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7.9.26

OLTRE IL MIO TRASFERIMENTO DA GAZA IN ITALIA

SETTE MESI DI SOLLIEVO PARZIALE E ‘SINDROME DEL SOPRAVVISUTO’


Fanrivista è onorata di pubblicare la testimonianza di una sopravvissuta al genocidio, anche se lei spiega nell’articolo che ci sono difficoltà incredibilmente difficili da superare, nonostante il raggiungimento della sicurezza fisica.

Sara Awad è una scrittrice palestinese, studentessa da sette mesi in Italia. Ha scritto per ‘Kritica’, ‘Il Manifesto’, ‘Il Domani’, ‘Drop Site News’, ‘Truthout’, ‘We Are Not Numbers’, ‘The Intercept’, ‘The Independent’, ‘Al Jazeera English’, ‘Middle East Eye’, ‘TRT World’,‘PRISM’ e ‘El Salto’ . Raccontando esperienze vissute e dando rilievo a notizie non trattate a sufficienza, il suo lavoro si focalizza su problemi sociali, resilienza, identità e speranza, nel mezzo di una guerra genocida e dell’occupazione nella sua terra natia.


Pensavo che costruendo una nuova vita lontano da casa sarebbe stato come voltare pagina, ma non avevo realizzato che voleva dire portare sulle spalle, contemporaneamente, il peso di due vite - una sfregiata dalla guerra.

Di notte, nel mezzo dell’inverno (precisamente il 15/12/2025), iniziava un nuovo capitolo della mia vita. A 22 anni ho lasciato tutto ciò che conoscevo, e ho deciso di iniziare tutto da capo - da sola.

La valigia è pronta e aperta. Si nota la foto di una bambina piccola e un libro con il metodo Tikrar.


La mia età conta più di un numero. Sono cresciuta con sei guerre che hanno dato forma alla mia vita. La più recente continua a casa mia anche se, per me, è finita nel momento in cui me ne sono andata. Sono sopravvissuta andando via mentre la mia famiglia è rimasta indietro. Questa è la parte con cui è difficile convivere: il pensiero che sono scappata mentre le persone che amo sono ancora intrappolate nella guerra. Il senso di colpa del sopravvissuto mi tormenta ogni giorno.

19.8.26

L’ODISSEA DI KHALED: TESTIMONIANZA DEL GENOCIDIO DI GAZA

LA 'VIDEO-CHIAMATA DELL’UMANITÀ' CON KHALED DA GAZA


È VERO?

Fanrivista ha parlato con Khaled Adnan Alzaq, giovane studente di ingegneria informatica a Gaza, obbligato dalla mancanza di mezzi di sostentamento a usare i social per guadagnare qualcosa e supportare la sua famiglia, cominciando con i pannolini per il suo fratellino.

Prima della campagna genocida, quando la vita a Gaza era “di solito normale”, nonostante l’occupazione, pensava ai social principalmente come una “distrazione”. Instagram è stato anche il mezzo che ci ha fatti incontrare.


A sinistra Khaled mentre sorride. Al centro l'immagine della sua veduta, fatta di macerie e palazzzi distrutti in una giornata piena di sole. A destra l'intervistatore davanti al monitor mentre parla con Khaled nella redazione di Fanrivista. Tra io vari oggetti si nota una bandiera palestinese che avvolge la parte superiore dello schienale della sedia.
La video-chiamata con Khaled


All’inizio nutrivamo sospetti. Ci chiedevamo: “ma questo profilo è vero, oppure è l’ennesimo truffatore che si spaccia per uno di Gaza per fare ulteriore profitto sul sangue palestinese?”. Dopo qualche ricerca, spiegata meglio nel video con la sua intervista completa, abbiamo capito che era davvero di Gaza. E aveva una storia da raccontare, terribile, insieme a un barlume di speranza: noi, gli ‘occidentali’ a cui è grato perché ci siamo opposti ai media e ai governi complici nel più recente genocidio della storia, il primo a essere trasmesso in diretta. Ci ha detto: “siete la nostra unica arma perché la resistenza non è efficace al momento e non abbiamo nessuno strumento di pressione su Israele (...) Ci siete solo voi, solo voi!”.

27.3.26

TIKKUN, UN COLLETTIVO DI EBREƏ ANTISIONISTƏ

RIPARARE IL MONDO CON ANTIRAZZISMO, DECOLONIZZAZIONE E GIUSTIZIA SOCIALE

ABBIAMO INCONTRATO TIKKUN INSIEME A DUE "REFUSENIKS", DUE OBIETTORI DI COSCIENZA ISRAELIANI


Ella Keidar Greenberg e IddoElam di Mesarvot sono due giovani “refuseniks”, obiettori di coscienza israeliani che hanno rifiutato di servire un esercito storicamente coinvolto in un’occupazione illegale, e ora nel genocidio. Sarebbe una scelta ovvia ma, in Israele, se non fai il servizio militare sei considerato un reietto o un traditore.





Li abbiamo incontrati a dicembre allo "Zero 81" di Napoli, insieme ad altri attivisti di Tikkun, un collettivo italiano di ebreə antisionistə.

8.11.25

SOPRAVVISSUTO A SHOAH: ‘A GAZA È OLOCAUSTO’, ‘SIONISTI SIMILI AI NAZI’

GAZA È UN CAMPO DI CONCENTRAMENTO E DI STERMINIO, PARAGONE CON LAGER NAZISTI È OVVIO’

ISRAELE STA PREPARANDO LA “SOLUZIONE FINALE” PER LA QUESTIONE PALESTINESE’

FANNO CONTINUAMENTE CONNESSIONI CON L’OLOCAUSTO PER ACQUISIRE IMPUNITÀ, E QUESTA POLITICA DELIBERATA DEI SIONISTI FA AUMENTARE L’ANTISEMITISMO’


Dopo più di due anni di stermini quotidiani e di bugie goffe, alcuni dibattono ancora sull’appropriatezza del termine genocidio per definire quello che sta accadendo a Gaza e nel resto della Palestina. La Commissione d’Inchiesta ONU sui territori palestinesi occupati lo ha messo nero su bianco due mesi fa. Lo storico israeliano ed esiliato accademico Ilan Pappé, fin dai primi anni duemila, definiva la sistematica oppressione del popolo palestinese come “genocidio incrementale”, ovvero un genocidio iniziato nel ‘48 e incrementato gradualmente, fino al punto che, oggi, qualcuno non lo esita a definire un <<Olocasuto>>. Tra questi c’è Stephen Kapos, un sopravvissuto all’Olocausto di origine ungherese. A 7 anni si è salvato assumendo una falsa identità e vivendo nascosto dopo l’invasione tedesca dell’Ungheria nel 1944. Poi, nel 1956, si è trasferito nel Regno Unito dopo l’invasione dell’URSS. Diversi membri della sua famiglia sono stati sterminati, suo padre è stato deportato nei campi di concentramento nazisti ma, alla fine, è riuscito a tornare a casa.

Kapos non è certo l’unico sopravvissuto alla Shoah critico delle politiche israeliane. Tra i vari segnaliamo Aryeh NeierMarion IngramHajo Meyer e Gabor MatéDi “olocausti”, al plurale, ne ha parlato Theodor Meron, anche lui sopravvissuto alla Shoah: è uno di quei giudici che ha dato un parere favorevole alla procura della Corte Penale Internazionale sul mandato di cattura per Netanyahu, il premier-criminale di guerra che, ovviamente, ha definito la Corte <<antisemita>>.

In questo articolo, e nel video collegato, riportiamo alcuni passaggi dell'intervista di Stephen Kapos rilasciata alla testata britannica “Double Down News”, che ringraziamo per averci concesso di usare alcuni pezzi del suo filmato.

Le parole di Kapos non lasciano spazio a interpretazioni assolutorie per tutti quei settori della società israeliana e globale che portano avanti il genocidio. Lo hanno sostenuto direttamente con il supporto militare, diplomatico, politico, economico e, non da ultimo, mediatico. Senza giornalisti asserviti o “distratti”, sarebbe molto più difficile uccidere migliaia di innocenti con la scusa che “è tutta colpa di Hamas”... Il negazionismo dell’Olocausto di Gaza, come quello degli olocausti di ebrei, rom, disabili, gay e oppositori politici durante la Seconda Guerra Mondiale, non solo provoca ribrezzo, ma deve spingerci a continuare a parlare affinché “mai più” significhi davvero “mai più” per nessuno.


Stephen Kapos durante l'intervista a "Double Down News" in giacca e cravatta. In risalto le scritte: SOPRAVVISSUTO A SHOAH: ‘A GAZA È OLOCAUSTO’, ‘SIONISTI SIMILI AI NAZI’  ‘GAZA È UN CAMPO DI CONCENTRAMENTO E DI STERMINIO, PARAGONE CON LAGER NAZISTI È OVVIO’  ‘ISRAELE STA PREPARANDO LA “SOLUZIONE FINALE” PER LA QUESTIONE PALESTINESE’  ‘FANNO CONTINUAMENTE CONNESSIONI CON L’OLOCAUSTO PER ACQUISIRE IMPUNITÀ, E QUESTA POLITICA DELIBERATA DEI SIONISTI FA AUMENTARE L’ANTISEMITISMO’


L’OLOCAUSTO DEI PALESTINESI

<<Quello che sta succedendo a Gaza è un Olocausto. Ciò che il governo israeliano sta progettando è la “soluzione finale” alla questione palestinese. Da sopravvissuto all’Olocausto la mia reazione è: “non nel mio nome!.

8.2.25

GALLANT: “DIRETTIVA ANNIBALE” USATA IL 7 OTTOBRE

L’EX MINISTRO DELLA DIFESA AMMETTE CHE ISRAELE HA UCCISO I SUOI STESSI CITTADINI


Gallant seduto davanti ai due giornalisti di Canale 12. Sotto una didascalia: <<Yoav Gallant, ex Ministro della difesa israeliano, ammette che il “Protocollo Annibale” è stato utilizzato il 7 Ottobre. Originariamente segreto, abolito ufficialmente nel 2016 e poi “ripristinato” il 7 Ottobre, prevede la possibilità dei soldati di fare fuoco sui propri commilitoni per vanificare rapimenti e scambi di ostaggi. Il 7 Ottobre migliaia di proiettili, centinaia di bombe e missili hanno colpito anche civili israeliani. A “Canale 12” ai giornalisti che chiedevano dell’applicazione della direttiva il 7/10 ha risposto: <<Penso che tatticamente è stata applicata in alcuni posti, in altri no, e questo è il problema>>>>



LA “DIRETTIVA ANNIBALE”: PRIMA SEGRETA, POI VIETATA E, INFINE, RIPRISTINATA D’URGENZA

Non è stato solo Hamas a uccidere tutti i circa 1.100 israeliani, tra soldati e civili, il 7 OttobreA incrementare inumero di militari e civili israeliani morti sono state le stesse forze armate israeliane. Hanno colpito le persone che avrebbero dovuto proteggere per evitare di dover scambiare prigionieri.

Ad ammetterlo giovedì scorso Yoav Gallant, ex ministro della difesa israeliano, in un’intervista di quasi un’ora rilasciata all’emittente israeliana Canale 12. È la prima che ha rilasciato dopo essere stato estromesso dal governo di Netanyahu e delle sue componenti fanatiche e messianiche, quelle che giustificano l’occupazione in base a un presunto diritto divino, e cioè con una lettura distorta dei testi sacri ebraici

La “Direttiva Annibale” (tradotta anche con le espressioni “Protocollo Annibale” o “Procedura Annibaleè una procedura interna dell’esercito israeliano messa in pratica dagli anni ‘80. Inizialmente segreta, consiste nel “sacrificare” la vita di soldati israeliani per vanificare l’intento di scambiarli vivi con altri prigionieri. Nel 2006 un soldato israeliano, Gilad Shalit, fu catturato da miliziani palestinesi e scambiato con più di mille prigionieri 5 anni dopo. Nel caso di Shalit l’ordine via radio di fare fuoco prima che venisse catturato arrivò troppo tardi. Tra i prigionieri palestinesi liberati in quella occasione c’era anche Yahya Sinwar. 

7.10.24

L'OCCUPAZIONE IMMORALE E ILLEGALE HA PRODOTTO IL 7 OTTOBRE

UN ANNO DI GENOCIDIO, DI PROPAGANDA GUERRAFONDAIA E DI RISCRITTURA DELLE LEGGI DI GUERRA IN SENSO MEDIOEVALE


In questo articolo di fondo atipico ripercorriamo un anno di guerra genocida, punizione collettiva dei palestinesi e libanesi, oltre che di furia vendicativa e coloniale, riproponendo una serie di approfondimenti apparsi su queste pagine digitali. Sono articoli che si concentrano sul doppio metro di giudizio applicato dai nostri media e sulla riscrittura delle leggi di guerra. Stiamo tornando indietro di secoli a livello di conquiste legali, anche se poi la guerra è condotta con mezzi tecnologicamente avanzati.


Sullo sfondo i grigi scheletri degli edifici di una Gaza in rovine, avvolti da fumo e fiamme. Al centro uno "strillone" (ragazzo che vende giornali agli angoli delle strade, in inglese "newsboy") che strilla: <edizione straordinaria: è tutta colpa di Hamas! La vita di un palestinese non vale quanto quella di un israeliano>.
Dettaglio dell'mmagine sullo sfondo della Tasnim News Agency tratta da Wikimedia, rilasciata con licenza Creative Commons



Non serve essere "pro-Pal" o addirittura "pro-Hamas" per affermare che l'occupazione illegale, così come sancito dal diritto internazionale, deve finire. Basta essere "pro-diritti-umani" e "pro-senso-di-comune-umanità". Tutti dobbiamo impegnarci contro le ingiustizie, nel nostro piccolo e nel nostro grande, e questo post rappresenta il minimo che possiamo fare.

Senza la fine dell'occupazione, senza riconoscere le colpe, senza verità e giustizia non ci può essere pace. Gli oppressi non hanno bisogno di supereroi liberatori: basta che noi occidentali smettiamo di fornire armi, risorse e copertura politica ai governanti che commettono palesi e brutali violazioni dei diritti umani, scendendo in maniera ipocrita ben al di sotto del livello di altre potenze statali opprimenti e avverse.



OSSERVARE IL CONTESTO, SEMPRE!

Quando si tenta di giustificare le malefatte di proporzioni bibliche commesse in questo ultimo anno da Israele, potenza nucleare illegale e "nostro" alleato NATO de facto, si dice che bisogna osservare il contesto che le ha generate. A questo punto si passa a parlare del sanguinoso attacco del 7/10, un atto orrifico e tragico che però non giustifica tutti i "Sette Ottobre" inflitti ai danni alla popolazione palestinese in un anno di guerra genocida. Così come non legittima quelli precedenti, l'inizio del genocidio incrementale finalizzato alla pulizia etnica "dal fiume Giordano al mar Mediteranneo" e allo spossessamento dei palestinesi.

Il contesto va osservato sempre, non selettivamente... Senza avere la pretese di individuare la causa prima dei conflitti nelle martoriate terre di Palestina, nel medio-Oriente o addirittura nel Mondo, l'inizio dell'attuale carneficina può essere individuato nella dichiarazione unilaterale della nascita di Israele nel maggio del 1948. Un (dis)ordine mondiale che si reggeva sul colonialismo aveva stabilito che la popolazione indigena avrebbe dovuto accontentarsi di meno della metà dei territori (tra l'altro meno redditizi e senza continuità territoriale), assegnando l'altra metà a una comunità che ne possedeva circa il 7%. Le potenze regnanti di allora (Unione Sovietica inclusa) saldarono così il debito degli Olocausti (il plurale non è un refuso e in questo post spieghiamo perché) facendolo pagare ai palestinesi, dando vita a uno stato che diversi ebrei vedevano come intrinsecamente antisemita. Fin dalla nascita del movimento sionista alla fine dell'800 molti ebrei (incluso un celebre fisico che oggi sarebbe chiamato "ebreo che si auto-odia", un certo Albert Einstein) hanno scorto i pericoli di quel nazionalismo sui generis, per il quale la nascita di uno stato ebraico sarebbe potuta avvenire anche in continenti diversi (tra le ipotesi più accredita dei sionisti c'erano anche l'Africa e l'America). Se una persona di religione e/o di cultura ebraica nasce in Italia, in America o in Russia, perché dovrebbe essere incoraggiata o deportata -più o meno volontariamente- a emigrare altrove?! Per due motivi che, paradosso della storia, hanno unito gli obiettivi dei colonizzatori sionisti a quelli dei biechi nazisti. Da un lato colonizzare terra altrui col supporto dei britannici (e poi degli statunitensi) favorendo l'immigrazione in Palestina per compensare lo squilibrio demografico, dall'altro deportare quanti più ebrei possibile.

Dopo la famosa risoluzione ONU 181, quella che divideva la Palestina in due parti, ci sarebbero dovute perlomeno essere altre mediazioni con i paesi e le popolazioni arabe. Ma i fascisti e terroristi sionisti (uso le parole di quell'ebreo antisemita che era Albert Einstein) colsero l'occasione, inaugurando una tradizione di utilizzo selettivo e distorto del diritto internazionale

20.6.24

PALESTINIAN WOMAN

UN'OPERA CHE EVOCA L'AMPIEZZA DELLA VIOLENZA DELLA FORZE DI OFFESA ISRAELIANE


Un disegno di Matteo Traballoni, "Palestinian Woman", richiama alla nostra mente alcuni aspetti dell'acme del genocidio incrementale in Palestina di cui abbiamo parlato tra queste pagine digitali.



Al centro e in primo piano il volto di una donna segnato da diverse ferite con un velo sul capo. Sullo sfondo si intravede il deserto e qualche casupola. In alto a destra un soldato con insegne israeliane che imbraccia un fucile.
Il disegno di Matteo realizzato con matita rossa su carta semplice in formato A5


Inauguriamo lo spazio di Fanrivista dedicato all'Artivismo con un'opera di Matteo Traballoni, che abbiamo conosciuto al festival delle auto-produzioni underground capitolino "Crack!", e precisamente all'edizione di due anni fa.

30.5.24

DUE PESI E DUE MISURE: IL BAMBINO DECAPITATO CHE NON FA NOTIZIA

LA FAKE-NEWS SUI BAMBINI DECAPITATI PER GIUSTIFICARE IL GENOCIDIO

Le immagini di corpi carbonizzati, di un bambino decapitato e il racconto di uno degli ultimi attacchi su Rafah, avvenuto domenica 26 Maggio, non si sono guadagnati gli "onori" delle cronache mainstream.

Invece le fakenews sui bambini decapitati il 7 Ottobre continuano a essere invocate a sproposito per giustificare una vendetta spacciata come legittima difesa e un genocidio come ritorsione a un atto illegittimo e orribile di una resistenza armata che, legalmente, non può essere invalidata in toto da quell'atto brutale.

In questo breve editoriale parliamo del "duepesismo" nei confronti delle vittime palestinesi, un doppio standard applicato dalla propaganda mainstream occidentale per giustificare colonialismo, pulizia etnica e genocidio.


Un disegno dell'artista "Yassin Draws". Rielabora artisticamente un'immagine orrenda del massacro di cui si parla in questo post: un uomo, incredulo e disperato, stringe tra le braccia un piccolo corpo senza testa, mentre tutto brucia intorno. Dal collo della vittima infante nasce un fiore.
Un disegno dell'artista "Yassin Draws". Rielabora artisticamente un'immagine orrenda del massacro di cui si parla in questo post: un uomo, incredulo e disperato, stringe tra le braccia un piccolo corpo senza testa, mentre tutto brucia intorno. Dal collo della vittima infante nasce un fiore. Ringraziamo Yassin per averci concesso di utilizzare questa immagine, che ha anche il merito di raccontare un fatto orrifico, oscurato almeno in parte dagli organi di stampa che vanno per la maggiore, sfuggendo alle censure ed evitando di traumatizzare le persone più sensibili o di contribuire all'assuefazione "visuale" verso l'orrore del primo genocidio filmato in diretta della storia. Le immagini vere del massacro di Tel al-Sultan sono state raccolte dal fotoreporter Yousef Hamada.


La notte del 24 Maggio un attacco aereo israeliano ha colpito la tendopoli di Tel al-Sultan a Rafah, città di Gaza al confine con l'Egitto. Sono state massacrate all'incirca 50 persone, alcune bruciate vive nelle tende e baracche dove erano rifugiate, e ferite all'incirca 200. La maggioranza delle vittime sono donne e bambini. E, purtroppo, quello non è stato l'unico accampamento oggetto di un attacco del genere in questi ultimi giorni.

In questi mesi i gazawi sono stati fatti spostare da un punto all'altro della Striscia con diversi ordini di evacuazione ma, come dimostra quest'ennesima strage nel genocidio, non ci sono "aree sicure" per i palestinesi, sfollati più e più volte, costretti a passare le giornate a cercare un luogo in cui accamparsi, a racimolare qualcosa da mangiare, a fare interminabili file anche solo per andare al bagno o ricevere un po' d'acqua torbida da bere.

Diversi organismi internazionali, inclusa la Corte Internazionale di Giustizia, hanno richiesto, invano, ai fanatici messianici e fascio-sionisti israeliani di fermare l'offensiva su Rafah. Anzi, per molti l'attacco potrebbe costituire una sorta di "risposta provocatoria" nei confronti delle due corti che dovranno indagare sui crimini di guerra e contro l'umanità, con responsabilità sia individuali che collettive.

Le immagini dell'attacco, raccolte dal fotoreporter Yousef Hamada, sono letteralmente infernali. Sono disponibili sul suo profilo Instagram e riprese principalmente da utenti dei social media, ma ve ne sconsigliamo la visione: possono servire agli storici di un futuro che dovrà essere meno tetro, a chi fa indagini per documentare i crimini di guerra, ai giornalisti che devono (o forse meglio dire, dovrebbero) raccontare quanto avviene. Ma, chi scrive, comincia ad avere dubbi sul fatto che immagini del genere servano a far sollevare la società civile globale e imporre ai nostri governanti di fermare questi inutili massacri, come dovrebbe essere...

10.2.24

PIÙ ARMI E MENO AIUTI!

LE ACCUSE ALL’UNRWA E L’IPOCRISIA DEL “DISORDINE INTERNAZIONALE”


I sospetti mossi dall’intelligence israeliana a mezzo stampa e da “UN Watch” su alcuni appartenenti all’“UNRWA”, l’Agenzia che supporta i servizi essenziali e i diritti umani dei palestinesi sfollati dal ’48, hanno comportato il congelamento dei fondi destinati a offrire un sollievo minimo a una popolazione militarmente oppressa e in ginocchio

Quando invece l’esercito e i coloni-paramilitari compiono le peggiori barbarie in un regime di apartheid, quasi nessuno nei potentati governativi e mediatici occidentali chiede di tagliare forniture di armi e fondi per finanziare la guerra del vassallo mediorientale della NATO

In questo post torniamo, perciò, a parlare dell’ipocrisia e dell’insufficienza dell’attuale “dis-ordine internazionale”, e del polverone mediatico che è stato alzato per delegittimare l’UNRWA. Una vera e propria "macchina del fango" che sta contribuendo a far morire di fame e di stenti i gazawi, dato che le bombe non sono sufficienti.



COS’È L’UNRWA

L’Agenzia ONU per il soccorso e il collocamento dei profughi palestinesi nel Vicino Oriente si occupa di assistere, difendere e promuovere i diritti di circa 5 milioni di rifugiati palestinesi nei territori occupati (Gerusalemme est inclusa), in Siria, Libano e Giordania. Fondata dall’Assemblea Generale nel ’48 con più di 30mila dipendenti (la maggior parte dei quali sono anch’essi rifugiati, mentre circa 300 sono funzionari internazionali), fornisce assistenza a tutte quelle persone che hanno perso mezzi di sostentamento e abitazioni a partire dalla guerra arabo-israeliana del ’48, quella che gli israeliani definiscono “guerra di indipendenza”, e che per i palestinesi è invece la “Nakba”, ossia la “Catastrofe” consistita in una vera e propria pulizia etnica.

Le attività dell’agenzia sono fondamentali per cercare di assicurare condizioni di vita che rispettino i requisiti minimi affinché alcuni diritti siano definibili come “umani”: fornisce sevizi basilari come aiuti alimentari e forniture di acqua potabile, servizi sociali, sanitari e interventi di emergenza, aiuta le persone a trovare un’occupazione tramite formazione e programmi di microcredito, costruisce e mantiene scuole, strutture sanitarie e campi profughi. Si calcola infatti che circa un milione e mezzo dei rifugiati assistiti (il 30% di quelli registrati) vivono in circa 60 campi profughi “ufficiali”.

Queste cifre spoglie, da sole, rendono l’idea che il lavoro dell’Agenzia è tanto complesso quanto cruciale. Un’organizzazione che conta migliaia di dipendenti potrebbe certamente avere al suo interno delle “mele marce”, così come ce ne sono certamente tantissime nell’intera società israeliana, a partire dai vertici governativi per arrivare fino all’ultimo soldato di fanteria sul campo, e passando per una grande parte della società civile.

 

 

LE ACCUSE DEI FASCIO-SIONISTI DOPO L’UDIENZA ALL’AJA

16.1.24

IL LINGUAGGIO GENOCIDA DI ISRAELE

LA CAUSA LEGALE INTENTATA DAL SUDAFRICA

 

Secondo il Sudafrica Israele sta commettendo un genocidio, e per questo lo ha denunciato alla Corte Internazionale di Giustizia: uccisioni di massa, distruzioni calcolate e indiscriminate che hanno reso Gaza invivibile e colpito ogni tipo di infrastruttura a cominciare dagli ospedali, danni psico-fisici ampliati dall’assedio cui era già sottoposta la popolazione (non facendo entrare risorse basilari come acqua e cibo) e attualmente incrementato, sfollamento di persone (anche verso aree definite “sicure” che poi vengono bombardate) e perfino gli ostacoli per impedire le nascite di infanti, con donne incinta che se sopravvivono hanno difficoltà enormi a partorire e con la mancanza di corrente elettrica che fa spegnere le incubatrici, senza la possibilità di poter fornire aiuti alle quasi 200 donne che ogni giorno hanno difficoltà relative alla gravità (dati dell’OMS).


Nel disegno un elicottero sgancia un missile verso un bimbo palestinese, rivolto di spalle, con una kefiah e un orsacchiotto. Sull'elicottero c'è scritto Israel, e l'ombra proiettata dal bambino diventa la scritta "Gaza". Ai lati le mura che circondano Gaza
Disegno di Carlos Latuff rilasciato con licenza creative commons


Sono dunque 4 su 5 i tipi azioni commesse dalla forza occupante che, secondo il Sudafrica, ricadono nel II articolo della Convenzione per la prevenzione e repressione del delitto di genocidio, e basta che anche solo una di queste azioni sia commessa per configurare “il crimine dei crimini”, che consiste nell’intenzione di distruggere un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso anche solo in parte.

 

Ma, secondo il team di legali del Sudafrica, Israele sta fallendo anche nel punire chi lo incita, quando non sono le stesse alte cariche dello stato a farlo direttamente. In questo post ci concentriamo dunque sul linguaggio genocidiario usato nei confini dello stato teocratico israeliano, linguaggio che costituirebbe la prova delle intenzioni genocide che, per l’appunto, precedono le azioni.


Lo facciamo a partire dal dossier presentato dal Sudafrica, dalle argomentazioni esposte nella prima udienza la scorsa settimana (in particolare quelle del legale Tembeka Ngcukaitobi che si è occupato di illustrare le evidenze che dimostrano le intenzioni e le relative dichiarazioni di governanti, militari e società civile) e analizzando anche altre fonti stampa.

 

Precisiamo che a questo stadio del procedimento non è ancora necessario provare “nel merito” che il crimine di genocidio si sia consumato (eventuali responsabilità individuali dovrebbero essere accertate da un Tribunale ad hoc e dalla Corte Penale Internazionale), ma basta dimostrare che le accuse siano plausibili per fare applicare le misure cautelari e imporre la fine dell’invasione (o perlomeno un suo forte ridimensionamento), un provvedimento che la parte dell’umanità non indifferente allo sterminio chiede a gran voce. Inoltre va specificato anche che, nel momento in cui le misure venissero applicate e Israele non le rispettasse, verrebbe coinvolto il Consiglio di sicurezza ONU. 

Le misure per fermare il massacro, inviare più aiuti umanitari e prevenire il compimento del genocidio verrebbero “allargate” ai paesi alleati di Israele (Italia inclusa). La difesa israeliana ha invece ribaltato le accuse, dicendo che Hamas si è macchiata di un genocidio e che gli stati che hanno avallato la sua condotta sono altrettanto responsabili. Di sicuro un genocidio non ne giustifica un altro, così come la Shoah non giustifica la Nakba del ‘48 (letteralmente “La Catastrofe”, e cioè lo sfollamento forzato e la pulizia etnica dei palestinesi) e quella del 2023!

 

 

foto di Netanyahu con una sua dichiarazione:<<non ci fermeremo fino a quando la nostra missione non sarà completa, fino a quando la luce sovrasterà l’oscurità, fino a quando il bene sconfiggerà il diavolo assoluto che minaccia noi e l’intero pianeta>>
Foto originale rilasciata con licenza creative commons. Clicca o "schiaccia" le immagini per vederle in maniera nitida

 

IL CRIMINE DEI CRIMINI E LA “PISTOLA FUMANTE”

Il genocidio è “il crimine dei crimini”, l’atto illegale più atroce dal punto di vista umano e dalla prospettiva del diritto penale e internazionale, ed è anche un “processo”, qualcosa che si sviluppa malignamente nel tempo, utilizzando la macchina della propaganda per disumanizzare il gruppo che si vuole colpire e, così facendo, rimuovendo l’empatia nei confronti di propri simili...

15.1.24

GENOCIDIO, RESISTENZA, STAMPA ASSERVITA, BOICOTAGGIO E CESSATE IL FUOCO

In foto Francesca Albanese. Nella didascalia si vede una sua dichiarazione: <<Il diritto internazionale, in particolare il protocollo aggiuntivo alla convenzione di Ginevra, riconosce il diritto di un popolo oppresso, un popolo sotto occupazione straniera, alla resistenza. (...) Questo diritto è riconosciuto anche ai palestinesi attraverso risoluzioni dell'Assemblea generale ma nei limiti del diritto internazionale, quindi i civili non si toccano, non si ammazzano, non si brutalizzano, non si prendono in ostaggio.  Però c’è una cosa sulla quale insisto: un atto illegittimo della resistenza va investigato, va giudicato, i responsabili vanno assicurati alla giustizia ma quest'atto illegittimo non invalida la resistenza tutta.>>


In 7 minuti la Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, Francesca Albanese, ci parla del massacro del popolo palestinese in corso e le chiediamo di:

1) Diritto a resistere di un popolo oppresso con le armi

2) La differenza e le connessioni tra i concetti di “genocidio” e “pulizia etnica”.

3) La strage di personale sanitario, di operatori dell’ONU e giornalisti che si somma a quella dei civili a Gaza e nei territori occupati.

4) Cosa possiamo fare, adesso, per fermare il genocidio?

5) Boicottaggio economico

Francesca Albanese, la settimana scorsa, al margine di un’intensa presentazione del libro “J’Accuse” (edizioni “Fuori Scena”) di circa due ore a Napoli (sala pienissima, mentre non sembravano presenti organi mediali “mainstream”), ha dedicato un po’ del suo preziosissimo tempo alla nostra umile “fanzina/rivista”, aiutandoci a chiarire alcuni concetti che riteniamo fondamentali per comprendere meglio il “conflitto” (o forse sarebbe meglio dire la strage di civili) con un tasso di <<mortalità senza precedenti>>, la cui ultima fase è stata innescata da <<un atto illegittimo della resistenza>> che però non può invalidare <<tutta la resistenza>>, considerando anche la prospettiva del diritto internazionale.
Un “conflitto” narrato da una <<stampa totalmente connivente, come nei peggiori genocidi>>, che <<sembra completamente imbastardita, nel senso che non riporta più i fatti, non permette alla gente di acquisire consapevolezza, e che continua a fornire una visione parziale e alterata>>, e che quindi è complice...

Di seguito la trascrizione integrale dell’intervista. Qui invece il link per vedere il video su Youtube.




DOMANDA: Un popolo oppresso ha diritto a resistere con le armi?

RISPOSTA: Il diritto internazionale, in particolare il protocollo aggiuntivo alla convenzione di Ginevra, riconosce il diritto di un popolo oppresso, un popolo sotto occupazione straniera, alla resistenza. Durante l'epoca della lotta anti-coloniale, quindi tra gli anni 60 e gli anni 70, anche l'Assemblea generale ha riconosciuto il diritto alla resistenza, diritto alla resistenza anche armata. Questo diritto è riconosciuto anche ai palestinesi attraverso risoluzioni dell'Assemblea generale ma nei limiti del diritto internazionale, quindi i civili non si toccano, non si ammazzano, non si brutalizzano, non si prendono in ostaggio.
Però c’è una cosa sulla quale insisto: un atto illegittimo della resistenza va investigato, va giudicato, i responsabili vanno assicurati alla giustizia ma quest'atto illegittimo non invalida la resistenza tutta.