NON È LA PRIMA VOLTA E SONO PROPRIO QUELLI CHE RUBANO GLI AIUTI
++AGGIORNAMENTI DEL 18/10/2025 ALLA FINE DELL’ARTICOLO, DOPO LA TREGUA ARMATA SPACCIATA
COME “PROCESSO DI PACE”, E DOPO I "REGOLAMENTI DI CONTI" CON ESECUZIONI IN PUBBLICO DI HAMAS ++
Torniamo a parlare dell'uso della fame come arma di guerra e del ruolo israeliano dietro la “borsa nera” di Gaza e dietro il furto stesso dei beni di prima necessità.
Nella parte conclusiva di questo articolo andiamo oltre l'immediatezza degli eventi più recenti argomentando perché tutto viene permesso a una potenza nucleare illegale (non è l'Iran!) in una dissociazione comunicativa che è solo apparente, trovando le sue ragioni in un modo di ragionare fondato su faziosità e illogicità: da un lato ci raccontano che la popolazione di Gaza muore letteralmente di fame perché Hamas ruberebbe gli aiuti, dall'altro politici israeliani affermano candidamente che <<non deve entrare nemmeno un chicco di grano nella Striscia>>.
DA TRAFFICANTE DI DROGA A CAPO DELLE “FORZE POPOLARI” CON IL SOSTEGNO DI ISRAELE
Israele fornisce armi leggere a gruppi di criminali jihadisti di Gaza per seminare il caos e indebolire Hamas <<su ordine di Netanyahu>>: lo ha rivelato pubblicamente tre giorni fa Avigdor Lieberman, capo del partito Israel Beitenu, un tempo alleato dell'attuale primo ministro, temendo che quelle armi <<potrebbero essere usate contro Israele>>. “Bibi” Netanyahu conferma, affermando <<che male c'è?! Serve a salvare le vite dei nostri soldati>>, e accusa il suo avversario politico di fare <<un piacere ad Hamas>>.
A capo dei circa trecento uomini della principale banda criminale c'è Yasser Abu Shabab. Questo nominativo gira da mesi. Lo avevamo menzionato in un articolo in cui davamo notizia di un documento ONU riservato che accusava proprio Israele di essere dietro ai criminali che assaltano i convogli umanitari, uccidono gli autisti e impongono il pizzo per il passaggio dei camion di aiuti con il beneplacito dell'esercito israeliano, oltre a gestire la “borsa nera” di Gaza, il mercato clandestino di beni di prima necessità.
UNA STORIA
AMPIAMENTE FITTIZIA, LARGAMENTE ISPIRATA DA FATTI DI CRONACA E
VAGAMENTE CONDITA DA PLAUSIBILI COMPLOTTISMI
Inauguriamo
Trame,
il format e lo spazio dedicato alla narrativa
di Fanrivista, con la trama abbastanza spoglia
di una spy-story militante ispirata da
eventi di cronaca, di vita vissuta e da paranoie
complottiste.
Prima di
addentrarci nel vivo della trama va tenuta a mente una premessa
immaginativa: la storia è ambientata su un pianeta di un universo
parallelo, fisicamente e geograficamente molto simile al nostro,
temporalmente quasi contemporaneo e anche storicamente quasi identico
al pianeta Terra. Ci sono delle differenze legate a distorsioni
spazio-temporali e ad altre faccende filosofiche e trascendentali che
non siamo in grado di sondare, ma poco importa: questo non
è un racconto fantascientifico, è unpretesto narrativo per comprendere il reale e incidere su
esso.
Immaginiamo che
nell’“altrove” esistono tante realtà quante se ne possono
immaginare. L’unica che possiamo cambiare, però, è questa, quella
che percepiamo e in cui “materialisticamente” viviamo. Perciò, vi apprestate a leggere un racconto che è un po’ romanzo di
formazione e un po’ spy story, con un tocco di ucronia (tra le varie cose Marx è vissuto un po' in più e Stalin è stato assassinato da un anarchico) e pochissima distopia (viviamo già in una società abbastanza
distopica).
La storia non
si ripete mai in maniera esattamente uguale, né esattamente
diversa… Tanto meno nei mondi immaginari o futuribili!
I CENTRI SOCIALI “OBLÒ”, “INFILTRATI” E “CREAZIONI”
AI TEMPI DEL GOVERNO COCOMERI
Siamo su Ovum,
pianeta ovale da noi fisicamente irraggiungibile, in un sistema solare
con due soli (un sole emette pochissima energia, che contribuisce
comunque al riscaldamento ovale del pianeta, ma questi dettagli
astronomici non ci interessano più di tanto...). La storia è
ambientata principalmente a Calcalia, uno stato-nazione a
forma di scarpa al centro del mar Meridionale, che bagna alcune
sponde del continente Suolo,
quello da cui sono partite
le più sanguinose guerre di conquista. La storia ha due
“protagonisti”.
UN DOCUMENTO ONU
RISERVATO IPOTIZZA IL COINVOLGIMENTO DELLE FORZE DI OCCUPAZIONE
ISRAELIANE NELLA PROTEZIONE DI GANG ARMATE, OPPOSTE AD HAMAS, CHE RUBANO E TRAFFICANO CIBO E AIUTI
Negli ultimi mesi abbiamo seguito le vicende relative alla consegna degli aiuti umanitari a Gaza, questioni per cui Netanyahu e Gallant sono accusati di usare la fame come arma di guerra, tra i vari crimini.
Due settimane fa abbiamo pubblicato l’ultimo aggiornamento sull’UNRWA, l’Agenzia ONU che assiste i rifugiati palestinesi e che è stata legalmente bandita da Israele. Una mossa legislativa che, se implementata, renderebbe la sopravvivenza dei gazawi e di tutti i palestinesi nei territori occupati ancora più complicata.
Pochi giorni dopo l’ultimo post sull’UNRWA, in cui parlavamo della “borsa nera”, dell’economia di guerra e dei piani per affidare la gestione degli aiuti a mercenari dentro Gaza, si è verificato il più importante attacco a un convoglio umanitario. Non si tratta però, come successo più volte, di attacchi incendiari e minacce ai guidatori dei camion da parte di fanatici israeliani. Si tratta invece di bande palestinesi armate, sospettate di essere supportate dalle forze di occupazione israeliane.
Immagine a sinistra scattata a Luglio a Gaza da hosnysalah da Pixabay. A destra il frame di un video di pochi giorni fa in cui un ragazzino fa fuoco con un fucile M16 a Gaza in pieno giorno. Alcuni analisti e commentatori pensano che ci sia la complicità di Israele: quel tipo di armamento non è in dotazione ad Hamas e, in più, non si capisce come i droni che sorveglino costantemente Gaza non attacchino delle persone armate.
Pubblichiamo un aggiornamento sulle ultime due leggi israeliane che criminalizzano l'UNRWA e che aprono le porte a ulteriori disastri umanitari e speculazioni.
Parliamo anche delle implicazioni
legali di questo provvedimento legislativo e della "borsa nera" che caratterizza le economie di guerra.
In più, includiamo nel post un breve "fact-checking" per sfatare delle fake-news sull'Agenzia che sostiene i profughi palestinesi.
ISRAELE CRIMINALIZZA L'UNRWA
Lunedì 28 ottobre
il parlamento del sedicente stato ebraico ha approvato due leggi,
adottate con un larghissimo consenso dell’opposizione, da
implementare nell’arco di tre mesi: l’UNRWA (“Agenzia
ONU per il soccorso e il collocamento dei profughi palestinesi nel
Vicino Oriente”) viene identificata come un gruppo
terroristico, non potrà operare <<nel territorio sovrano
dello Stato di Israele>> e avere relazioni con istituzioni
e funzionari pubblici, inclusi esercito e banche, perdendo la
possibilità di ottenere visti, l’immunità diplomatica e le
esenzioni fiscali. In concreto non potrà operare
nemmeno a Gaza e in Cisgiordania oppure, nello scenario migliore,
riuscirà solo a svolgere pochissimi compiti con grande difficoltà.
Lunedì scorso è arrivata la comunicazione ufficiale del ministro
degli esteri all’Agenzia: l’accordo di cooperazione in vigore dal
‘67, base legale del rapporto tra Israele e l'Agenzia, è cancellato. La motivazione
addotta è un supposto legame con degli <<operativi di
Hamas>>. Ma i benefici per l’etno-teocrazia israeliana
sono ben altri che la presunta lotta al terrorismo. Non a caso alcuni
terroristi ebraici uccisero colui che contribuì a far nascere
l’UNRWA… Ma andiamo per ordine, e spieghiamo cosa fa in concreto
l’UNRWA.
COS’È L'UNRWA
E COME NASCE IL “DIRITTO AL RITORNO”
L’“Agenzia
ONU per il soccorso e il collocamento dei profughi palestinesi nel
Vicino Oriente” assiste, difende e promuove i diritti di circa
5 milioni di rifugiati palestinesi nei territori occupati
(Gerusalemme Est inclusa), in Siria, Libano e Giordania. Fondata
dall’Assemblea Generale nel ’48 conta più di 30mila dipendenti. La maggioranza di questi sono rifugiati e operano insieme a circa 300 funzionari internazionali. Fornisce assistenza a tutte
quelle persone che hanno perso mezzi di sostentamento e abitazioni a
partire dalla cosiddetta guerra arabo-israeliana del ’48, la
“guerra di indipendenza” per gli israeliani, la “Nakba” (la
“Catastrofe”) per i palestinesi, l'inizio della pulizia etnica e
del genocidio incrementale che continua fino a oggi.
LE ACCUSE INFODATE ALLA PSEUDO-SINISTRA (PD) E I TIPI DI PROTESTE
CHE POSSONO FAVORIRE LA NORMALIZZAZIONE DELLA REPRESSIONE DEMOCRATICA E
POTENZIALMENTE A BENEFICIO DELLA “STRATEGIA DELLA TENSIONE”
Prendendo spunto da un
commento a un nostro articolo e dalle accuse infondate mosse da Giovanni Donzelli (Fratelli d’Italia)
al Partito Democratico (sotto il video dell’intervento alla Camera pubblicato
da La Repubblica), “disegniamo” alcuni scenari che potrebbero essere puri “deliri complottisti” senza fondamento così
come dei frammenti “di e delle” verità
legate al caso umano e giudiziario dell’anarchico insurrezionalista Alfredo Cospito.
MAFIE E PRIGIONIERI
POLITICI UNITI NELLA LOTTA PER CONDIZIONI PIÙ UMANE NELLE CARCERI DISUMANE:
TEORIA COMPLOTTISTICA O SEMPLICE REALTÀ…
Partiamo dal commento di “Tin Hat” (espressione
gergale per definire i “complottisti”, e in particolare per quelle persone che
creano un “cappello” con la carta argentata per impedire fantomatiche
intercettazioni “telepatiche”, isolando il cervello con una barriera metallica)
pubblicato in calce a un nostro articolo qualche giorno prima
dell’intervento di Donzelli, commento che in un certo senso anticipava la
teoria complottista “anarco-mafiosa”:
<<Mi dicono
spesso che sono un complottista, e allora provo a immaginare uno scenario che
può essere sia iper-complottista che realista: se ci fosse stata veramente una
trattativa con Matteo Messina Denaro per abolire il 41 bis e l'ergastolo
ostativo, il governo (incluso quello passato che ha firmato il 41 bis per
Cospito o comunque alcuni settori istituzionali) potrebbe "trattare malissimo"
l'anarchico per innescare un'ondata popolare per abolire o riformare in senso
favorevole ai mafiosi i due istituti.
Uno scenario più realista
è più semplice da disegnare: i governi "trattano malissimo" Cospito
perché anarchico, per "punirne uno per educarne 100" e gli interessi dei prigionieri politici con
quelli della criminalità organizzata semplicemente convergono...>>.
Insomma, secondo Tin Hat, la lotta contro il 41 bis e l’ergastolo ostativo(lotta portata avanti anche per vie legali come abbiamo già spiegato in questo post)
potrebbe trattarsi di una semplice convergenza di interessi tra detenuti,
mentre invece Donzelli arriva addirittura a definire Cospito <<un influencer della mafia>>!
Il parlamentare di destra (che è anche vice-presidente del
Copasir) ha superato l’immaginazione del commentatore Tin
Hat in una maniera poco raffinata e intellettualmente volgare, tanto banale
quanto infondata, perché così come è stata raccontata è una pura congettura
infamante, una cosa che se fosse stata detta da un comune cittadino, e non da
un parlamentare, sarebbe stata denunciata per diffamazione: è arrivato
addirittura ad alludere a un collegamento con la mafia dei parlamentari del PD
che erano andati a visitare Cospito il 12 Gennaio.
L’accusa si basa sulla coincidenza della data della
visita (ricordiamo che i parlamentari sono tra i pochi a poter entrare nelle
carceri liberamente) nello stesso giorno in cui è stata “captata” (non
si è ben capito se tramite un’intercettazione o una semplice trascrizione
basata sulla testimonianza di una guardia) una comunicazione tra due
appartenenti a organizzazioni mafiose (uno ‘ndranghetista e un camorrista)
in cui sostanzialmente questi incoraggiavano Cospito a continuare nello
sciopero della fame e a continuare la battaglia per tutti i detenuti,
mafiosi e non mafiosi, terroristi brigatisti e fascisti, estremisti islamici
ecc.
Giustamente il
partito di centro-presunta-sinistra,
oltre a rivendicare la legittimità della visita a Cospito e l’estraneità con il
fenomeno mafioso, ha chiesto le dimissioni di Donzelli facendo notare che si
sarebbe reso complice di un’irregolarità, che in una certa misura pareva essere
stata confermata dal ministro Nordio
quando è andato a riferire sul caso in parlamento: il sottosegretario alla
giustizia Andrea Delmastro
Delle Vedoveha “confessato” di aver riferito oralmente a Donzelli il
contenuto del documento in cui era trascritta l’incitazione all’anarchico.
Il documento era del DAP
(il Dipartimento dell’Amministrazione
Penitenziaria, l’organismo che gestisce le carceri),e Delmastro ha
dichiarato di non aver previsto che Donzelli lo avrebbe riportato e ”spifferato”
in parlamento. I due sostengono che si tratta di un documento pubblico, al
quale almeno teoricamente potrebbe essere richiesto l’accesso (come avrebbe poi
confermato Nordio). Peccato che è un documento che riguarda dei detenuti al 41
bis, e cioè di un regime studiato, in teoria, per impedire che gli appartenenti
ad organizzazioni criminali comunichino con l’esterno. In pratica, purtroppo,
il cosiddetto “carcere duro” si può trasformare in un’ulteriore afflizione,
incostituzionale, per costringere il
ristretto a una collaborazione (di tutta una serie di implicazioni legate al 41
bis ne parliamo nel post sopralinkato, collegato al caso Copsito e che tocca
anche l’argomento dell’ergastolo ostativo, una cosa diversa ma che può essere
collegata al 41 bis).
Al di là di quello che è successo veramente non mi
sorprenderebbe se nelle carceri dei “mondi” criminali diversi si incontrassero
(inclusi quelli statali “deviati”, che forse potrebbero avere un certo spazio anche
nelle carceri militari e che hanno accesso a tutte le carceri): uno dei pochi “mondi”
che probabilmente è sostanzialmente isolato, se non anche privilegiato, è
quello dei “colletti bianchi” (o
anche della “borghesia mafiosa” per
usare un’altra espressione in voga dopo l’arresto di Messina Denaro, ma si
potrebbe parlare anche delle “menti
raffinatissime” cui si riferiva Falcone), quando ci entrano in carcere…
ALTRI SCENARI E
QUESTIONI "COMPLOTTISTICHE" LEGATE AL CASO COSPITO
Il proibizionismo dell’immigrazione, il memorandum
Italia-Libia, le migrazioni “di serie B” e i respingimenti in Grecia
La scorsa settimana a Napoli si è tenuto "A Bordo!",il primo festival di Mediterranea Saving Humans APS, <<la piattaforma di realtà della società
civile>> che con la sua <<azione
non governativa>> di <<disobbedienza
morale>> -verso le politiche che criminalizzano le migrazioni- e
<<obbedienza civile>> -alle
norme che salvaguardano i diritti umani- salva persone nel Mediterraneo
centrale, anche documentando e denunciando le precondizioni e i risultati dei “viaggi
della speranza”. Presente in mare dal 2018, dall’inizio del conflitto in Ucraina è operativa anche “via terra” con delle carovane che portano assistenza medica e beni di prima necessità, e riportano indietro
persone vulnerabili.
Purtroppo siamo riusciti a seguire solo l’ultima parte del
festival (dati i nostri umili mezzi e anche perché siamo venuti a conoscenza
del festival tardi) e abbiamo comunque sentito il dovere di “scendere in piazza”: Sabato
3 c’è stato un breve corteo seguito da un “flash-mob”, di circa due ore, di
fronte alla Prefettura partenopea contro gli accordi Italia-Libia, seguito dall’ultimo
dibattito e dal concerto conclusivo.
Nelle righe che seguono troverete alcuni spunti emersi dalla
manifestazione e, in particolare, ci soffermiamo sul memorandum d’intesa
italo-libico, sui cosiddetti “migranti di serie B”, su una denuncia
fatta contro i respingimenti delle autorità greche e diversi riferimenti a questioni
più generiche, come il proibizionismo delle migrazioni.
Troverete anche un video girato male, ma che contiene un
audio sufficientemente comprensibile di tutti gli interventi rivolti davanti l’ufficio del Governo.
Inoltre trovate anche i collegamenti alle dirette-video di altri eventi del
festival postati da Mediterranea e da Refugees in Libya sulle
loro pagine Facebook, come il dibattito conclusivo del festival.
Ma partiamo dalla ragione principale della manifestazione di
fronte alla Prefettura: gli accordi sottoscritti dal governo libico e da quello
italiano nel 2017.
IL MEMORANDUM ITALIA-LIBIA
Il memorandum d’intesa,
firmato dall’allora presidente italiano Gentiloni e dall’ex presidente libico
Fayez al-Sarraj nel 2017, sancisce la cooperazione tra i due paesi <<per affrontare tutte le sfide che si
ripercuotono negativamente sulla pace, la sicurezza e la stabilità nella
regione del Mediterraneo>>, ossia<<nel campo dello sviluppo,
del contrasto all’immigrazione illegale, al traffico di essere umani, al
contrabbando e sul rafforzamento della sicurezza delle frontiere>>,
nel rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani, formalmente…
Di fatto si affida il controllo della migrazione, e quindi
della frontiera, alla sedicente Guardia costiera libica (ritenuta connivente
con gli stessi trafficanti) e al governo che regola i centri di detenzione (centri
ufficiali e non) dove avvengono dei veri e propri crimini contro l’umanità, che vanno dalla riduzione in
schiavitù allo stupro, passando per l’omicidio, ed evitando il soccorso in mare
cui saremmo vincolati giuridicamente… Ma anche non immaginando e applicando
altre misure che potrebbero porre fine ai “viaggi della speranza”, iniziando dall’apertura di corridoi umanitari per arrivare a una più utopica fine del
proibizionismo delle migrazioni (desiderabile da chi scrive quest’articolo).