19.2.24

LIBERTÀ PER JULIAN ASSANGE, PRIGIONIERO POLITICO

UN APPROFONDIMENTO PER IL "DAY X", E PER I GIORNI A VENIRE...


L'Alta Corte di Giustizia britannica deciderà, tra Martedì 20 e Mercoledì 21 Febbraio 2024, se Julian Assange verrà estradato negli Stati Uniti.


<<Una delle migliori maniere per ottenere giustizia è quella di rivelare l'ingiustizia>>. Citazione di Julian Assange e immagine di Gianluca Costantini
<<Una delle migliori maniere per ottenere giustizia è quella di rivelare l'ingiustizia>>. Citazione di Julian Assange e immagine di Gianluca Costantini


Al di là del fatto che questo pericolo per un coraggioso cronista e un editore visionario venga scongiurato o meno, abbiamo il dovere di mobilitarci sia per il giorno "X", come è stato ribattezzato da militanti e attivisti di tutto il Mondo, sia nei giorni a venire. Il perché lo spieghiamo in questo approfondimento sulla vicenda che mischia cronaca giudiziaria, questioni etiche, deontologia giornalistica e libertà di informazione. 

Un articolo "a lunga conservazione" e "scadenza" in accordo con la linea editoriale e la filosofia di "slow-journalism" che caratterizza "La Fanzina Generalista", colmo di spunti sulla vicenda dell'hacktivista. Pensiamo sia utile non solo per mobilitare quante più persone domani e dopodomani: militanti e attivisti si riuniranno a Londra e in tutto il Mondo, per chiedere non solo la liberazione di una persona attualmente sotto "tortura di stato", ma anche per rivendicare la libertà di informare e conoscere. 


locandina per il giorno x con il volto di Assange

Nelle prossime righe cerchiamo di ripercorrere le tappe fondamentali della vicenda umana e giudiziaria dell'editore, cronista e attivista "cypherpunk", scandagliando alcuni degli aspetti più rivoluzionari e controversi del più noto portale di whistelblowing, Wikileaks, con alla base l'idea di un giornalismo e di un'informazione all'avanguardia, basati principalmente su fonti primarie.


Se per assurdo ammettessimo che Assange abbia davvero commesso dei reati per ottenere delle informazioni di rilevanza pubblica, sarebbe più importante dei crimini di guerra scoperti? In altre parole: è più importante un ipotetico crimine commesso per rivelare dei crimini di stato, oppure quegli stessi crimini di stato che hanno fatto morire migliaia di innocenti nelle guerre "per esportare la democrazia"?

Non è forse paradossale che chi ha denunciato quei crimini è trattato come il peggiore dei terroristi, mentre chi li ha commessi probabilmente è stato addirittura premiato (non considerando che anche il peggiore dei terroristi, inclusi quelli "di Stato", dovrebbero sempre godere del rispetto dei più basilari diritti umani)? 

Se pure avesse commesso tutti i crimini che gli vengono contestati, se fosse anche il peggiore dei criminali sulla terra, meriterebbe comunque quasi due secoli di carcere o la pena di morte? 

Seppure fosse vero che Wikileaks abbia diffuso delle informazioni che hanno messo in pericolo la vita di alcune persone, non sarebbe forse un prezzo caro da pagare per avere un mondo più vero e perciò più giusto, per scoprire che altre persone sono state uccise impunemente, e per fare in modo che altri civili non vengano uccisi a cuor leggero, fungendo da deterrente e rivelando all'opinione pubblica il vero costo della guerra, con narrazioni non edulcorate da una criminale propaganda di stato? 

Le informazioni devono solo finire nelle mani dei governanti, o anche in quelle degli attivisti per i diritti umani che dedicano la loro vita a capire chi li viola?



I CAPI DI IMPUTAZIONE: UN PROCESSO LETTERALMENTE SENZA PRECEDENTI

L'editore e giornalista Julian Paul Assange potrebbe essere estradato negli Stati Uniti nelle prossime ore. Rischia una condanna fino a 175 anni di carcere per spionaggio in regime di "massima sicurezza", e quindi di isolamento pressoché totale, in violazione dei più basilari diritti umani. Rischierebbe anche la pena di morte, oltre a essere stato oggetto di un tentativo di omicidio extragiudiziale, stando a quanto dichiara la sua difesa e a quanto hanno riportato alcune testate internazionali.

I capi di accusa sono 18 e riguardano la violazione della legge sullo spionaggio: in 16 di questi gli si contesta di avere ottenuto e divulgato (e, in un caso, solo tentato di ottenere e divulgare) in maniera non autorizzata informazioni riguardanti le guerre in Iraq e Afghanistan, e le relative regole di ingaggio, oltre a diverse comunicazioni diplomatiche e ad altre informazioni sul campo di internamento di Guantanamo. Un altro capo di imputazione riguarda l'accesso abusivo a sistema informatico. L'ultima accusa è quella di associazione per delinquere finalizzata all'intrusione in un sistema informatico e alla cospirazione, <<insieme ad altri noti e non noti complici>>, per ottenere, ricevere e rendere pubbliche informazioni pertinenti la difesa nazionale. Contenuti che avrebbero messo in pericolo la vita di diversi informatori delle autorità nord-americane e alleate.

Per la difesa la richiesta di una pena così elevata è legata a una <<tradizione di richieste di patteggiamento coercitive, tramite accuse eccessive, per assicurarsi una sentenza di condanna>>. La giuria, che verrebbe selezionata tra <<persone connesse con il governo, agenzia di sicurezza nazionali e imprese militari private>>, rischia di non essere indipendente. 

È la prima volta nella storia degli USA, l'unico paese dell'"illuminato" occidente ad applicare la pena di morte, che un editore viene processato per avere ottenuto e pubblicato dei segreti di stato. 

La difesa afferma che prima di questa causa esisteva <<una pratica consolidata di non accusa per gli editori>>, come testimonia il caso dei "Pentagon Papers": negli anni '70 l'allora militare Daniel Ellsberg girò alla stampa 7000 documenti top-secrets riguardanti, tra le varie cose, la guerra del Vietnam. Fu accusato di spionaggio e si intimò ai giornali di non procedere con la pubblicazione. In tribunale fu assolto e le rivelazioni furono consentite sulla stampa in base al Primo Emendamento della costituzione americana, che regola la libertà di espressione.

17.2.24

NON TI INTERESSA LA POLITICA?!

TANTO NON CAMBIA NIENTE?!


Senti spesso dire (o dici) “non mi interessa la politica”, “tanto non cambia niente”, “i politici sono tutti uguali”, per poi cadere nella rassegnazione? Allora continua a leggere questo post di filosofia spicciola della rubrica “Valvola”(e incluso anche in “Define”). Troverai degli spunti di riflessione molto semplici per ragionare sull’evenienza di rifiutare la parola “politica” in ogni accezione, o per rispondere a chi se ne disinteressa totalmente, cedendo a passività o indifferenza.

Infatti, non esistono azioni che, per quanto piccole possano essere, non producano delle conseguenze, mentre esistono degli “alibi collettivi” per rassegnarsi, giustificare e accettare, anche solo tramite l’indifferenza, le ingiustizie. Oppure per accontentarsi di piccole “concessioni” che in realtà dovrebbero essere dei diritti.

Inoltre, la parola politica non può essere associata solo a quella fatta dai partiti, in particolare quelli dalla “Seconda Repubblica” in poi (per rimanere nel contesto italiano)... Viviamo in un'epoca di de-politicizzazione totale, e dobbiamo assolutamente ritornare a interessarci di "Politica", capire che questa parola non è solo questione di "politica partitica", andando al di là delle affiliazioni populiste, dogmatiche e, per l'appunto, partitiche.


Figure di persone disegnate in maniera semplice, che si tengono per mano e che espongono 3 cartelli: uno ha un punto esclamativo, un altro interrogativo e l'ultimo entrambi



14.2.24

CREDITI DI CARBONIO, COMPENSAZIONI E GREEN-WASHING

CARBON CREDIT E OFFSET: COSA SONO E PERCHÉ SONO CONTROPRODUCENTI 

 

In questo post per la rubrica "Define" parliamo di "Carbon Credit" e "Carbon Offset", dei sistemi che dovrebbero servire a rendere le aziende più "green", tramite lo scambio di permessi a inquinare e l'adozione di misure che dovrebbero ridurre l'impronta ambientale di un'azienda.

 
 

Un impianto che butta gas nell'atmosfera
Foto di Chris_LeBouttillier



Secondo l'opinione di chi scrive, l'essenza di questo sistema è per sua stessa natura inadeguata 
a ridurre l'impatto dei gas climalteranti. Si rischia di commercializzare la possibilità di inquinare, non diminuendola, e si aprono le porte a nuove possibilità di marketing scorretto e "greenwashing", ossia delle aziende che si spacciano come "green" continuando a inquinare, forse anche più di prima. 
 
Nella conclusione invece proponiamo uno dei peggiori scenari sociali e ambientali verso cui ci stiamo pericolosamente dirigendo, anticipando un altro progetto che prenderà forma tra queste righe digitali e che si chiamerà "Trame". Lo facciamo in accordo con la filosofia di giornalismo sperimentale e con la linea editoriale di questa fanzina/rivista, che si sforza di essere obiettiva e schierata al tempo stesso. 

 

COMPENSAZIONI E CREDITI DI CARBONIO 

 

Con l'espressione "carbon offset" (letteralmente "compensazione di carbonio") si intendono delle attività che un'azienda, un privato o un'istituzione pubblica, mettono in campo per compensare delle emissioni di anidride carbonica o di altri gas serra che hanno emesso.  

 

Detta in soldoni: le aziende, specialmente quelle che immettono tanta CO2 e dunque molto inquinanti, possono continuare a farlo comprando o generando dei crediti "verdi" da altre aziende, finanziando progetti e attività che dovrebbero ridurre l'impatto ambientale complessivo.  

 

Si può acquisire un credito di carbonio per ogni tonnellata di anidride carbonica che si riesce a compensare "assorbendola", per esempio piantando degli alberi, o non emettendola, vale a dire evitando sprechi su una linea di produzione con l'efficientamento energetico. Anche riducendo l'impiego o l'impatto di altri gas serra si possono avere dei "carbon credit", che vanno però calcolati sempre in rapporto all'impatto della CO2: il biossido di carbonio è infatti il gas climalterante che impatta di più in termini quantitativi, ma in termini qualitativi un gas come il metano inquina decine di volte di più della CO2. In altre parole: anche se la CO2 non è la più inquinante in assoluto, è quella maggiormente presente nella nostra atmosfera, e che quindi ha un impatto maggiore per l'effetto serra. 

 

Il fine ultimo dovrebbe essere bilanciare l'impronta ambientale o, addirittura, di compensare più emissioni di gas di quelle generate. I motivi che portano un'azienda o un ente pubblico a produrre o accumulare questi crediti sono diversi. Possono servire a rispettare delle leggi in materia ambientale, ottenendo dei permessi o evitando delle sanzioni. Potrebbero aiutare a comprendere quanto si incide sull'ambiente. Investendo in strategie del genere si potrebbe fare innovazione e ridurre dei costi, perlomeno sul lungo termine, ed essere più avanti rispetto ad altri concorrenti. Qualcuno magari ha veramente a cuore la salvaguardia dell'ambiente, mentre per altri si tratta solo di ripulire l'immagine di un'azienda tramite il "green washing", ossia lo spacciarsi come un'azienda "verde". Infine, questi crediti, concepiti come un incentivo economico per ridurre l'inquinamento, possono essere utilizzati per delle speculazioni finanziarie invece che per salvare il pianeta. 

 

 

I CARBON MARKET: OBBLIGATORI E VOLONTARI 

 

Esistono infatti dei veri e propri mercati dei crediti di carbonio, dei "carbon market" in cui chi ne ha in eccesso può venderli, metterli all'asta o scambiarli al pari di altri strumenti finanziari, dopo che sono stati certificati da enti appositi, che dovrebbero essere imparziali, e commerciati principalmente tramite degli intermediari specializzati, i cosiddetti "carbon brokers".  

10.2.24

PIÙ ARMI E MENO AIUTI!

LE ACCUSE ALL’UNRWA E L’IPOCRISIA DEL “DISORDINE INTERNAZIONALE”


I sospetti mossi dall’intelligence israeliana a mezzo stampa e da “UN Watch” su alcuni appartenenti all’“UNRWA”, l’Agenzia che supporta i servizi essenziali e i diritti umani dei palestinesi sfollati dal ’48, hanno comportato il congelamento dei fondi destinati a offrire un sollievo minimo a una popolazione militarmente oppressa e in ginocchio

Quando invece l’esercito e i coloni-paramilitari compiono le peggiori barbarie in un regime di apartheid, quasi nessuno nei potentati governativi e mediatici occidentali chiede di tagliare forniture di armi e fondi per finanziare la guerra del vassallo mediorientale della NATO

In questo post torniamo, perciò, a parlare dell’ipocrisia e dell’insufficienza dell’attuale “dis-ordine internazionale”, e del polverone mediatico che è stato alzato per delegittimare l’UNRWA. Una vera e propria "macchina del fango" che sta contribuendo a far morire di fame e di stenti i gazawi, dato che le bombe non sono sufficienti.



COS’È L’UNRWA

L’Agenzia ONU per il soccorso e il collocamento dei profughi palestinesi nel Vicino Oriente si occupa di assistere, difendere e promuovere i diritti di circa 5 milioni di rifugiati palestinesi nei territori occupati (Gerusalemme est inclusa), in Siria, Libano e Giordania. Fondata dall’Assemblea Generale nel ’48 con più di 30mila dipendenti (la maggior parte dei quali sono anch’essi rifugiati, mentre circa 300 sono funzionari internazionali), fornisce assistenza a tutte quelle persone che hanno perso mezzi di sostentamento e abitazioni a partire dalla guerra arabo-israeliana del ’48, quella che gli israeliani definiscono “guerra di indipendenza”, e che per i palestinesi è invece la “Nakba”, ossia la “Catastrofe” consistita in una vera e propria pulizia etnica.

Le attività dell’agenzia sono fondamentali per cercare di assicurare condizioni di vita che rispettino i requisiti minimi affinché alcuni diritti siano definibili come “umani”: fornisce sevizi basilari come aiuti alimentari e forniture di acqua potabile, servizi sociali, sanitari e interventi di emergenza, aiuta le persone a trovare un’occupazione tramite formazione e programmi di microcredito, costruisce e mantiene scuole, strutture sanitarie e campi profughi. Si calcola infatti che circa un milione e mezzo dei rifugiati assistiti (il 30% di quelli registrati) vivono in circa 60 campi profughi “ufficiali”.

Queste cifre spoglie, da sole, rendono l’idea che il lavoro dell’Agenzia è tanto complesso quanto cruciale. Un’organizzazione che conta migliaia di dipendenti potrebbe certamente avere al suo interno delle “mele marce”, così come ce ne sono certamente tantissime nell’intera società israeliana, a partire dai vertici governativi per arrivare fino all’ultimo soldato di fanteria sul campo, e passando per una grande parte della società civile.

 

 

LE ACCUSE DEI FASCIO-SIONISTI DOPO L’UDIENZA ALL’AJA

9.2.24

ANARCHIA NON È DETTO CHE SIA…

“CAOS”, PUO ESSERE ANCHE “PURA” DEMOCRAZIA

Per la rubrica “Define” parliamo del concetto di anarchia (da non intendere come assenza di regole e quindi “anomia”) e dell’anarchismo, la multiforme dottrina e teoria politica anarchica o libertaria. Dopo aver cercato di fare chiarezza su alcuni concetti basilari relativi ai vari “anarchismi”, argomentiamo che l’anarchia può essere concepita come la forma più “pura” della democrazia.

 

In foto una bandiera con la "A Cerchiata" su sfondo bianco e nero: è il simbolo dell'anarco-pacifismo
In foto una bandiera con la "A Cerchiata" su sfondo bianco e nero: è il simbolo dell'anarco-pacifismo. Foto originale da Anarcopedia (titolo "APF-flag" , rilasciata con licenza Copyzero 1.0, autore "K2").


LA PAROLA ANARCHIA NEL SENSO COMUNE

Nel senso comune la parola anarchia viene intesa come “caos”, come stato di disordine in cui riescono a dominare solo i più furbi, crudeli, prepotenti e “forti”, sia fisicamente che mentalmente. L’etimologia del termine deriva dal greco antico: la parola “arché” può significare “principio”, “potere” o “comando” e il prefisso “an” indica l’assenza di qualcosa. Perciò possiamo tradurre letteralmente “anarchia” come assenza di potere, di comando o di un principio ordinatore. Questa parola è infatti solitamente usata per descrivere dei contesti in cui il potere politico è troppo debole oppure viene totalmente a mancare, generando una situazione di scompiglio e criminalità diffusa.


La "A Cerchiata", il principale simbolo dell'anarchia e dell'anarchismo. Secondo alcuni il cerchio rappresenterebbe una "O", e quindi il simbolo si rifarebbe al motto: "Ordine e anarchia". Foto da Pixabay



Ma esiste anche un’accezione positiva del termine secondo la quale “anarchianon significa assenza di regole e disordine, ma assenza di regole imposte dal potere di un’autorità tramite la forza, assenza di un’autorità statale che impiega un potere che non è solo necessariamente fisico ma anche economico, sociale, religioso, culturale, e così via. Le regole ci sono, ma vanno decise da persone che si associano “dal basso verso l’alto” liberamente, non influenzate da dinamiche coercitive, gerarchiche e autoritarie, costruendo un ordine sociale basato sulla solidarietà e sul rispetto delle libertà di individui e gruppi, senza asimmetrie di potere, senza classi sociali, in un mondo senza confini e mettendo in discussione la “naturalezza” delle entità statali che minano i principi di sorellanza e fratellanza universali. Secondo chi scrive l’anarchismo, o anarchia, non solo non va intesa come “assenza di regole” (anomìa), ma può essere concepita come la forma più pura della democrazia…

5.2.24

ABORTO, IL PERSONALE È POLITICO

Narrano le nostre storie, arbitrano i nostri corpi, violano la nostra privacy e minano le nostre scelte. Pauline Harmange, già autrice di “Odio gli uomini”, non ci sta e decide di raccontare intimamente il suo aborto.


Il personale è politico” è uno slogan risalente alla “seconda ondata femminista” (anni ‘60) che ancora sentiamo nostro, che ancora gridiamo e che ancora scriviamo: è anche il sottotitolo del volume “Aborto” della scrittrice e attivista francese Pauline Harmange, edito in Italia da Mimesis e presentato a Napoli allo Zero81 lo scorso mese da Angela Balzano, autrice –assieme a Valentina Greco- della prefazione e da Federica Di Martino, psicologa, psicoterapeuta e fondatrice di “IVG ho abortito esto benissimo. La presentazione è stata organizzata dal collettivo “Cca’ nisciun’ è fessa”. 


Uno screenshot della locandina dell'evento


Il filo sottile che ha legato tutti i punti di questa presentazione è la necessità di politicizzare l’esperienza dell’IVG (acronimo di “Interruzione Volontaria di Gravidanza”) senza perdere la complessità e la dimensione intima di chi lo ha vissuto, lo vive e lo vivrà, evitando retoriche appiattenti e sottolineando la necessità di costruire una solida narrazione collettiva.

 

Le relatrici e le moderatrici al tavolo


3.2.24

ILARIA SALIS: COLPIRNE UNA PER EDUCARNE CENTO…

DIFENDERNE UNA PER DIFENDERE TUTTE E TUTTI!

Parliamo del “caso Salis”, sulla bocca di tutti i media, sia mainstream che non, anche se quelli che vanno per la maggiore ne parlano da poco tempo. 

Secondo chi scrive, la sua vicenda giudiziaria è legata al tentativo del “tiranno democraticamente eletto” Orban di scoraggiare qualunque manifestazione anti-fascista, in particolare quelle di persone provenienti da altri paesi. Proprio per questo si vuole colpire Ilaria Salis “per educarne cento”, e proprio per questo dobbiamo ribaltare questa prospettiva: proteggere lei e i suoi diritti per proteggere quelli di tutte e tutti.


 

In foto un volantino del Comitato Ilaria Salis (illustrazione di Gianluca Constantini). Vi invitiamo a firmare la petizione a questo link
In foto un volantino del Comitato Ilaria Salis (illustrazione di Gianluca Constantini). Vi invitiamo a firmare la petizione a questo link

 

RISPETTARE I DIRITTI UMANI DI PRESUNTI INNOCENTI E COLPEVOLI

Ilaria Salis è accusata insieme ad altre persone di “tentato omicidio” per una presunta aggressione a dei neonazisti ungheresi, che se la sarebbero cavata con ferite lievi, e che sarebbe stata commessa da quella che la procura ungherese ritiene un'associazione di estremisti antifascisti tedesca. I due neonazi hanno ricevuto una prognosi di pochi giorni e non hanno sporto denuncia. La storica violenza e ideologia neonazista fa sentire anche in pericolo i familiari della reclusa, dopo delle minacce di “farsi giustizia da sé” (lo riporta l’ANSA ) da parte delle presunte vittime. 

Del caso se ne sta parlando di più dopo che il TG3 ha diffuso le sue immagini in udienza, mentre era legata a mani e piedi, trattata come se non fosse umana, come un cane tenuto al guinzaglio (considerazioni anti-speciste a parte), e facendo il giro del mondo mediale. Ilaria si trova in carcere oramai da un anno: ogni Febbraio i neonazisti e fascistoidi ungheresi manifestano a Budapest per “commemorare” gli scontri dei soldati nazisti ungheresi con l’esercito sovietico.

Su queste pagine virtuali abbiamo parlato più volte del tema della detenzione, in un’ottica che è idealmente “abolizionista”, e che parte da un concreto “riduzionismo” da attuare immediatamente: i suoi diritti, come quelli di tutte le persone presunte innocenti fino a prova contraria, e anche del colpevole dei peggiori crimini immaginabili, dovrebbero essere comuni a tutta la specie umana. E i suoi diritti sono stati già violati…

A cominciare dal divieto di mostrare i volti di persone ammanettate: avete presente quando in tv si vedono degli arresti di appartenenti alla criminalità organizzata e a qualcuno viene coperto il volto con un panno? C’è una ragione per cui questo avviene, e ci sono delle leggi nazionali e internazionali…

Si pensi poi al soddisfacimento di bisogni basilari: il cibo nelle carceri di tutto il Mondo è quasi sempre insufficiente o malsano. Non a caso all’insegnante italiana non è stato permesso di comprare qualcosa nello spaccio del carcere, mentre le disgustose “calorie” offerte servono a mala pena al suo sostentamento. Altro bisogno basilare è quello di “coprirsi”, e quindi di avere dei vestiti: a Ilaria, per esempio, hanno dato scarpe con i tacchi non della sua misura, vestiti sporchi, e non ha avuto la possibilità di cambiarsi la biancheria per più di un mese! Vive in una cella con l’aria che filtra solo da uno spioncino e con le cimici nel letto. In una parola: tortura!

C’è poi il diritto a un giusto processo: i suoi avvocati denunciano il fatto che ad Ilaria sono stati presentati documenti non tradotti nella sua madrelingua, come previsto dalla legge. 

Al di là del fatto che in quel paese (come nel nostro) c’è qualche problemino sulla condizione dei detenuti e sulla separazione dei poteri (cose che ci devono indurre a riflettere sia sugli abusi che si verificano nelle nostre carceri, sia sul fatto che il “modello Orban” ispira i “post-fascisti” che attualmente ci governano), e al di là della colpevolezza di Salis o di altre persone appartenenti a presunti gruppi di “estremisti” di sinistra, è paradossale notare una delle circostanze aggravanti che le vengono contestate, e per le quali potrebbe rischiare fino a 24 anni di galera (stando a quanto riportano poche cronache): parliamo dell’aggravante dell’ “odio contro una comunità”, e cioè la "comunità" neonazista!

2.2.24

PERCEZIONI DALLA SANTA FEIRA (SECONDA PUNTATA)

SOCIALITÀ, FORMAZIONE INFORMALE, ARTE E POLITICA

Lo scorso Dicembre abbiamo preso parte all’atto conclusivo della “Santa Feira”, la quinta edizione di un festival di arte ed editoria indipendente ospitato dalla collettività dell’Ex Asilo Filangieri a Napoli.



Il Cronista Autogestito si è letteralmente sdoppiato, documentando le iniziative organizzate nella tre giorni dalla sua postazione stampa abusiva e, in veste di direttore-Tuttofare, illustrando le autoproduzioni giornalistiche di questa “fanza/rivista” al banchetto, e cercando nuove “alleanze” per portare avanti questo progetto o “fondersi” con altri affini. Anche per questo, care lettrici, cari lettori, e car* lettor*, il report dalla Feira che vi apprestate a leggere potrebbe essere ancora più raffazzonato del solito... Ciononostante ci siamo sforzati di documentare al meglio l’importanza e il valore delle fiere “alternative” al mainstream! E soprattutto abbiamo imparato tante cose nuove…

A Marzo aveva già pubblicato uno strampalato e dettagliato resoconto del primo atto della “Santa Feira 2023: nella scorsa puntata, oltre a recensire la fiera ci siamo focalizzati sulla definizione di cyborg (tema centrale dell’edizione era il cyberfemminismo del “Manifesto Cyborg”, della filosofa Donna Haraway), sul concetto di cyberpunk, sull’intreccio tra arte e impegno politico (intendendo la politica in senso lato, e non necessariamente concependola come esclusivamente “partitica”) e ovviamente abbiamo anche parlato sinteticamente de “L’Asilo”, spazio liberato nonché uno dei cosiddetti “beni comuni” napoletani.

La tre giorni conclusiva di questa quinta edizione ci è sembrata un po’ “off-topic” rispetto alla precedente, nel senso che si è parlato poco di cyborg e di Donna Haraway... Tuttavia non la riteniamo meno valida: festival del genere rappresentano dei momenti di aggregazione fondamentali per sperimentare pratiche autogestionarie! Inoltre alcuni dei temi trattati durante le iniziative hanno aiutato il sottoscritto, il Cronista Autogestito, a comprendere alcuni concetti e nozioni chiave sul mondo dell’Arte Urbana (e quindi a un primo approccio sulle definizioni di street art, muralismo, writing, graffiti e tagging), sulla storia del femminismo in Italia, e sulla scena della Ballroom, un “sotto-movimento” (“sub-cultura” o “sotto-insieme”) della comunità LGBTQIA+. Partiamo proprio da quest’ultima, con un primo “articoletto nell’articolone” che ci introduce al “sotto-universo” della Ballroom e che si sforza di fare chiarezza su alcuni termini specifici. Nella conclusione invece, prima di documentare il livello sociale e artistico che si può ammirare in una fiera del genere con un tour virtuale tra i banchetti, parleremo anche di un’importantissima battaglia ambientale e legale portata avanti in Salento per salvare un bosco secolare.

 

Lo "swag" dalla Feira che il Cronista Autoprodotto aggiungerà alla sua collezione di autopoduzioni underground

27.1.24

DEFINIZIONE DI OLOCAUSTO, DELL’OLOCAUSTO E DEGLI OLOCAUSTI

Per la rubrica “Define” pubblichiamo un breve editoriale nella “Giornata della Memoria” più discussa della storia, cercando di fare chiarezza sulle diverse accezioni della parola “olocausto”. Partiamo proprio dalla definizione che troviamo nei dizionari.

 

 

Alcuni virgolettati di Gabor Maté: definisce Gaza <<il più grande campo di concentramento al mondo>>; << C’era una terra con delle persone, e altre persone la volevano, se la sono presa e continuano a prendersela, continuano a discriminare, opprimere ed espropriare: questo è quanto>>; <<l’omicidio dei miei nonni ad Auschwitz non giustifica l’esproprio dei palestinesi in corso, che giustizia, verità e pace non sono prerogative tribali. Che il “diritto di difendere sé stessi” di Israele, inattaccabile in principio, non conferisce validità alle uccisioni di massa>>; <<La sproporzione di potere, di responsabilità, di oppressione è così marcata da un lato, che basta pensare alla peggiore cosa che si può dire di Hamas moltiplicata per mille, e quella cosa non sarà paragonabile alla repressione israeliana, alle uccisioni e alle espropriazioni dei palestinesi>>
Foto a sinistra di "Gabor Gastonyi", fonte "Clare Day", rilasciata con licenza "creative commons"

DEFINIZIONE DI OLOCAUSTO

Il significato originario e letterale della parola “olocausto” si riferisce a un’antica forma di sacrificio in cui un animale veniva offerto alla divinità bruciandolo. Un’altra accezione del termine indica metaforicamente il sacrificarsi per qualcosa con dedizione assoluta. Altro significato può essere quello di sterminio, massacro, genocidio di un gruppo.

Quando si parla di “Olocausto” (con la lettera grande) nella maggioranza dei casi ci si riferisce al più grave evento della storia dell’umanità, allo sterminio pianificato scientificamente e minuziosamente di ebrei, di rom, di omosessuali, di Testimoni di Geova, di diversamente abili, di oppositori politici e di prigionieri di guerra, e quindi delle minoranze perseguitate dal nazismo. Si parla infatti anche di “Olocausti” al plurale oppure di “Omocausto” intendo quello specifico della comunità LGBT, o ancora di “Porajmos” (letteralmente traducibile in “Devastazione”) e di Samudaripen (“tutti uccisi”) nella lingua dei romanì, e ovviamente di “Shoah” (“Distruzione” in ebraico).