IL REFERENDUM SPIEGATO SEMPLICE E DA UNA PROSPETTIVA LIBERTARIA
- LA SPIEGAZIONE DEL CONTESTO GIURIDICO-POLITICO E DELLA “RIFORMA NORDIO”, ARTICOLO PER ARTICOLO
- LA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE DEI MAGISTRATI E L’UNIONE CON QUELLE DEGLI AVVOCATI
- I PERICOLI DA SCONGIURARE AL DI LÀ DI CHI VINCE
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| L'immagine richiama uno dei concetti che si spiegano nell'articolo e mostra due antiche declinazioni dei modelli "accusatorio" e "inquisitorio". |
C’è stata molta confusione nel discutere nel merito di questo referendum, da ambo le parti, ed è impossibile scollegarlo dal contesto politico. Questo articolo prova a fare chiarezza, nella maniera più semplice possibile, su una materia così complessa, entrando negli aspetti tecnici del referendum e del funzionamento del nostro sistema giudiziario.
Lo si farà adottando una prospettiva libertaria. Tutte le strutture sociali dominanti, inclusa la “politica partitica”, sono intrinsecamente viziate da dinamiche gerarchiche e di dominio, meccanismi che vanno al di là delle buone intenzioni o della buona fede dei singoli magistrati o politici, proprio perché sono strutturali. Quindi, chi si definisce libertariə e/o anarchicə potrebbe pensare: “ma a me cosa interessa?!”. Tra queste pagine digitali si è già argomentato che personaggi come Camillo Berneri, anarchico italiano ucciso nella guerra civile spagnola (non dai fascisti di Franco, ma dagli stalinisti), pensavano che la partecipazione alle urne poteva essere uno strumento da valutare. Certamente non è né l’unico né il principale strumento per cambiare profondamente la società: se vogliamo un mondo più equo, se vogliamo quantomeno avvicinarci a una democrazia “pura”, vera e sostanziale, allora bisogna agire su tutte le dinamiche di dominio, sugli squilibri di potere che ci caratterizzano come singoli individui e come gruppi sociali, dai più piccoli ai più vasti.
Per questo, anche quei pochi voti di chi si definisce libertariə e/o anarchicə, sono fondamentali se non vogliamo diventare una “democrazia illiberale”, come dice Orban, premier ungherese e modello per i neofascisti che ci governano. Il diritto, troppo spesso, viene usato per reprimere le istanze democratiche e favorire le ingiustizie. Se passa il referendum, è opinione di chi scrive che il rischio di questi usi distorti aumenterà esponenzialmente, e potrebbero essere inseriti nella nostra Costituzione degli squilibri enormi a vantaggio di qualunque governo, non solo quello dei neofascisti, ma anche quelli della finta sinistra. E questo ultimo aspetto, come vedremo, è stato ammesso perfino dal ministro della Giustizia Nordio, seppure in una maniera goffa e quasi velata.
Nei primi paragrafi dell’articolo ci sono delle premesse: senza avere chiari alcuni concetti preliminari, sarebbe praticamente impossibile capire in cosa consiste la riforma su cui dovremo andare a votare. Eppure, in questi mesi, l’informazione mainstream pro-governo ci ha bombardato di notizie sul caso di Garlasco e della famiglia del bosco. Dall’altro lato, quello dei comitati del No, purtroppo, sembra che sia mancata una piena discussione nel merito dei fatti, che presuppone maggiori sforzi intellettuali. Nel mezzo ci sono i cosiddetti “indecisi” o pensatori più critici. Sostanzialmente gli indecisi sono divisi in due macro-gruppi: chi, giustamente, non ha capito molto perché non gli è stato spiegato, e non sa cosa fare, e forse non si recherà nemmeno alle urne. E chi pensa che i principi della riforma siano validi (ed è legittimo pensarlo), ma non si fida di come le leggi ordinarie, che dovrebbero “completare” la riforma se vincesse il sì, attueranno questi principi. Questo ultimo orientamento è giustificato dal fatto che il referendum si inserisce in un preciso contesto politico: ci sono i vari “decreti sicurezza”, “decreti rave” e quant’altro, presentati e approvati come leggi “urgenti” che di fatto restringono la libertà di riunirsi e manifestare pacificamente. C’è la cosiddetta “riforma del premierato” che darebbe più poteri all’ “uomo forte” o alla “donna forte” a capo del governo. E poi c’è la riforma elettorale, che darebbe ancora più potere alla maggioranza eletta. Ma se a recarsi alle urne sono sempre meno, ci ritroveremmo in una situazione simile e peggiore rispetto a quella di oggi: a votare ci va più o meno la metà della popolazione. Quindi, la maggioranza degli italiani viene governata, all’incirca, da quella metà della metà che è andata a votare e che ha scelto l’attuale parlamento e governo. Forse, invece di alimentare la “malattia” di questa democrazia, bisognerebbe capire perché quasi la metà degli italiani rinuncia al voto (oppure va a votare facendo intenzionalmente scheda nulla), e agire di conseguenza.
SEPARAZIONE DEI POTERI
L’Italia può essere definita, almeno teoricamente, una democrazia liberale. In pratica, in uno “stato di diritto”, tutti dovrebbero godere degli stessi diritti fondamentali e avere lo stesso “peso” nella società. E bisognerebbe adoperarsi affinché questi diritti non siano solo scritti su pezzi di carta, ma diventino sostanziali.
Alla base delle democrazie liberali c’è un principio fondamentale: la separazione dei poteri.
I poteri individuati negli “schemi” delle moderne democrazie sono tre. Il potere legislativo, ovvero di chi fa le leggi, che nel nostro caso dovrebbe essere il parlamento. Di fatto, però, il parlamento è stato progressivamente svuotato di questo potere a colpi di “leggi straordinarie”, fatte direttamente dal governo, ovvero il potere esecutivo. A questo potere spetterebbe il compito di mettere in atto quelle leggi e di farle rispettare, anche con l’uso della forza, e dovrebbe fare delle leggi solo per questioni urgenti e straordinarie. Il potere giudiziario, rappresentato dai magistrati, ha il compito di dare dei giudizi sul fatto che le leggi siano state rispettate o meno. Deve controllare che le “regole del gioco” vengano seguite non solo da tutti i “comuni” cittadini, ma anche da chi le fa e chi le applica, dunque da chi legifera e governa. Viene da sé che ci deve essere un equilibrio tra questi tre poteri perché, se uno fosse troppo forte rispetto agli altri, finirebbe con il fare i suoi comodi, invece che quelli del bene collettivo. Peggio ancora se solo una persona, o un ristretto gruppo di persone, gestisce tutti e tre i poteri contemporaneamente. Per garantire questo equilibrio tra i poteri esistono una serie di organi e meccanismi, detti “pesi e contrappesi”, previsti dalla nostra Costituzione, dove si afferma (e si continuerà ad affermare, almeno formalmente) che la magistratura deve essere indipendente e autonoma. Se non è indipendente, non può controllare gli altri poteri, ma viene controllata da essi.













