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29.12.25

INCHIESTA “DOMINO”: ACCUSE BASATE SU FONTI ISRAELIANE

IL CRED AVVISA: ELEMENTI PROBATORI RACCOLTI DURANTE CONFLITTI DA UNA PARTE NON TERZA, ACCUSATA DI GENOCIDIO, SONO INCOMPATIBILI CON UN PROCESSO EQUO.


Pur ammettendo che attività benefiche nascondessero finanziamenti diretti alle attività militari di Hamas, attribuiti ad Hannoun e altri nell’inchiesta “Domino”, i rapporti economico-militari con un governo accusato di genocidio restano comunque più gravi, oltre che illegali. Eppure ricevono molta meno attenzione dai media che vanno per la maggiore e suscitano molto meno clamore nell'opinione pubblica italiana.

Inoltre, bisognerebbe anche cercare di capire fino a che punto le informazioni israeliane, finite nell’inchiesta che identifica il presidente dell’Associazione dei Palestinesi in Italia come il vertice della presunta "cellula terroristica", influenzino o vizino il procedimento giudiziario e l'essenza stessa della democrazia.

Hannoun mentre parla ripreso dal basso. Si nota un frammento dei sottotitoli del video che recita: "Io sono contro la violenza, da qualsiasi parte provenga".
Mohammad Hannoun immortalato in un video dell'Associazione dei Palestinesi in Italia.

Se pure si ammettessero i finanziamenti diretti alle attività militari di Hamas, attribuiti a Mohammad Hannoun e ad altre persone nell’inchiesta “Domino”, che sarebbero stati celati dietro raccolte fondi benefiche, oltre alla presenza di una “cellula” italiana del discutibile movimento politico e di resistenza militare palestinese, resterebbe comunque un fatto: sono molto più gravi, e illegali, i rapporti economico-militari con un governo accusato di genocidio. Questo perché il diritto internazionale vieta qualunque rapporto del genere anche quando è solo plausibile che ci sia un genocidio in corso, plausibilità e sospetto che sono stati messi nero su bianco due anni fa all’Aja.

Ma la legge si rispetta, o si fa finta di rispettarla, solo quando conviene. La deontologia giornalistica impone di specificare e chiarire sempre quando delle persone sono semplicemente indagate, e quando sono considerate innocenti, e cioè fino a quando non c’è una sentenza definitiva (e non è detto che sia quella di primo grado). Naturalmente, ci sono dei comportamenti, soprattutto quelli adottati da chi ha responsabilità di governo, rilevanti da un punto di vista politico ma non punibili penalmente. In quei casi si invoca la presunzione di innocenza, glissando su delle pratiche di gestione della cosa pubblica criminali, anche se per la giustizia non sono considerate tali. Oppure sono considerate criminali, ma magari si riesce addirittura a cambiare il sistema legale a colpi legislativi con i propri avvocati che fanno le leggi in parlamento. Oppure, più semplicemente, si corrompe un giudice o si sfrutta qualche cavillo per sfuggire alle proprie responsabilità.

Nel caso di Hannoun, come da copione mediatico, la presunzione di innocenza è praticamente svanita dalla stampa mainstream, con pochissime eccezioni che cercano di entrare nel merito dell’inchiesta. E proveremo a farlo brevemente fra poche righe, anche se non è lo scopo fondamentale di questo pseudo-editoriale: la cosa più importante è troncare ogni rapporto con uno dei peggiori stati-canaglia e terroristici della storia per fermare un ciclo di violenza che è andato avanti per troppo tempo. 

23.3.25

GAZA: ROTTURA DELLA TREGUA UNILATERALE

ISRAELE DETTA NUOVE CONDIZIONI E INCOLPA HAMAS DI NON RISPETTARE IL VECCHIO ACCORDO

Per la rubrica “Chekka il Fatto” spieghiamo perché è stato Israele, e non Hamas, a non rispettare gli accordi sul cessate il fuoco rompendo unilateralmente la tregua, al contrario di quanto affermano alcuni organi stampa.

In estrema sintesi (e per chi va di fretta): il rilascio di tutti i prigionieri israeliani era connesso al ritiro completo di Israele da Gaza nella seconda fase degli accordi. Israele, invece, ha cambiato le carte in tavola: ha offerto 50 giorni di estensione della prima fase della tregua in cambio del rilascio degli ostaggi.

In parole povere: Israele ha cambiato i termini dell’accordo non onorandolo, ha provato a imporre nuove condizioni e ha incolpato Hamas di non aver rispettato quelle stabilite precedentemente.



Sul lato sinistro vari titoli di giornali come appaiono nelle ricerche sui motori di ricerca. In tutti i titoli si afferma che Israele ha rotto la tregua a Gaza e si menziona il numero delle vittime dei primi bombardamenti: circa 400. C'è anche l'immagine di un influencer con un'espressione decisa, la scritta "Rilasciate gli ostaggi" e, sotto, un altro titolo di giornale, che recita: "**Mo: media, Hamas sta preparando un altro 7 ottobre**". Nella parte destra del collage tre foto da Gaza. nella prima una dottoressa e un infermiere prestano soccorso a un uomo e un bambino feriti, adagiati sul pavimento e insanguinati. Nella seconda alcune persone si aggirano tra enormi cumuli di macerie. Nella terza tre persone trasportano un corpo su una barella. Del corpo, avvolto in un lenzuolo, si intravedono i piedi e del sangue vicino la parte superiore.



QUELLE IMMAGINI CHE TESTIMONIANO LA MORTE DELL’UMANITÀ A GAZA E LA MORTE DELLA STAMPA LIBERA

Corpi smembrati, civili affamati e assetati, amputazioni senza anestesia, medici sfiniti, tende in fiamme piazzate vicino a cumuli di macerie, mucchi di corpi in sacchi di plastica e in sottofondo il perenne rumore dei droni: sono queste le scene che raramente appaiono sui media che vanno per la maggiore. Immagini che abbiamo ri-cominciato a vedere tra la notte di Lunedì 17 e Martedì 18, quando Israele ha rotto la traballante tregua con Hamas e ha ri-cominciato a bombardare nel mucchio massacrando bambini (130 in un solo giorno, il più alto numero nell’ultimo anno secondo l’UNICEF), donne e uomini innocenti nell’infruttuoso tentativo di eradicare non solo e non tanto l’organizzazione nazionalista islamica che governa Gaza, ma soprattutto qualunque aspirazione a liberarsi da una decennale occupazione illegale. A queste scene, nelle ultime settimane, se ne sono affiancate della altre: quelle degli ostaggi palestinesi smagriti e con evidenti segni di tortura, rilasciati dalle carceri israeliane (immagini che qualcuno prova a bollare come fake-news in campagne di disinformazione); quelle delle distruzioni nei campi profughi della Cisgiordania dove non governa Hamas, ma l’Autorità Nazionale Palestinese, percepita da una parte consistente della popolazione come corrotta e collusa con il regime di apartheid israeliano; quelle dei coloni-paramilitari illegali che invece di ritirarsi -come stabilito più e più volte dall’ONU- continuano con pogrom e incursioni avallate dall’esercito “regolare”. Queste immagini, riprese da colleghi che hanno rischiato o perso la vita per farle vedere a un’umanità largamente indifferente, raramente vengono mostrate dai media mainstream, che invece hanno dato ampio risalto ai video del rilascio degli ostaggi israeliani, ennesimo esempio di "doppio standard", di doppio metro di giudizio e di attenzione.

23.11.24

IL GIUDICE SOPRAVVISSUTO ALL’OLOCAUSTO “ANTISEMITA” E NETANYAHU

C’È UN SOPRAVVISSUTO ALL’OLOCAUSTO NEL GRUPPO DI GIURISTI CHE HA ANALIZZATO E APPOGGIA LA RICHIESTA DI ARRESTO DELLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE, DEFINITA DA NETANYAHU <<ANTISEMITA>>


Sullo sfondo il disegno di un manifesto con sopra scritto "Wanted" e sotto "for war crimes and crimes against humanity". Al centro la foto di Netanyahu.

Per molti la richiesta di arresto al premier e all’ex ministro della difesa israeliani segna l’inizio della fine politica di Netanyahu, ma non certo la fine delle immani sofferenze inflitte a palestinesi e libanesi.

Mentre la propaganda si concentra sulla contro-accusa di Netanyahu e della sua schiera di pennivendoli, secondo cui la Corte sarebbe faziosa, allineata con il terrorismo e antisemita, quasi nessuno si accorge di un particolare: Theodor Meron, 95 anni, sopravvissuto all’Olocausto dopo essere stato detenuto in un campo di lavoro forzato in Polonia, fa parte di un gruppo di giuristi che ha appoggiato la richiesta di arresto. Il parere del comitato dei giuristi è stato richiesto dal Procuratore Capo della Corte Penale Internazionale, Karim Ahmad Khan, a Maggio.


Iniziamo ricapitolando quali sono le specifiche accuse.



In alto a destra  il disegno di un manifesto con sopra scritto "Wanted" e sotto "for war crimes and crimes against humanity". Al centro la foto di Netanyahu. In basso a sinistra un primo piano di Theodor Meron con la toga: sullo sfondo si intravede un logo ONU. Al centro la seguente didascalia: Netanyahu ha definito il mandato d’arresto nei suoi confronti un «atto antisemita» di una «corte faziosa».  La decisione “antisemita” è stata analizzata e convalidata all’unanimità da un gruppo di sei esperti in diritto internazionale, consultato dal Procuratore Khan. Tra questi c’è Theodor Meron, sopravvissuto all’Olocausto ed ex ambasciatore israeliano. 4 anni fa disse:  «Oggi vediamo tantissimi esempi in corso di brutali massacri etnici e religiosi. Molti di questi sono in effetti, in termini legali, genocidi. Oggi ci stiamo addentrando in una fase di nazionalismo radicale e sfrenato. È contro gli immigrati. È contro i musulmani. È contro gli ebrei. Bisogna fare attenzione a questi demagoghi che predicano odio religioso ed etnico (...) L’Olocausto non sarebbe potuto accadere senza la collaborazione di tanti europei (...) Se non impariamo la lezione potremmo far ripetere queste situazioni.
Immagine del giudice Theodor Meron della Corte ONU per giudicare i crimini nell'ex Yugoslavia rilasciata con licenza Creative Commons.



LE ACCUSE DELLA CPI E DELLA CIG

Due giorni fa la Camera di giudizio preliminare della Corte Penale Internazionale (CPI) ha approvato i mandati di arresto richiesti a Maggio dal Procuratore Capo, Karim Ahmad Khan, nei confronti dei leader israeliani e di Hamas per diversi crimini di guerra e contro l’umanità. Teoricamente, se l’ex ministro della difesa Gallant e il premier Netanyahu si recassero in uno dei paesi che ha ratificato lo Statuto di Roma potrebbero essere arrestati e condotti all’Aja. L’autocrate ungherese Orban ha già invitato Netanyahu in segno di spregio e sfida al diritto internazionale.

La CPI (ICC è l’acronimo in inglese) ha il compito di accertare responsabilità di singole persone. Il suo procedimento giudiziario non va confuso con la causa della Corte “cugina” e massimo organismo giudiziario dell’ONU, la Corte di Giustizia Internazionale (CGI acronimo in italiano e ICJ in inglese) avviata dal Sudafrica.

9.11.24

CHE SUCCEDE IN KURDISTAN? OCALAN VERRÀ LIBERATO?

TRA KURDISTAN E PALESTINA


CRONACA E ANALISI: LA CRIPTICA APERTURA DEL LEADER DEI “LUPI GRIGI”, IL MESSAGGIO DI OCALAN, LA CONVERGENZA TRA DESTRA PALESTINESE, CURDA E TURCA, E L’ATTACCO ALLA TUSAS RIVENDICATO DALL’ALA ARMATA DEL PKK


STORIA, APPROFONDIMENTO E OPINIONI: LA NASCITA DELL’ISIS, IL RUOLO DELL’ITALIA NELL’ARRESTO DI OCALAN, LE “PURGHE” E I DISSIDI INTERNI AL PARTITO DEI LAVORATORI CURDO E IL CAMBIAMENTO DI PARADIGMA, DAL MARXISMO-LENINISMO AL CONFEDERALISMO DEMOCRATICO



Sullo sfondo un cielo nuvoloso e alcuni grigi palazzi, oltre ad alcune persone. Al centro risalta una bandiera con il volto di Ocalan e delle scritte in curdo. Si intravedono altre bandiere con Ocalan in uniforme e la stella rossa nel simbolo del KCK.
Foto di archivio di una manifestazione per la liberazione di Ocalan a Napoli de "Lo Skietto"



Ritorniamo a parlare di Kurdistan e Rojava con un articolo “long-form” e a “lunga scadenza”, ideato per essere sempre utile da leggere e per trascendere la stretta contemporaneità della cronaca, partendo comunque dagli eventi più recenti: la misteriosa apertura del “lupo grigio” a Ocalan, la notizia dell’incontro con il nipote di “Apo” dopo quasi 26 anni di prigionia in isolamento e 43 mesi senza che nessuno, nemmeno i suoi legali, aveva potuto visitarlo. Infine, l’attacco all’azienda aerospaziale Tusas rivendicato dal PKK (il “Partito dei Lavoratori del Kurdistan”). Secondo un comunicato dell’HPG (le “Forze di Difesa del Popolo”, ala armata del partito), non sarebbe connesso agli altri due eventi.

Affianchiamo poi alla cronaca, la “storia iper-contemporana”, altre tematiche: parliamo di politica e autogestione, e quindi del Confederalismo Democratico sperimentato nella DAANES (nota ai più con la metonimia “Rojava”). Poi, andiamo un po’ più indietro nel tempo, raccontando gli eventi che hanno portato al sequestro di Ocalan, non dimenticando il ruolo dell’allora governo di centrosinistra italiano. Lo facciamo con uno sguardo non agiografico su un Ocalan diverso, autoritario, prima della sua svolta libertaria, quello dei tempi delle prime “purghe” all’interno del PKK.

Non possono mancare altre questioni di “geopolitica popolare”, un tipo di ricerca e analisi che non intendiamo solo nel senso deterministico più diffuso, quello dell’incidenza dei fattori geografici sulle scelte politiche delle varie entità statali, ma soprattutto il contrario: parliamo di come le politiche influiscono sui, e nei confini perché vogliamo un mondo dove questi non esistono! A questo proposito, connetteremo virtuose lotte e ipocrisie più o meno pragmatiche che legano la Palestina al Kurdistan.

Infine, segnaliamo che questo articolo è incluso anche nel format di Fanrivista “Come va a finire?!, articoli nei quali si seguono degli eventi per domandarsi e capire, per l’appunto, quali saranno gli esiti. Gli eventi che seguiremo nei prossimi mesi, e forse nei prossimi anni, forniranno delle risposte a quesiti che tutti i militanti e i simpatizzanti della questione curda si fanno in questi giorni: il leader Abdullah Öcalan, ex marxista-leninista che ha adattato il municipalismo libertario al contesto curdo e dell’Asia occidentale, verrà liberato? Verrà perlomeno posta fine al suo isolamento sull’isola-carcere di Imrali? A quali condizioni? Come verrà risolta la questione curda? Ocalan svolgerà un ruolo simile a quello di Nelson Mandela nel Sudafrica dell’apartheid?

Ma prima di rispondere a queste fatidiche domande, bisogna tentare di dare risposta a un altro interrogativo più impellente: cosa hanno in mente adesso i governanti-fascisti turchi?!





L’INVITO AMBIGUO DEL “LUPO GRIGIO” E LA RISPOSTA DEL PKK

<<Se l’isolamento del leader dei terroristi viene revocato, lasciate che venga a parlare all’incontro del partito DEM in parlamento. Lasciategli gridare che il terrorismo è finito e che la sua organizzazione è smantellata>>, ha detto Devlet Bahçeli nel parlamento turco lo scorso 22 Ottobre. Lui è il leader del Partito del Movimento Nazionalista turco (MHP), successore del fondatore della “Gladio turca” e cofondatore dell’organizzazione neo-fascista dei “Lupi Grigi”, ritenuta da molti il cuore del “deep state” neo-ottomano (letteralmente “stato profondo”, ossia i veri manovratori della politica). Il destinatario del messaggio è Abdullah “Apo” Öcalan, uno dei fondatori e storico leader del Partito dei Lavoratori del Kurdistan in carcere dal 1999. Il parlamentare fascista turco, alleato del “Sultano” Erdogan, ha aggiunto che potrebbero esserci le condizioni di un suo rilascio in base all’articolo 3 della Convezione europea sui diritti umani, quello che regola il “diritto alla speranza” per chi è condannato alla pena perpetua dell’ergastolo.

La dichiarazione è stata interpretata come una possibile o ipocrita apertura per risolvere la questione curda, che riguarda la minoranza più numerosa e perseguitata della Turchia (circa il 20% della popolazione totale). Questione che si estende ai confini politici degli altri stati che comprendono la regione del Kurdistan (Iraq, Siria e Iran oltre alla Turchia e, secondo alcune visioni, anche un pezzo di Armenia). Questione di cui Ocalan è storicamente un simbolo, oltre che una spina nel fianco del regime turco con la guerriglia lanciata nell’84.



La regione curda evidenziata su un mappamondo evidenziata in verde, proiettata e ingrandita
Mappa della regione popolata dei curdi elaborata da Isochrone su Wikimedia


La richiesta di smantellare il PKK, e non solo di chiederne il suo disarmo, è apparsa da subito pretestuosa. Bisogna inoltre tenere presente che quando i regnanti fascisti turchi si riferiscono al “PKK” intendono, in realtà, tutti i partiti e le organizzazioni che derivano da esso o che si rifanno al rinnovato pensiero di Ocalan (come il KCK che raggruppa il PYD siriano, il PJAK iraniano e il PÇDK iracheno).

16.9.24

ISRAELE USA "SCUDI UMANI" PALESTINESI E ISRAELIANI

E SFRUTTA QUESTA DEFINIZIONE GIURIDICA PER DARE UNA PARVENZA DI LEGALITÀ AD ATTACCHI INDISCRIMINATI E SPROPORZIONATI

Leggiamo o sentiamo dire spesso che "Hamas usa i palestinesi come scudi umani" . Anche ammettendo che Hamas usi come "scudi umani" i civili, ciò non giustificherebbe comunque le violazioni del diritto internazionale grossolane e brutali cui assistiamo quotidianamente

In parole povere: se una forza armata viola della regole ciò non implica che l'altra può violarne altre a sua volta, impunemente.


Inoltre, le evidenze storiche e giuridiche finora raccolte testimoniano che, contrariamente a quanto si afferma sui media dominanti, è proprio Israele a usare i civili come "scudi umani", sia quelli palestinesi che quelli israeliani.


Partiamo spiegando cosa si intende per scudi umani da un punto di vista legale e concludiamo con alcune considerazioni sui "doppi standard"...




Bambino seduto sul cofano di una jeep militare con una faccia impaurita, legato con il braccio a una grata metallica che difende il parabrezza. Di fianco un altro mezzo militare, su cui si intravede una scritta in ebraico, e un soldato che parla alla radio.
Un bambino di 13 anni legato al braccio sul cofano di una jeep della polizia militare israeliana, nel villaggio di Biddu, durante una protesta nel 2004. La riprovevole immagine rappresenta un esempio "classico" di scudo umano.



L'IMPIEGO DI SCUDI UMANI È ILLEGALE, MA NON GIUSTIFICA ALTRI CRIMINI E VA DIMOSTRATO!

Nel diritto internazionale l'espressione "scudi umani" denota una strategia vietata, un crimine di guerra. Consiste nello sfruttare la presenza o il movimento di civili in modo tale da evitare l'attacco a obiettivi militari, oppure per favorire o impedire delle operazioni militari.

Ecco qualche esempio pratico: un insediamento con abitazioni ed edifici civili viene costruito vicino una base militare per evitare che questa venga attaccata; un singolo civile, o un gruppo di più civili, può essere preso in ostaggio e usato da una formazione di militari come "schermo", evitando di essere colpiti durante un'azione militare, come una ritirata o una penetrazione in un territorio urbano; oppure, ancora, quando si sospetta che siano state piazzate delle trappole esplosive per impedire l'accesso a un luogo (si pensi a un campo minato), si manda un civile "all'avanscoperta" (eventualmente a saltare in aria sarà lui e non i soldati). Su quest'ultimo esempio ritorneremo fra pochissime righe, ma prima facciamo delle basilari considerazioni legali.

L'uso di scudi umani della popolazione civile è illegale e, per questo, la formazione militare avversa a quella che li impiega ha comunque il diritto di attaccare l'obiettivo militare che il nemico vuole proteggere. Tuttavia ciò non implica la sospensione dei principi del diritto umanitario internazionale (le "leggi di guerra"): bisogna sempre distinguere civili da combattenti facendo tutto il possibile per minimizzare i cosiddetti "danni collaterali". Non si possono infliggere in maniera indiscriminata danni come uccisioni, ferimenti, demolizioni di infrastrutture. Bisogna tenere conto anche della proporzione tra l'obiettivo militare da raggiungere e il costo in devastazione e vite umane, assumendosi rischi maggiori per colpire solo il nemico, non gli innocenti. Precauzioni aggiuntive e particolari devono essere assolutamente adottate anche quando si hanno prove inconfutabili che strutture sanitarie vengono usate per scopi militari. Non si può bombardare un ospedale senza far evacuare prima personale e pazienti.

In estrema sintesi: non si ha "carta bianca" se gli avversari stanno usando gli scudi umani, sia che questi ultimi vengano sfruttati come tali involontariamente, sia che lo facciano in maniera volontaria.



SCUDI UMANI VOLONTARI, INVOLONTARI E DI PROSSIMITÀ

28.7.24

"SE FOSSI PALESTINESE SAREI TERRORISTA": CHI LO HA DETTO?

LA STORIA SI RIPETE, MA NON È MAI COMPLETAMENTE UGUALE...


La frase non è stata pronunciata da qualche "estremista pro-Pal" o "fiancheggiatore di Hamas", come direbbe la stampa mainstream. L'ha proferita Andreotti durante la "Seconda Intifada" nel 2002 e durante la seconda guerra del Libano nel 2006La seconda volta propose anche una fantomatica "soluzione alla sionista" per i profughi palestinesi (cosa che non viene ricordata dai più quando riportano la citazione)... Lo stesso Andreotti che negli anni '70 aveva approvato il cosiddetto "lodo Moro", nel 1985 condannò lo stato di Israele per aver violato il diritto internazionale durante un attacco aereo al quartier generale dell'OLP in Tunisia, accusandolo di far saltare per aria una <<soluzione negoziale>> al conflitto. La storia si ripete, ma mai in maniera completamente esatta...


Arafat e Andreotti si incontrano all'inizio degli anni '80. Si stringono la mano. Sullo sfondo le guardie del corpo. Intorno alla cinta di Arafat, vestito in uniforme militare e con la kefiah, si nota una rivoltella.
Arafat e Andreotti si incontrano nel  1982



PERFINO ANDREOTTI SAREBBE UN TERRORISTA SE FOSSE NATO IN UN CAMPO PROFUGHI PALESTINESE, E OGGI LO CHIAMEREBBERO "PRO-PAL" E "FIANCHEGGIATORE DI HAMAS"

Oramai ci siamo abituati alla narrazione della "scorta mediatica" che rende possibile il genocidio: è tutta colpa di Hamas, Israele deve solo difendersi e chiunque osi criticare lo "stato ebraico" (o meglio, l'etnocrazia e la teocrazia sionista) o è un terrorista antisemita oppure è un burattino nelle mani dell'Iran. Bene, facciamo un salto indietro nel tempo e "resuscitiamo" Andreotti, le cui parole sono state recentemente ricordate. Mai avrei pensato di poterlo citare in difesa degli oppressi, il che è indice di quanto bui sono i tempi in cui viviamo, di quanto andiamo indietro invece di progredire. Come vedremo, però, la soluzione proposta da Andreotti consisteva nel creare un "sionismo palestinese", una roba tra il distopico e l'ucronico macchiettistico.

Nel 2002, nel periodo della "Seconda Intifada", quando come oggi si accusava (a torto o a ragione) l'Iran di essere uno dei finanziatori delle resistenza armata palestinese, disse: <<Se fossi stato in un campo profughi da 50 anni, con la mia famiglia, i miei figli, non avrei avuto bisogno dell'aiuto di Teheran per trasformarmi in un uomo-bomba>>, riferendosi agli attentati suicidi.




Nel riquadro qui sopra (o a questo link se non lo visualizzate) uno stralcio dell'intervento in Senato di Andreotti nel 2006

4.6.24

MINACCE ALLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE DA ISRAELE E USA

LA MINACCIA COME MEZZO DI RISOLUZIONE E IMPOSIZIONE NELLE CONTROVERSIE INTERNAZIONALI

L'uso della forza militare e la minaccia di usarla sono i principali strumenti violenti per risolvere controversie internazionali e sono vietati dal diritto internazionale, oltre che "ripudiati" dalla nostra Costituzione.


Oltre alle "minacce militari" vanno considerate anche quelle dirette a singole persone. In questo post parliamo di quelle rivolte a Fatou Bensouda, Procuratrice capo della Corte Penale Internazionale fino al 2021, e al suo successore, Karim Ahmad Khan, che ha richiesto dei mandati di arresto per i leader di Israele e di Hamas.


Nella conclusione di questo post parliamo delle distorsioni e delle possibilità di "conflitto" generate e offerte dal diritto internazionale. Iniziamo, però, ripercorrendo sinteticamente le vicende giudiziarie al centro delle indagini delle due corti con sede all'Aja.



Sullo sfondo il disegno di un manifesto con sopra scritto "Wanted" e sotto "for war crimes and crimes against humanity". Al centro la foto di Netanyahu.



LE ACCUSE DELLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE E LE MISURE PRECAUZIONALI DELLA CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA

Il 20 Maggio 2024 Karim Khan, Procuratore capo della Corte Penale Internazionale ha presentato alla Pre-Trial Chamber (la Camera di giudizio preliminare) una richiesta di mandati di arresto per Benjamin Netanyahu (premier israeliano), Yoav Gallant (ministro della difesa israeliano), Yahya Sinwar (vertice di Hamas a Gaza), Mohammed Diab Ibrahim Al-Masri detto "Deif" (comandante delle brigate Al-Qassam) e Ismail Haniyeh (capo politico di Hamas) per 14 tipologie di crimini di guerra e contro l'umanità che si ritengono siano stati commessi <<almeno a partire dal 7 Ottobre>> e basati su diversi tipi di prove: immagini satellitari, interviste dei sopravvissuti, filmati di telecamere di sicurezza, cartelle cliniche, consulenze di esperti, affermazioni pubbliche degli indagati ecc..

I leader israeliani sono accusati di: usare la fame come arma di guerra; aver provocato intenzionalmente sofferenze, lesioni o trattamenti crudeliomicidio o uccisioniattacchi intenzionali contro la popolazione civilesterminio e/o omicidi, inclusi quelli attuati affamando la popolazione; di persecuzione (privazione dei diritti fondamentali di un gruppo) e altri atti disumani (diretti a provocare sofferenze e danni psico-fisici).

Nella richiesta di arresto si specifica che <<Israele, come tutti gli stati, ha il diritto di difendere la sua popolazione. Quel diritto, tuttavia, non assolve Israele o qualunque altro stato agli obblighi derivanti dal diritto umanitario internazionale>>, ossia le leggi di guerra. <<Oggi ribadiamo ancora che il diritto internazionale e le leggi dei conflitti armati si applicano a chiunque. Nessun soldato, nessun comandante, nessun leader civile -nessuno- può agire impunemente. Niente può giustificare la privazione intenzionale a esseri umani, inclusi così tanti bambini e donne, delle necessità basilari richieste per la loro esistenza. Niente può giustificare la presa di ostaggi o prendere di mira i civili>>.

24.4.24

UNRWA: NESSUNA PROVA DA ISRAELE SU COLLUSIONE CON HAMAS

Aggiornamento sull'Agenzia che fornisce servizi essenziali e garantisce basilari diritti umani dei palestinesi sfollati a partire dal ’48: Israele aveva accusato una manciata di dipendenti dell'UNRWA di complicità nel 7 Ottobre, mentre un altro migliaio sarebbe collegato con Hamas e la Jihad Islamica Palestinese. Le accuse avevano comportato la sospensione dei fondi versati da diversi stati all'UNRWA.


A sua volta l'Agenzia ONU per il soccorso e il collocamento dei profughi palestinesi, che in questo momento deve far fronte soprattutto alla denutrizione dilagante a Gaza, aveva accusato Israele di aver estorto con la tortura delle confessioni da dipendenti ristretti.
Molti dei paesi hanno già ripreso a fornire finanziamenti all'agenzia per i rifugiati palestinesi e, pochi giorni fa, un'indagine interna all'ONU ha confermato che Israele non ha mai fornito alcuna prova a sostegno delle sue accuse.


Il rapporto fornisce, inoltre, decine di indicazioni per migliorare l'applicazione del principio di neutralità e afferma che l'Agenzia <<non è sostituibile ed è indispensabile>>, mentre i governanti sionisti si sforzano di eliminarla insieme al cosiddetto "diritto al ritorno".


Infine, l'Agenzia è stata anche oggetto di diverse campagne di delegittimazione, inclusa un'operazione di propaganda digitale.



Un monumento con la chiave che simboleggia il diritto al ritorno dei palestinesi.
Un monumento con la chiave che simboleggia il diritto al ritorno dei palestinesi. Foto di Reina91 da Wikimedia rilasciata con licenza Creative Commons


LE ACCUSE FONDATE SOLO SULLA "VELINA-DOSSIER" ISRAELIANA

15.4.24

RITORNIAMO A ESSERE UMANI

IN RICORDO DI VITTORIO ARRIGONI

Ricordiamo Vittorio Arrigoni parlando dei punti mai chiariti riguardo alla sua barbara uccisione e riportando alcuni dei suoi articoli che siamo riusciti a scovare nei meandri del web tra cui, in particolare, un post pubblicato sul suo blog, "Guerrilla Radio", in cui immaginava uno stato unico come soluzione all'annosa questione palestinese. 

Su quel sito, attualmente offline ma di cui esistono ancora diverse tracce sul web, campeggiava questa descrizione: <<Guerriglia alla prigionia dell'Informazione. Contro la corruzione dell'industria mediatica, il bigottismo dei ceti medi, l'imperdonabile assopimento della coscienza civile. La brama di Verità prima di ogni anelito, l'abrasiva denuncia, verso la dissoluzione di ogni soluzione precostituita, L'infanticidio di ogni certezza indotta. La polvere nera della coercizione entro le narici di una crisi di rigetto. L'abbuffata di un pasto nudo, crudo amaro quanto basta per non poter esser digerito>>. Ogni articolo di "Vik" si concludeva con un motto celebre, che è anche un monito: <<Restiamo Umani>>.



Nel disegno: a sinistra Vittorio Arrigoni con kefiah e pipa. Stringe la manod  di un bambino, sulla destra, ritratto di spalle: è il personaggio "Handala" dell'artista Naji al-Ali.
Immagine di Latuff: il bambino ritratto di spalle e il personaggio "Handala" dell'artista Naji al-Ali. Immagine tratta da Wikimedia



LA PRESENZA PROTETTIVA CONTRO ABUSI DI COLONI E FORZE DI OCCUPAZIONE ISRAELIANE

Tredici anni fa veniva ritrovato il corpo strangolato di Vittorio Arrigoni, detto "Vik". Discendente di partigiani, giornalista e attivista pacifista dell'International Solidarity Movement, l'associazione in cui militava al momento della sua morte.

Si tratta di un gruppo di attiviste e attivisti che si oppone all’occupazione israeliana con la non violenza, seguendo la strategia della “presenza protettiva”: presenziano manifestazioni, sgomberi forzati, i momenti della raccolta delle olive "disturbati" dai coloni e la distruzione illegale di case e infrastrutture con mezzi pesanti per fare spazio a nuovi insediamenti israeliani, e oppongono resistenza passiva, interponendosi fisicamente tra gli obiettivi della repressione coloniale e chi la perpetra.

Sostanzialmente, in queste situazioni fungono da "scudi umani" per tentare di frenare l'espansione dell'occupazione, e documentano tutto con riprese e foto per fare da deterrente contro i soprusi delle milizie paramilitari dei coloni e dell’esercito israeliano. In un'intervista spiegava che lui, e tutt* le attivist* del Mondo, avevano l'obbligo morale di andare in quella terra per essere come degli <<scudi umani>>, schierati di fronte ai cecchini, fungendo da <<forza di interposizione, esattamente quello che dovrebbero fare le Nazioni Unite, in modo che il diritto internazionale venga rispettato>>.

Oltre all'attivismo in Palestina aveva sulle spalle altre esperienze di cooperazione umanitaria in America Latina, Africa ed est-Europa.



LE CIRCOSTANZE DELL'OMICIDIO MAI CHIARITE

Arrigoni fu ucciso, secondo la ricostruzione ufficiale, da una "cellula impazzita" che si opponeva ad Hamas, un gruppo salafita noto come la "Brigata dei Valorosi Compagni del Profeta Mohammed bin Moslima".

18.3.24

FALSE CONFESSIONI ESTORTE CON TORTURA

L'UNRWA ACCUSA ISRAELE. 

L'OCCIDENTE SI PREPARA A ESTRARRE GAS...


I servizi di sicurezza dello stato etno-teo-cratico israeliano avevano diffuso un documento che accusava l'UNRWA (United Nations Relief and Works Agency), Agenzia ONU che fornisce cibo e servizi basilari alla popolazione palestinese, di essere complice di Hamas e di altre milizie

Ciò aveva comportato la sospensione dei fondi che giungevano dalla comunità internazionale, aggravando ancora di più la catastrofe umanitaria in corso


Dieci giorni fa l'UNRWA ha diffuso un report di 11 pagine, attualmente non pubblico, in cui ci sarebbero evidenze di confessioni estorte dalle forze di offesa israeliane per fabbricare le accuse di collegamenti con Hamas

Alcuni paesi hanno ripreso a finanziare le attività dell'Agenzia, l'unica con una struttura in grado di fornire i beni necessari alle basilari funzioni vitali della popolazione.

Intanto la malnutrizione si aggiunge alle vittime dei bombardamenti e alle epidemie. Servirebbe fare entrare più aiuti con assoluta urgenza: la maniera più rapida ed efficace sarebbe far entrare i camion con i beni necessari. Invece vengono lanciati con i paracaduti dal cielo, trasportati via nave e sembra avviata la costruzione di un molo "ad hoc" e "temporaneo" degli USA che, secondo alcuni, potrebbe essere utilizzato in futuro per estrarre gas e altre risorse dal sottosuolo: in pratica si tratterebbe dell'ennesima azione predatoria-coloniale, mascherata da aiuto umanitario.


Bambini con in mano pentole vuote
Foto di Hosny Salah da Pixabay



IL "DOSSIER-VELINA" ISRAELIANO E IL REPORT DELL'UNRWA: LO STAFF DELL'UNRWA COMPLICE DI HAMAS O TORTURATO DALL'ESERCITO ISRAELIANO?!

A Febbraio avevamo parlato di un "dossier" diffuso a mezzo stampa dall'intelligence israeliana che accusava alcuni membri dell'UNRWA di complicità nell'eccidio del 7 Ottobre e di appartenere ai vari gruppi jihadisti. Il documento, in realtà una "velina" ripresa acriticamente da tantissimi giornali per screditare l'agenzia ONU, non conteneva nessuna prova di queste presunte complicità, che avrebbero riguardato comunque soltanto una decina di dipendenti su un totale di trentamila.

L’Agenzia ONU per il soccorso e il collocamento dei profughi palestinesi nel Vicino Oriente, fondata nel 1948, opera nei territori occupati della martoriata terra di Palestina, oltre che in Siria, Giordania e Libano. In questo momento ha il delicatissimo compito di fornire aiuti basilari a una popolazione ridotta alla fame e con un'assistenza medica insufficiente. Già da prima dell'eccidio di Hamas e della spropositata vendetta e punizione collettiva delle forze di offesa israeliane, forniva sevizi basilari a circa cinque milioni di rifugiati palestinesi: cibo, acqua potabile, servizi sociali, servizi sanitari, interventi di emergenza, supporto per trovare un’occupazione tramite formazione e programmi di micro-credito, costruzione e gestione di scuole, strutture sanitarie e campi profughi. Inoltre l'agenzia è anche custode della memoria dei palestinesi, conservando nei suoi archivi frammenti delle storie dei rifugiati. 

Le accuse contenute nel "dossier-velina" avevano comportato la sospensione dei fondi da circa venti paesi e organismi internazionali, principali finanziatori dell'agenzia. Questo ha causato l'aggravarsi di una situazione già ben oltre il sostenibile. 

17.1.24

IL “GIORNALICIDIO” IN PALESTINA

GENOCIDIO A MEZZO STAMPA E MANIPOLAZIONI MEDIATICHE

 

 

Foto di un giornalista palestinese: in mano ha una fotocamera con teleobiettivo. Indossa un casco con la scritta "tv" e giubbotto con la scritta "press". Sullo sfondo il deserto e alcuni ragazzi.


Mentre sono almeno più di 20mila le vittime, quasi tutte civili, della punizione collettiva dei gazawi e dei palestinesi in tutti i territori occupati, la guerra di sterminio attuata grazie al “pretesto” offerto dai nazionalisti islamici di Hamas (che potrebbe evolvere in una soluzione della questione palestinese, in una “soluzione finale” di Israele per completare la pulizia etnica dei palestinesi o in un conflitto sempre più esteso e diretto tra i vari “imperi" o aspiranti tali) è senza precedenti: oltre alla vastità dell’attacco dell’entità sionista e alla catastrofe umanitaria in corso, mai prima erano morti così tanti membri del personale delle Nazioni Unite (si contano almeno 148 vittime tra gli operatori ONU, quasi tutti tra le fila dell’UNRWA, l’Agenzia per i rifugiati palestinesi), delle persone che offrono assistenza sanitaria (quasi 340 tra medici e infermieri) e mai prima erano morti così tanti cronisti e operatori dell’informazione in così poco tempo (tra gli 80 e i 120), anche se lo stato teocratico israeliano non è nuovo all’eliminazione di “voci mediatiche”, come testimonia l’omicidio di Shireen Abu Akleh nel 2022.

 

L’etno-crazia cliente di NATO/USA in medio-oriente riscrive le leggi di guerra, incluse quelle che dovrebbero tutelare gli operatori dei media, violando in maniera palese e grossolana le principali regole del diritto internazionale, attuando una rozza propaganda pedissequamente replicata dalla maggioranza dei media mainstream occidentali. Per questo nell’articolo che segue ci focalizziamo su una serie di considerazioni meta-mediatiche di questi cento e passa giorni di massacri, e quindi sulla strategia e sulle tattiche propagandiste sioniste, sulla “scorta mediatica” che troppi organi di informazione stanno fornendo loro e ai paesi complici del “caso da manuale di genocidio”, come lo ha definito Craig Mokhiber prima di lasciare l’ufficio newyorkese dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani.

 


TATTICHE E STRATEGIA DELLA GUERRA MEDIATICA ISRAELIANA: L’AUTODIFESA INVOCATA A SPROPOSITO

Una delle principali tattiche della macchina da guerra mediale israeliana consiste nel minimizzare le perdite sul campo affermando al contempo di essere ancora in grado di difendere il “focolare coloniale ebraico” dopo aver miseramente fallito, prima militarmente e poi umanamente. Sono partiti con il de-umanizzare il popolo palestinese, identificando tout-court questo con Hamas, e dipingendo la principale fazione del variegato fronte della resistenza come affine ai tagliagole dell’ISIS (mentre Netanyahu e i fascio-sionisti sostenevano occultamente Hamas, anche in funzione anti-ISIS, oltre a fungere da "nemico di comodo"), enfatizzando gli aspetti dell’eccidio commesso da una singola componente della legittima resistenza in armi di un popolo occupato, raccontando una storia che inizia e finisce nel 7 Ottobre del 2023, nascondendo decenni di occupazione illegale e il “peccato originale-colonialista” che ha portato alla nascita dello stato sionista (definizione più corretta di “stato ebraico”, come sostengono pure molti rabbini) e anche manipolando quello che è effettivamente accaduto a cominciare da quel tragico giorno (ricordate la fake-news dei bambini decapitati?!). Tragico e orrendo per le vittime civili di ambo le parti, anche se quelle di una parte sono molte di più e dovevano essere evitate.

24.12.23

QUANDO CHIEDONO: “CONDANNATE HAMAS?”...

MA NON CHIEDONO MAI: "CONDANNATE ISRAELE?"


Nel riquadro a destra quattro sagome disegnate di soggetti palestinesi con dei simboli della resistenza, tra cui la kefiah, un ramo di ulivo e la chiave che simbolizza il diritto al ritorno. Nel riquadro a sinistre diverse bombe con il simbolo di Israele e una più grande con scritto "made in Usa"
Immagine di "argumento" dal sito "Openclipart".


 

LE DIVERSE ANIME DELLA RESISTENZA PALESTINESE, IL SUPPORTO OCCULTO DI NETANYAHU AD HAMAS, LE LORO STRATEGIE E I “PROXY” DELLA GUERRA INTER-IMPERIALISTA

 

Mentre va avanti una strage di civili e una catastrofe umanitaria senza precedenti nella storia di questo secolo, mentre si stanno “riscrivendo” le leggi di guerra in favore dell'impunità totale del cliente mediorientale della NATO, riportandoci indietro di secoli dal punto di vista del diritto internazionale umanitario con il bombardamento indiscriminato di obiettivi civili, ospedali inclusi, gran parte dell’attenzione della pubblica opinione è ancora concentrata su quanto avvenuto il 7 Ottobre, come se non ci fosse un prima e un dopo di quella cruciale e sanguinosa data. Hamas è sicuramente la forza attualmente egemone nel variegato fronte della resistenza palestinese, ma non è l’unica... Ed eterogenee sono anche le opinioni sulle strategie politiche e militari finalizzate all’autodeterminazione del popolo palestinese.

Il dibattito mediale mainstream si focalizza e si polarizza intorno a tre soggetti principali, e cioè i fanatici estremisti sionisti al governo in Israele, i nazionalisti islamici di Hamas e la decadente Autorità Nazionale Palestinese guidata da Fatah.

Entrambe le organizzazioni palestinesi che governano Gaza e Cisgiordania non sono solo in conflitto tra loro, come è stato ripetuto più e più volte in questi giorni, ma sono anche note (evidentemente non ai più) per aver commesso negli anni svariati abusi al fine di mantenere il potere nelle rispettive aree di influenza: dalla repressione di manifestazioni pacifiche alle esecuzioni sommarie, passando per la condiscendenza verso le manifestazioni di intolleranza alla comunità LGBTQ+, gli arresti arbitrari e la tortura (come testimoniano anche diverse organizzazioni indipendenti come Amnesty e Human Rights Watch). 

Nei dibattiti politici più di nicchia, specialmente quelli dell’area militante e attivista “verso sinistra”, alcuni mettono frettolosamente la bandiera dell’anti-imperialismo israelo-americano nelle mani del movimento nazionalista islamico, dimenticando che esistono anche altre organizzazioni e personalità che forse meriterebbero più attenzione e, auspicabilmente, supporto. Nonostante tutto ciò e le divisioni ideologiche-politiche il fronte della resistenza è molto più unito di quello che si è portati a pensare, e uno dei veri obiettivi di Israele è proprio quello di spezzarlo.

Esiste dunque una certa omologazione nelle discussioni mainstream, tutte focalizzate sul settimo giorno di Ottobre e sul millantato diritto all’autodifesa israeliano da un territorio che esso stesso occupa illegalmente alternando ferocia e subdoleria. La risposta istintiva di chi conosce anche minimamente le storiche nefandezze di chi guida l’entità statale sionista e di chi  avversa il “pensiero unico” dominante si traduce in una “contro-radicalizzazione automatica”, andando a determinare una sorta di “pensiero unico antagonista”, parimenti omologato, che a volte non ammette voci dissonanti sugli aspetti etici di quell’attacco, esponendosi così agli attacchi dialettici di chi chiede ossessivamente di condannare Hamas per il 7 Ottobre senza mai chiedere di condannare Israele per 75 anni di oppressione coloniale... 

Ma, ancora più importante anche se si pensa che un retto fine giustifichi sempre i mezzi, forse ci si interroga troppo poco sull’efficacia della strategia di Hamas e sull’appoggio che riceve dallo stesso popolo palestinese, un appoggio che sembra però solo parziale e limitato a certi aspetti, come sembrano rilevare e rivelare alcuni sondaggi, di cui si dà nota nelle prossime righe.

Chi prova a farsi qualche domanda in più sulle ragioni e sull’utilità tattica e strategica della fulminea offensiva dei nazionalisti islamici, o anche solo chi non si schiera “senza se e senza ma” con il Movimento di Resistenza Islamico piuttosto che con la resistenza palestinese in generale -anche armata ovviamente, date le condizioni critiche cui è sottoposta da decenni- nella migliore delle ipotesi viene tacciato di ingenuità, volendo complicare troppo le cose (ma forse ingenuo è chi le semplifica troppo). Stessa o simile sorte tocca ovviamente a chi non si schiera incondizionatamente con i fanatici messianici israeliani, cosa che accade anche a chi non è “tifoso” sfegatato dell'alfiere degli interessi della NATO  che guida l’Ucraina: in questo caso sei un “complessista”, accusa rivolta pure al Segretario Generale ONU Guterres  quando si è “permesso” di dire che l’attacco di Hamas nasce da decenni di <<soffocante occupazione>> e che quell’atto <<non giustifica la punizione collettiva>> inflitta ai palestinesi. E allora facciamo i complessisti... 

E diciamo sin da subito che chi scrive non ha la pretesa di dispensare verità, e per questo vi incoraggiamo sin da adesso a contribuire a un dibattito serio qui sotto nei commenti, via mail, di persona o sulle varie piattaforme social: ai contributi e agli argomenti, soprattutto quelli critici delle opinioni qui espresse , sarà dato lo stesso rilievo dei vari post.  Siamo disponibili (per formazione e per linea editoriale) a metterci in discussione, a ospitare critiche dure, delle estrazioni più varie, ma senza insulti o illazioni non argomentate per favore...

 

25.11.23

ANTI-SIONISMO NON È ANTI-SEMITISMO

ISRAELIANI, EBREI ED EX SIONISTI CONTRO SIONISMO E COLONIZZAZIONE PER UNA PALESTINA LIBERA 

Abbiamo cominciato a lavorare a questo lungo articolo (che si è trasformato in un saggio informale da leggere con calma) prima dell’attacco partito dalla Striscia di Gaza, nel cinquantesimo anniversario della guerra dello Yom Kippur...

Le accuse a chi critica lo stato di Israele e a chi prova a metterne in dubbio le sue caratteristiche democratiche vanno avanti da decenni, insieme alle politiche colonialiste dello stato ebraico che non rispettano il diritto internazionale. La principale accusa strumentale mossa a chiunque osi mettere in discussione la legittimità delle politiche e dei confini attuali dello stato di Israele, e che si sta rafforzando dopo l’attacco sferrato da Hamas, è quella di essere anti-semita e di aver dimenticato gli orrori dell’Olocausto.


In foto le parole "antisemitismo", "ebraismo" e "giudaismo" nella colonna sinistra insieme a una stella di David. In mezzo più volte è ripetuto il simbolo matematico "≠", "diverso da" e nella colonna destra le parole "antisionismo", "sionismo" e "Israele", insieme alla bandiera di Israele. Si vede anche una bandiera della pace insieme a una della Palestina e un cartello a una manifestazione con la scritta "un olocausto (1933-45) non ne giustifica un altro (1948-oggi)", oltre a una mappa di Israele e Palestina disegnata come un enorme labirinto


Il nocciolo del problema dunque risiede nell’identificare tout-court l’entità statale sionista-teocratica con l’ebraismo, e di conseguenza l’anti-sionismo con l’anti-semitismo, non considerando l’eterogeneità della cultura ebraica e stereotipizzandola. Nell’articolo si incroceranno anche varie tematiche ricorrenti nella storia e nella questione palestinese, come il concetto di “Nakba”, i pareri sulla cosiddetta “soluzione dei due stati” (principale alternativa a quella dello “stato binazionale”), o il supporto ai fondamentalisti messianici sionisti da parti della potente lobby cristiana-protestante nord-americana.

Partiamo chiarendo da subito la posizione di chi scrive in merito ai circa 50 giorni di “punizione collettiva” dei gazawi (crediamo sia sempre utile esprimerla e separarla dai fatti, e se avete il piacere di esprimerne di diverse tra queste righe, o di segnalarci altri articoli e contenuti, non avete che da contattarci via mail o qui sotto nei commenti, e sarà nostro dovere riportarle e un piacere confrontarci) espressa in estrema sintesi: l’ “ultimissima” parte del conflitto all’interno dei territori palestinesi illegalmente occupati vede come principali protagonisti due “destre”, due estremismi e due fondamentalismi religiosi sostenuti da altre avverse potenze (USA e Iran in primis): da una parte quello fanatico-sionista di Israele e dall’altra quello del nazionalismo-islamico di Hamas. La differenza dello stato etno-centrico ebraico, oltre alla sproporzione di forza, risiede nell’avere un’entità statale (quella sionista-occupante e presunta sola “democrazia-liberale-liberista” del Medio Oriente) che occupa e colonizza illegalmente dei territori con un esercito “regolare”(oltre alle milizie paramilitari dei cosiddetti coloni). Per questo, a maggior ragione, dovrebbe rispettare il diritto internazionale, ma ciò non avviene da vari decenni e anzi: dopo aver favorito Hamas per mettere una pietra tombale su qualunque prospettiva di uno stato palestinese (non avendo nessuno con cui “trattare” ufficialmente) sta cogliendo l’occasione per attuare una nuova “Nakba”, la “Catastrofe” del ‘48, l’inizio della contemporanea politica dagli intenti genocidi nei confronti dei palestinesi.
Inoltre, chiedere ancora di “condannare Hamas” dopo migliaia di morti causati dalla “punizione di massa” in poco più di un mese attuata da Israele, risulta non solo squisitamente fazioso ma anche ridicolo: prima di chiedere “condannate Hamas” bisognerebbe iniziare col condannare Israele , col riconoscere la sproporzione dei danni causati dallo stato etno-cratico e teo-cratico in questi ultimi giorni, non considerando quelli arrecati ai palestinesi (non solo arabi ma anche gli stessi ebrei) a partire da prima della sua fondazione e dal “peccato originale” di matrice europea e colonialista che ne connota la sua stessa nascita.
Questo “saggio-articolo” nasce con l’intento principale di smontare le accuse di anti-semitismo mosse a chiunque critichi Israele, perfino agli stessi israeliani ed ebrei: “disinnescare” questo genere di critiche è diventato più arduo dopo le azioni dei fondamentalisti islamici, e in particolare quelle dirette a obiettivi non militari, che sono ovviamente da condannare in quanto crimini di guerra... Il problema però è che i crimini di guerra commessi negli ultimi decenni da Israele, e in particolare dagli estremisti sionisti-colonialisti, vengono ignorati dalla stampa mainstream, impegnata come al solito ad alimentare la narrazione fantoccio dei “buoni occidentali democratici giudaico-cristiani” contro i “cattivi terroristi”, quasi sempre musulmani, oltre a tralasciare le cause materiali e “materialiste” alla base delle guerre.
Quasi nessuno si indigna quando, quotidianamente, l’esercito israeliano (così come altri apparati militari del mondo “civilizzato”) insieme ai coloni (di fatto delle milizie paramilitari supportate dalle forze di difesa israeliane “ufficiali”) commettono indicibili abusi, perfino con l’avallo di leggi palesemente illegali e incivili (si pensi alle varie torture commesse in regime di detenzione amministrative agli “ostaggi” palestinesi israeliani da anni, ai permessi per costruire insediamenti garantiti solo ai coloni, agli spossessamenti forzati di terre, colture, costruzioni, risorse idriche  e così via), sistematicamente ignorati dalla quasi totalità di politici e degli apparati mediatici.
Quasi nessuno prova a spiegare come vivono effettivamente i palestinesi, come viene irrimediabilmente limitata la loro libertà di movimento, di proprietà, di accesso a strutture sanitarie e scuole, di come vengono rinchiusi (non solo con gli arresti arbitrari) e uccisi, di come delle famiglie vengono separate da recinzioni automatizzate con meccanismi di riconoscimento facciale, di persone che non possono tornare “a casa” pur avendone il pieno diritto, di persone nate e cresciute in campi profughi che non riescono nemmeno a concepire cosa significhi viveri al di fuori di esso, del senso di claustrofobia, letterale e metaforico, che non può far altro che alimentare i fondamentalismi e la lotta armata (conflitto armato che, tra l’altro, è legittimo di fronte a un occupazione illegale anche secondo il diritto internazionale, anche se il diritto alla difesa non dovrebbe mai coinvolgere civili se non come funesti “danni collaterali”, e nonostante questa constatazione sia dolorosa per qualunque vita spezzata, al di là del fatto che indossi una divisa o meno)... Anzi, se qualcuno prova a fare delle critiche a Israele, anche “minime”, viene perfino tacciato di essere anti-semita e complice dei “terroristi”, il che è linguisticamente paradossale: sono gli israeliani guerra-fondai, nazionalisti e colonialisti, a essere anti-semiti perché anche i palestinesi fanno parte delle popolazioni semitiche, anche se il termine anti-semitismo viene usato in chiave anti-ebraica per la prima volta nella Germania di metà ‘800.
 
Contrariamente a quanto si potrebbe essere portati a pensare, sin dagli albori dell’ideale coloniale sionista sul finire dell’800 (supportato in ambito protestante per ragioni teologiche che analizzeremo nei paragrafi conclusivi di questo saggio informale), che mirava a fondare uno stato per gli Ebrei in diversi continenti (e prima che la scelta cadesse in area ottomana), l’anti-sionismo ha sempre avuto dei sostenitori in ambito ebraico, denotando la posizione degli ebrei che vedevano nel sionismo un tradimento dei valori e della cultura ebraica, che non dovevano e non potevano esprimersi nella creazione di una nazione degli ebrei per ragioni politiche (come la contrarietà alla colonizzazione, ai nazionalismi, all’oppressione di altri popoli o il senso di appartenenza alle nazioni in cui già si viveva) e religiose-identitarie (l’ebraismo inteso come una religione, come una cultura, non quindi in senso politico-nazionalista, oltre al rifiuto di “fondare” una nazione ebraica prima dell’arrivo del messia per gli ortodossi). Attualmente però parlare di anti-sionismo sta pericolosamente diventando un tabù, delegittimando e stigmatizzando ogni opposizione al progetto colonialista di Israele, portando a compimento la ridicola identificazione tra sionismo ed ebraismo prevista e scientemente portata avanti per decenni da politicanti come Abba Eban.
E mentre la maggioranza dei principali media mainstream si scaglia contro i presunti -e talvolta purtroppo veri- antisemiti, all’opposto si fa sempre più largo anche l’islamofobia, un sentimento di cui avere paura e da contrastare tanto quanto l’anti-semitismo, insieme al linguaggio genocida che disumanizza la popolazione palestinese.
 
Per decostruire in maniera molto approfondita e collegata con l’attualità questo genere di accuse usiamo le parole di alcuni ebrei e/o israeliani di origini e formazione molto eterogenee.

Iniziamo da tre stralci di interventi, diffusi tramite dei brevi video, che meriterebbero di diventare virali, di salire alla ribalta delle cronache, di risalire i risultati nei “feed” dei vari social network che invece tendono a identificare come “contenuti sospetti” qualunque critica a Israele penalizzandola o bannandola (e che per questo vi invitiamo a ri-postarli e a schiacciare su “mi piace”, anche se non ci piace vedere immagini, o sentire parole molto forti che però non possiamo ignorare). 
Questi primi tre estratti di interventi hanno il merito di sintetizzare efficacemente e in pochissime battute le ingiustizie e le inconsistenze dell’ideale fanatico-sionista, e i danni che esso crea alle diverse comunità nelle terre di Palestina e nel Mondo intero, a cominciare da quelle arabe ed ebraiche: ci riferiamo al rabbino americano “ultra-ortodosso” e anti-sionista Yisroel Dovid Weiss, all’avvocata israelo-americana specializzata in diritti umani Sari Bashi di “Human Rights Watch” e “Gisha, e a Ruth Ben-Artzi, professoressa di scienze politiche negli USA e nipote di Sara e Benjamin Netanyahu, rispettivamente la “first lady” e il presidente di Israele da cui ha preso le distanze parlando di una deriva “fascista” dello stato di Israele.
Passiamo poi alle parole del medico e oratore Gabor Maté, classe 1944, dopo essere sopravvissuto all’Olocausto era diventato, da giovane, un sostenitore dell’ideale sionista di una “terra promessa”, mosso da una naturale ricerca di protezione per il suo popolo, prima di rendersi conto delle atrocità che venivano commesse nei territori occupati dopo averli visitati.
 
Ci spostiamo dal nord-america in Italia, rivolgendo occhi e orecchie alle tanto lucide quanto sdegnose dichiarazioni di Moni Ovadia, che da sempre si è schierato contro l’oppressione del popolo palestinese, e che al contempo ha posto al centro della sua produzione artistica e saggistica il <<vagabondaggio culturale e reale>> di quello ebraico, <<una cultura che le ideologie totalitarie del ‘900 avrebbero voluto cancellare>>: nato in Bulgaria da una famiglia ebraico-sefardita e trasferitosi da piccolo a Milano, dopo una laurea in scienze politiche ha avviato progetti artistici e di ricerca nel campo della musica etnica e popolare. È uno degli artisti e intellettuali italiani che più si prodiga nel denunciare senza remore, con una franchezza cristallina e tagliente gli abusi nei territori palestinesi occupati portati avanti dai gruppi di potere “giudaico-cristiani”.
 
Nella conclusione di questo “saggio informale” andiamo metaforicamente in Israele, riportando brevemente le parole apparse sui canali social di Josh Drill, ex soldato israeliano della ONG “Breakin the silence”, organizzazione di veterani con lo scopo di <<aumentare la consapevolezza sulle tragiche conseguenze di un’occupazione militare prolungata>>.
 
Infine il punto di vista più radicale è probabilmente quello espresso dall’attivista libertario israeliano Jonathan Pollak, noto principalmente come co-fondatore dell’organizzazione “Anarchici contro il muro”, anche se non gli piace essere identificato come tale nello specifico. In alcune interviste oltre a contestualizzare il ricorso alla lotta armata, strategia utilizzata anche da Mandela nella battaglia contro l’apartheid sud-africano, ha messo in evidenza l’ipocrisia dell’ “apartheid-giudiziario” israeliano: arrestato dopo una protesta contro i coloni a Beita, avrebbe potuto essere processato da un tribunale civile in quanto cittadino israeliano, ma ha invece scelto un tribunale militare, rischiando una pena più alta come avviene per chi non ha un passaporto israeliano.
 
Nel testo che segue troverete principalmente video (con appositi link qualora non riusciste a visualizzarli “incorporati” nel post), frammenti di articoli e trascrizioni (con annesse traduzioni dall’inglese) di alcune delle dichiarazioni da loro rilasciate, quelle che riteniamo più significative per testimoniare che non tutti gli ebrei e gli israeliani sono in favore dell’apartheid e dei crimini di guerra in Palestina, anche se questi provengono da percorsi politici, di vita e contesti molto diversi tra loro... E non ci sono solo singoli ebrei e/o israeliani come quelli qui citati, ma anche gruppi e associazioni che da tempo, e in questi ultimi giorni, protestano in favore dei palestinesi, come “Jewish Voice For Peace”, “Rabbis For Human Rights” e “Laboratorio Ebraico Antirazzista”, solo per citarne alcuni.
 
Infine non dobbiamo dimenticare anche alcune delle vittime israeliane dell’attacco di Hamas che continuano a chiedere l’imminente fine dell’offensiva criminale e dell’occupazione illegale israeliana, come Noy Katsman, fratello di Hayim che in vita, dopo essere stato un militare, aveva cominciato a difendere i diritti dei palestinesi. Al suo funerale ha detto: <<non usate le nostre morti e le nostre sofferenze per arrecarne ulteriori ad altre persone e famiglie>>; analogamente Yonatan Zeigen, figlio di Vivian Silver, fondatrice di “Women Wage Peace” e morta durante l’attacco di Hamas, invita il governo israeliano a fare tutto il contrario della guerra, e quindi ad avviare negoziazioni, usando lo slogan che l’anziana avrebbe fatto proprio, e cioè “non nel nostro nome”. Ricordiamo inoltre che perfino l’ex vertice del Mossad Tamir Pardo (e non solo diverse organizzazioni umanitarie e membri dell’ONU come avevamo già detto tra queste pagine virtuali) ha definito, un mese prima del 7 Ottobre, il sistema di segregazione attuato da Israele come un regime di apartheid.



CONTRO L’ETNO-TEOCRAZIA ISRAELIANA O CONTRO GLI EBREI?!


Immagine del rabbino con un cartello recitante la scritta: "I rabbini autentici si sono sempre opposti al sionismo e allo stato di Israele". Nel testo alcune delle parole riportate nell'articolo espresse da lui
Foto a sinistra di "Carolmooredc" rilasciata con licenza creative commons: sul cartello del rabbino si legge: "<I rabbini autentici si sono sempre opposti al sionismo e allo stato di Israele>"