LA DIFFERENZA E LA COMPLEMENTARITÀ CON I PARADIGMI DELLA RETRIBUZIONE E DELLA RIABILITAZIONE
In circa 1200
parole ed 8000 battute, tra le righe della rubrica Define, cerchiamo di definire brevemente la “giustizia
riparativa” spiegando in cosa consiste praticamente ed enunciando altri due
paradigmi giudiziari (che iniziano pure con la lettera “r”).
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| Collage de "Lo Skietto" realizzato con immagini da Pixabay |
TRE PARADIGMI DELLA
GIUSTIZIA: RETRIBUTIVA , RIABILITATIVA (O RIEDUCATIVA) E RIPARATIVA
Quando si parla di una pena come quella dell’antica “legge
del taglione” (ossia “occhio per occhio, dente per dente”) oppure come un
determinato periodo di tempo da scontare in carcere, ci troviamo di fronte al modello di
giustizia retributivo, quello che
prende il nome da un “debito” che bisogna pagare: anticamente la punizione era
intesa come un male da subire per il male causato (malum passionis propter malum actionis), mentre oggi la sanzione
dovrebbe tendere alla riabilitazione,
alla rieducazione e al reinserimento nella società della
persona condannata, oltre a fungere da deterrente. A queste due modalità di
rimediare ai conflitti che implicano la commissione di un atto illegale, se ne
può aggiungere una terza: la “riparazione”
di un rapporto sociale che si è “danneggiato”, a volte irreparabilmente, a
seguito di un azione criminosa.
Nonostante esistano svariate definizioni e accezioni
dell’espressione, la giustizia riparativa
è comunemente intesa come un processo di mediazione tra autori di un atto
criminale, la vittima e la collettività, finalizzato a riconciliare i rapporti o
a sanare il più possibile la frattura che si è venuta a creare.
La giustizia riparativa quindi non consisterebbe
tanto nella riparazione penale, “materiale” ed economica di un danno (o al
limite questo potrebbe costituire un aspetto secondario a seconda dell’atto
illegale commesso e di cosa prevede un sistema giudiziario), e non sostituirebbe gli altri due modelli di
giustizia ma li affiancherebbe, trascendendo l’ambito meramente giudiziario
e addentrandosi nella complessa dialettica delle diverse componenti sociali.
TRE PARTI IN CAUSA:
VITTIMA, CARNEFICE E COMUNITÀ
Con il paradigma riparativo
si sposta il focus dal reato alla vittima (oltre che alla
collettività intera), concentrandosi anche sui “perché” di chi l’ha
commesso e intervenendo nelle relazioni conflittuali che derivano dal misfatto
per gestire una frattura relazionale, provando a ricomporla o quantomeno a
mitigare gli effetti che creano divisione e dolore.
La “vittima”, che
può essere una singola persona o un insieme di individui, dopo la sentenza di
condanna e un’eventuale riparazione economica di solito viene dimenticata, non
viene “seguita” dal sistema sociale e punitivo. Invece, sempre ammesso che
voglia farlo, avviando un percorso di confronto con il reo e con la
collettività, potrebbe avere la
possibilità di palesare la sua sofferenza, di affrontare meglio il suo disagio senza “seppellirlo” nella sua anima…
e, in ultima istanza, dovrebbe sentirsi
almeno vagamente soddisfatta nel vedere un colpevole pentito, “trasformato”,
consapevole del male che ha fatto, convinto a non ripetere più una certa azione
perché sofferente per lo stesso patimento che ha inflitto… e magari anche a
comprendere le “ragioni del male”, i motivi che lo hanno spinto a commettere un
torto.