DIFFERENZA TRA TERRORISTA E FREEDOM FIGHTER
Per la rubrica “Define” parliamo del concetto di terrorismo, dopo la grave menzogna espressa in questi giorni dalla seconda carica dello Stato: che vuol dire terrorismo? Qual è la differenza con un freedom fighter (combattente per la libertà)? In quanti periodi si può dividere la moderna storia del terrorismo? L’uso della violenza fisica-militare è un tabù?
Negli scorsi giorni Ignazio La
Russa ha propagandato una teoria che mira a dipingere i partigiani (in
particolare quelli “rossi”) come dei sanguinari che non avevano contezza di ciò
che era strategicamente utile per contrastare il nazifascismo, una teoria
semplicistica e che non inquadra il contesto di quegli atroci momenti della
nostra storia.
Esiste un detto: “quello che per alcuni è terrorista per altri è un combattente per la libertà”, come lo erano i partigiani. Ed è così per quanto riguarda il giudizio “morale” verso chi impugna le armi in un conflitto, venendo etichettato, a torto o a ragione, di essere “terrorista”.
Ma non funziona così a livello legale, e quindi considerando il diritto internazionale: un atto di terrorismo è considerato tale perché prende di mira indiscriminatamente sia civili che militari, al fine di diffondere il “terrore” di subire un attentato, all’improvviso, in una determinata comunità o popolazione, e seguendo una strategia che sfugge ai combattimenti veri e propri, in maniera diretta, per ottenere un risultato politico.
Invece un “legittimo” atto di guerra tra parti in conflitto è diretto contro obiettivi militari. Durante un atto di guerra "legittimo", si possono verificare i cosiddetti “danni collaterali”, fredda espressione che indica il coinvolgimento di civili, coinvolgimento che dovrebbe essere evitato il più possibile secondo il diritto internazionale.
La definizione “legale” di terrorismo non si riferisce dunque allo scopo perseguito da chi impugna le armi, ma alla strategia che usa!
