11.4.24

“UNA DONNA” DI SIBILLA ALERAMO: IL FEMMINISMO SI AFFACCIA IN ITALIA

UN LIBRO ANCORA ATTUALE

Per la rubrica "Recentips" pubblichiamo la recensione del primo romanzo di Sibilla Aleramo, "Una Donna", a cura di Addolorata Fasano.

Si tratta di un libro parzialmente autobiografico pubblicato per la prima volta quasi centoventi anni fa e che, purtroppo, è ancora attuale: gran parte della nostra società sembra ferma da secoli in quanto a conquiste giuridiche ed etiche sui diritti delle donne (ed è ancora più indietro sui diritti delle persone trans e delle identità non binarie).


Il romanzo è largamente considerato come il primo "manifesto informale" femminista della storia italiana (del "Manifesto di Rivolta femminile", pubblicato nel 1970, ne abbiamo parlato in un altro post). Nonostante il merito di essere stata tra le prime opere a far "affacciare" il pubblico italiano sulle tematiche femministe, è anche criticata da alcun* in quanto ritenuta troppo "commerciale", sapientemente studiata più per ottenere un ampio successo letterario che per portare alla luce una radicale e "scandalosa" denuncia del sistema etero-cis-patriarcale, ai tempi della "prima ondata femminista".


L'indiscusso successo del romanzo le porterà tantissima fama, ma al contempo "oscurerà" altre sue opere narrative, sia nel periodo della parziale compromissione con il fascismo che nel dopoguerra, quando, da giornalista, impiega la sua preziosa penna a favore del Partito Comunista.


foto di Sibilla Aleramo
Immagine di Marta Felicina Faccio, in arte Sibilla Aleramo, nel 1913 (fonte: Wikimedia)




MARTA FELICINA FACCIO, DETTA "RINA": IN ARTE SIBILLA ALERAMO

Nel 1906 in Italia venne pubblicato il romanzo “Una Donna” scritto da Sibilla Aleramo. L’opera fu considerata da subito una sorta di manifesto femminista italiano. Nel corso degli anni l’autrice volle proteggere costantemente quel primo romanzo evitandone modifiche o aggiornamenti.

L’opera è una specie di diario con scene di vita dell’autrice, a tratti romanzato. In alcuni casi ci sono delle omissioni, dei silenzi da interpretare soltanto una volta che si viene a conoscenza della vita della donna.

8.4.24

IL SANDRENA E IL "BLITZ" ALL'OSPEDALE CAREGGI

PIÙ SPESE, PIÙ STIGMA, MENO DIRITTI E MENO SALUTE PER LA COMUNITÀ TRANS


Declassato da fascia di rimborsabilità "A" a "C" il farmaco "Sandrena" per la terapia ormonale sostitutiva. La medicina, che contiene il principio attivo "estradiolo", è un gel usato anche dalle donne trans ed è considerata più sicura di quelle somministrate per via orale. Il provvedimento è stato adottato a febbraio dall'Agenzia italiana del farmaco (l'AIFA) su richiesta della casa produttrice (la Orion Corporation), ed è percepito dalla comunità LGBTQI+ come un attacco al loro diritto alla salute. Infatti il declassamento comporta che il costo è completamente a carico del paziente. Ma non è tutto...


A Gennaio sono stati inviati gli ispettori a un ospedale fiorentino, il Careggi, una delle poche strutture in Italia che assiste persone trans. La stampa e la politica hanno alzato un "polverone mediatico" con accuse mai provate, ed è stato aperto un fascicolo "esplorativo" alla procura di Firenze senza accuse specifiche o indagati: alcuni pediatri avrebbero prescritto la "triptorelina" senza avviare correttamente il preliminare percorso psico-terapeutico. Si tratta di un farmaco che dovrebbe ritardare non irreversibilmente la pubertà, fornendo così più tempo per ragionare su un percorso di affermazione di genere. Usiamo il condizionale perché tantissimi esperti lo ritengono sicuro e lo impiegano da decenni per diverse patologie, ma nel Regno Unito è stato temporaneamente sospeso e permesso solo in via sperimentale per l'incongruenza di genere.
Mentre alcune famiglie stanno pianificando di trasferirsi all'estero per continuare le terapie, per paura che queste vengano sospese al Careggi, resta un fatto: le strumentalizzazioni politiche della vicenda non aiutano la ricerca medica.



A destra Una donna con uno striscione, con scritto (traduzione dall'inglese): "Amo mi3 figl3 trans". A sinistra uno stetoscopio sopra una pila di banconote da 20 euro. Al centro il simbolo del transfemminismo.
Immagine a sinistra di Marek Studzinski da Unsplash; a destra di  Ted Eytan da Flickr; simbolo transfemminista al centro di Mpasquato da Wikimedia Commons. Rilasciate con licenza Creative Commons



Parliamo delle due questioni nell'articolo che segue, con un'intervista e una lettera di un'attivista transfemminista.



DA CLASSE "A" A "C": NESSUN RIMBORSO SENZA PIANO TERAPEUTICO

Sandrena, il farmaco attualmente più sicuro che le donne trans possano assumere per le terapie ormonali sostitutive, è stato riclassificato da fascia “A”, fornito gratuitamente dal Servizio Sanitario Nazionale, a “C”, completamente a carico di chi lo utilizza. I farmaci di classe C sono generalmente considerati non particolarmente essenziali, oltre che soggetti a potenziali aumenti di prezzo. Il provvedimento, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 12 febbraio 2024, è l’ennesimo, inaccettabile, attacco alle persone trans e alla giustizia sociale e sanitaria.

Barbara Peluso, sorella, compagna e amica, ha condiviso con me la sua esperienza e i suoi pensieri a riguardo: <<con il declassamento del Sandrena, le donne trans possono accedere al farmaco gratuitamente solo ed esclusivamente con piano terapeutico. L’unica struttura accreditata sul territorio campano che propone questo tipo di intervento è il Policlinico. La prescrizione, da parte di qualsiasi altro endocrinologo, impiegato nel pubblico o nel privato, da Febbraio a questa parte, non fornisce alcuna forma di esenzione. Occorre sottolineare, inoltre, che i farmaci per le terapie endocrinologiche sono già di default soggetti a irreperibilità, sia per carenze di magazzino che (soprattutto) di produzione. Dopo la delibera dell’Aifa, molte confezioni di Sandrena sono state ritirate dal mercato per modificarne le etichette e io sono stata costretta a farne a meno per circa due settimane>>.

7.4.24

THIS IS MY LAND: LA STORIA INSEGNATA IN PALESTINA

COME SI INSEGNA LA STORIA NELLE SCUOLE ISRAELIANE E IN QUELLE DEI TERRITORI OCCUPATI?!


Per la rubrica "RecenTips" parliamo di un documentario che mostra come viene insegnata la storia dei territori occupati palestinesi e della nascita di Israele nella martoriata terra di Palestina


Si intitola "This is my land" ("Questa è la mia terra") e ci offre uno sguardo diretto nel cuore di diverse istituzioni scolastiche, palestinesi e israeliane.

 
Fa comprendere come il trauma della Shoah viene strumentalizzato per costruire una società militarista che non si pone particolari dubbi etici, eccetto uno: la sopravvivenza e l'espansione della propria nazione a scapito di un altro popolo. 


Nelle scuole palestinesi si cerca invece di riaffermare la propria identità, negata e oscurata, e di lottare per i propri diritti.


Una locandina del film: all'interno della mappa della Palestina le foto di alcune bambini sui banchi di scuola. Altri mantengono dei cartelli.


UN'EX SOLDATESSA CHE HA COMINCIATO A PORSI DEI DUBBI

"This is my land" è uscito nel 2015, prodotto in Francia da "Iliade & Films - Saya". In novanta minuti sintetizza l'insegnamento di un anno scolastico della storia della nascita di Israele e dell'occupazione coloniale della Palestina, visto dalla prospettiva di insegnanti e studenti sia palestinesi che israeliani. Autrice e regista è la franco-israeliana Tamara Erde, cresciuta in Israele e soldatessa durante la Seconda Intifada (primi anni duemila).

All'inizio del documentario l'autrice spiega: <<quando ero a scuola non ho mai avuto dubbi o domande sulla storia nazionale che mi veniva insegnata. Ero patriottica e volevo prestare servizio nell'esercito. Non sapevo nulla della storia palestinese o dell'occupazione. Soltanto durante il servizio militare ho cominciato a fare domande e avere dubbi>>.

Ha perciò deciso di osservare e ascoltare studenti e insegnanti, per capire come viene insegnata la storia della terra in cui è nata in sei diversi istituti, in Israele e nei territori palestinesi occupati. Inizialmente aveva contattato una cinquantina di docenti, ma una prima scrematura di quelli che sarebbero stati inclusi nel filmato è subentrata, gioco forza, in seguito alle decisioni delle autorità occupanti. Il ministero dell'istruzione israeliano non le ha concesso di fare riprese all'interno di scuole pubbliche. La censura, come emerge dal filmato, è pervasiva: nei libri di testo la Palestina praticamente non esiste. Anche solo pronunciare la parola "Nakba", lo sfollamento forzato e la pulizia etnica dei palestinesi del 1948, è vietato ai docenti, sanzionato con una multa e il licenziamento, come ha spiegato in un'intervista.

Per questo ha dovuto "ripiegare" scegliendo alcune scuole private. Nel selezionare le classi più adatte al documentario ha privilegiato sia quelle con docenti e discenti più attivi, ma anche quelle in cui si può osservare, quasi sempre molto debolmente, una prospettiva di cambiamento.



SEI ISTITUTI, DIVERSI GRADI DI ISTRUZIONE, LIBERTÀ E INDOTTRINAMENTO

Gli istituti visitati in totale sono sei e i gradi di istruzione vanno dalle elementari al liceo. All'interno di questi si trovano diverse "gradazioni" e suddivisioni di identità arabo-palestinese ed ebrea-israeliana, diversi livelli di ricchezza, e quindi differenze di classe, ma soprattutto diversi gradi e forme di libertà, o di anelito alla libertà: si va dalla legittima istanza di ribellione e resistenza di un popolo oppresso e sotto occupazione militare, alle continue mistificazioni basate sull'interpretazione di un testo sacro per imporre la propria egemonia culturale e materiale su un pezzo di territorio.

6.4.24

GUARDACOSTE-ABUSIVI LIBICI SPARANO A MIGRANTI E SOCCORRITORI

OLTRE AL DANNO LA BEFFA: LA NAVE BLOCCATA E MULTATA DOPO IL SOCCORSO

Nel primo pomeriggio di Giovedì 4 Aprile la nave rimorchiatore "Mare Jonio" di "Mediterranea Saving Humans" riceve una segnalazione dalla rete di attivisti "Alarm Phone": c'è una barca alla deriva da soccorrere

Intanto sentono anche le comunicazioni via radio dell'aviazione maltese: capiscono che le barche in pericolo, sia per le condizioni di navigazione che per la cattura e la deportazione nei lager libici, sono tre.

I soccorritori arrivano sul posto, in acque internazionali, salvando più di 50 persone

Durante il salvataggio i miliziani-"guardacoste" libici esplodono colpi a distanza ravvicinata scatenando il panico. Alcunə migrantə, "recuperati" dai libici (con navi fornite dall'Italia e pagate con le nostre tasse) vengono picchiati a bordo, mentre altri si gettano in acqua cercando la salvezza, ma non tuttə l'hanno trovata: alcune persone sono state ricatturate e deportate, altre presumibilmente morte annegate o investite dall'imbarcazione italiana in uso ai libici. 

A soccorso concluso, con rientro nel porto di Pozzallo, la beffa dopo il danno: la nave viene multata e bloccata per aver obbedito alle leggi del mare e del buon senso, invece che alla sedicente guardia costiera libica. I soccorritori vengono accusati di aver messo in pericolo i migranti istigandoli a fuggire dai loro carcerieri.


In questo editoriale e post di cronaca ricostruiamo sia la dinamica degli eventi, riportata in un comunicato dell'associazione di soccorritori, sia la cornice politica e legale all'interno della quale si verificano gli abusi dei "criminali contro l'umanità". Abusi che adesso vengono estesi anche in Tunisia, dove si sta replicando "il modello libico".


Una persona si getta dalla motovedetta italiana donata all'abusiva guardia costiera libica: il momento è immortalato in un filmato diffuso da Mediterranea, che stava soccorrendo un barchino in vetroresina alla deriva. La criminale guardia costiera libica aveva già catturato le persone su altre imbarcazioni. Screenshot di un video su Youtube
Una persona si getta dalla motovedetta italiana donata all'abusiva guardia costiera libica: il momento è immortalato in un filmato diffuso da Mediterranea, che stava soccorrendo un barchino in vetroresina alla deriva. La criminale guardia costiera libica aveva già catturato le persone su altre imbarcazioni




PROMESSE DA MARINAIO

Subito dopo la strage di Cutro si era detto "mai più": l'orrore e l'indignazione si manifestavano perché avevamo visto i segni lasciati dalla morte, causata da politiche xenofobe, letteralmente a poche bracciate dalle nostre coste. Ma quelle circa cento vite spezzate sono solo una "goccia nel mare" di circa trentamila vittime nel Mediterraneo dal 2014, la più grande "fossa comune" al Mondo.

Quel "mai più" era destinato a essere una "promessa da marinaio" per chi fomenta discriminazioni etnico-geografiche, per chi crede nella vulgata dell'"ognuno a casa sua", una retorica immorale dal punto di vista etico e inconcludente perfino da quello meramente socio-economico.

Quel "mai più", per molte altre persone, significa invece impegno politico e di militanza per un mondo senza barriere fisiche e mentali, qualcosa cui dedicarsi costantemente affinché non si debba morire più nel profondo mare, nel rovente deserto, o nei gelidi valichi di montagna. Un diritto che dovrebbe essere garantito, a prescindere da considerazioni "utopiche", per tutte quelle persone che legalmente potrebbero richiedere asilo, ma che non hanno i soldi o la possibilità di farlo. Secondo chi scrive, però, lo stesso diritto andrebbe garantito anche a chi soffre ed è "ristretto" all'interno di categorie politiche e legali, come i cosiddetti "migranti economici"... E più in generale andrebbe garantito a chiunque.

Nei fondali del "Mare nostrum" non ci sono solo i resti di nostri simili, ma sono seppelliti anche le basi dello stato di diritto, insieme a secoli di conquiste per i diritti umani. Lì affondano quotidianamente le intenzioni, buone solo sulla carta, delle presunte democrazie liberali. Democrazie che, invece, sono solo liberiste, in cui la libertà di movimento è assicurata alle merci , mentre le persone sono "libere" di muoversi solo se considerate come merce, e comunque secondo le norme dettate da traffici umani anarco-capitalisti o da convenienze funzionali al sistema economico vigente.

Dopo Cutro, con una retorica post-fascista, si era promesso di dare la caccia ai trafficanti di umani "per tutto il globo terracqueo". Eppure si continua a criminalizzare "poveri Cristi e Criste" colti a caso alla guida di un barchino, incriminate in base a testimonianze praticamente indotte, se non estorte, o costrette dai veri trafficanti e dalle contingenze più svariate a essere estemporanei "scafisti per necessità".

Invece, con chi comanda i veri trafficanti si fanno affari, gli forniamo mezzi e addestramenti, li supportiamo con ricognizioni aeree e segnalazioni al fine di riportarli e ri-deportarli illegalmente in campi di detenzione, gestiti da varie mafie, in cui lə migrantə vengono torturatə per estorcere alle loro famiglie denaro, spremendo fino all'ultimo centesimo. Se non hanno soldi vengono letteralmente usatə come schiavə, anche sessuali. Posti da cui lə più fortunatə riescono a scappare, pagando in denaro o in servitù i loro sfruttatori, per tentare il "viaggio della speranza". Se va benissimo al primo tentativo riusciranno a iniziare una vita da rifugiati nella "fortezza Europa", se va male muoiono, se va "così e così" verranno ricatturate e dovranno ripetere il ciclo di torture e schiavitù per ritentare un altro viaggioUn business fruttuoso, in cui da un essere umano si "estrae" quanto più "valore" possibile. Ai veri trafficanti la civilizzata Unione Europea fornisce anche una cornice legale in cui operare. A loro regaliamo soldi delle nostre tasse che dovrebbero servire a bloccare le partenze, ma che finiscono soltanto per alimentare criminali circoli viziosi geopolitici.

Vicende e implicazioni che emergono prepotentemente e chiaramente dall'evento di cronaca di cui parliamo in questo articolo. E non è certo la prima volta che i guardacoste libici sparano e seminano il panico tra soccorsi e soccorritori, come purtroppo abbiamo già riportato tra queste pagine virtuali a proposito delle continue stragi nel Mediterraneo.



LA RICOSTRUZIONE DEL SOCCORSO E IL CONTESTO POLITICO-LEGALE

L'imbarcazione Mare Jonio, rimorchiatore della ONG Mediterranea, salpa nella serata del 3 Aprile da Siracusa, diretta verso la sedicente "Zona SAR" libica ( SAR è acronimo di "Search and Rescue", quindi "Ricerca e Soccorso")

29.3.24

ALFREDO COSPITO RESTA AL 41 BIS

IL SUO AVVOCATO: DECISIONE INFLUENZATA DALLA POLITICA


La Cassazione, la scorsa settimana, ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dagli avvocati di Cospito contro il 41 bis, dopo che a Giugno la sua pena era stata rideterminata in 23 anni invece che il carcere a vita.


In questo aggiornamento ripercorriamo le ultime fasi delle vicende giudiziarie dell'anarco-insurrezionalista e riproponiamo altri approfondimenti pubblicati negli scorsi mesi in cui si parla anche di questioni politiche. In sostanza, delle diverse anime dell'anarchismo.


Lo scorso anno abbiamo anche pubblicato un altro articolo che ripercorre l'intera storia giudiziaria di Cospito, da quando fu arrestato in quanto obiettore "totale" alla leva fino all'applicazione del 41 bis.


A sinistra e al centro le immagini di Cospito che viene allontanato da un'udienza, riprese da siti dell'area insurrezionalista e usate per pubblicizzare degli eventi in suo favore. A destra la stessa immagine diventa un'icona, viene stilizzata e usata per analoghe iniziative.
A sinistra e al centro le immagini di Cospito che viene allontanato da un'udienza, riprese da siti dell'area insurrezionalista e usate per pubblicizzare degli eventi in suo favore. A destra la stessa immagine diventa un'icona, viene stilizzata e usata per analoghe iniziative.


LA CONDANNA A 23 ANNI INVECE CHE ALL'ERGASTOLO

L’anarco-insurrezionalista Alfredo Cospito, detenuto a Sassari, è stato condannato a quasi 11 anni di carcere per la gambizzazione dell’amministratore delegato di Ansaldo Nucleare nel 2012, Roberto Adinolfi, ma è stato condannato in via definitiva anche per un altro evento: le esplosioni di due ordigni davanti la caserma per allievi carabinieri di Fossano, nel 2006.

28.3.24

DESTINO DI ASSANGE IN BILICO: CASO STRATFOR, PATTEGGIAMENTO, EMAIL-GATE ED ESTRADIZIONE

ANALISI ESCLUSIVA DI FANRIVISTA SULLA RICHIESTA DI PATTEGGIAMENTO, SMENTITA PIÙ VOLTE

Manifestante con un cartello in favore di Assange. Si intravede anche il disegno di una maschera che fonde i tratti di quella del film "V per Vendetta" e la casa di carta, oltre al simbolo della clessidra di Wikileaks

GLI INTRECCI DELLA PIÙ NOTA PIATTAFORMA DI WHISTLEBLOWING CON ALTRE STORIE DI "GOLE PROFONDE" E HACKTIVISTI


Aggiornamento e approfondimento sull'estradizione di Julian Assange: dopo la smentita delle voci su un patteggiamento degli scorsi giorni, voce veicolata per la seconda volta in pochi mesi, gli USA dovranno fornire alla Corte britannica ulteriori garanzie per permettere l'estradizione. Niente pena di morte e possibilità di appellarsi al Primo Emendamento anche se non cittadino statunitense, non compromettendo processo e sentenza in base alla sua nazionalità.
Eppure il processo sarebbe comunque pregiudicato: tutte le conversazioni con i suoi avvocati nell'ambasciata ecuadoregna sono state intercettate illegalmente, senza considerare il piano dell'amministrazione Trump per rapirlo o avvelenarlo...


Oltre a questo parliamo anche delle storie di vari "leaks", fughe di notizie che si sono intrecciate con la vicenda di Wikileaks, e di altre condanne in base alla vetusta legge anti-spionaggio statunitense che penalizza la pubblicazione di informazioni "scomode" sui media. Tra le varie sentenze e 
vicende giudiziarie le più significative in questo contesto, in quanto collegate direttamente alla storia di Wikileaks, sono quelle di Reality Winner e Barrett Brown.



LE RASSICURAZIONI RICHIESTE DALL'ALTA CORTE DI GIUSTIZIA BRITANNICA

L'Alta Corte di Giustizia prende ancora tempo per decidere se Assange avrà esaurito o meno tutte le possibilità di ricorso, nella cornice legale del sistema giudiziario britannico, all'estradizione verso gli Stati Uniti, dove rischia un processo per spionaggio.

La Corte ha stabilito Martedì che entro tre settimane, e cioè entro Martedì 16 Aprile, gli Stati Uniti dovranno fornire delle rassicurazioni per permetterne l'estradizione: non dovrà rischiare la pena di morte, ipotesi ancora più estrema della pena massima di 175 anni che potrebbe essergli comminata. Questa garanzia non era stata assicurata già nelle udienze del "Day X", lo scorso 20 e 21 Febbraio. La possibilità di essere soggetti alla pena capitale non consentirebbe infatti l'estradizione. Nel 2019, quando Julian fu arrestato, le autorità statunitensi assicurarono che non avrebbe rischiato la pena di morte. Invece, stranamente, Claire Dobbin, procuratrice britannica che fa le veci del Dipartimento di Giustizia americano ha dichiarato, nell'ultima udienza, che ciò non potrebbe essere garantito (cosa che appare curiosa e che forse potrebbe comportare la liberazione di Assange dopo un ulteriore appello, in uno dei migliori scenari).

Inoltre Assange non dovrà essere discriminato in base alla cittadinanza australiana e, quindi, potrebbe appellarsi al Primo Emendamento della Costituzione USA, che garantisce la libertà di parola.



Un uomo, in tuta arancione da detenuto, indossa una maschera con il volto di Assange imbavagliato da una bandiera USA. Le mani sono legate da catene. Sullo sfondo si intravede il Vesuvio: è un'attivista di Free Assange Napoli.
Attivista di Free Assange Napoli. Foto de "Lo Skietto"



Anche se fossero assicurate queste garanzie, secondo quanto espresso da tempo dal suo team legale, il processo non potrebbe definirsi comunque equo: quando Assange aveva trovato asilo nell'ambasciata dell'Ecuador tutte le sue conversazioni furono intercettate illegalmente, incluse quelle avute con i suoi avvocati. Inoltre, come abbiamo già spiegato approfonditamente tra queste righe, fu anche al centro di un piano per essere avvelenato o rapito sotto l'amministrazione di Trump.

Lo stesso Trump che si era dichiarato favorevole alla pena di morte per il caso Assange nel 2010.

24.3.24

OTTANT'ANNI DALL'ECCIDIO DELLE FOSSE ARDEATINE

UN ANNO DALLE SPARATE "POST-FASCISTE" DI MELONI E LA RUSSA


Riproponiamo due articoli sull'Eccidio delle Fosse Ardeatine, avvenuto 80 anni fa. Un anno fa la Presidente del Consiglio e il Presidente del Senato provarono a riscrivere la storia con dichiarazioni parziali e fake-news.



I sacelli in fila nel Mausoleo
Il Mausoleo delle Fosse Ardeatine. Immagine di Formkurve92 da Wikimedia rilasciata con licenza Creative Commons


Il 23 Marzo 1944 un gruppo di partigiani comunisti portarono a segno un attacco a un reggimento nazista nel cuore di Roma, in via Rasella, uccidendo 33 soldati tedeschi. Un attacco che verrà riconosciuto come un legittimo atto di guerra, anche se negli anni qualcuno ha provato a distorcere la storia definendolo un atto terroristico.

Per rappresaglia le autorità nazifasciste rastrellarono e uccisero barbaramente almeno 335 persone nelle cave di pozzolana sulla via Ardeatina, dove oggi sorge un mausoleo.

18.3.24

FALSE CONFESSIONI ESTORTE CON TORTURA

L'UNRWA ACCUSA ISRAELE. 

L'OCCIDENTE SI PREPARA A ESTRARRE GAS...


I servizi di sicurezza dello stato etno-teo-cratico israeliano avevano diffuso un documento che accusava l'UNRWA (United Nations Relief and Works Agency), Agenzia ONU che fornisce cibo e servizi basilari alla popolazione palestinese, di essere complice di Hamas e di altre milizie

Ciò aveva comportato la sospensione dei fondi che giungevano dalla comunità internazionale, aggravando ancora di più la catastrofe umanitaria in corso


Dieci giorni fa l'UNRWA ha diffuso un report di 11 pagine, attualmente non pubblico, in cui ci sarebbero evidenze di confessioni estorte dalle forze di offesa israeliane per fabbricare le accuse di collegamenti con Hamas

Alcuni paesi hanno ripreso a finanziare le attività dell'Agenzia, l'unica con una struttura in grado di fornire i beni necessari alle basilari funzioni vitali della popolazione.

Intanto la malnutrizione si aggiunge alle vittime dei bombardamenti e alle epidemie. Servirebbe fare entrare più aiuti con assoluta urgenza: la maniera più rapida ed efficace sarebbe far entrare i camion con i beni necessari. Invece vengono lanciati con i paracaduti dal cielo, trasportati via nave e sembra avviata la costruzione di un molo "ad hoc" e "temporaneo" degli USA che, secondo alcuni, potrebbe essere utilizzato in futuro per estrarre gas e altre risorse dal sottosuolo: in pratica si tratterebbe dell'ennesima azione predatoria-coloniale, mascherata da aiuto umanitario.


Bambini con in mano pentole vuote
Foto di Hosny Salah da Pixabay



IL "DOSSIER-VELINA" ISRAELIANO E IL REPORT DELL'UNRWA: LO STAFF DELL'UNRWA COMPLICE DI HAMAS O TORTURATO DALL'ESERCITO ISRAELIANO?!

A Febbraio avevamo parlato di un "dossier" diffuso a mezzo stampa dall'intelligence israeliana che accusava alcuni membri dell'UNRWA di complicità nell'eccidio del 7 Ottobre e di appartenere ai vari gruppi jihadisti. Il documento, in realtà una "velina" ripresa acriticamente da tantissimi giornali per screditare l'agenzia ONU, non conteneva nessuna prova di queste presunte complicità, che avrebbero riguardato comunque soltanto una decina di dipendenti su un totale di trentamila.

L’Agenzia ONU per il soccorso e il collocamento dei profughi palestinesi nel Vicino Oriente, fondata nel 1948, opera nei territori occupati della martoriata terra di Palestina, oltre che in Siria, Giordania e Libano. In questo momento ha il delicatissimo compito di fornire aiuti basilari a una popolazione ridotta alla fame e con un'assistenza medica insufficiente. Già da prima dell'eccidio di Hamas e della spropositata vendetta e punizione collettiva delle forze di offesa israeliane, forniva sevizi basilari a circa cinque milioni di rifugiati palestinesi: cibo, acqua potabile, servizi sociali, servizi sanitari, interventi di emergenza, supporto per trovare un’occupazione tramite formazione e programmi di micro-credito, costruzione e gestione di scuole, strutture sanitarie e campi profughi. Inoltre l'agenzia è anche custode della memoria dei palestinesi, conservando nei suoi archivi frammenti delle storie dei rifugiati. 

Le accuse contenute nel "dossier-velina" avevano comportato la sospensione dei fondi da circa venti paesi e organismi internazionali, principali finanziatori dell'agenzia. Questo ha causato l'aggravarsi di una situazione già ben oltre il sostenibile. 

16.3.24

BARBARA BALZERANI E LA LOTTA ARMATA

Quarantasei anni fa veniva rapito Aldo Moro e la sua scorta trucidata. A quell'evento prese parte anche Barbara Balzerani, morta pochi giorni fa a settantacinque anni. 


Nell'articolo che segue ci sforziamo di chiarire alcuni concetti chiave relativi al periodo che è passato alla storia come "anni di piombo". Un periodo storico dove c'era molta violenza ma anche tanto fermento culturale e voglia di cambiamento.


Lo facciamo ripercorrendo alcuni eventi salienti della "strategia della tensione", concentrandoci in particolare su un'intervista rilasciata da Balzerani e da altre tre sue compagne d'armi nel '97.

Una giovane Barbara Balzerani sorride dietro le sbarre a un processo
Barbara Balzerani da giovane.



USO DELLA VIOLENZA E CONTESTO STORICO

15.3.24

VINCE, ANCORA UNA VOLTA, IL PARTITO DEL NON VOTO!

ASTENSIONE AL 47,8% IN SARDEGNA E AL 52% IN ABRUZZO



Alle ultime elezioni ha vinto ancora il "partito del non voto", con circa la metà degli aventi diritto che non si è nemmeno recata alle urne. Ciò segnala il fallimento del modello della democrazia liberale-liberista e rappresentativa, oltre alla crescente ed endemica sfiducia nell'attuale classe dirigente. È giunta l'ora di pensare e sperimentare nuove forme di governo, o di autogoverno, che allarghino la partecipazione alla vita pubblica a quella parte dell'elettorato che non si sente rappresentata da nessuno.


Un manichino infila una scheda elettorale, con disegnato sopra un punto interrogativo e uno esclamativo, nell'urna.

10.3.24

QUATTRO ANNI DALLA STRAGE NELLE CARCERI

AGGIORNAMENTI SUL RICORSO ALLA CEDU

Riproponiamo una dettagliata inchiesta, basata su fonti aperte, sulla strage nelle carceri italiane nelle prime giornate del lockdown del 2020 (almeno 13 le vittime in quelle circostanze). Riportiamo alcuni aggiornamenti in merito al ricorso alla Corte di Strasburgo




UNA "STORIACCIA" ALL'ITALIANA E IL SISTEMA CARCERARIO CHE "DIS-ABILITA"


A sinistra l'immagine stilizzata di un poliziotto che colpisce una persona a terra. Al centro la scritta "Noi non archiviamo!" e uno striscione con scritto: "verità e giustizia per i morti di Sant'anna". In alto a destra le immagini delle 9 vittime. In basso e a destra immagini dei medicinali "razziati", in particolare metadone.


Quattro anni fa veniva annunciato il primo lockdown per la pandemia del Covid. Mentre stavamo per sperimentare vagamente cosa vuol dire essere "ristretti" in una specie di arresti domiciliari collettivi, le condizioni di vita nelle discariche sociali chiamate carceri peggioravano oltre l'insostenibile.

Scattavano così proteste e rivolte nelle prigioni italiane. Nell'immediatezza morivano tredici detenuti: nove erano ristretti a Modena, tre a Rieti, uno a Bologna. Alcuni sono morti durante o subito dopo i trasferimenti appena disposti. Ufficialmente sarebbero morti tutti per overdose da psicofarmaci, in particolare -ma non solo- metadone e altri oppiacei. Eppure, i corpi di alcune vittime presentavano segni di violenza e molti sono stati esaminati senza un approfondito esame autoptico e, in alcuni casi, celermente cremati.

9.3.24

L'ABORTO È DIRITTO COSTITUZIONALE IN FRANCIA

IN ITALIA ZIGOTI, FETI ED EMBRIONI CONTANO PIÙ DELLE DONNE


Questa settimana la Francia è diventata il primo paese del pianeta a inserire il diritto all'aborto in Costituzione. Un provvedimento appoggiato dalla stragrande maggioranza del paese e approvato con il voto favorevole di 852 parlamentari su 902, superando ampiamente i tre quinti dei voti richiesti per le modifiche costituzionali.


una donna mantiene un cartello con la scritta: "my body, my choice"
Foto di Jasmine da Unsplash. Il cartello recita: "Il mio corpo, la mia scelta"


Invece, nel resto del Mondo, il diritto all'interruzione volontaria di gravidanza è minato da un maxi-fronte che riunisce gli estremisti cristiani "pro-vita" e i fondamentalisti islamici di varie teocrazie. Un fronte fanatico-monoteista interessato più alla tutela di feti, e persino degli embrioni, che alla salute di donne e identità gestanti.

3.3.24

PREMIO VANNACCI PER LE PEGGIORI AUTO-PRODUZIONI

ISTITUITO IL "PREMIO AL CONTRARIO"


Istituito il Premio Vannaci per le peggiori auto-produzioni letterarie e artistiche. Ripercorriamo i suoi casi giudiziari, oltre al caso "letterario" e alla probabile "discesa in campo" partitico, con movimenti neofascisti e "rossobruni" o con la Lega. E parliamo anche di mercato editoriale e self-publishing.


IL GENERALE PLURI-INDAGATO PRONTO A "SCENDERE IN CAMPO"


Al centro dell'immagine un trofeo con la figura di Vannaci in divisa. Alla base del trofeo c'è scritto: <<Premio per le peggiori autoproduzioni>>. In alto campeggia la scritta "Premio Vannacci". A sinistra dei libri, a destra una penna stilografica.
Collage de "Lo Skietto"


Il generale Roberto Vannacci, assurto agli onori della cronaca lo scorso Agosto per il libraccio dal titolo "Il Mondo al contrario", sin da subito ha scalato le classifiche delle autoproduzioni cartacee di Amazon.

Adesso è il primo best-seller sulla piattaforma di Jeff Bezos, cioè il libro più venduto in Italia, con almeno duecentomila copie stimate in totale (come riporta anche l'ANSA), per un guadagno di almeno ottocentomila euro lordi (secondo una stima fatta dal Corriere della Sera). Vendite che sono quadruplicate negli ultimi giorni, stando a quanto ha dichiarato alla stampa lo stesso Vannacci, dopo la sanzione disciplinare comminatagli dall'esercito, di cui parliamo meglio nelle prossime righe.

Formatosi in accademia militare, con tre lauree, ha conseguito il brevetto di incursore ed è stato in diversi scenari di guerra, inclusa quella in Afghanistan "per esportare la democrazia".

A Giugno 2023 approda al comando dell'Istituto Geografico Militare di Firenze, dopo due anni come addetto alla difesa di diplomatici italiani a Mosca, prima di essere rispediti in Italia a seguito delle tensioni legate al conflitto in Ucraina.

Dopo lo scoppio del "caso" letterario (più che altro un "caso umano"), significativo dell'arretratezza culturale del pezzo di pianeta chiamato Italia, viene nominato Capo di stato maggiore del Comando delle Forze Terrestri.

Il libro è salito alla ribalta delle cronache perché è un concentrato di opinioni conservatrici, in particolare omofobe e razziste, un ammasso di concetti discriminatori verso le principali minoranze marginalizzate, critico di qualsiasi idea anche solo vagamente progressista. Idee spicciole e opinioni più che controverse, che parlano alla pancia degli italiani più retrivi e "post-fascisti".

Il volume di quasi quattrocento pagine era originariamente "autoprodotto": scritto e impaginato in modalità "fai da te", commercializzato autonomamente tramite strumenti come "Kindle Direct" di Amazon, la più importante piattaforma di shopping online che iniziò la sua immensa fortuna proprio vendendo libri sottocosto per sbaragliare la concorrenza, ma questa è un'altra storia...

28.2.24

PREMIO SPECIALE PER IL DIRETTORE DE "LA REPUBBLICA"

RICEVIAMO, PUBBLICHIAMO E COMMENTIAMO UN COMUNICATO DI "FREE ASSANGE NAPOLI"

Riceviamo, pubblichiamo e commentiamo un comunicato di "Free Assange Napoli", relativo a un'azione dimostrativa per criticare il "pensiero unico" dei media mainstream italiani e Maurizio Molinari, Direttore Responsabile de "La Repubblica".


Attivista di Free Assange Napoli consegna una medaglia speciale al Direttore de La Repubblica alla presentazione di un suo libro
Attivista di Free Assange Napoli consegna una medaglia speciale al Direttore de "La Repubblica"


Lo scorso Lunedì Molinari si trovava nel capoluogo partenopeo per presentare un libro alla "Fondazione Premio Napoli", che promuove l'omonimo premio letterario. Molinari è anche Direttore editoriale del gruppo GEDI, che copre circa un quarto dell'intero mercato dell'editoria nazionale. Il suo ultimo libro, edito da Rizzoli, si intitola "Mediterraneo Conteso". Alla presentazione c'erano anche Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli, Alfredo Guardiano, della fondazione citata, Conchita Sannino, vice di Molinari e Ottavio Ragone, della redazione partenopea del quotidiano.


Siccome tra queste pagine virtuali tendiamo ad approfondire il più possibile una vicenda, prendiamo spunto da questa critica, e dalla relativa risposta del direttore, per analizzare "meta-mediaticamente" quanto si è parlato di Assange, quanto si è straparlato di Navalny, e quanto poco, e male, si parla dei massacri criminali in corso in Palestina.


Iniziamo proprio dal comunicato, che richiama una vignetta satirica dell'artista Vauro, risalente al 2022, quando Zelensky ha conferito a Molinari una medaglia e il titolo di Cavaliere per aver sostenuto la sovranità e l'integrità territoriale dell'Ucraina (se non vedete la vignetta nel riquadro sotto, la trovate a questo link).






Nel disegno si vede la caricatura del volto di Molinari con attaccata alla lingua una medaglia, intrisa di saliva. C'è scritto: <<Eroi. Da Zelensky medaglia al merito a Maurizio Molinari. Beato quel popolo che non ha bisogno di lecchini>>.

25.2.24

ASSANGE E NAVALNY: DUE PESI E DUE MISURE

TUTTI PAZZI PER NAVALNY, QUASI TUTTI CONTRO ASSANGE

L'udienza per l'estradizione verso gli USA di Julian Assange, prigioniero politico del sedicente democratico occidente, si è sovrapposta alla scomparsa del dissidente ultra-nazionalista russo Alexei Navalny, morto in un gulag siberiano contemporaneo e rinchiuso dall'autocrate Putin. 

Lo spazio e le energie impiegate da politici e media, per ricordare la vicenda del "martire" Navalny, sono stati smisurati rispetto a quelli riservati al visionario giornalista e "attivista-hacker" australiano, la cui vicenda è passata sostanzialmente in sordina sui media dominanti. 


A sinistra Julian Assange che si affaccia dal balcone dell'Ambasciata dell'Ecuador, dove aveva ottenuto asilo politico. A destra Alexei Navalny, in un video di propaganda nazionalista citato nell'articolo. Al centro una bilancia. Sul piatto vicino a quello di Navalny si notano delle candele, che alludono alla fiaccolato organizzata in sua memoria, e un giornale, che allude all'attenzione mediatica dedicatagli. Su quello più vicino ad Assange, più in alto e dunque meno pesante, un megafono, che simboleggia le tante mobilitazioni popolari in suo favore.
A sinistra Julian Assange che si affaccia dal balcone dell'Ambasciata dell'Ecuador, dove aveva ottenuto asilo politico. A destra Alexei Navalny, in un video di propaganda nazionalista citato nell'articolo. Giornale e candele alludono alla fiaccolata e all'attenzione mediatica dedicatagli. Il megafono vicino ad Assange simboleggia le tante mobilitazioni popolari in suo favore. Foto originale di Assange di "Snapperjack", rilasciata con licenza Creative Commons.


Ciò è un riflesso dell'ipocrisia e della debolezza del modello liberale-liberista della nostra democrazia: tutti ricordano, giustamente, l'avvelenamento di Navalny nel 2020, ma quasi nessuno ricorda, colpevolmente, del piano elaborato sotto l'amministrazione di Trump per rapire o avvelenare Assange. Un esempio perfetto del detto "due pesi e due misure"...



LA RUSSIA NON DEVE INCARCERARE O AVVELENARE I DISSIDENTI!
GLI USA POSSONO... IL "DUEPESISMO" DI NOI OCCIDENTALI

Si possono stabilire svariate analogie e differenze tra la vicenda di Assange e quella di Navalny. Una similarità risiede nei tentativi di "sbarazzarsi" degli oppositori tramite l'omicidio e l'incarcerazione.


Un uomo, in tuta arancione da detenuto, indossa una maschera con il volto di Assange imbavagliato da una bandiera USA. Le mani sono legate da catene. Sullo sfondo si intravede il Vesuvio: è un'attivista di Free Assange Napoli.
Attivista di Free Assange Napoli. Foto de "Lo Skietto".



Navalny ha subito un avvelenamento nel 2020 orchestrato da Putin, salito alla ribalta delle cronache per le modalità con cui avvenuto, smascherate dallo stesso oppositore e da alcuni giornalisti: gli hanno piazzato un agente nervino nelle mutande, indumento che avrebbe indossato solo lui, in modo da non coinvolgere terzi. Non sappiamo come e perché è morto: l'ipotesi principale sarebbe quella di un pestaggio finito male. Quella ufficiale consisterebbe in un banale malore nel carcere siberiano in cui era stato esiliato. 

Non siamo così ingenui -o, a pensar male, ipocriti- come Salvini nell'aspettare che la magistratura russa faccia i dovuti accertamenti, come ha ufficialmente dichiarato. Evidentemente il ministro non ha familiarità con il concetto della separazione dei poteri, non comprendendo che, se la magistratura di un paese non è indipendente dal potere esecutivo, non potrà fare indagini indipendenti.