Il post che segue è
stato scritto molti anni fa da un professore di matematica, quando la parola “post”
ancora non diceva nulla ai più. Nasce dal suo “tormento” sull’impossibilità
umana di comprendere le ragioni prime e ultime dell’esistenza, ed esprime il
concetto secondo cui si può “razionalmente” tendere sempre di più (e
infinitamente) verso “la Verità” senza però raggiungerla: il “sentimento” è uno
strumento che potrebbe penetrare la radice intima delle cose, mentre il “razionale”
(semanticamente, ma forse non logicamente opposto) sembra gettare luce solo sulla
loro superficie.
La percezione dell’infinito è cosa antica nel sentire degli uomini. Per il poeta è sensazione vaga e indefinita che suscita l’immaginazione e fa subentrare il fantastico al reale. Per l’uomo di scienza è felice intuizione di ciò che non ha limiti di numero, di spazio e di tempo, che si palesa alla mente nella difficile e faticosa impresa della conoscenza degli intimi segreti dell’universo.
Lasciamo immaginare al poeta <<gli spazi interminabili e i sovrumani silenzi>> per dire qui, quando e come il pensiero, percorrendo gli ardui sentieri della scienza, riesce a captare l’infinito.
