7.9.26

OLTRE IL MIO TRASFERIMENTO DA GAZA IN ITALIA

SETTE MESI DI SOLLIEVO PARZIALE E ‘SINDROME DEL SOPRAVVISUTO’


Fanrivista è onorata di pubblicare la testimonianza di una sopravvissuta al genocidio, anche se lei spiega nell’articolo che ci sono difficoltà incredibilmente difficili da superare, nonostante il raggiungimento della sicurezza fisica.

Sara Awad è una scrittrice palestinese, studentessa da sette mesi in Italia. Ha scritto per ‘Kritica’, ‘Il Manifesto’, ‘Il Domani’, ‘Drop Site News’, ‘Truthout’, ‘We Are Not Numbers’, ‘The Intercept’, ‘The Independent’, ‘Al Jazeera English’, ‘Middle East Eye’, ‘TRT World’,‘PRISM’ e ‘El Salto’ . Raccontando esperienze vissute e dando rilievo a notizie non trattate a sufficienza, il suo lavoro si focalizza su problemi sociali, resilienza, identità e speranza, nel mezzo di una guerra genocida e dell’occupazione nella sua terra natia.


Pensavo che costruendo una nuova vita lontano da casa sarebbe stato come voltare pagina, ma non avevo realizzato che voleva dire portare sulle spalle, contemporaneamente, il peso di due vite - una sfregiata dalla guerra.

Di notte, nel mezzo dell’inverno (precisamente il 15/12/2025), iniziava un nuovo capitolo della mia vita. A 22 anni ho lasciato tutto ciò che conoscevo, e ho deciso di iniziare tutto da capo - da sola.

La valigia è pronta e aperta. Si nota la foto di una bambina piccola e un libro con il metodo Tikrar.


La mia età conta più di un numero. Sono cresciuta con sei guerre che hanno dato forma alla mia vita. La più recente continua a casa mia anche se, per me, è finita nel momento in cui me ne sono andata. Sono sopravvissuta andando via mentre la mia famiglia è rimasta indietro. Questa è la parte con cui è difficile convivere: il pensiero che sono scappata mentre le persone che amo sono ancora intrappolate nella guerra. Il senso di colpa del sopravvissuto mi tormenta ogni giorno.

Sono Sara Awad, una scrittrice palestinese di Gaza che ha impiegato gli ultimi due anni documentando il genocidio di Gaza. Se qualcuno mi avesse detto che un giorno avrei scritto questo articolo non gli avrei creduto. Avevo immaginato una vita molto diversa: laurearmi in letteratura inglese alla Islamic University di Gaza, diventare un’insegnante, e passare una lunga vita circondata dalle persone che mi amano nella mia città. Non era niente di speciale, era un sogno ordinario, facilmente realizzabile, credevo... Ma niente di tutto ciò si è concretizzato. I miei piani sono stati distrutti insieme a tutto ciò che era Gaza.

Sara è vestita di nero mentre sorride, seduta in un giardino di fronte al suo laptop in una giornata di sole.



COME SONO SOPRAVVISSUTA ALLA GUERRA

Sognare ha un sapore strano quando si mescola al rimorso. Avevo sperato a lungo in una borsa di studio per studiare all’estero, come tutti gli studenti internazionali, e adesso è una realtà. Ho vinto un posto in Italia per completare la mia laurea triennale, come avevo sempre sognato. Ma non avrei mai immaginato che la mia borsa di studio sarebbe arrivata nel mezzo di un genocidio. Non pensavo che sarebbe stata il mio biglietto per la sopravvivenza.

Nell'immagine alcune persone camminano in un vialetto alberato dell'università.
La 'Islamic University of Gaza' prima della guerra genocida. Foto di Sara Awad.


La procedura è iniziata nei primi mesi della guerra, quando ho realizzato che Gaza non era più il posto che avevo conosciuto. Ho detto alla mia famiglia che volevo completare la triennale fuori, senza tenere conto di quanto ci avrei messo. Tra carestia, bombe, morte e condizioni inimmaginabili, sono rimasta attaccata al mio sogno.

Da una finestra senza vetri si osservano macerie ed edifici distrutti, insieme a tracce di vegetazione.


Ho passato ore al telefono, nonostante l’elettricità e la connessione a internet saltassero continuamente, cercando una borsa di studio per realizzare il mio sogno. Ho fatto decine di richieste per diversi programmi di studio in svariati paesi e, in qualche modo, ho trovato la forza di andare avanti, anche mentre mi rifugiavo dalla guerra.

Ogni notifica di un’email era una promessa di fuga, ma finiva sempre alla stessa maniera, con un rifiuto. Sono rimasta intrappolata a Gaza, senza una chiara via d’uscita. Ma continuavo a inseguire il mio sogno, anche quando tutto il mondo intorno me continuava a dirmi che non c’era speranza.

Alla fine arrivò la buona notizia: mi avevano dato una borsa di studio in Italia. Ricordo in maniera limpida quando la speranza finalmente mi sfiorò: sedevo nella tenda al campo dove eravamo stati sfollati, era ottobre 2025. Pregavo che questa volta tutto fosse vero, affinché il mio cuore non venisse nuovamente spezzato. Mentre aspettavo la data di partenza ho passato giorni e notti senza dormire. Ero lacerata tra inseguire il mio sogno e il senso di colpa di lasciare la mia famiglia.

Sembrava insopportabilmente crudele avere un unico biglietto per la sopravvivenza mentre appartenevo a una famiglia di otto persone che non avevano una simile via d’uscita. Per un mese mi ripetevo la stessa domanda: ‘perché devo lasciare Gaza per avere un futuro? Perché la vita dei palestinesi sembra sempre incompleta? Perché la nostra gioia è sempre complicata?’.



L’EVACUAZIONE

Il 24/11/2025 il mio telefono squilla. L’ho mantenuto come un bambino che afferra un giocattolo desiderato a lungo. Ho risposto e ho sentito qualcuno parlare in inglese dall’altra parte. L’avevo capito immediatamente: questa era la mia telefonata della sopravvivenza. Qualcuno dall’ambasciata italiana mi aveva chiamato per confermare la data dell’evacuazione. Poi è stato confermato il giorno, il 15 dicembre.

Mi preoccupavo solo delle facce della mia famiglia. Terminata la chiamata con l’ambasciata (giusto quattro minuti), ricordo ogni dettaglio di quel giorno. Immediatamente ho abbracciato mio padre. Mi guardava mentre rispondevo alla telefonata e toccavo con mano, finalmente, uno dei miei sogni. Poi ho abbracciato mia mamma, e poi i miei cinque fratelli e sorelle. L’unica cosa che provavo era la vergogna per aver avuto questa felicità senza di loro.

Le lacrime scorrono mentre scrivo questo pezzo. Potete immaginare quanto mi mancano? Per me, siamo la migliore famiglia. Abbiamo sopportato la guerra e condizioni insostenibili insieme, mano nella mano. Abbiamo condiviso il dolore e la pazienza con speranza. Ma la verità è che sopravvivere non aveva significato senza di loro. Otto mesi senza averli accanto e non so ancora quanti mesi dovrò patire.

Dal finestrino di un aereo si nota, sfocata, una pista di atterraggio. In rilievo è attaccata al finestrino una targhetta con il tricolore e la scritta 'Italy'.



LIBERTÀ

Dopo giorni di sfinimento e paura, il viaggio era finalmente terminato. Sono arrivata in Italia. Mi aspettavo di sentirmi felice e rincuorata, ma era vero l’opposto. La vita fuori da Gaza sembrava completamente normale -troppo normale- mentre la mia gente continuava a soffrire, anche durante il cosiddetto cessate il fuoco. L’Italia era sicura, pulita, bellissima, e accogliente. Nonostante questo, continuava semplicemente a ricordami quanto la vita possa essere ingiusta.

Una bandiera palestinese sventola durante una manifestazione. Alcuni indossano delle kefieh.
Duomo di Milano. Foto di Sara Awad.


Oggi, 17/08/2026 (mentre completo la bozza di questo articolo), sono passati esattamente sette mesi da quando sono arrivata in Italia.

La mia vita qui sembra quasi un sogno. Posso avere tutto quello che una volta davo per scontato: cibo, acqua, trasporto pubblico, educazione, una casa e, ancora più importante, la sicurezza. Ma ancora non posso percepire la gioia che queste cose dovrebbero recarmi. Manca sempre qualcosa: la mia famiglia, la migliore amica, Il sogno di laurearmi in letteratura inglese. E, forse più di ogni cosa, la mia tranquillità.

Sono sopravvissuta, ma sopravvivere non significa che mi sono lasciata tutto dietro. Mi sono portata la guerra con me in una forma diversa: nel silenzio dopo una telefonata, nella paura di messaggi senza risposta, e nella perenne consapevolezza che le persone che amo sono ancora a Gaza.

Adesso studio all’ Università per Stranieri di Siena, un’istituzione che ha aperto le sue porte a un futuro che credevo perduto.

Imparare l’italiano è diventata parte di questo nuovo capitolo della mia vita. È una delle mie lingue preferite, e ora sta diventando la terza.

Ho iniziato a collaborare di più con testate italiane, insieme a quelle in inglese con cui ho lavorato. La scrittura resta uno dei posti dove posso sentirmi più me stessa. Che io scriva di politica o società, riportare la verità attraverso il mio lavoro è stato sempre uno dei miei maggiori impegni.

In molte maniere, sto costruendo la vita che sognavo... Ma non è la vita che immaginavo in origine. Sono grata ma, oltre a questo, mi sento davvero privilegiata e riconoscente per avere questa opportunità. So che molti studenti a Gaza sognano di avere anche solo una giornata ordinaria qui in Italia: andare all’università, camminare in sicurezza per la strada, imparare una nuova lingua e fare piani per il futuro.

Mi porto questa consapevolezza sempre con me. La mia sicurezza e la mia educazione non sono cose che do per scontate. Sono opportunità che molti miei pari a Gaza aspettano ancora.

Sono grata all’Italia, al popolo italiano, alle università che hanno aperto le loro porte per noi, e a ogni persona che rivolge un pensiero agli studenti palestinesi dopo che così tante cose ci sono state tolte (eccetto il nostro sogno di avere un’istruzione).

C’è una cosa che voglio che le persone comprendano da questo articolo: non pensate all’evacuazione degli studenti palestinesi da Gaza come la fine delle loro sofferenze. È solo l’inizio di un nuovo tipo di sofferenza, provata da un posto sicuro.

Siamo al sicuro, ma non siamo tranquilli. Possiamo studiare, mangiare, dormire, viaggiare e costruire nuove vite mentre le nostre famiglie restano indietro. Possiamo essere grati per la sicurezza che abbiamo ricevuto ed essere ancora in pena per tutto quello che abbiamo perso. Queste due verità possono coesistere contemporaneamente.

Lasciare Gaza ci ha salvato la vita. Ma non significa che abbiamo lasciato indietro Gaza.

Sara Awad


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