24.12.23

QUANDO CHIEDONO: “CONDANNATE HAMAS?”...

MA NON CHIEDONO MAI: "CONDANNATE ISRAELE?"


Nel riquadro a destra quattro sagome disegnate di soggetti palestinesi con dei simboli della resistenza, tra cui la kefiah, un ramo di ulivo e la chiave che simbolizza il diritto al ritorno. Nel riquadro a sinistre diverse bombe con il simbolo di Israele e una più grande con scritto "made in Usa"
Immagine di "argumento" dal sito "Openclipart".


 

LE DIVERSE ANIME DELLA RESISTENZA PALESTINESE, IL SUPPORTO OCCULTO DI NETANYAHU AD HAMAS, LE LORO STRATEGIE E I “PROXY” DELLA GUERRA INTER-IMPERIALISTA

 

Mentre va avanti una strage di civili e una catastrofe umanitaria senza precedenti nella storia di questo secolo, mentre si stanno “riscrivendo” le leggi di guerra in favore dell'impunità totale del cliente mediorientale della NATO, riportandoci indietro di secoli dal punto di vista del diritto internazionale umanitario con il bombardamento indiscriminato di obiettivi civili, ospedali inclusi, gran parte dell’attenzione della pubblica opinione è ancora concentrata su quanto avvenuto il 7 Ottobre, come se non ci fosse un prima e un dopo di quella cruciale e sanguinosa data. Hamas è sicuramente la forza attualmente egemone nel variegato fronte della resistenza palestinese, ma non è l’unica... Ed eterogenee sono anche le opinioni sulle strategie politiche e militari finalizzate all’autodeterminazione del popolo palestinese.

Il dibattito mediale mainstream si focalizza e si polarizza intorno a tre soggetti principali, e cioè i fanatici estremisti sionisti al governo in Israele, i nazionalisti islamici di Hamas e la decadente Autorità Nazionale Palestinese guidata da Fatah.

Entrambe le organizzazioni palestinesi che governano Gaza e Cisgiordania non sono solo in conflitto tra loro, come è stato ripetuto più e più volte in questi giorni, ma sono anche note (evidentemente non ai più) per aver commesso negli anni svariati abusi al fine di mantenere il potere nelle rispettive aree di influenza: dalla repressione di manifestazioni pacifiche alle esecuzioni sommarie, passando per la condiscendenza verso le manifestazioni di intolleranza alla comunità LGBTQ+, gli arresti arbitrari e la tortura (come testimoniano anche diverse organizzazioni indipendenti come Amnesty e Human Rights Watch). 

Nei dibattiti politici più di nicchia, specialmente quelli dell’area militante e attivista “verso sinistra”, alcuni mettono frettolosamente la bandiera dell’anti-imperialismo israelo-americano nelle mani del movimento nazionalista islamico, dimenticando che esistono anche altre organizzazioni e personalità che forse meriterebbero più attenzione e, auspicabilmente, supporto. Nonostante tutto ciò e le divisioni ideologiche-politiche il fronte della resistenza è molto più unito di quello che si è portati a pensare, e uno dei veri obiettivi di Israele è proprio quello di spezzarlo.

Esiste dunque una certa omologazione nelle discussioni mainstream, tutte focalizzate sul settimo giorno di Ottobre e sul millantato diritto all’autodifesa israeliano da un territorio che esso stesso occupa illegalmente alternando ferocia e subdoleria. La risposta istintiva di chi conosce anche minimamente le storiche nefandezze di chi guida l’entità statale sionista e di chi  avversa il “pensiero unico” dominante si traduce in una “contro-radicalizzazione automatica”, andando a determinare una sorta di “pensiero unico antagonista”, parimenti omologato, che a volte non ammette voci dissonanti sugli aspetti etici di quell’attacco, esponendosi così agli attacchi dialettici di chi chiede ossessivamente di condannare Hamas per il 7 Ottobre senza mai chiedere di condannare Israele per 75 anni di oppressione coloniale... 

Ma, ancora più importante anche se si pensa che un retto fine giustifichi sempre i mezzi, forse ci si interroga troppo poco sull’efficacia della strategia di Hamas e sull’appoggio che riceve dallo stesso popolo palestinese, un appoggio che sembra però solo parziale e limitato a certi aspetti, come sembrano rilevare e rivelare alcuni sondaggi, di cui si dà nota nelle prossime righe.

Chi prova a farsi qualche domanda in più sulle ragioni e sull’utilità tattica e strategica della fulminea offensiva dei nazionalisti islamici, o anche solo chi non si schiera “senza se e senza ma” con il Movimento di Resistenza Islamico piuttosto che con la resistenza palestinese in generale -anche armata ovviamente, date le condizioni critiche cui è sottoposta da decenni- nella migliore delle ipotesi viene tacciato di ingenuità, volendo complicare troppo le cose (ma forse ingenuo è chi le semplifica troppo). Stessa o simile sorte tocca ovviamente a chi non si schiera incondizionatamente con i fanatici messianici israeliani, cosa che accade anche a chi non è “tifoso” sfegatato dell'alfiere degli interessi della NATO  che guida l’Ucraina: in questo caso sei un “complessista”, accusa rivolta pure al Segretario Generale ONU Guterres  quando si è “permesso” di dire che l’attacco di Hamas nasce da decenni di <<soffocante occupazione>> e che quell’atto <<non giustifica la punizione collettiva>> inflitta ai palestinesi. E allora facciamo i complessisti... 

E diciamo sin da subito che chi scrive non ha la pretesa di dispensare verità, e per questo vi incoraggiamo sin da adesso a contribuire a un dibattito serio qui sotto nei commenti, via mail, di persona o sulle varie piattaforme social: ai contributi e agli argomenti, soprattutto quelli critici delle opinioni qui espresse , sarà dato lo stesso rilievo dei vari post.  Siamo disponibili (per formazione e per linea editoriale) a metterci in discussione, a ospitare critiche dure, delle estrazioni più varie, ma senza insulti o illazioni non argomentate per favore...

 


LA RESISTENZA PALESTINESE E IL CONSENSO "CONDIZIONATO" VERSO I NAZIONALISTI ISLAMICI

Nel conflitto tra Israele e le forze armate all’interno dei territori occupati c’è un’evidente sproporzione di forze militari in campo, oltre alla sproporzione di danni inflitti in 75 anni di storia dello stato teocratico sionista (e non lo dice solo chi scrive questo post, che per questo verrebbe accusato di essere un anti-semita, ma lo dice anche un sopravvissuto all’Olocausto, come si è già detto tra queste righe).

C’è anche una sproporzione nella narrazione dell’ultimissima parte del conflitto (tra una forza occupante e altre occupate) che ha come protagonisti due nazionalismi religiosi, e quindi c’è un divario mass-mediatico: la storia non è iniziata e non è nemmeno finita il 7 Ottobre, e mentre si chiede ossessivamente di condannare i miliziani del “Movimento Islamico di Resistenza” per le modalità dell’attacco, nessuno chiede di condannare i fanatici sionisti-messianici per la punizione collettiva e il massacro che va avanti da più di due mesi, una strage senza precedenti nella storia recente... Senza considerare quanto successo negli scorsi decenni, secondo diversi studi e fonti la percentuale di civili trucidati (per ora impunemente) si aggirerebbe tra il 60% e il 90%.

Certamente Hamas è il movimento della resistenza che ha più potere in termini militari e a livello di notorietà, se non anche di sostegno popolare da parte della maggioranza dei palestinesi: questo però non vuol dire che la resistenza in armi del popolo palestinese è “solo” Hamas, tutt’altro...

All’interno del dibattito sulla resistenza palestinese ci sono almeno due filoni principali: quelli che spingono per l’unità tattica di tutte le organizzazioni, da quelle islamiche a quelle marxiste, nell’insorgere contro il nemico per poi decidere in un secondo momento  il destino e le modalità dell’autodeterminazione del proprio popolo, e rimandando così il dibattito sulle modalità della formazione di uno stato palestinese e sulla sua guida a occupazione finita. 

C’è anche chi invece da subito critica la strategia della principale fazione in quanto a unità e capacità militari e che attualmente guida la resistenza palestinese, e cioè Hamas: questa seconda “voce” sembra essere minoritaria perché gran parte del Mondo aveva colpevolmente dimenticato la questione palestinese, lasciando quel popolo in un’agonia continua e così facendo spingendo gran parte dei palestinesi nelle braccia politiche e assistenziali di Hamas. Ciò ovviamente non deve portarci a identificare tutti i palestinesi o i gazawi con Hamas, oppure quest’ultima organizzazione con i tagliagole dell’ISIS, altre trappole massmediali funzionali a non capire che l’aggressore si chiama Israele, e che il diritto a difendersi da un occupante è quello dei palestinesi (diritto che ovviamente ha dei limiti anche in uno scenario di guerra, quegli stessi limiti che però l’unica fantomatica democrazia del medio oriente sembra non conoscere).

Quando però “da sinistra” si tende a legittimare qualunque azione dei nazionalistici islamici, e non la resistenza armata contro l’occupante in generale, si commette lo stesso errore di equiparazione dei gazawi con chi li governa ma da un’altra prospettiva: in altre parole quando non si prendono esplicitamente le distanze dalle modalità dell’attacco del 7 Ottobre, e quando non si specifica che non tutti i mezzi giustificano i fini, si finisce per identificare Hamas come l’unico e legittimo rappresentante dell’intero fronte della resistenza, e quindi con tutto il popolo palestinese... Non è che tutti i palestinesi, nonostante dolore e rabbia per i soprusi che subiscono, sono d’accordo con attacchi deliberati contro i civili del paese occupante, alcuni dei quali “combattevano” proprio per e insieme a loro, tra l’altro.

Molti gazawi e abitanti della Cisgiordania si ribellano da tempo contro Hamas e ANP, che per mantenere il potere hanno fatto ricorso alla repressione, come dicevamo nell’introduzione di questo post. 

Secondo un sondaggio del Centro Palestinese  per la Politica e la Ricerca sui sondaggi (PSR), condotto tra il 22 Novembre e il 2 Dicembre, il sostegno di Hamas è molto cresciuto e la maggioranza dei palestinesi intervistati è d’accordo con la scelta di portare avanti un’offensiva militare.

Un altro dato che emerge è quello che la maggioranza degli intervistati non ha visto le immagini dell’attacco, che invece hanno trovato uno spazio più che ampio sulle nostre tv e i social, soprattutto rispetto a quelle dei quasi tre mesi di guerra dentro la striscia. In questo momento Gaza ha pochissima corrente elettrica per far funzionare cellulari e tv (elettricità che era già ristretta da prima), e presumibilmente anche questo incide sulla percezione di quanto commesso dal Movimento Islamico di Resistenza: nel comunicato dell’ente di ricerca, registrato come istituzione no-profit presso il ministero di giustizia palestinese, si spiega che la maggioranza degli intervistati (un campione di più di 1700 persone) non ha visto i video dell’attacco sui social o su altri media, e che il 90% non crede che i combattenti di Hamas abbiano commesso <<le atrocità contenute in quei video>>. Insomma, il supporto ad Hamas non corrisponde <<a un supporto per tutti gli atti che potrebbero essere stati commessi da Hamas il 7 Ottobre>>, tanto è vero che <<quando gli è stato chiesto cosa è permesso o meno in guerra secondo il diritto internazionale umanitario, i risultati indicano che la maggior parte considera gli attacchi contro i civili o le uccisioni nelle loro case come non corretto. La maggioranza (eccetto a Gaza) ritiene pure che prendere i civili come ostaggi o prigionieri di guerra non è accettabile>>. 

In parole povere secondo il sondaggio la maggior parte dei palestinesi ripone le proprie speranze nella lotta armata, il sostegno di Hamas è cresciuto, ma la gran parte non sarebbe d’accordo con le modalità dell’attacco.

Nello stesso sondaggio si spiega che Hamas è il partito più forte, avendo raddoppiato il proprio consenso rispetto a Fatah: tre mesi fa i due partiti godevano rispettivamente del 22% e del 26% del consenso, mentre oggi sono al 43% e al 12% (mentre il 12% supporta altri partiti e il 28% non sa o si astiene).

Tuttavia però il leader preferito è quello che molti definiscono “il Mandela Palestinese”, Marwan Barghouti, ex segretario di Fatah in carcere dal 2002. Mentre Israele lo accusa per degli attenti risalenti al periodo della seconda Intifada (nei primi anni 2000) lui si è sempre proclamato innocente e ha chiesto l’integrazione di Hamas nell’OLP. Per molti palestinesi viene visto come estraneo alle logiche di corruzione e collaborazione con Israele intraprese da Abu Mazen: è quindi una figura “intermedia” che potrebbe galvanizzare il consenso nei territori occupati, e secondo il sondaggio in un’elezione presidenziale riceverebbe il 47% dei voti, mentre il 43% andrebbero al capo dell'ufficio politico di Hamas, Ismail Haniyeh, e Abu Mazen totalizzerebbe un magro 7%. In un altro sondaggio di Settembre, condotto da “The Arab Barometer” (un progetto dell’Università del Michigan) in un’ipotetica elezione Barghouti avrebbe preso il 32% dei voti, mentre Haniyeh il 24% e Mahmoud Abbas solo il 12%. Stando a queste previsioni Hamas e il suo leader principale hanno decisamente guadagnato consenso, ma non sono le uniche forze in campo

Il sentimento “condizionato” pro-Hamas lo ritroviamo anche nelle parole di Taysser Nasrallah, dirigente di Fatah: in un’intervista a “La Repubblica” del 6 Novembre a Francesca Borri (titolo: "Il dirigente di Fatah: Ora tutti riscoprono il ruolo dell’Anp ma nel futuro di Gaza c’è anche Hamas") ha dichiarato di restare con <<Fatah, ma sono con Hamas. Come tutti. Non con Hamas in sé, ma con Hamas come sinonimo di azione, di iniziativa. Di resistenza. Eravamo dimenticati. Hamas ha cambiato tutto. E quindi ora è giusto che sia Hamas ad avere la guida, a decidere>> di riconoscere i confini del ‘67, opinione accettabile dalla fazione che segue Haniyeh, una delle tante <<anime>> di Hamas.

Ma non tutti sono d’accordo, nonostante la partecipazione alle azioni militari ancora in corso di diversi movimenti palestinesi...

 


L'UNITÀ DELLE ORGANIZZAZIONI PALESTINESI DELLA RESISTENZA E LE VOCI DISSIDENTI SUL 7 OTTOBRE

Senza considerare l’appoggio militare e ideologico di organizzazioni al di fuori dei confini palestinesi, come gli Houthi in Yemen, l’IRI iraqueno, i combattenti dei campi di profughi siriani e ovviamente Hezbollah in Libano, a partire dalle prime ore dopo l’attacco diversi movimenti palestinesi (una decina circa) si sono stretti intorno al Movimento Islamico sperando in un riscatto della resistenza.

Il principale è probabilmente quello della Jihad Islamica Palestinese (JIP), altro gruppo filo-iraniano radicato in Siria che ha coadiuvato Hamas perlomeno nella “gestione” di alcuni dei prigionieri, e che insieme agli alleati libanesi e dell’orbita filo-iraniana costituiscono il cosiddetto “Asse della Resistenza”.

Anche la rivale Fatah si è schierata a fianco della lotta contro <<la guerra criminale dichiarata contro il nostro popolo>> con l’ala armata della Brigata dei Martiri di Al Aqsa, insieme alle organizzazioni marxiste del Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina e del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina che plaudeva e invitava alla partecipazione della battaglia “Diluvio Al-Aqsa” da parte di tutte le forze della resistenza, riunite nella cosiddetta “Joint Operations Room”. 

Inoltre i leader di Hamas hanno dichiarato che solo un ristrettissimo numero di persone conosceva i piani dettagliati dell’attacco: per questo è ipotizzabile pensare che, nonostante l’unione delle diverse componenti della resistenza, la scelta delle altre organizzazioni di aderire a questa specifica modalità e strategia insurrezionale sia quantomeno condizionata dai piani politici-militari di Hamas, se non addirittura una scelta obbligata. Tuttavia già da fine Settembre un leader di Hamas e un altro del Fronte Popolare avevano diffuso un comunicato in cui si invitava il popolo palestinese all’intifada (e cioè a rivoltarsi) e alcuni giornali riportavano che qualche attacco bolliva in pentola, come percepito dall’intelligence.

 

Come spiegheremo meglio nelle righe conclusive di quest’articolo con un esempio, le televisioni e gli organi stampa italiani sono andati spesso “a caccia” dei più decisi sostenitori  di Hamas, sia quelli che ammirano il movimento nazionalista islamico per ragioni ideologiche e teologiche, sia quelli che lo appoggiano in quanto ritenuto espressione di una legittima resistenza e l’unico ad avere la popolarità e le capacità tecniche-militari di guidarla. Questa “caccia” ai sostenitori di Hamas ha l’obiettivo sostanziale di screditare la resistenza in toto, dipingendo i sionisti israeliani come alfieri della “civiltà occidentale” contro la “barbarie islamica”.

E allora anche noi abbiamo fatto il lavoro “inverso” è siamo andati “a caccia” delle dichiarazioni di palestinesi che vogliono resistere all’occupante ma che non sono d’accordo con Hamas sui mezzi impiegati in quella tragica data per perseguire il fine della libertà. Oltre al sondaggio a cui abbiamo fatto cenno sopra abbiamo trovato un’intervista fatta a inizio mese da LaPresse a Samih, militante nato in Libano del Fronte Popolare che già da bambino la guerra l’ha vista e l'ha fatta, prima di arrivare in Italia agli inizi degli anni 2000: <<il 7 Ottobre è stato un massacro schifoso senza significato. La guerra non si fa così>>, non si sfruttano la religione e i legittimi diritti del popolo palestinese per il proprio tornaconto politico e personale. Si lancia poi in una previsione che implica il supporto occulto di Israele proprio ad Hamas: il movimento islamico sarà <<come un lupo ferito ma senza denti>>, un nemico di comodo funzionale alla retorica bellicista israeliana oltre che ai calcoli di altre potenze regionali, Iran e Siria in primis.

 

 

IL SUPPORTO STRATEGICO E OCCULTO DI NETANYAHU AD HAMAS

Molti analisti e attivisti sostengono da tempo che proprio Netanyahu ha fatto il possibile per rafforzare Hamas a danno del decrepito partito di Fatah e dell’Autorità Nazionale Palestinese, principalmente permettendole di ricevere soldi dal Quatar, concedendo dei permessi di lavoro, ma anche intavolando negoziazioni tramite l’Egitto e così di fatto legittimandola e accrescendone forza e prestigio.

 

Secondo diversi organi stampa lo stesso Netanyahu lo avrebbe detto chiaro e tondo, ma non in pubblico, a una riunione del 2019 del suo partito, il Likud, pronunciando le seguenti parole: <<bisogna rafforzare Hamas e approvare il trasferimento di denaro a Gaza per impedire la creazione di uno stato palestinese e ostacolare l’ANP>> (parentesi "filologica": uno dei tanti e degli ultimi e a riportare la frase "incriminata" è stato Nicholas Kristof sul “The New York Times, ma non sappiamo dire di più sull’origine esatta dell’indiscrezione, mentre è certo che altri politici  israeliani avevano apertamente sostenuto questa strategia).

Perfino Ami Ayalon, ex vertice dei servizi segreti interni israeliani ed esponente laburista, se la prende con il premier israeliano addebitandogli la colpa di aver lasciato la possibilità ad Hamas di armarsi alle porte dell’entità coloniale sionista, in un’intervista rilasciata dopo il 7 Ottobre, in cui preannunciava una strage di palestinesi e il coinvolgimento di altri fronti, a cominciare da quello libanese.

Se Netanyahu avesse fatto il contrario avrebbe invece favorito il progetto di uno stato palestinese, mentre con un nemico che dichiara che vuole distruggerti è più facile usare la retorica dell’ “autodifesa” per annientare il popolo palestinese, identificandolo con e catalizzandolo intorno ad Hamas. 

In altre parole così facendo poteva dire che non c’era nessun soggetto per trattare la nascita di uno stato palestinese. E in fin dei conti è più facile fare la guerra, unendo l’opinione pubblica intorno allo spauracchio del nemico comune (e perciò anche avversario di comodo), che fare la pace e rinunciare a ciò di cui ci si è illegalmente appropriati. In più, mentre Hamas viene paragonata ai tagliagole dell’ISIS, si pensa che lo stesso Netayahu li abbia sostenuti e combattuti solo parzialmente proprio in funzione “anti-califfato”, e quindi sfruttandoli per contenere le minacce dei jihadisti dai confini siriani e con il Sinai.

 

 

LA STRATEGIA DI HAMAS E QUELLA DI NETANYAHU: ERRORI DI CALCOLO O CALCOLI CINICI?

L’attacco del 7 Ottobre è arrivato con un tempismo perfetto per le potenze in contrasto con gli USA: come è stato già spiegato tra queste righe è metaforicamente e letteralmente arrivato dal cielo (oltre che via terra e mare) in un periodo in cui la normalizzazione tra i paesi più culturalmente prossimi alla causa palestinese e il “blocco” Israele-NATO era in stadio avanzato

Il processo di normalizzazione iniziato con gli “accordi di Abramo” non doveva essere avversato in quanto tradimento “ideale” del popolo palestinese, ma anche (e forse soprattutto) perché andavano ostacolati gli interessi “materiali” occidentali, e quindi l’accaparramento di risorse, la gestione dei flussi commerciali e la strategia del “friend-shoring” nord-americana, avvantaggiando altri estremi dell’attuale ordine multipolare globale.

Sia a livello globale che locale Hamas è riuscita a catalizzare consenso, almeno temporaneamente, intorno alla propria organizzazione, guadagnando prestigio come unico (o forse è meglio dire principale) difensore della causa palestinese.

La sua strategia politico-militare potrebbe riflettere l’intenzione di scatenare una reazione esagerata da parte dell’occupante proprio per coinvolgere nuove forze sia interne che esterne, oltre a sperare di delegittimarlo prevedendo almeno in parte le violazioni che avrebbe commesso. 

Dal punto di vista militare il tentativo potrebbe essere quello di fiaccare il nemico, che ha una forza sproporzionata rispetto alla sua, coinvolgendolo in uno sforzo bellico massiccio e cercando di farlo impantanare in uno scenario di guerriglia urbana per massimizzare le perdite nemiche con risorse e forze limitate, in attesa di un coinvolgimento di altri attori esterni alla Palestina in un più deciso ed esteso conflitto. 

Insomma, in poche parole l’operazione “Diluvio Al-Aqsa” dovrebbe fungere da innesco di una “guerra santa” che coinvolga tutti i palestinesi, tutto il mondo arabo e soprattutto l’“alleato nucleare” persiano, oltre al supporto divino.

È possibile anche ipotizzare che si sia voluto sfruttare il momento di debolezza politica interno all’ento-crazia israeliana... Ma questo potrebbe essere un errore di calcolo: le proteste degli israeliani contro il governo dei fascio-sionisti riguardavano problemi di divisione dei poteri interni, e non la questione palestinese. Quella debolezza politica del governo Netanyahu sembra essere diminuita e quindi l’attacco del 7 Ottobre sembra aver unito l’opinione pubblica (sia quella locale che globale) intorno a Israele, dando nuova forza alla destra sionista e un nuovo “pretesto” per attuare uno sterminio senza precedenti e per impossessarsi di nuove terre. Nonostante questo il governo di Netanyahu viene comunque criticato per non avere prevenuto l’attacco, per la questione della gestione degli ostaggi e, anche se da troppe poche voci, per i crimini di guerra ancora in corso.

Il suo vero obiettivo non è certo quello di eradicare militarmente Hamas, perché non si può distruggere un’idea con le armi, perché i quadri del partito vivono “comodamente” all’estero e perché tutto il sangue che si sta versando non fa altro che alimentare la voglia di vendetta. 

Ammesso che riuscisse a eliminare gran parte dei miliziani, dopo l’orrore che si sta seminando, le fila della resistenza armata islamista verrebbero ingrossate dalle nuove generazioni che, come larga parte delle precedenti, ha conosciuto solo guerra e oppressione. 

Il vero obiettivo dei fanatici israeliani, oltre a quello di completare l’ennesima “Nakba” (la “Catastrofe” iniziata nel ‘48 se non prima) uccidendo e scacciando via quanti più palestinesi possibile, sembra essere quello di rompere l’unità della resistenza palestinese e di screditarne la componente principale. 

Ammazzando però tantissimi civili per neutralizzare un singolo miliziano, il prestigio dell’organizzazione nazionalista islamica potrebbe anche crescere proporzionalmente a rabbia e desiderio di vendetta, visto che per stessa ammissione delle IDF per neutralizzare un miliziano muoiono almeno due civili palestinesi (nella più “rosea” delle stime, perché secondo altre fonti il rapporto sarebbe di 9 civili a 1!).

Riguardo alla folle idea di eradicare Hamas si è espresso anche Mustafa Barghouti, parente del già citato Marwan Barghouti. In un’intervista del 17 Ottobre di Francesca Borri de “La Repubblica” (titolo: Barghouti “L’Anp è finita, adesso un governo di unità per convivere con Israele”) si è lanciato in una previsione sul destino del movimento, oltre ad auspicare una soluzione non violenta per convivere con gli israeliani: <<Resteranno alcuni leader, molti combattenti e moltissimi sostenitori. Non è possibile eliminarli tutti. Tanto più che non stanno solo a Gaza. Ma soprattutto resterà quello che è sempre rimasto di tutti quelli che di volta in volta definite “terroristi”: l’idea. Arafat era visto esattamente come oggi Yahya Sinwar>>, altro leader del movimento.

Hamas dal canto suo potrebbe aver sbagliato a valutare la capacità di sopportazione del popolo palestinese, e quindi potrebbe perdere la qualifica di movimento che “eroicamente”, nonostante l’immenso sacrificio in termini di martiri e la problematicità dei mezzi impiegati riesce a guidare il proprio popolo verso la vittoria (intendendo per martiri tutte le vittime palestinesi al di là della loro affiliazione politica).

Altro errore potrebbe essere stato quello di non comprendere che forse Netanyahu temeva di più la resistenza non violenta che lo scontro armato, resistenza non armata che non a caso sarebbe stata repressa nel sangue come in occasione della “Grande Marcia del Ritorno” nel 2018, una protesta popolare di ampie proporzioni al confine che ingabbia la popolazione di Gaza. Nel giorno in cui si commemorava la Nakba e si rivendicava il “diritto al ritorno” circa 200 palestinesi morirono sotto i colpi dei cecchini israeliani e migliaia rimasero feriti. La resistenza non violenta è più difficile da reprimere senza “sporcare” la propria immagine, mentre durante uno scontro militare si possono compiere le nefandezze più assolute con un margine di impunità maggiore, grazie anche all’indifferenza e all’inadeguatezza del “dis-ordine internazionale”. In quel frangente sempre Mustafa Barghouti dichiarava a Michele Giorgio de “Il Manifesto” (in un articolo intitolato: "Barghouti: unità e mobilitazione popolare"): <<tutte le formazioni politiche palestinesi, compresa Hamas, hanno adottato la resistenza popolare non violenta. Il movimento islamico, al di là dei suoi proclami e delle sue manifestazioni di forza, ora comprende che solo la mobilitazione popolare non violenta può raggiungere gli obiettivi che sono di tutti i palestinesi. A cominciare dalla fine dell’assedio di Gaza. Sono sicuro che vedremo sempre di più manifestazioni con migliaia e migliaia di persone”>>.

In sintesi: è presumibile pensare che Netanyahu lo scontro lo cercava proprio per avere campo libero nell’attuare una repressione feroce e sproporzionata, arrivando a uccidere impunemente personale sanitario, personale dell’ONU (evento senza precedenti nella storia delle Nazioni Unite) e anche tantissimi colleghi giornalisti, nel tentativo di cancellare anche fisicamente quelle voci che già prima venivano spezzate, tagliando ancora di più le comunicazioni ed essendo da sempre l’elettricità razionata e i flussi di dati controllati.

Netanyahu avrebbe quindi al contempo provocato e appoggiato il “nemico comodo” di Hamas, che a sua volta avrebbe abboccato all’amo concentrandosi troppo sull’approccio militare e poco su quello politico.

La strategia di Hamas potrebbe quindi rivelarsi controproducente, anche prescindendo dalle sue violazioni del diritto umanitario internazionale (che ovviamente non sono paragonabili a quelle di Israele in quanto a entità dei danni e pure a modalità di esecuzione) e considerando anche solo gli aspetti meramente militari... 

Indubbiamente il colpo inferto a uno degli eserciti più potente al Mondo in una giornata di battaglia ha richiesto una rigorosa disciplina marziale e sforzi considerevoli: dall’addestramento a guidare e sparare da un parapendio al riciclo di materiali da tubature e navi sommerse per confezionare i razzi che hanno mandato in tilt il sistema antimissilistico israeliano, passando per la costruzione dell’intricata e tecnologicamente avanzata rete di tunnel. 

Certamente tutto il Mondo adesso è ritornato a “vedere” l’esistenza del popolo oppresso palestinese, e a parlarne. Il problema però è anche come i media stanno parlando della questione palestinese, con una narrazione degli eventi cristallizzata al 7 Ottobre 2023, nettamente sbilanciata in favore del “diritto all’autodifesa” israeliano invocato a sproposito (dato che ai sensi dell’art. 51 della Carta dell’ONU non può essere invocato nei confronti di un territorio che si occupa), mentre quello di difesa dei palestinesi a stento arriva tra le pagine dei giornali e nelle scalette dei talk-show, e mentre questi vengono dipinti come dei barbari terroristi sub-umani. 

Pure se si volesse considerare il sacrificio in termini di danni e di vite umane causato dalla catastrofica reazione israeliana come “obbligatorio” per qualunque tipo di resistenza all’oppressione, e dopo esserci già interrogati sul grado di consapevolezza della cerchia ristretta di persone che ha guidato le Brigate al Qassam in merito alle conseguenze dell’atto compiuto, non possiamo dire se quel sanguinario giorno e i quasi tre insanguinati mesi di punizione collettiva si riveleranno una vittoria di Pirro o un dolorosissimo avvio verso la risoluzione della questione palestinese, se non addirittura l’inizio di una guerra di proporzioni ancora più vaste.

 

 

CONDANNARE IL GESTO, NON LA RESISTENZA...

Sono passati più di due mesi dal 7 Ottobre, quando sono morti circa 1200 israeliani. Dopo circa 20mila vittime palestinesi, in grandissima parte civili (e incluso giornalisti, medici, infermieri e membri delle Nazioni Unite), qualcuno si ostina ancora a chiedere la condanna esplicita di Hamas, ma a oggi avete mai sentito qualcuno chiedere: "condanni Israele?".

Esemplare a riguardo sono le domande del giornalista Alessio Lasta di “Piazza Pulita” a La7 a diversi soggetti: dopo aver “scovato” una nota influencer italo-palestinese che ha ammesso candidamente di ammirare i <<veri uomini>> di Hamas, è andato anche a chiedere la stessa cosa anche una manifestazione per la Palestina a Roma, e ovviamente in quel frangente la domanda è stata percepita come una provocazione. A onor del vero bisogna ricordare che è andato anche a una manifestazione pro-Israele a Milano, organizzata a inizio Novembre dalla Lega di Salvini, incalzando un signore che negava l’occupazione illegale sancita anche dall’ONU (ci sarà qualche motivo se si chiamano “territori occupati”...).

 

Nella puntata del 19 Ottobre è andato anche da Patrick Zaki a chiedere di condannare Hamas. La risposta dell’attivista egiziano sembrava chiara da subito:





<<tutti i civili che non fanno parte dell’esercito da entrambe le parti hanno il pieno diritto di vivere in pace, quindi io condanno ogni organizzazione e ogni gruppo che ammazza i civili>>. A questo punto lo incalza chiedendo: <<Hamas è un’organizzazione terroristica o è resistenza?>>, domanda abbastanza complessa visto che l’organizzazione, le cui radici storiche sono collegate ai più noti “Fratelli Musulmani”, non ha solo l’ala militare, ma una rete di attività assistenziali sul territorio. Zaki risponde comunque in maniera netta: <<negli ultimi giorni avete paragonato tutti i palestinesi ad Hamas: non è così! Non tutti i cittadini di Gaza fanno parte di Hamas e Hamas non si può identificare con l’intero popolo palestinese: questa sovrapposizione che fate è falsa! A Gaza ci sono cristiani, ci sono le chiese... Se volete parlare di Hamas allora dovete considerare il contesto. Ogni organizzazione che ha un background religioso e usa la violenza per ammazzare qualcuno va condannata>>. A questo punto, come se la risposta non fosse chiara, il giornalista insiste: <<Hamas compresa?>>, e l’attivista egiziano risponde: <<ripeto ogni partito, organizzazione. Perché mi volete spingere a dire quello che volete voi? Credo di essere stato abbastanza chiaro>>. 

È interessante notare che nella conclusione della puntata l’Imam Izzeddin Elzir fa notare che Zaki è un egiziano cristiano-copto, e che nella cultura araba e islamica si tende a condannare il fatto piuttosto che la persona per preservare la dignità di ogni essere umano in quanto tale. Per questo quando <<si chiede a un arabo di condannare un’organizzazione, quello dirà: “no, io condanno l’atto”>>.

 

Premettendo che non ho particolari simpatie politiche per nessun movimento nazionalista e religioso, così come non nutro particolari simpatie politiche per i partigiani monarchici o i democristiani (e anche i filosovietici per certi versi) che hanno liberato l’Italia dal nazifascismo, pur essendo loro infinitamente grato per il loro sacrificio: non si può dimenticare che un popolo sotto occupazione militare ha il diritto, sancito dalla legislazione internazionale, di insorgere e di difendersi anche in armi

Per questo mi permetto di dare delle risposte alla fatidica domanda sulla condanna di Hamas.

Condanno l’ala militare di Hamas per gli attacchi contro obiettivi civili del 7 Ottobre (nonostante ci siano ancora molte cose da appurare, come la possibile morte di molti israeliani a causa del “fuoco amico”, un motivo in più per esigere un cessate il fuoco e chiedere indagini indipendenti).

Ma soprattutto condanno Israele per il massacro che sta compiendo impunemente, con un livello di spregio verso la vita umana talmente alto che forse non si è mai visto nella storia del paese sionista e dell'umanità, una storia che nasce da un peccato originale che gli europei hanno provato a espiare a spese di un altro popolo.

Condanno sempre l’occidente per aver fatto “bancarotta fraudolenta” (espressione usata da un attivista ebreo e italiano) sullo sterminio degli “ebrei senza terra”, facendo pagare le sue colpe a un altro popolo che continua a resistere.

Condanno l’Italia e gli USA per essersi astenuti od opposti in sede ONU al cessate il fuoco, e così facendo trasformandosi in complici, perlomeno morali, di crimini di guerra e contro l’umanità, oltre alle forniture di armi e mezzi per compiere i massacri.

Condanno gli USA e i vari clienti della NATO per l’impunità garantita ai criminali di guerra israeliani con lo scopo di avere un paese vassallo nell’area per salvaguardare i propri interessi geopolitici ed economici.

Condanno le presunte democrazie occidentali per il supporto diplomatico e militare, nonché di quello commerciale di moltissime aziende private, a un regime di occupazione e di apartheid.

Condanno l’entità statale sionista dello stato etno-cratico e teo-cratico di Israele per 75 anni di crimini colonialisti, per 56 anni di occupazione “ufficiale” e assedio di Gaza e della Cisgiordania.

Condanno i coloni israeliani che stanno aumentando le violenze in Cisgiordania e chi ha permesso di costruire insediamenti illegali in barba agli ultimi accordi che avrebbero dovuto avviare un processo di pace.

Condanno i fascisti israeliani al governo per aver favorito Hamas e aver ricercato lo scontro.

Condanno la stragrande maggioranza dei media mainstream che chiedono di condannare Hamas e non Israele, perché stanno legittimando la perpetua “Nakba” spacciata come autodifesa di una potenza nucleare, ripulendo la sua immagine e garantendogli impunità.

 

Se queste violazioni palesi ed enormi del diritto internazionale “passano” come se niente fosse, tra la notizia di una partita di calcio e quella sugli acquisti durante le festività natalizie, passerà anche un nuovo standard per le future guerre, rendendo accettabile l’enorme percentuale di vittime civili nella più totale assuefazione: ogni futura guerra potrebbe trasformarsi in genocidio e sterminio gratuito.

Per questa macchia che sporca la coscienza dell’intera umanità e che potrebbe segnare un pericolosissimo punto di non ritorno, condanno anche me stesso per non aver fatto abbastanza, condanno le mie debolezze che non mi hanno permesso di lottare a sufficienza in favore di tutti gli oppressi e contro le varie forme di oppressione in generale.

 

 

DUE OPPOSTI NAZIONALISMI E LA PACE CHE NON POTRÀ MAI NASCERE SOTTO OCCUPAZIONE E IN REGIME DI APARTHEID

I due opposti nazionalismi attualmente protagonisti del conflitto riescono, o preferiscono, ricorrere al solo uso della forza, senza nemmeno riuscire a immaginare vagamente un compromesso.

Netanyahu, che oltre alle accuse di corruzione dovrà (o perlomeno dovrebbe) affrontare anche quelle di crimini di guerra, invoca la minaccia alla sicurezza del “popolo eletto” per occupare la “terra con un popolo per un popolo senza terra” (parafrasando il famoso motto sionista) e l’autodifesa da un “nemico” comune, e cioè la popolazione multiculturale della terra che occupa illegalmente da decenni.

 

Bambini israeliani giocano con dei fucili veri a una mostra di armi nei primi anni 2000
Bambini israeliani giocano con dei fucili veri a una mostra di armi. Foto di Bird Eye da Flickr rilasciata con licenza creative commons

Hamas, che fa affidamento sulla guerra santa per l’emancipazione e l’autodeterminazione del popolo palestinese, viene vista da molti  come l’alfiere della riscossa degli oppressi, un sentimento comprensibile per gran parte di un popolo soggiogato nell’indifferenza della comunità internazionale e nel fallimento totale del diplomatico “disordine internazionale”, un popolo disperato e dilaniato dal colonialismo che continua a resistere dopo decenni di persecuzioni e diaspore nonostante tutto. Lasciare però le legittime istanze di resistenza, e quindi l’ “intifada”, principalmente nelle mani del Movimento Islamico di Resistenza e dei suoi alleati più vicini (sia dentro che fuori i confini della Palestina storica) potrebbe anche non portare ai risultati sperati...

 

Un bambino impugna un fucile giocattolo al 25esimo anniversario della fondazione di Hamas, nel 2012
Un bambino impugna un fucile giocattolo al 25esimo anniversario della fondazione di Hamas, nel 2012. Foto di Hadi Mohammad per "farsnews" presa da Wikimedia e rilasciata con licenza creative commons.

Al di là degli aspetti etici, degli eccessi di legittima difesa compiuti durante una resistenza legittima, delle contraddizioni intrinseche ai contesti rivoluzionari e insurrezionali (aspetti irrisolti che purtroppo sono presenti anche nella storia della gloriosa resistenza italiana), pensare che lo smacco inflitto a Israele il 7 Ottobre dalla resistenza a guida Hamas a uno degli eserciti più finanziati e forti del pianeta possa condurre “automaticamente” alla liberazione della Palestina, non intravedendo la possibilità che Israele riesca a fare di Gaza terra bruciata, non considerando che il conflitto potrebbe allagarsi creando ancora più morti e distruzione, e non interrogandosi sulla giustificazione di alcuni specifici mezzi per raggiungere dei legittimi fini, può essere non solo miope ma anche molto pericoloso, anche solo per il fatto che la “guerra mediatica” si concentra già su quei mezzi usati in un singolo giorno, non sui fini e nemmeno sulle violenze che hanno condotto all’uso di quelle modalità.

La popolazione di Gaza era sotto assedio da anni, viveva già una catastrofe umanitaria perenne e periva “lentamente”, ma siamo proprio sicuri che a quel “peggio” non c’era un limite? Forse quel limite non lo abbiamo appena passato? Siamo sicuri che la “speranza” che i nazionalisti islamici hanno dato a molti palestinesi non sia vana? Siamo sicuri che tra i loro quadri non ci sia qualcuno che ambisce ad avere potere piuttosto che a diffonderlo equamente decentrandolo e liberando la Palestina dal pluridecennale occupante?

Forse non ha dato invece a Israele al possibilità di attuare una nuova “Nakba”, di portare a un livello superiore il genocidio con le garanzie di impunità che derivano dalla nostra indifferenza verso i vertici dell’unica presunta democrazia del medio oriente? Siamo sicuri che il sacrificio dei gazawi immolati dall’ala militare di Hamas non sia invano?

Israele non ha alcuna giustificazione a bombardare indiscriminatamente ospedali, case, chiese, moschee e in generale qualunque obiettivo civile, arrestando e uccidendo il personale sanitario, facendo morire giornalisti e personale dell’ONU, contrariamente all’umano buon senso e in spregio completo del diritto internazionale umanitario, leggi di guerra che dal 7 Ottobre vengono riscritte da Israele, arrogandosi il diritto di colpire barbaramente la popolazione civile mentre si vanta dei mezzi tecnologici che gli permetterebbe attacchi "chirurgici", superando di gran lunga militarmente e in sfacciataggine quanto avvenuto in altre guerre recenti della NATO illegali, e riportandoci indietro di secoli in quanto a conquiste giuridiche: non c’entra nulla l’ipotesi che Hamas abbia usato o stia usando gli ospedali come basi militari (ipotesi ancora non provata) e i gazawi come scudi umani, ma questo non viene detto praticamente mai sui media che vanno per la maggiore, facendoci assuefare pericolosamente alla violenza e stabilendo dei precedenti per un futuro che si preavvisa più che tetro.

Premesso ciò bisogna anche dire -e non lo sostengo io ma il già menzionato Barghouti nell'intervista succitata-  che purtroppo da un punto di vista logistico-militare Hamas sta effettivamente usando la popolazione come “scudi umani”, e che <<tutta Gaza è in ostaggio>> e non solo gli ostaggi israeliani... Certo, non va mai dimenticato nemmeno che gli ostaggi ce li ha anche Israele, e sono migliaia di prigionieri politici, tra cui tantissimi bambini, unico caso al mondo in cui dei minorenni vengono processati da tribunali militari (come abbiamo spiegato nella conclusione di un altro post sulla differenza tra antisemitismo e antisionismo), oltre alle tantissime persone incarcerate da anni senza accuse o con accuse fasulle, a tempo indeterminato, senza processo e subendo torture fisiche e psicologiche.

L’unica vera speranza potrebbe essere quella di far cessare immediatamente le ostilità, di far prevalere il diritto internazionale (criticandolo e magari emendandolo, a partire dalla famosa risoluzione 181 dell’allora neonate Nazioni Unite che affidava più del 50% delle terre del Mandato britannico della Palestina alla comunità che precedentemente ne possedeva meno del 7%) e quello all’autodeterminazione dei popoli, di inviare delle forze di interposizione per bloccare l’azione dei criminali israeliani e di processarli per le malefatte indicibili che stanno compiendo, di avviare delle trattative per una soluzione politica e non militare, di creare uno stato binazionale dove tutti possano vivere in pace (piuttosto che ricorrere alla più “semplice” soluzione dei due stati, che a detta di chi scrive potrebbe essere un passo intermedio verso un unico stato, che non sia però quello colonialista e oppressivo), di iniziare un processo lunghissimo e complicato, molto più complicato dell’invocare la completa distruzione di uno stato e di completare quella di un altro che formalmente non c’è, molto più complicato della guerra... Un processo che coinvolga tutte le persone, di tutte le etnie e religioni, di tutte le nazionalità (apolidi inclusi) che vivono tra il fiume Giordano e il mare Mediterraneo. E questo processo implica il comprendere che non tutti i palestinesi sono Hamas, ma che nemmeno tutti gli israeliani sono Netanyahu e il suo partito, il Likud, e gli altri partiti sionisiti.

Mentre l’istinto alla difesa, e quindi alla lotta, di un popolo sottomesso e abusato è comprensibile e purtroppo anche auspicabile entro certi limiti (il nazifascismo, per esempio, non lo abbiamo sconfitto certo con i fiori), secondo chi scrive queste parole è quantomeno curioso da parte di chi si definisce “a sinistra” (e che non è nemmeno palestinese) dipingere Hamas, la Jihad Islamica Palestinese ed Hezbollah come baluardi degli oppressi del pianeta contro l’imperialismo israelo-americano, piuttosto che identificarli come dei proxy Iraniani, dei cinici strumenti di altri imperialismi (imperi de facto o aspiranti tali), e quindi come delle forze che vanno inquadrate all’interno di un conflitto inter-imperialista e il cui obiettivo principale non è certo la libertà degli oppressi.

Per questo i famosi “accordi di Abramo” e la conseguente normalizzazione dei rapporti con l’Arabia Saudita non sarebbero solo un tradimento della causa palestinese, ma soprattutto la posta in gioco principale per accaparrarsi più ricchezza e potere nel nuovo ordine mondiale multipolare. Forse Hamas il 7 Ottobre si è comportato in maniera cinica, sconsiderata, cavalcando l’esasperazione del suo popolo, e forse anche prima di quella fatidica data non godeva di un consenso così ampio come si dice.

Spetta al popolo palestinese il compito di decidere del suo destino, ma da non palestinese e da cittadino del pianeta posso quantomeno permettermi di esprimere un’opinione: non fatevi guidare dai nazionalisti islamici, cercate di ispirare la vostra lotta a valori laici, universali, di pace ed egualitari, quelli di cui l’occidente si riempie la bocca ma che non è mai veramente riuscito ad attuare anche dopo gli orrori della seconda guerra mondiale.

Noi “occidentali” abbiamo il dovere inderogabile di combattere contro il nostro imperialismo e colonialismo, facendo pressione non violenta per esigere un immediato “cessate il fuoco permanente”, e non temporanee “tregue umanitarie”, ossia delle pause prima di tornare ad assistere a massacri e distruzioni, come abbiamo già esortato a fare tra queste righe (e vi invitiamo nuovamente a farlo leggendo e firmando una serie di appelli, oltre a impegnarvi nelle campagne di boicottaggio, motivo in più per alimentare meno consumismo natalizio del solito).


CHIEDIAMO SUBITO IL CESSATE IL FUOCO, POI LA FINE DELL'OCCUPAZIONE...

Comunque la si pensi, comunque ci si schieri anche seguendo le polarizzazioni più in voga al momento al di fuori del “complessismo”, la priorità resta quella di un cessate il fuoco immediato e permanente, per fermare massacri e la catastrofe umanitaria, per avviare indagini indipendenti e cercare verità e giustizia, condizioni imprescindibili per qualunque prospettiva di pace insieme alla fine dell'occupazione: siamo già oltre un punto di non ritorno nella storia, anche se molti non sembrano rendersene conto. La situazione può solo peggiorare, odio e guerre possono solo aumentare ed estendersi: impegniamoci da subito per evitare il peggio, scendiamo in piazza a protestare, facciamo sentire a chi ci governa che c’è una parte dell’umanità che non vuole garantire l’impunità ai criminali di guerra, mettiamo in pratica strategie di conflitto non violento a cominciare dai boicottaggi, perché i potenti della terra se non ci vogliono sentire avvertiranno la mancanza di entrate nei loro portafogli.

 

L’arma del boicottaggio commerciale (perché ne esistono di altre forme come quello accademico, che in realtà è anche economico, derivando dalle conoscenze altro potere commerciale) è molto più potente di quello che si possa pensare, ed è anche un’arma non violenta: impieghiamole tutte, insieme a quella del “boicottaggio culturale”, come ho provato a fare con questo scritto.

 

Non ci può essere pace sotto occupazione!

 

Anarco Pacifista

 

Come di consueto concludiamo questo post con una citazione musicale: si tratta di "The Pen and The Sword" (La Penna e la Spada) del giovanissimo rapper di Gaza MC Abdul

 




Ringraziandovi per la vostra preziosa attenzione, vi invitiamo nuovamente al dibattito in merito a quanto scritto, ad apprezzarci, a criticarci, al confronto, a chiedere chiarimenti su punti non chiari. Qualunque opinione diversa e qualunque prospettiva “altra” è ben accetta. Potete contattarci e scriverci nei commenti qui sotto, via mail o via social per qualunque contributo, proposta o comunicato. Grazie ancora per il vostro tempo!


ultima modifica 06/01/2024 ore 17:06

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