarato in TV di essere in contatto con tutti gli attori che potevano fare pressione sulla Turchia per far cessare i bombardamenti turchi mediando con l’amministrazione Trump, e quindi <<anche con Israele>>. Lo aveva detto comunque con un comprensibile imbarazzo, mentre veniva incalzata da una giornalista.

Decisamente imbarazzante -non imbarazzato- ed esplicito è stato Sipan Hamo, comandante delle YPG (che insieme alle YPJ sono la componente principale delle SDF) che a Gennaio ha dichiarato: <<consideriamo Israele uno stato potente nella regione che porta avanti la sua agenda. Speriamo che la stessa posizione in difesa di altre minoranze siriane venga presa anche nei riguardi dei curdi>>. Gli è stato poi chiesto se si stesse riferendo ai bombardamenti israeliani su Damasco, ufficialmente attuati per difendere i drusi: <<certamente>> è stata la risposta. È difficile credere di salvarsi, fisicamente o moralmente, da pulizia etnica e genocidio, contando sul supporto -anche solo indiretto- di chi è maestro nel praticare pulizia etnica e genocidio. A questo punto dobbiamo fare qualche passo indietro e ricordare alcuni degli eventi principali che hanno preceduto l’assalto al Rojava negli ultimi mesi. Capiremo meglio come il governo israeliano sta sfruttando i diritti delle diverse minoranze colpite in Siria, ergendosi a paladino dei più deboli.

Ma prima, qualche considerazione meta-mediatica, l’attenzione “dei media sui media” che caratterizza la linea editoriale di questa testata. Partiamo con la dichiarazione di Hamo, che non ci risulta smentita e che è stata subito sfruttata sia dalla propaganda turca, che da quella israeliana, a mezzo stampa e a mezzo social. La prima ha usato l’occasione per dipingere le SDF come dei sanguinosi e cinici terroristi filo-israeliani. I filo-sionisti, sempre più isolati dall’opinione pubblica internazionale nonostante la disgustosa partigianeria manipolatoria dalla stampa mainstream, hanno colto invece la palla al balzo per dipingersi come i paladini dei diritti umani e dire qualcosa che suona più o meno così: “vedete, anche i curdi ci vogliono bene! Adesso li andiamo a salvare come stiamo salvando i gazawi dai terroristi di Hamas”.

Altro aspetto mediale emerso prepotentemente durante questi giorni, è stata la copertura dell’ultimo attacco del Rojava da parte dell’informazione mainstream finanziata dai paesi del Golfo (decisamente meno sfacciata e più utile dell’immondizia editoriale che gira su quasi tutti i canali mainstream italiani): ha destato sorpresa nella sinistra antagonista e radicale, in quanto era marcatamente filo-al-Sharaa. A chi scrive questo pezzo, non sorprende che testate come Al-Jazeera e Middle East Eye, che seguo con interesse, specialmente nel vuoto mediatico delle manipolazioni sul genocidio dei palestinesi, abbiano abbracciato una narrativa decisamente filo-Jolani. Questo ci dovrebbe far riflettere sul problema generale della non facile distinzione tra fatti e opinioni (un problema centrale nello studio dei media e al centro della linea editoriale di Fanrivista). Invece, scendendo nel particolare, si potrebbe riflettere sulle narrazioni troppo agevoli e idealizzate della resistenza armata palestinese da parte della stampa vicina alla fratellanza musulmana, e in particolare delle fazioni più conservatrici della resistenza: nessuno può essere esente da qualsivoglia tipo di critica, anche quando è vittima, come ci ricordano proprio le vicende delle varie e contrapposte fazioni palestinesi coinvolte direttamente nella guerra civile siriana (di cui abbiamo parlato nella “parte 1” di questo speciale). Parimenti, nemmeno la resistenza curda dovrebbe essere idealizzata dalla stampa alternativa: la portata rivoluzionaria del rinnovato pensiero di Ocalan è enorme (nonostante qualche strafalcione), i risultati raggiunti nella DAANES sono più che notevoli, specialmente considerando l’enorme difficoltà del contesto... Ma questo non vuol dire che bisogna nascondere errori o evitare di affrontare le criticità: il dubbio costante e l’autocritica sono un immenso insegnamento che Ocalan ha ripreso e trasmesso. E dovrebbero essere il fondamento della democrazia (quella vera, non quella liberal-liberista). Bisogna essere sempre prontə a pensare e ad ammettere che qualcosa è stato sbagliato, che forse anche chi non ci convince proprio può avere ragione su qualcosa, mentre chi è “dalla nostra parte” ha fatto o detto qualche stupidaggine, oppure qualcosa di grave.

E, aggiungendo un’altra opinione, il pragmatismo ha dei limiti: se questi vengono sorpassati da alcuni settori della resistenza curda e dei popoli alleati, questi specifici personaggi o “pezzi” di quella o quell’altra resistenza potrebbero -e forse dovrebbero- perdere almeno parzialmente il sostegno di quelle altre parti della società globale che credono ancora nella giustizia sociale e in un ordine legale internazionale da cambiare radicalmente, ma che non può essere certo sostituito dalla “legge della giungla” e dalla realpolitik spinta oltre ogni limite. E secondo molti militanti di sinistra (in un senso molto ampio, che va dall’area libertaria a quella nostalgica dell’URSS con diverse ragioni da far valere) questi limiti erano stati già sorpassati quando si è cooperato con lo stesso Assad, con la Russia di Putin e con gli USA.

Facciamo anche notare che secondo Davide Grasso, ricercatore che ha combattuto per le YPG, in realtà la DAANES non ha assolutamente ceduto alle lusinghe israeliane, ed è stata duramente colpita proprio per la sua coerenza.



IL PRIMO ANNO DELLA NUOVA SIRIA: DALLE ESECUZIONI DELLE MINORANZE AI BOMBARDAMENTI ISRAELIANI

A inizio Marzo 2025 gli scontri con elementi ancora fedeli ad Assad raggiungono l’apice dopo la caduta del dittatore, e sono localizzati nella zona costiera della Siria. Lì abitano molti degli alawiti, la minoranza a cui appartiene lo stesso Assad. Il nuovo esercito e le varie milizie, in quel momento non completamente integrate nell’esercito, si rendono responsabili di feroci repressioni e abusi e fanno partire una “caccia all’alawita”: impongono il coprifuoco, vanno di casa in casa a chiedere “sei alawita?” e compiono esecuzioni sommarie basate sulla sola appartenenza etnica, umiliando le vittime e arrivando addirittura a filmare alcune esecuzioni. Almeno 1400 vengono uccisi e altri scompaiono. Il governo di al-Sharaa cerca di scaricare la responsabilità su altri cittadini, armati dal governo, dicendo che le uccisioni derivano da rivalità settarie e questioni personali, che il nuovo esercito si comporta bene, e che le “mele marce” verranno punite. Viene aperta una commissione d'inchiesta che però fallisce nell’individuare le responsabilità dei piani alti. A fine 2025 sono iniziati i processi a carico di circa dodici persone. Da notare che tra chi ha portato avanti queste torture ed esecuzioni ci sono personaggi come Sayf Bulad: già attenzionato per aver combattuto nell’ISIS (secondo alcuni era infiltrato all’interno come spia per i turchi), sanzionato nel 2023 dagli USA per violazioni dei diritti umani, più recentemente dal Consiglio dell’UE per le violenze contro gli alawiti, adesso riveste un ruolo di primo piano nell’esercito siriano, tra lo stupore e il dolore delle vittime che sono riuscite a sopravvivere.

Nei mesi che avevano preceduto il massacro degli alawiti, le tensioni aumentavano a sud, tra la periferia di Damasco e il governatorato di As-Suwayda (o Sweida), abitato principalmente dai drusi (meno del 5% della popolazione complessiva del paese). La popolazione drusa in Siria è guidata principalmente da tre leader spirituali e divisa in varie fazioni e gruppi militari. Semplificando al massimo, tra le varie correnti ci sono alcuni favorevoli ad affidarsi al nuovo governo e consegnare le armi, sia perché “incentivati” a entrare direttamente nel nuovo esercito con posizioni di rilievo, sia perché costretti dalla forza militare. Altri, invece, vogliono mantenere la propria autonomia amministrativa e militare. A complicare il quadro degli schieramenti e delle strumentalizzazioni di potenze straniere, va ricordato che alcune figure erano -e forse sono ancora- vicine al precedente regime e, dunque, all’orbita iraniana, mentre altre richiedono il sostegno israeliano a garanzia della loro autonomia. A fine 2024 viene fondato il “Consiglio Militare di Sweida”, una coalizione di diversi gruppi che dice di ispirarsi al modello democratico e federalista della DAANES (e oggi parte della “Commissione Legale Suprema di Sweida”).

Le prime tensioni si verificano tra Gennaio e Marzo, quando il nuovo esercito prova a entrare nelle aree governate dai drusi senza coordinarsi con loro. Vengono raggiunti degli accordi e istituiti dei posti di blocco ai confini, ma le tensioni cominciano a rialzarsi quando vengono diffusi dei video in cui si vedono prima issare, e poi bruciare delle bandiere israeliane all’entrata di Suweida.

Il 27 Aprile comincia a circolare sui social media un audio, che attribuisce falsamente a uno studioso druso degli insulti a Maometto. La fake-news fa scatenare proteste e attacchi armati da parte di gruppi islamisti (pare provenienti da Deir Ez-Zor) a Jaramana, Ashrafiyet-Sahnaya e Sahnaya, nella periferia di Damasco, per due giorni. A guidare l’ondata di indignazione xenofoba contro i drusi e le altre minoranze c’è uno studente dell’Università di Homs, Abbas Al-Khaswani, che aveva già preso parte alla repressione contro la popolazione alawita. Il governo centrale inizialmente approva la difesa dei valori islamici, ma poi arrivano le smentite sull’autenticità dell’audio da parte del presunto autore degli insulti, e l’ammissione della falsità dell’audio da parte dello stesso governo. La macchina dell’odio settario è però già avviata e ci sono già le prime vittime. Gli scontri continuano per alcuni giorni, circolano notizie su possibili attacchi drusi alle moschee, negate da notabili beduini dell’area che cercano di calmare le acque: i soldati drusi erano lì per garantire la sicurezza di chiunque a prescindere dalla propria religione. La situazione precipita comunque, e gli scontri tra tribù beduine locali e drusi continuano da Maggio a Giugno, con il coinvolgimento di Israele, che effettua incursioni aeree fino a colpire le vicinanze del palazzo residenziale di Damasco. Le violenze settarie aumentano in tutto il paese, e anche i rimasugli dell’ISIS commettono attacchi, culminati nell’attentato alla chiesa ortodossa di Mar Elias. In quel frangente, emerge che uno degli attentatori era affiliato al ministero della difesa.

In quei giorni, ai posti di blocco messi in piedi dal governo, vengono denunciati furti, estorsioni e molestie. La situazione precipita quando un commerciante druso viene rapito, derubato, pestato e lasciato sulla strada l’11 Luglio. Poco dopo una fazione drusa si vendica rapendo altri beduini (non connessi con il rapimento del commerciante), e innescando un’altra vendetta con altri rapimenti di alcuni civili drusi da parte dei clan beduini. Si attiva una mediazione per rilasciare gli ostaggi, e il 14 Luglio le forze governative entrano nell’area. L’esercito di al-Jolani viene inviato perché dovrebbe fare da mediatore nel conflitto tra drusi da un lato, e beduini e altri abitanti sunniti dall’altro. Ma le brigate sono composte da estremisti jihadisti vari, alcuni sarebbero mercenari foraggiati da jihadisti all’estero (come il ceceno Abdullah Tac), altri vengono visti indossare i simboli dell’ISIS (cosa denunciata pure in altre parti della Siria). La mediazione si trasforma in un altro attacco settario, con i soldati del nuovo governo che filmano i propri abusi: umiliano i drusi davanti alle telecamere, li costringono a tagliarsi i baffi e poi gli sparano. Le violenze sono indicibili. In un video mostrano come hanno obbligato un uomo a gettarsi dal balcone. I crimini denunciati sono svariati, dai saccheggi agli stupri.

Alcuni drusi continuano a chiedere l’appoggio di Israele che ne approfitta e riprende i bombardamenti per sostenere gli insorti, ma questa volta colpendo direttamente il palazzo presidenziale e il ministero della difesa a Damasco. La narrativa del governo israeliano consiste nell’ergersi a paladino dei diritti dei drusi (molti dei quali non vedono certo di buon occhio né i sionisti né i jihadisti), e nel dire che bisogna difendersi dalla minaccia di al-Shara perché “una volta jihadista, sempre jihadista”, con il fascio-sionista Ben-Gvir che ne invocava pubblicamente l’assassinio. Ecco, si può essere d’accordo sul sanguinoso passato estremista di al-Jolani, alla cui radice c’è sicuramente il ruolo giocato dalle “guerre al terrorismo” fatte da noi occidentali con cui avremmo “esportato la democrazia”... Si deve essere d’accordo sulla difesa dei drusi e di tutte le minoranze, evitando ulteriori spargimenti di sangue. Ma la scusa della minaccia concreta che militarmente può porre al-Jolani alla potenza nucleare impazzita che è Israele è inconsistente. Inoltre, abbiamo parlato più volte tra queste pagine digitali dei loschi e opportunisti rapporti proprio tra Netanyahu ed elementi jihadisti.

Proprio come per le violenze contro gli alawiti, fortissima è la domanda sul fare giustizia verso chi ha perpetrato questi crimini, così come per chi ai piani alti non ha fatto abbastanza per impedirli, se non li ha addirittura supportati e organizzati direttamente. A oggi decine di villaggi drusi sono ancora occupati e, da Agosto, c’è una nuova formazione armata drusa, derivante dalla fusione di vari gruppi, che sarebbe sostenuta direttamente da Israele, la “National Guard”. Il leader è lo sceicco Hikmat al-Hijri. Il Washington Post ha pubblicato un articolo che dimostrerebbe una collaborazione diretta tra le SDF e Israele per fare arrivare soldi e armi alla fazioni druse, circostanza smentita categoricamente dalle forze armate della DAANES e sfruttata dalla retorica della propaganda turca (con Erdogan che ha continuato a fare affari con Israele durante il genocidio, nonostante le parole infuocate, facendo arrivare il carburante che serve per bombardare Gaza tramite l’Azerbaijan).

Dopo le bombe in diretta televisiva sul palazzo del governo con lui dentro, al-Sharaa doveva ottenere la protezione e la mediazione degli USA, e vola lì, come abbiamo detto nel paragrafo precedente. A New York rinnova la volontà di dare seguito a un primo accordo firmato con le SDF a Marzo, e parlava dei rapporti con Israele. Tra gli obiettivi israeliani c’è la firma degli accordi di Abramo, che appare ancora lontana.

A novembre si entra nel vivo della una trattativa che, a oggi, ha portato solo a risultati parziali. In pratica Netanyahu, con la caduta di Assad, ha colto l’occasione per occupare nuovi pezzi di Siria (circa 400 chilometri quadrati, più della Striscia di Gaza) e arrivare alle porte di Damasco. Così facendo, si è accaparrato illegalmente nuovi territori da colonizzare e influenzare, motivando l’occupazione come finalizzata a creare una nuova “zona cuscinetto”. Infatti, ha espanso ulteriormente la precedente “zona cuscinetto”, quella confinante con il Libano delle alture del Golan, occupata da decenni in violazione del diritto internazionale. Da notare che dal Golan deriverebbe anche il nome di battaglia “al-Jolani”, legato proprio alle sue origini. Bisognerà vedere se l’ex-jihadista, nato in Arabia Saudita, cederà la parte siriana del Golan a Israele. Netanyahu, intanto, vorrebbe rafforzare ulteriormente questa “difesa” e consolidare i suoi piani coloniali imponendo una smilitarizzazione dell’area a sud-ovest di Damasco e vietando ai velivoli siriani di attraversarla (la cosiddetta “no-fly-zone”). In cambio, il magnanimo esercito di occupazione israeliano si ritirerebbe gradualmente -ma non completamente- dalla nuova area occupata. Il 6 Gennaio Siria e Israele firmano un accordo a Parigi con la mediazione degli USA. Per ora condivideranno informazioni di intelligence e avvieranno rapporti commerciali, ma il nuovo governo non vuole rinunciare alle armi in quell’area: se Israele, o anche altri paesi o entità, dovessero attaccare la “zona cuscinetto” come potrebbero difendersi?



DALL’ACCORDO DI MARZO 2025 A QUELLO DI FEBBRAIO 2026

Mentre si contavano centinaia di morti nella repressione degli alawiti, a Marzo 2025 le SDF siglavano un accordo con il governo di Damasco. Le parti si impegnavano, entro un anno, a garantire i diritti del popolo siriano rifuggendo da divisioni e discorsi d’odio, avrebbero cooperato insieme militarmente per contrastare i leali di Assad e, soprattutto, le istituzioni civili e militari della DAANES dovevano integrarsi nel governo di transizione, con l’annessa gestione di infrastrutture, frontiere e risorse naturali.

Regnava lo scetticismo non solo sulle modalità con cui sarebbe stato implementato l’accordo, ma soprattutto sull’opportunità stessa di accordarsi con il capo di un governo con un passato -se non anche un presente- da estremista jihadista. Sostanzialmente il governo siriano voleva lo smantellamento della DAANES e anche l’inclusione delle SDF nell’esercito nazionale, ma voleva che i combattenti si arruolassero in quanto singoli, e dunque non si tratterebbe di una “integrazione” (le militari donne sarebbero state integrate ugualmente?!). Dall’altro lato gli esponenti della DAANES ragionavano su come doveva strutturarsi il nuovo stato siriano garantendo anche la loro autonomia. Tuttavia, la volontà di porre fine allo spargimento di sangue della guerra civile, la voglia di lasciarsi alle spalle decenni di dittatura e la pressione militare delle potenze estere conduce all’intesa. Ma le prime crepe di questo accordo cominciano a manifestarsi nel nord-ovest del paese, in due quartieri di Aleppo abitati principalmente da curdi, Sheikh Maqsood e Ashrafiyah. Le unità militari delle YPG/YPJ, che garantivano la sicurezza dell’area, si erano ritirate ad Aprile in seguito a un secondo accordo più specifico. Il controllo era lasciato al nuovo governo congiuntamente alle Asayish, le forze di polizia della DAANES, che mantenevano dei posti di blocco agli accessi. Mentre il paese è in preda a una nuova ondata di odio etnico e a conflitti interni alle stesse forze militari del governo di transizione, dopo che l’ISIS -tramite la mano di un membro delle forze di sicurezza siriane- sferra un altro attacco uccidendo due soldati USA e un interprete, al-Jolani, forte del riconoscimento internazionale e del primo accordo siglato con Israele, comincia ad attuare quelle che alcuni attivisti Syrian Observatory for Human Rights definiscono come delle “tattiche” del vecchio regime, con il favore turco e forse anche la benedizione israeliana. Nello specifico, a Luglio, nei due quartieri a maggioranza curda, sovrappopolati perché ospitavano sfollati da tutto il paese, non viene fatto arrivare carburante e altri beni di prima necessità. I quartieri hanno poco più di un paio di ore di elettricità al giorno: praticamente è un embargo. Poi, a fine Settembre, si sarebbe verificato un primo incidente: le SDF avrebbero aperto il fuoco contro un fuoristrada di una milizia non riconosciuta, che sarebbe stata in realtà parte dell’esercito siriano. Un soldato viene ucciso e altri catturati, e subito dopo consegnati, stando a quanto ricostruito dalla testata Enab Baladi. Poi, a Ottobre, si verificano nuovi scontri: l’esercito siriano dice che sta riposizionando le sue truppe per contrastare violazioni e attacchi delle SDF, e afferma anche di aver scoperto un tunnel segreto ad Ashrafiyah e combattenti delle SDF vestiti da civili. Le SDF sostengono invece che gli scontri sono stati provocati dall’avanzata di forze pro-governative con dei carri armati. Scontri e trattative continuano fino a metà Gennaio: vengono impiegate anche armi pesanti, e scambiate accuse vicendevoli su violazioni degli accordi, uso di droni turchi e iraniani delle rispettive parti, e sulla presa di mira intenzionale dei civili. Le formazioni curde, insieme ad altri abitanti, vanno via, spinti a Est dell’Eufrate, come probabilmente volevano le potenze avverse alla DAANES fin dall’inizio. Ma l’avanzata del governo siriano non si ferma e si espande verso Est, verso i governatorati di Raqqa, Deir el-Zor e al-Hasaka. Come accaduto negli eccidi contro le altre minoranze, i carnefici hanno anche l’ardore di filmarsi mentre si accaniscono sui corpi morti delle combattenti femminili, urlando “Dio è grande!. Le due parti si accusano a vicenda di aver fatto scappare i prigionieri dell’ISIS, ma i filmati diffusi dai campi di prigionia mostrano che le forze di al-Sharaa vengono accolte quasi come dei liberatori, anche se probabilmente saranno solo dei nuovi carcerieri per la stragrande maggioranza di loro. Piovono anche in questo frangente le denunce di abusi terrificanti, con corpi decapitati e donne prigioniere definite “preziosi regali. I morti sarebbero migliaia. Nello stesso mese viene firmato un primo cessate il fuoco, che non viene rispettato, mentre la Russia lascia la base di Qamishlo: altri innocenti uccisi. A Febbraio viene raggiunto un nuovo accordo: il comandante Mazloum Abdi dice di essere stato costretto ad accettarlo per evitare un genocidio, reclamando di aver ottenuto il mantenimento della sicurezza e della gestione nelle aree a maggioranze curda, anche se in cooperazione con il ministero dell’interno siriano: <<in pratica le istituzioni costruite dal nostro popolo durante la rivoluzione nelle regioni curde non cambieranno>>. Il governo di transizione dovrà continuare un processo di integrazione iniziato di fatto con l’entrata concordata dei funzionari del governo a Qamishlo e al-Hasaka. Invece Kobane, da dove è partita la rivoluzione del Rojava e dove gli interessi turchi sono ancora più forti, è sotto assedio, al freddo e con le scorte di beni essenziali e medicinali che stanno per finire.



LA SIRIA DEL FUTURO: TRA SPETTRI DEL PASSATO, PROSPETTIVE DI RESISTENZA E DI CAMBIAMENTO

La chiave di lettura offerta dal già citato Grasso sulla rapida “rarefazione” della DAANES offre uno spunto che va oltre le visioni della stampa mainstream, ma anche di quelle dei circoli dell’attivismo: le prime tendono a descrivere quello che è avvenuto in queste ultime settimane come un mero conflitto etnico tra curdi e arabi, mentre le seconde hanno uno sguardo romantico e mitizzante della rivoluzione, che in realtà è fatta anche di inevitabili compromessi e si scontra con idee conservatrici trasversali alle diverse fedi e ai vari gruppi etnici, sia curdi che arabi.

Tuttavia, anche se quello che resta della DAANES dovesse scomparire dal punto di vista geografico e politico-amministrativo, quello che non sparirà mai sono le idee che stanno alla sua base, idee che cercano non solo di superare l’obsoleto e mortifero sistema socio-economico capitalista, ma anche la storica e infruttuosa alternativa proposta dal cosiddetto “socialismo reale” di stampo leninista. Forse, anche i legami con il “vecchio Ocalan” di alcune componenti della resistenza a guida curda, hanno ostacolato la DAANES nel raggiungere un consenso più ampio di quello che aveva, e che evidentemente era insufficiente, nonostante i sacrifici. Giudizi del genere non devono essere assolutamente visti come “attacchi da tastiera”, ma vanno intesi come componente fondamentale del processo di critica, o auto-critica, alla base dell’esperienza rivoluzionaria della DAANES e di qualunque sperimentazione auto-gestionaria e libertaria.

Ma, a parte i cambiamenti radicali nei circoli della “sinistra” intesa in senso esteso, ci sono problemi ancora più urgenti su cui, come attivistə, dobbiamo concentrare le nostre energie. Anche al-Sharaa dice di essere cambiato, e gli si può pure credere. Ma suona rischioso, per usare un eufemismo, affidare il governo di un paese, martoriato da anni di guerra civile e da decenni di dittatura, a persone che quando si formavano nell’arte di governare a Idlib uccidevano in pubblico con un colpo di pistola in testa donne accusate di “corruzione e prostituzione”. E questi timori non possono essere sufficientemente placati dalla presenza di una ministra donna nel governo, Hind Kabawat, e neppure dalla prospettiva di elezioni che si avvicina con una Siria territorialmente meno divisa: se le premesse dell’unificazione vengono attuate con il pugno di ferro, quanto potrebbero essere libere e non condizionate queste elezioni?

La scelta obbligata e percorribile della DAANES, e di chi la supporta, sembra quella di spostare la lotta su un campo diverso da quello in cui il nemico è più forte, anche perché più disonesto: ridurre o rinunciare alla forza militare per puntare tutto su quella di mobilitazione e costruzione sociale, per rivoluzionare dall’interno i sistemi amministrativi e sociali che opprimono la Siria e il resto del pianeta. Lo possiamo e dobbiamo fare iniziando a rivoluzionare noi stessi, le strutture sociali “del nostro piccolo” e, contemporaneamente, espandere sperimentazioni e cambiamenti su scala globale, concentrando le nostre energie su chi è oppresso.

Paolo Maria Addabbo



Trovate le fonti utilizzate per questo articolo e altri contenuti di approfondimento nei vari link che accompagnano il testo.

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ultima modifica 20:42 28/02/2026

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