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14.2.25

FORAGERS

UN DOCU-FILM SULLA COLONIZZAZIONE DELLA FLORA PALESTINESE

Per la rubrica "RecenTips" consigliamo la visione di “Foragers” , documentario di Jumana Manna sulla colonizzazione della fauna in Palestina, recensito da Filippo Scolaro, studente dell'Università Orientale di Napoli. Abbiamo avuto modo di vederlo a marzo 2024 nel corso della rassegna organizzata da "Napoli Monitor", dal titolo “A FUOCO! Decifrare un conflitto”.

Il lungometraggio ci dà l’opportunità di esplorare come le dinamiche coloniali negano l’accessibilità alle popolazioni native delle proprie risorse basilari. Risorse depredate che poi, come si spiega in questa breve recensione, vengono sfruttate per speculazioni agricole.

La pellicola, sottotitolata in inglese, è reperibile su richiesta all’organizzazione di artisti britannica “LUX”.



Sullo sfondo di questo collage si notano delle colline, vegetazione, e un fuoristrada che percorre un sentiero deserto. Al centro, appoggiata al sentiero con il gomito, una donna. Sempre al centro una mano grande quanto l'automobile raccoglie una pianta, altre sono conservate in una busta di palstica. Sempre al centro un uomo che raccoglie altre piante, una donna con lo sguardo non rivolto verso la camera, una cane e una pianta spinosa ancora più grande che sovrasta tutto il resto.

17.9.24

DEFINIZIONE DI NEURODIVERGENZA, NEUROTIPICITÀ E NEURODIVERSITÀ

BREVE DEFINIZIONE, DIFFERENZE E ALTRI CONTENUTI DI APPROFONDIMENTO

Per le rubriche Define e RecenTips forniamo una breve definizione dei termini "neurodivergenza" (o "neuroatipicità"), "neurotipicità" e "neurodiversità" , consigliamo delle risorse online per approfondire il tema, e facciamo alcune considerazioni sul deleterio approccio "patologizzante" alla neurodivergenza (e in generale a tutte le disabilità, incluse quelle fisiche) in chiave intersezionale, con il fine ultimo di rivoluzionare una società malata.


Due cervelli disegnati che fanno parte dei simboli di fanrivista: sono posti orizzontalmente a specchio, e in uno i colori sono invertiti. Sopra la scritta: <NEURODIVERGENZA, NEUROTIPICITÀ E NEURODIVERSITÀ>, sotto: <DEFINIZIONI E DIFFERENZE>

NEURODIVERGENZA, NEUROTIPICITÀ E NEURODIVERSITÀ IN PAROLE POVERE

In estrema sintesi, il termine neurodivergenza indica un funzionamento del cervello diverso dalla più omogenea "norma statistica", quest'ultima indicata con il termine neurotipicità.

Nell'intera specie umana non esistono due persone esattamente uguali l'una all'altra e, per questo, sia le persone neurotipiche che quelle neuroatipiche rientrano nel concetto di "neurodiversità".

Le persone neurodivergenti però, come tutte le minoranze, tendono a essere discriminate e ad avere più difficoltà nell'interagire e adattarsi a un ambiente non inclusivo, dal punto di vista sia fisico che sociale. Ciò, come spiega lo psichiatra Valerio Rosso sul suo canale Youtube, può condurre a un <<disagio mentale da disadattamento>> causato proprio dal contesto socio-ambientale escludente. Lo psichiatra-Youtuber spiega che anche se <<alcune neurodivergenze, di gravità maggiore o estrema, possono avere dei connotati intrinseci di psicopatologia>>, questi connotati comunque non sono <<la regola (...) la patologia raramente risiede nella neuordivergenza in sé ma, piuttosto, coinciderà con il disadattamento che essa può generare in un contesto socio-ambientale strutturato per essere vissuto da soggetti neurotipici>>.



LE ORIGINI DEI TERMINI

Qualunque persona è diversa e "neurodiversa" da un'altra e tutti gli esseri umani hanno delle qualità e punti deboli, giudicati come tali secondo parametri dettati dai vigenti paradigmi culturali e socio-economici. Il termine "neurodiversità" (e l'analoga espressione "diversità neurologica") è stato usato nel 1998 dalla sociologa Judy Singer. Alcuni contestano il fatto che sia stata lei a coniarlo affermando che è stato usato online, almeno un paio d'anni prima, dalla comunità autistica. La studiosa lo ha modellato ricalcando il concetto di "biodiversità" e riferendosi soltanto alle persone che, come lei, rientravano nei criteri diagnostici della cosiddetta "sindrome di Asperger" o "autismo ad alto funzionamento".

20.7.24

"DI VITA NON SI MUORE": FILM DOCUMENTARIO SU CARLO GIULIANI

IL CONTESTO STORICO-POLITICO DEL G8 DI GENOVA, IL VISSUTO DI CARLO GIULIANI E LA SUA MORTE

A 23 anni di distanza dall'uccisione di Carlo Giuliani, per la rubrica RecenTips proponiamo una breve recensione di un film documentario a lui dedicato: "Di vita non si muore, un altro mondo è ancora possibile?" di Claudia Cipriani, autoprodotto dalla "Ghiro Film".


La locandina del film documentario. Due ragazzi di spalle, uno rappresenta Carlo Giuliani, sono avvolti in una nube di fumo gialla, forse di un fumogeno.
La locandina del film documentario


Durante il summit del 2001 in Italia si verificò quella che un magistrato, Enrico Zucca, ha definito <<una sospensione dello stato di diritto>>, mentre per Amnesty International si trattava della <<più grave sospensione dei diritti democratici in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale>>.

Sono state inflitte condanne spropositate ad una decina di manifestanti per un totale di circa 100 anni di carcere, con un caso di un' estradizione non concessa dalla Francia, anche in ragione della sproporzione delle sentenza italiana per il reato di "devastazione e saccheggio". 

Invece, è stata assicurata quasi totale impunità, e addirittura promozioni in alcuni casi, a carnefici, calunniatori e mistificatori in divisa, inclusi quelli che portarono armi improprie e molotov nella scuola Diaz per fabbricare accuse, per poi perpetrare e giustificare delle vere e proprie torture, come riconosciuto dalla Corte di Strasburgo. 

Ad altri manifestanti, in ragione di una carica illegittima attuata dalle forze armate, è stato riconosciuto di aver agito per legittima difesa.

In quella giornata abbiamo visto concretizzarsi un nuovo tipo di fascismo, che mescola il vecchio spirito "manganellaro" al volto pulito della subdola politica contemporanea, gestita fuori dai parlamenti, direttamente dagli uffici delle grandi multinazionali. 

Quel giorno è stato inflitto un colpo durissimo alla militanza non violenta (non tanto a "black block veri" e per nulla a potenziali provocatori), e resta una ferita non rimarginabile che ha contribuito alla dilagante de-politicizzazione della società, in favore delle scialbe religioni del guadagno, dello stato-nazione e dell'apparenza.

All'infuori dei circoli di attivismo e/o militanza, la principale vittima sacrificale di quella gestione criminale di una protesta (senza contare i torturati e i feriti, tra cui un cronista britannico finito in coma) viene dipinta come un teppista indiavolato, il vandalo per antonomasia. Mentre molti, soprattutto all'interno della cosiddetta cerchia "insurrezionale", ne hanno fatto una sorta di santino, un'icona diffusa in tutto il Mondo, come si vede nelle prime scene del documentario.

Questo documentario ribalta entrambe le narrazioni polarizzanti, restituendo la dimensione umana e il contesto politico vissuto dal "ragazzo con l'estintore". Una parte della pellicola ricostruisce anche alcuni aspetti "tecnici" di quanto avvenuto in piazza Alimonda, aggiungendo un terzo filone narrativo. 

Per chi volesse approfondire la dinamica "politico-legale" di quella giornata segnaliamo anche un secondo documentario: si intitola "La Trappola", ed è stato pubblicato per la prima volta nel 2006 dal "Comitato Piazza Carlo Giuliani".

23.6.24

SEMPRE DALLA PARTE DEL TORTO

UN GENERE MUSICALE INTERNAZIONALISTA

Per la rubrica Recentips consigliamo e facciamo una recensione di "Sempre dalla parte del torto", album musicale della "Banda POPolare dell’Emilia Rossa", uscito quasi un anno fa e con diversi featuring militanti.


La copertina dell'album. Sullo sfondo il titolo. Ai lati è ripetuta più volte l'immagine di un uomo in giacca e cravatta mentre cammina e parla al telefonino. Al centro un uomo in divisa da operaio che trasporta uno strumento musicale in una custodia
La copertina dell'album



L'AUTOPRODUZIONE È LA MIGLIORE SOLUZIONE!

"Sempre dalla parte del torto" è il quarto album della "Banda POPolare dell’Emilia Rossa", band nata a Modena nel 2011. Si definiscono <<un gruppo proletario composto da delegati Rsu Fiom delle più importanti fabbriche metalmeccaniche di Modena, tra cui Ferrari, Maserati, e da musicisti professionisti che più precari di così non si può. Definiamo il nostro genere musicale col termine “internazionalista” perché vuole essere fuori da qualsiasi schema predefinito che non siano l’unità e solidarietà delle classi subalterne anche in ambito musicale ed artistico oltre ogni frontiera>>.

L'album è stato autofinanziato tramite una campagna di crowdfunding: le offerte di diversi co-produttori sono servite a mantenere libera la loro musica dalle ingerenze del mercato e dalle "censure de facto" delle grandi case discografiche. Citando il proverbio "chi paga l'orchestra decide la musica", spiegano che <<da band autofinanziata ed autoprodotta>> la scelta del crowdfunding, e cioè di un autofinanziamento collettivo, è stata la maniera <<migliore per permetterci di pubblicare liberamente la nostra arte senza scendere a compromessi>>. La diabolica entità del "mercato" tende a escludere, in tutti i settori della cultura e dell'informazione, contenuti "scomodi", che fanno sviluppare spirito critico, che seminano germi di ribellione verso le ingiustizie. Viceversa siamo bombardati di pubblicità, contenuti triviali e tormentoni musicali il cui scopo principale è quello di un "intrattenimento" scialbo, finalizzato a sottometterci alla religione capitalista e al supremo comandamento del "produci, consuma e crepa".

20.4.24

THIS LAND IS MINE

MILLENNI DI GUERRE IN PALESTINA IN TRE MINUTI

Per la rubrica "RecenTipsconsigliamo la visione di un cartone animato che si intitola "This Land Is Mine", come la colonna sonora di uno storico film della propaganda hollywoodiana-sionista

Narra delle diverse popolazioni che si sono contese le terre nell'attuale Palestina in un arco temporale che va dagli uomini delle caverne a oggi, riassumendolo in tre minuti.



Uno screenshot del cartone: al centro l'angelo della morte. Ai lati i diversi personaggi che rappresentano altrettanti poli. Sullo sfondo missili e aerei da guerra



I CONFLITTI IN PALESTINA SPIEGATI A UN BAMBINO

11.4.24

“UNA DONNA” DI SIBILLA ALERAMO: IL FEMMINISMO SI AFFACCIA IN ITALIA

UN LIBRO ANCORA ATTUALE

Per la rubrica "Recentips" pubblichiamo la recensione del primo romanzo di Sibilla Aleramo, "Una Donna", a cura di Addolorata Fasano.

Si tratta di un libro parzialmente autobiografico pubblicato per la prima volta quasi centoventi anni fa e che, purtroppo, è ancora attuale: gran parte della nostra società sembra ferma da secoli in quanto a conquiste giuridiche ed etiche sui diritti delle donne (ed è ancora più indietro sui diritti delle persone trans e delle identità non binarie).


Il romanzo è largamente considerato come il primo "manifesto informale" femminista della storia italiana (del "Manifesto di Rivolta femminile", pubblicato nel 1970, ne abbiamo parlato in un altro post). Nonostante il merito di essere stata tra le prime opere a far "affacciare" il pubblico italiano sulle tematiche femministe, è anche criticata da alcun* in quanto ritenuta troppo "commerciale", sapientemente studiata più per ottenere un ampio successo letterario che per portare alla luce una radicale e "scandalosa" denuncia del sistema etero-cis-patriarcale, ai tempi della "prima ondata femminista".


L'indiscusso successo del romanzo le porterà tantissima fama, ma al contempo "oscurerà" altre sue opere narrative, sia nel periodo della parziale compromissione con il fascismo che nel dopoguerra, quando, da giornalista, impiega la sua preziosa penna a favore del Partito Comunista.


foto di Sibilla Aleramo
Immagine di Marta Felicina Faccio, in arte Sibilla Aleramo, nel 1913 (fonte: Wikimedia)




MARTA FELICINA FACCIO, DETTA "RINA": IN ARTE SIBILLA ALERAMO

Nel 1906 in Italia venne pubblicato il romanzo “Una Donna” scritto da Sibilla Aleramo. L’opera fu considerata da subito una sorta di manifesto femminista italiano. Nel corso degli anni l’autrice volle proteggere costantemente quel primo romanzo evitandone modifiche o aggiornamenti.

L’opera è una specie di diario con scene di vita dell’autrice, a tratti romanzato. In alcuni casi ci sono delle omissioni, dei silenzi da interpretare soltanto una volta che si viene a conoscenza della vita della donna.

7.4.24

THIS IS MY LAND: LA STORIA INSEGNATA IN PALESTINA

COME SI INSEGNA LA STORIA NELLE SCUOLE ISRAELIANE E IN QUELLE DEI TERRITORI OCCUPATI?!


Per la rubrica "RecenTips" parliamo di un documentario che mostra come viene insegnata la storia dei territori occupati palestinesi e della nascita di Israele nella martoriata terra di Palestina


Si intitola "This is my land" ("Questa è la mia terra") e ci offre uno sguardo diretto nel cuore di diverse istituzioni scolastiche, palestinesi e israeliane.

 
Fa comprendere come il trauma della Shoah viene strumentalizzato per costruire una società militarista che non si pone particolari dubbi etici, eccetto uno: la sopravvivenza e l'espansione della propria nazione a scapito di un altro popolo. 


Nelle scuole palestinesi si cerca invece di riaffermare la propria identità, negata e oscurata, e di lottare per i propri diritti.


Una locandina del film: all'interno della mappa della Palestina le foto di alcune bambini sui banchi di scuola. Altri mantengono dei cartelli.


UN'EX SOLDATESSA CHE HA COMINCIATO A PORSI DEI DUBBI

"This is my land" è uscito nel 2015, prodotto in Francia da "Iliade & Films - Saya". In novanta minuti sintetizza l'insegnamento di un anno scolastico della storia della nascita di Israele e dell'occupazione coloniale della Palestina, visto dalla prospettiva di insegnanti e studenti sia palestinesi che israeliani. Autrice e regista è la franco-israeliana Tamara Erde, cresciuta in Israele e soldatessa durante la Seconda Intifada (primi anni duemila).

All'inizio del documentario l'autrice spiega: <<quando ero a scuola non ho mai avuto dubbi o domande sulla storia nazionale che mi veniva insegnata. Ero patriottica e volevo prestare servizio nell'esercito. Non sapevo nulla della storia palestinese o dell'occupazione. Soltanto durante il servizio militare ho cominciato a fare domande e avere dubbi>>.

Ha perciò deciso di osservare e ascoltare studenti e insegnanti, per capire come viene insegnata la storia della terra in cui è nata in sei diversi istituti, in Israele e nei territori palestinesi occupati. Inizialmente aveva contattato una cinquantina di docenti, ma una prima scrematura di quelli che sarebbero stati inclusi nel filmato è subentrata, gioco forza, in seguito alle decisioni delle autorità occupanti. Il ministero dell'istruzione israeliano non le ha concesso di fare riprese all'interno di scuole pubbliche. La censura, come emerge dal filmato, è pervasiva: nei libri di testo la Palestina praticamente non esiste. Anche solo pronunciare la parola "Nakba", lo sfollamento forzato e la pulizia etnica dei palestinesi del 1948, è vietato ai docenti, sanzionato con una multa e il licenziamento, come ha spiegato in un'intervista.

Per questo ha dovuto "ripiegare" scegliendo alcune scuole private. Nel selezionare le classi più adatte al documentario ha privilegiato sia quelle con docenti e discenti più attivi, ma anche quelle in cui si può osservare, quasi sempre molto debolmente, una prospettiva di cambiamento.



SEI ISTITUTI, DIVERSI GRADI DI ISTRUZIONE, LIBERTÀ E INDOTTRINAMENTO

Gli istituti visitati in totale sono sei e i gradi di istruzione vanno dalle elementari al liceo. All'interno di questi si trovano diverse "gradazioni" e suddivisioni di identità arabo-palestinese ed ebrea-israeliana, diversi livelli di ricchezza, e quindi differenze di classe, ma soprattutto diversi gradi e forme di libertà, o di anelito alla libertà: si va dalla legittima istanza di ribellione e resistenza di un popolo oppresso e sotto occupazione militare, alle continue mistificazioni basate sull'interpretazione di un testo sacro per imporre la propria egemonia culturale e materiale su un pezzo di territorio.

5.2.24

ABORTO, IL PERSONALE È POLITICO

Narrano le nostre storie, arbitrano i nostri corpi, violano la nostra privacy e minano le nostre scelte. Pauline Harmange, già autrice di “Odio gli uomini”, non ci sta e decide di raccontare intimamente il suo aborto.


Il personale è politico” è uno slogan risalente alla “seconda ondata femminista” (anni ‘60) che ancora sentiamo nostro, che ancora gridiamo e che ancora scriviamo: è anche il sottotitolo del volume “Aborto” della scrittrice e attivista francese Pauline Harmange, edito in Italia da Mimesis e presentato a Napoli allo Zero81 lo scorso mese da Angela Balzano, autrice –assieme a Valentina Greco- della prefazione e da Federica Di Martino, psicologa, psicoterapeuta e fondatrice di “IVG ho abortito esto benissimo. La presentazione è stata organizzata dal collettivo “Cca’ nisciun’ è fessa”. 


Uno screenshot della locandina dell'evento


Il filo sottile che ha legato tutti i punti di questa presentazione è la necessità di politicizzare l’esperienza dell’IVG (acronimo di “Interruzione Volontaria di Gravidanza”) senza perdere la complessità e la dimensione intima di chi lo ha vissuto, lo vive e lo vivrà, evitando retoriche appiattenti e sottolineando la necessità di costruire una solida narrazione collettiva.

 

Le relatrici e le moderatrici al tavolo


2.12.23

LE “MIGLIORI” PRIGIONI DEL MONDO

LA SERIE “DENTRO LE PRIGIONI PIÙ DURE DEL MONDO”, LE PUNTANTE E LE CARCERI “ATIPICHE”

 

Sullo sfondo una prigione tetra. A sinistra due volti sovrapposti: nella testa di uno ci sono delle sbarre con una rappresentazione di sé stesso all'interno. Nella parte posteriore  un volto femminile con all'interno della sua bocca una persona dietro le sbarre. Campeggia la scritta "Le "migliori" prigioni del mondo", e sotto: "parliamo di carceri atipiche, prendendo spunto dalla serie "Dentro le peggiori prigioni del mondo".




In questo post della rubrica RecenTips ci sentiamo di consigliare la visione di una serie documentaristica (e in particolare di alcune puntate di questa, non tanto quelle della prima stagione), con alcuni tratti dei “reality show” prodotta dalla britannica “Emporium Productions” e targata “Netflix” nonostante alcuni aspetti specificamente narrativi che forse vanno a discapito della sua connotazione principalmente documentaristica, e nonostante il fatto che non siamo dei fan della stra-nota piattaforma di streaming statunitense, riteniamo comunque che la serie "Dentro le prigioni più dure del Mondo" possa essere utilizzata come strumento di analisi dei diversi dispositivi di contenzione fisica e mentale, nonché delle similitudini e delle differenze nel funzionamento delle istituzioni carcerarie, oltre che di quelle politiche e sociali, attorno al globo.

Scopo dichiarato della serie è infatti quello di capire se il carcere riabilita davvero, e se lo fa comprendere come lo fa.

Osservando poi alcune “prigioni modello” e le poche puntate dedicate a queste (perché poche sono le prigioni che adottano il “principio di normalità”), parleremo anche delle cosiddette prospettive “riduzionista” e “abolizionista”, che consistono nel ridurre la contenzione fisica solo a casi estremi, e che in prospettiva potrebbero tradursi nell’abolire completamente l’istituzione carceraria, perlomeno nella maniera in cui è attualmente concepita, e cioè quella che segue la logica dello “sbattere in cella e buttare via la chiave” lasciando “marcire” i detenuti, trattati come animali e non come esseri umani, a prescindere da ciò che li ha portati lì dentro.

 

10.5.23

PEPPINO IMPASTATO E LA LOTTA PER LA VERITÁ

INFORMAZIONE ALTERNATIVA E SATIRA CONTRO MAFIE E COLLETTI BIANCHI

 

al centro del collage un microfono attorniato da saette che rompono il cerchio (simbolo dell'autogestione). In basso a sinistra il cartello di Radio Aut, a destra un'immagine di Peppino Impsstato
L'immagine di Peppino Impastato in basso a destra nel collage è di Obbino e l'originale si trova su Wikimedia Commons

Sulla rubrica RecenTips proponiamo diversi materiali per ricordare la vicenda politica e umana di Giuseppe Impastato, pioniere dell’informazione alternativa, modello umano e operativo da seguire per chi fa “contro-informazione” rifuggendo dalle narrative mainstream e non arrendendosi alla famelica logica capitalista, oltre che un “santo laico” per chi scrive.


Quarantacinque anni fa Peppino Impastato veniva trucidato dalla mafia: venne fatto saltare in aria con un’esplosione di tritolo su dei binari ferroviari, nello stesso giorno in cui veniva ritrovato il cadavere di Aldo Moro: cercarono anche di sporcare la sua immagine organizzando una messa in scena, <<agevolati dagli organi inquirenti, dai magistrati che accorsero sul posto>>, racconta suo fratello, Giovanni Impastato, al programma Forrest di Rai Radio1: il tentativo era quello di farlo sembrare un attentato terroristico finito male, e in un secondo momento strumentalizzarono una sua lettera per farlo sembrare un suicidio. Molti nutrono ancora tanti dubbi sulla simile morte di Giangiacomo Feltrinelli, che potrebbe essere stata “indotta” o addirittura un omicidio mascherato da un incidente nel tentativo di sabotare un traliccio.

Quarantacinque anni fa moriva <<un ragazzo animato da una grande voglia di giustizia, di legalità, di libertà, non pagato per assumere questo ruolo, non era una figura istituzionale, ma era il figlio di un mafioso che ha operato una grande rottura storica e culturale, non solo nell’ambiente in cui ha lottato fino in fondo, ma all’interno della sua famiglia, lo ripeto, una famiglia di origine mafiosa>>, spiega suo fratello nell’intervista radiofonica, e non è un particolare di secondaria importanza: le lotte vanno portate avanti nelle piazze, nei luoghi del potere, ma anche nel “piccolo” quotidiano, che può essere quello dell’ambito lavorativo personale o familiare, oppure quello della propria comunità locale.

Quarantacinque anni fa moriva un compagno che si era inizialmente avvicinato alla politica e a diversi gruppi marxisti-leninisti e di sinistra <<su un piano più emozionale che politico>> (come si legge in uno scritto autobiografico che citiamo in calce a questo post), in una traiettoria che lo porterà a candidarsi  con il partito trotskista di Democrazia Proletaria, con cui verrà eletto al comune di Cinisi solo simbolicamente, dato che era già stato "giustiziato".

9.5.23

L’OMICIDIO MORO E I POSSIBILI “COMPLOTTI”

Tra le righe di RecenTips consigliamo due video, disponibili gratuitamente online, che offrono due prospettive apparentemente opposte sul delitto Moro: quella proposta dal programma “Atlantide” lo scorso Marzo, condotto da Andrea Purgatori su La7, e quella illustrata da Alessandro Barbero, noto divulgatore e storico, al Festival della Mente di Sarzana nel 2017.


A sinistra il video di Alessandro Barbero pubblicato da uno dei numerosi canali dei suoi fan. A destra uno screenshot della puntata di Atlantide dove si vide il magistrato Donadio. In trasparenza l'immagine di Moro diffusa dalle BR.
A sinistra il video di Alessandro Barbero pubblicato da uno dei numerosi canali dei suoi fan. A destra uno screenshot della puntata di Atlantide dove si vide il magistrato Donadio. In trasparenza l'immagine di Moro diffusa dalle BR.


Quarantacinque anni fa le Brigate Rosse trucidavano Aldo Moro, facendo ritrovare il suo corpo nel portabagagli di una Renault 4 in via Caetani a Roma: il luogo del ritrovo si trovava vicino le sedi sia del Partito Comunista Italiano che della Democrazia Cristiana, e non era un caso...

Il presidente della DC, che era anche il principale esponente della “sinistra” democristiana, opposta all’ala destra “andreottiana”, era favorevole a un accordo con il PCI noto come Compromesso Storico”, teorizzato dal suo omologo comunista, il segretario Enrico Berlinguer.

L’accordo avrebbe permesso la costituzione di un governo di “larghe intese” per attuare riforme e cambiamenti radicali, basati su un ampio consenso popolare e isolando le forze più reazionarie ed estremiste, oltre a mettere in secondo piano il Partito Socialista Italiano che portava avanti la strategia della “alternativa a sinistra”, mirante invece a salire al governo senza accordi con la DC.

 

4.2.23

ETICHETTE SUGLI ALCOLICI COME SULLE SIGARETTE

DALLE SIGARETTE AL CIBO SPAZZATURA


Per la rubrica “RecenTips” pubblichiamo una provocazione tanto breve quanto intellettualmente densa della nostra penna d’assalto e polemista ufficiale di FanRivista, consigliando due video dello YouTubber e medico Valerio Rosso e richiamando brevemente alcune questioni economiche e sociali.

Il collage de "Lo Skietto" realizzato con diverse immagini da "Pixabay": un grazie a lui e alla comunità della piattaforma!

In questi giorni sta facendo scalpore il piano del governo irlandese di porre delle etichette sugli alcolici, similmente a quanto già avviene per le sigarette, al fine di informare i consumatori sui rischi dell’alcol per la salute, decisione che potrebbe costituire un “precedente” per l’intera UE: il governo italiano si è subito ribellato contro il provvedimento che danneggerebbe anche le vendite del vino “made in Italy” e sottolineando la <<differenza tra consumo moderato e abuso di alcol>>, una considerazione a mia detta ingiusta dato che il consumo “moderato” crea dei problemi “soltanto moderati” (come l’aumento del rischio di cancro), ma li crea comunque!

Io sono tendenzialmente a favore, e anzi rilancio: perché non metterle anche sulle confezioni di snack come patatine super-unte, bibite con un contenuto di zuccheri che basterebbe per diversi giorni e per tutto il junk-food? Perché non implementare misure come la “Fat Tax” (chiarisco che ho scritto “fat” che sta per “grassi” non “flat”) ossia una tassa sul cibo spazzatura per scoraggiarne vendita e consumo?!

Forse potrebbe essere un flebile freno alla voglia di consumo di “sostanze” favorita dallo spirito del capitalismo

Ma potrebbe anche stimolare un’attrazione pericolosamente consumistica in base al meccanismo dell’attrazione verso “il proibito”, nascosta dalla vana intenzione di iper-regolamentare formalmente e burocraticamente dei comportamenti umani, senza agire dialetticamente sulla sostanza dei problemi.

Forse dovrei rassegnarmi al fatto che i sapienti dell’oscura magia del marketing sapranno comunque sfruttare entrambe le possibilità...

7.1.23

MANUALE DI GUERRA PSICHICA

UN LIBRO DITATTICO-INFORMALE PER PREPARARSI AL CONFLITTO SOCIALE E A <<UN NUOVO TIPO DI GUERRA PSICHICA E MEMETICA, CON L’OBIETTIVO CHE È  SEMPRE LA PACE>>

Tra le righe della rubrica RecenTips recensiamo e facciamo un conciso “riassuntazzo” del “Manuale di guerra psichica”, un trattatello che riteniamo il punto di arrivo, “ideale” per chi si definisce attivista o intraprende un percorso di militanza politica, di una traiettoria che inizia dal plurisecolare “L’arte della guerra” passando per il “Manuale del guerriero della luce”.




UN TRATTATELLO SU GUERRA PSICHICA E CONFLITTO SOCIALE

Il libro è un “trattato informale” dove si trovano alcune istruzioni sulle strategie di combattimento e consigli tattici per le “guerre” –perlopiù in senso lato- ascrivibili allo stesso filone di testi come l’antichissimo “L’arte della guerra” di Sun Tsu: la differenza principale con questi scritti sta nel fatto che non è un “vero e proprio” trattato militare, non insegna a sparare, a intercettare le comunicazioni di una milizia nemica fornendo nozioni di crittografia o ad assaltare fortezze, e nemmeno specifiche tecniche di psywar (guerra psicologica) per seminare il panico in una popolazione avversa, dato che il “campo di battaglia” non è quello militare tout court o delle rivolte “fisiche” contro delle istituzioni (anche se non mancano dei richiami alla guerra vera e propria) ma quello del conflitto sociale in un’ottica di militanza politica, finalizzata principalmente ad azioni di critica e protesta.

Del resto anche lo storico scritto di Sun Tsu (anche se l’attribuzione a un unico autore del testo, risalente a più di venti secoli fa, è “filologicamente” incerta), e alcune delle “verità” che lo contraddistinguono come quella sulla gestione non distruttiva della conflittualità (in parole povere: “il conflitto più vittorioso è quello che si combatte senza combattere, senza impugnare le armi”) ha influenzato fortemente la cultura orientale e non solo, permeando eterogenei ambiti formativi e, di certo, non usato soltanto nelle accademie militari, anche se fornisce dei consigli pratici e generici sulla strategia delle ostilità…

Questo filo conduttore “strategico” è fuso con lo stile ricercato e con i consigli pratici ed etici di un altro “manuale informale”, di cui molti avvertiranno il richiamo sin dalle prime righe, e cioè con il “Manuale del guerriero della luce” di Paulo Coelho. Gli elementi spirituali e cristiani che si trovano nell’opera dello scrittore brasiliano vengono però depurati e sostituiti dai principi morali dell’attivismo politico, spesso con tratti edonistici e leggermente esoterici.

La prospettiva “politico-spirituale” antagonista da cui il “Manuale di Guerra Psichica” osserva il conflitto sociale (e questo altro <<non è che la continuazione della Guerra Psichica con altri mezzi>>) è principalmente quella di una <<guerra delle ombre>>, cioè di un conflitto portato avanti tramite trappole psicologiche, insidie comportamentali e manovre di propaganda: <<quando il nemico non può offendere il vostro corpo nell’ordinamento democratico, offenderà la vostra ombra>> e perciò, incitano gli autori dalla quarta di copertina, <<sarà cosa utile che vi prepariate sin da subito>>!

21.8.22

La guerra è il mio nemico

Nel primo articolo della rubrica RecenTips vi segnaliamo e facciamo una recensione di due eventi, visibili su YouTube e promossi da Emergency, sulla guerra. Li abbiamo scoperti partendo da una frase di Gino Strada postata sui social dalla ONG a un anno dalla sua scomparsa.


 

 

<<L’antidoto alla guerra sta nella costruzione dei diritti umani>>: è la frase pubblicata dopo un anno senza Gino Strada, chirurgo di guerra e fondatore della ONG Emergency, che presta servizi medico-chirurgici a vittime di guerra e povertà. È passato anche quasi un anno dalla riconquista dei talebani dell’Afghanistan, e alle decine di conflitti armati del pianeta si è aggiunto quello ucraino ovviamente (anche se si potrebbe datare come iniziato nel 2014, anno in cui è stata invasa la Crimea).

La “frase-slogan” è tratta da un evento dedicato a studenti delle superiori,  tenutosi nel 2018, dal titolo “La guerra è il mio nemico. Volume 2” e moderato da Camila Raznovich. Abbiamo visionato anche la prima edizione dell’incontro annuale che si è tenuto di fronte a circa 20.000 studenti collegati in diretta. Negli ultimi anni il consueto appuntamento ha cambiato titolo.

L'intento era cercare delle risposte a questioni relative alla guerra: <<si può evitare una guerra? I governi possono scegliere di non bombardare o uccidere? L’impegno delle persone comuni può ostacolare la costante corsa alla guerra?>>. Come ricordava il fondatore di Emergency è molto difficile dare delle risposte sintetiche a questioni così complesse, e proprio per questo dobbiamo cominciare a parlarne e a rifletterci su…





La “normalità” della guerra

Un concetto emerso dalle parole delle prime due relatrici dell’edizione del 2108 riguarda la dimensione della guerra percepita come “normale” da chi nasce o vive da molti anni in essa.