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19.3.23

STRAGE NELLE CARCERI DURANTE IL LOCKDOWN (PARTE 2)

Pubblichiamo la continuazione del resoconto/inchiesta sulle fonti aperte relative alla strage nelle carceri avvenuta a partire dei primi giorni del lockdown nel 2020 (qui il link alla prima parte). Proseguiamo parlando dei frammenti di storia delle altre vittime (e delle 2 ulteriori perlopiù escluse da questa tragica conta) oltre che dei casi giudiziari archiviati e aperti.


a sinistra l'immagine stilizzata di un poliziotto che colpisce una persona a terra. Al centro la scritta "Noi non archiviamo!" e uno striscione con scritto: "verità e giustizia per i morti di Sant'anna". In alto a destra le immagini delle 9 vittime. In basso e a destra immagini dei medicinali "razziati", in particolare metadone.



6) Ghazi Hadidi (il suo nome è trascritto o riportato anche così: Ghazì Hadidi). Aveva 35 anni, veniva dalla Tunisia ed era in carcere per una <<condanna definitiva per una violenza pesante>> (senza ulteriori specificazioni), riporta il sito Giustiziami. Tuttavia anche per lui si ritrova la dicitura “procedimento penale n. 1068/20 mod.44” (nel caso di Bakili e Iuzu il numero è invece “1069”).

Secondo una detenuta che era trasportata nello stesso blindato diretto a Verona (inizialmente pare che lui fosse destinato a raggiungere  Trento) era già morto o quasi: al momento dell’arrivo era sdraiato ed è stato sollevato di peso, probabilmente perché in coma, e addirittura avrebbe continuato a subire percosse durante il viaggio. Un altro testimone riporta che era già morto o comunque livido all’arrivo. Secondo la dottoressa che operava presso la tenda della Protezione civile posta in prossimità del carcere di Modena era stato visitato, ma non è stato redatto o non si trova il referto. Il medico di turno dell’altro carcere prova a rianimarlo mentre attende l’arrivo dell’ambulanza, invano: muore verso l’alba del 9 Marzo. In quel frangente pare che non fossero stati notati segni di violenza sul suo cadavere, ma successive rilevazioni affermano il contrario…

Stando a quanto si riporta su Carmilla, un agente ha dichiarato che barcollava ma che complessivamente sembrava stare bene, non pareva avesse segni compatibili con una rissa e che fumava tranquillamente. I segni di lesioni sul suo corpo (escoriazioni dovute a un corpo contundente, due denti mancanti e presenza di sangue in bocca) rilevati dal medico legale il 26 Marzo sarebbero legati ai disordini durante la rivolta. Il medico legale che ha constatato la sua morte parla di segni esterni di violenza non evidenti. La procura di Verona, dove era morto mentre era diretto a Trento, non ha disposto l’autopsia ma un esame esterno del corpo. 

La prima autopsia verrà fatta in Tunisia, due mesi dopo, e rileva anche due ematomi sul cuoio capelluto che però non sono collegati, esclusivamente (e quindi da sole) alla morte. Come accaduto per un’altra vittima (Artur Iuzu) in Italia non era stato ritenuto opportuno di procedere con la sezione del corpo e del capo.

Secondo l’anatomopatologa Cristina Cattaneo le conseguenze di un trauma al volto potrebbero essere confuse con quelle di un’intossicazione e dunque la causa del decesso non è appurata. La consulente ha svolto diverse indagini per identificare i morti in mare durante i "viaggi della speranza", sul caso di Yara Gambirasio e firmò la perizia in cui si affermava che Stefano Cucchi non era stato pestato, ma comunque scelta dal Garante die detenuti Mauro Palma per la sua professionalità e fama internazionale, oltre a lavorare al caso pro-bono, ossia gratuitamente) .

Il fratello ha dichiarato ai microfoni di Spotlight: <<se non è stato ammazzato con le botte è stato ammazzato con la mancanza di soccorso>>. Ha inoltre espresso dubbi sulle tempistiche del rimpatrio del salma: <<si sono presi tutto il loro tempo e ce lo hanno riconsegnato senza fare l’autopsia, perché?>>.

 

7) Rouan Ourrad (il suo nome è trascritto o riportato anche così: Rouan Abdellha; Rouan Abdellah; Ourrad Abdellah) veniva dal Marocco, aveva 34 anni e gli restavano da scontare meno di due anni per spaccio.

Avrebbe potuto richiedere le misure alternative se avesse avuto qualcuno fuori che potesse supportarlo. Aveva un fratello gemello che viveva nelle vicinanze di Modena (il libro "Morti in una città silente" parla anche di altri due parenti in Germani e Francia). La madre non riesce a darsi pace e crede che sia impossibile che abbia preso farmaci.

Muore ad Alessandria mentre era diretto ad Asti: il medico che operava a Modena gli aveva somministrato un antidoto contro gli effetti avversi degli oppiacei (il metadone rientra in questa classe come l’eroina), ma una seconda dose non gli sarebbe stata data a causa del trasferimento, che non ha consentito l’intervento dei medici che già conoscevano la sua situazione (descritta come stabile). Quali sono le persone che hanno disposto il suo trasferimento e chi aveva la responsabilità che questo avvenisse in sicurezza? Sapevano e dovevano comunicare che doveva prendere di nuovo l’antidoto, il Naloxone? Probabilmente non sarà un’unica persona però, in un articolo di “Alexik”, (linkato in calce a questo post) si afferma che <<il cinismo del caposcorta ha fatto il resto>>.

Appena sceso dal bus, prima dell’alba, ha un malore nel cortile dell’istituto. La medico di turno tenta di rianimarlo, viene chiamata un’ambulanza con attrezzature specifiche che giunge dopo più di mezz’ora, ma non c’è più niente da fare. Nelle fonti aperte consultate non abbiamo trovato informazioni riguardo ad autopsie ed esami post-mortem svolti, e nemmeno in merito alla presenza di segni di lesioni sul suo corpo.

 

8) Artur Iuzu (il suo nome è trascritto anche così: Arthur Iuzu; Artur Isuzu; Artur Luzy. Nella trascrizione della testimonianza di un detenuto è chiamato anche Izu Arturo) classe ‘88 dalla Moldavia. 

Doveva essere processato dopo pochi giorni. Le cronache modenesi di un anno prima spiegano che avrebbe dovuto essere rimpatriato ed espulso dall’Italia per 5 anni dopo aver commesso una serie di furti, l’aggressione a una cassiera e la resistenza a un arresto, ed era stato condannato a un anno e 450 euro di multa: potrebbe trattarsi anche di un caso di omonimia o potrebbe non essere stato rimpatriato, oppure ancora potrebbe essere ritornato in Italia senza permesso. Si sa comunque che non era ancora condannato in via definitiva per rapina (il primo grado di giudizio non era ancora terminato e nel dossier di controinformazione citato in fondo è riportata la stessa dicitura che troviamo per Bakili, e cioè "procedimento penale n. 1069/20 mod.44 ).

Muore dopo il trasferimento a Parma il mattino seguente. Secondo la perito del Garante dei detenuti la causa del decesso non è appurata, però ci sono una serie di graffi e segni sul corpo che fanno pensare a possibili colpi ripetuti. A sua detta l’autopsia non è stata completa perché si sarebbe dovuto analizzare cranio e cervello, mancanza che sarebbe dovuta alle nuove precauzioni imposte dalla pandemia: non si potrà ripetere perché il suo corpo è stato cremato. Secondo chi ha invece svolto l’autopsia il quantitativo di metadone era talmente alto da non poter essere quantificato.

Si sa che a Modena era stato trasportato all’esterno del carcere su un lenzuolo, e quindi in condizioni precarie. Viene comunque disposto il trasferimento e dopo l’arrivo è stato visitato “a occhio” fuori dalla cella: mancava un operatore in più per effettuare la visita in sicurezza oltre a un’autorizzazione. C’era solo una dottoressa a occuparsi di quei detenuti (l’altro medico di turno operava in un’altra sezione del carcere), ed erano stati messi in coppie con quelli più lucidi che avrebbero dovuto “vigilare” su quelli in stato di torpore (un altro detenuto è stato salvato fortunatamente).

 

18.3.23

STRAGE NELLE CARCERI DURANTE IL LOCKDOWN (PARTE 1)

LE MORTI DOPO LE RIVOLTE DI MODENA, RIETI, BOLOGNA E S. MARIA CAPUA VETERE: UN RESOCONTO BASATO SULLE FONTI “APERTE”


 

a sinistra l'immagine stilizzata di un poliziotto che colpisce una persona a terra. Al centro la scritta "Noi non archiviamo!" e uno striscione con scritto: "verità e giustizia per i morti di Sant'anna". In alto a destra le immagini delle 9 vittime. In basso e a destra immagini dei medicinali "razziati", in particolare metadone.


L’OPINIONE PUBBLICA CHE “BUTTA VIA LA CHIAVE” E QUELLA CHE NON ARCHIVIA; LE DOMANDE SENZA RISPOSTA; L’USO E L’ABUSO DI DROGHE LEGALI E ILLEGALI; L’APPROCCIO REPRESSIVO A SCAPITO DEL SOCCORSO


Ricercare la verità, o forse è meglio dire “le verità” delle drammatiche giornate e rivolte, che hanno visto il più alto numero di morti “concentrate” in carcere nella storia repubblicana, è un compito tanto doveroso quanto complesso.

Data la vastità degli eventi, ricostruire quello che è accaduto e che è rilevante dal punto di vista storico, giornalistico e giudiziario (e siamo ancora molto lontani dal potere scrivere la parola “fine” così come l’espressione “siamo a metà strada” da queste prospettive) è difficile forse quanto ricostruire l’atmosfera grigia che si viveva (e si vive) nelle istituzioni totali chiamate “carceri”, delle condizioni precarie in cui lasciamo a marcire delle persone nelle discariche sociali note come “prigioni”, dopo che si è ipocritamente ed egoisticamente “buttata via la chiave”…

Per questo nelle righe che seguono abbiamo cercato di fare quello che questa umile “Zina/Rivista” ritiene di poter fare al meglio, e quindi in diversi mesi abbiamo analizzato, collazionato e fatto una sintesi delle svariate “fonti aperte” (articoli di giornale, inchieste video e scritte, dossier di “contro-informazione” o di informazione alternativa, carte giudiziarie pubbliche ecc.) riguardante quella che forse sarebbe corretto chiamare la “strage” nelle carceri ai tempi del Covid

I colpevoli, presunti e innocenti dal punto di vista legale fino a prova contraria, non sono solo i potenziali perpetratori di torture, omissioni e abusi, per dolo o per negligenza: siamo anche noi quando non ci preoccupiamo abbastanza di trovare dei modi di risolvere, ma soprattutto prevenire certi conflitti, certi comportamenti. Siamo anche noi quando pensiamo che la giustizia coincida con il semplice e menefreghista disinteresse verso chi ha commesso degli errori perché più fragile, perché ritenuto inutile, o forse perché è più “malvagio”... e peggio ancora quando non siamo nemmeno sicuri che certi errori o malvagità siano stati commessi (e cioè di chi, per esempio, è in attesa di giudizio ma è comunque già condannato a vivere nella discarica sociale e forse, quando e se si scoprirà, avrà diritto a un risarcimento economico, ragione principalmente economica che dovrebbe essere presa in considerazione anche da chi è più insensibile).

Oltre al lavoro di ricerca ci siamo presi lo spazio per fare alcune digressioni sui temi della detenzione, della sanità, dell’abuso di psicofarmaci (indotto dal marketing e dall’adottare soluzioni più “economiche” e immediate senza tenere conto dei problemi di lungo termine), del “welfare mafioso” favorito dal proibizionismo e degli strumenti invasivi della nostra privacy che dovrebbero essere usati anche per “controllare i controllori”.

Parte delle fonti sono citate tramite i link, altre sono riportate in calce alla seconda parte di questa lunga e intricata inchiesta, che riteniamo rifletti una vicenda altrettanto “estesa” e ingarbugliata, una “matassa” che per essere sbrogliata ha bisogno dell’attenzione dell’opinione pubblica e della collettività in generale. Per contribuire alla ricerca della verità, oltre al vostro prezioso tempo, vi chiediamo di segnalarci (tramite mail, commenti, social, messaggi ecc.) eventuali inesattezze, precisazioni o qualunque cosa riteniate utile menzionare.

 

Nella notte tra il 7 e l’8 Marzo 2020 viene dichiarato il “primo” lockdown, non ancora esteso a tutto il territorio nazionale. Mentre ci preparavamo a sperimentare un “assaggio” di cosa vuol dire essere ristretti, tramite una sorta di “arresti domiciliari collettivi”, per chi era davvero ristretto nelle prigioni italiane scattavano ulteriori limitazioni, mentre all’estero (e solo successivamente anche in Italia) venivano scarcerati migliaia detenuti proprio per il rischio pandemico: alla paura di contrarre il virus nelle carceri, già drammaticamente e illegittimamente sovraffollate, e quindi con condizioni igieniche già precarie, con pochissimi educatori e medici, e con tutta una serie di complicazioni alle quali chi è “fuori” non sarà mai abituato abbastanza per comprenderle, si aggiungeva la sospensione delle visite di cari e familiari, dei permessi per uscire temporaneamente o per lavoro, della ricezione di pacchi con beni alimentari e di prima necessità, dei colloqui e delle già poche attività che dovrebbero essere finalizzate a “riabilitare” (e la mancanza o inadeguatezza di quelle attività finisce per trasformare le carceri in una scuola di criminalità): scattano delle rivolte nei penitenziari di tutta la penisola, a Foggia si verifica perfino un’evasione di massa. Secondo alcuni le proteste erano motivate esclusivamente dalle già precarie condizioni di vita e dall’annuncio della decisione dell’allora Ministro della giustizia Bonafede, su cui ricadrebbero le responsabilità perlomeno politiche (insieme agli altri esponenti del governo gialloverde e delle amministrazioni locali), della gestione non adeguata delle rivolte, e che non ha comunicato tempestivamente le notizie riguardanti le drammatiche dipartite.

Secondo altri sarebbero state invece coordinate da una “regia unica”, composta da esponenti dell’ “alta borghesia” criminale (e cioè mafiosa) che si avvaleva dei “proletari” detenuti di basso profilo oltre che dello “spettro” degli anarco-insurrezionalisti sempre in voga (“fantasma” su cui spesso nella storia si sono “scaricate” responsabilità di zone grigie e poteri tutt’altro che libertari, come avvenne per il ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli).

Mentre la maggioranza dei “poveri cristi”, che aveva più di 18 mesi da scontare e il cui reato non era considerato di piccola entità, era condannata alle nuove aggravanti causate dalla pandemia, correva la voce (una voce largamente infondata, si può dire con il senno di poi) della possibilità che pure diversi mafiosi al 41 bis venissero scarcerati a breve (in realtà si trattava di misure previste dalla legge che i magistrati dovevano vagliare caso per caso, anche alla luce della nuova situazione sanitaria, e che forse poteva essere sfruttata anche dagli avvocati dell’alta borghesia mafiosa. Il caso di scarcerazione più controversa è stato probabilmente quella di Pasquale Zagaria, boss dei casalesi).

Comunque in quel periodo, con i cosiddetti provvedimenti “svuota-carceri”, possono uscire all’incirca 8 mila persone dotate del braccialetto elettronico: almeno una parte di quegli esseri umani, considerati reietti della società, forse non ci dovevano nemmeno entrare in carcere… L’uscita di quelle persone dimostra, a detta di chi scrive, che forse già da prima si potevano attuare diverse strategie per prevenire quelli che potremmo definire “reati di sopravvivenza” e per convivere in sicurezza con chi ha fatto degli errori, in concreto espandendo le possibilità offerte da misure alternative alla detenzione.

Durante e dopo le rivolte nelle prigioni, iniziate il 7 Marzo a Salerno, moriranno 13 detenuti (14 se si include la dipartita avvenuta a circa un mese di distanza di una persona con uno stato di salute precario a Terni, 15 se si include il suicidio di un detenuto morto dopo settimane di isolamento a Santa Maria Capua Vetere), 9 erano ristretti a Modena, 3 a Rieti e uno a Bologna, alcuni sono spirati dopo i trasferimenti disposti.

 

LE MANCANZE E GLI ABUSI NELLA GESTIONE DELLE RIVOLTE: DALLA CUSTODIA DEGLI PSICOFORMACI ALLE DENUNCIE DI TORTURE