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5.7.24

COLONI ILLEGALI ISRAELIANI FERISCONO ATTIVISTA ITALIANO NON VIOLENTO

-LA DENUNCIA DI MEDITERRANEA: PICCHIATO A SANGUE E COLPITO CON UNA ZAPPA AL VOLTO
-PARLIAMO ANCHE DEL FUNZIONAMENTO E DEGLI SCOPI DELLE COLONIE ILLEGALI IN CISGIORDANIA


L'attivista italiano sulla barella al pronto soccorso. Si nota un taglio sotto l'occhio da cui fuoriesce sangue, ematomi scuri e occhio gonfio.
La foto dell'attivista diffusa dalla ONG


Un attivista pacifista italiano della ONG Mediterranea è stato brutalmente attaccato da coloni israeliani in Cisgiordania, due giorni fa. 

Prendiamo spunto da questo assalto, uno degli innumerevoli a partire dal '67, per parlare dei pretesti e dei sotterfugi legali impiegati per "legittimare" gli abusi del paese occupante, tra cui addirittura una legge dell'Impero Ottomano.



ATTIVISTA PACIFICO ATTACCATO: NON È IL PRIMO...

Nella notte tra Mercoledì 3 e Giovedì 4 luglio decine di coloni illegali israeliani hanno assaltato il villaggio di Khallet Athaba, uno dei circa venti nella regione di Masafer Yatta, a sud di Hebron. Prima hanno appiccato degli incendi che hanno devastato le coltivazioni dell'area rurale. Poi hanno avviato una scorribanda fascista spostandosi con furgoni e mezzi blindati, armati di bastoni, pietre e protetti dall'esercito "regolare", colpendo anche un veicolo dei vigili del fuoco.


Colline in fiamme
Immagini da un video diffuso dalla ONG

6.12.23

AZIONI E PETIZIONI PER LA PALESTINA

DAL CESSATE IL FUOCO PERMANENTE ALL’INCRIMINAZIONE DEI FANATICI-SIONISTI

 

Nell'angolo in basso a sinistra e in quello in alto a destra due scritte: "Cessate il fuoco!" e "Appelli, petizioni e azioni per la Palestina". In alto a sinistra l'immagine di uno striscione che recita: "Non c'è pace sotto occupazione! Palestina libera". A destra un cartello con scritto "Boycott Israeli Apartheid". In basso a destra una ragazza ha uno striscione con la faccia di Netanyahu e in fronte scritto "Child Killer" e la scritta "Arrest war criminale". In mezzo a sinistra la foto di un bambino sulle spalle di suo padre e sullo sfondo un'esplosione. Di fianco una mano che impugna una penna.

In questo breve post torniamo a parlare della punizione collettiva dei gazawi e dell’innalzata tensione militare in Cisgiordania realizzate dall’entità statale teocratica ed etnocratica di Israele, invitandovi a leggere e sottoscrivere una serie di appelli, cominciando da quello “per un cessate il fuoco permanente e una soluzione politica” alla questione palestinese, lanciato da Emergency, Ləa Laboratorio Ebraico Antirazzista, Mediterranea APS e Assopace Palestina, per giungere a quello di Amnesty International in cui si parla dell’auspicabile incriminazione per diversi crimini di guerra e contro l'umanità, attuati molto tempo prima del 7 Ottobre.

 

DALLE PETIZIONI AI BOICOTAGGI ECONOMICI, ACCADEMICI E TEOLOGICI

Firmare una petizione potrebbe essere un atto principalmente simbolico, e non è detto che non sia anche un’azione concreta, a prescindere dall’importanza degli stessi “simboli”. Una firma richiede pochissimo tempo ed è meno del minimo di quanto possiamo fare, un minimo “sindacabile”...

 

26.2.23

PERSONE CHE SI SPOSTANO: SOLIDARIETÀ NON CARITÀ, EMANCIPAZIONE NON ASSISTENZIALISMO (PURO)

MIGRAZIONI, SOCCORSI IN MARE E NETWORK SOLIDALI: LA SOLIDARIETÀ NON È UN REATO!

Immagine di Ralphs Photos da Pixabay


Nelle scorse ore è passato in Senato il “decreto Ong” che ostacola (se non addirittura impedisce) le normali operazioni delle organizzazioni umanitarie che si occupano di ricerca e soccorso nella rotta migratoria più mortifera del pianeta, quella mediterranea.

In un post pubblicato nelle scorse ore abbiamo affrontato il tema, ripercorrendo alcune tappe della storia legislativa della criminalizzazione della solidarietà. Lo abbiamo fatto partendo da alcuni spunti di riflessione emersi in un incontro che si è tenuto  il 16 Febbraio presso il centro sociale napoletano Ex Opg, dal titolo “La solidarietà non è un reato”.

Nelle prossime righe parliamo degli stessi argomenti ma da una prospettiva più ampia, riportando i preziosi spunti di riflessione che emergono dalle parole di Moussa Abdoul Aziz Diakité, Abdel El Mir  del Movimento Migranti e Rifugiati di Napoli (MMRN) e di Laura Marmorale di Mediterranea Saving Humans. Era presente anche Sacha Girke della crew di Iuventa, che ha condiviso il suo punto di vista antitetico a quello che emergerebbe nella ricostruzione giudiziaria che lo coinvolge, basata sull'infondata tesi del "pull factor" e dei "tassisti del mare", tesi ampiamente pubblicizzata da ricostruzioni di diversi "giornaloni" sempre garantisti con i padroni e implacabili castigatori verso chi ha il delicato e cruciale compito di salvare vite in mare.


 

Uno screenshot della diretta Facebook: qui il link 

SCAFISTI PER NECESSITÀ E RETI DI SOLIDARIETÀ INFORMALI: CRIMINALIZZAZIONE DELLA MIGRAZIONE E DELLA SOLIDARIETÀ

L’inizio della criminalizzazione della migrazione può essere tracciato nel momento in cui gli Stati (e quindi sia i governi sia la cittadinanza) si arrogano il diritto di decidere chi è titolato a varcare un confine e chi no, chi è “fortunato” a essere nato in una parte di pianeta che per secoli ha saccheggiato altre parti da cui molti tentano di fuggire (presumibilmente a malincuore), e chi “eccezionalmente” e sempre in funzione del “mercato del lavoro” (nelle forme dello sfruttamento legale o illegale) può accedervi per ingrossare le fila della cosiddetta “manodopera di riserva” che a sua volta potrà essere ulteriormente criminalizzata quando verrà affidata nelle mani del welfare e del sistema sociale mafioso, offrendo loro delle possibilità che dovrebbero essere invece garantite dai paesi che mirano a definirsi “civili”; o magari quando in quegli stessi Stati ci saranno dei sistemi di accoglienza che invece di “accogliere” serviranno a “spremere” i migranti, oppure a non accoglierli proprio condannandoli a una vita in strada.

La criminalizzazione poi continua verso chi non è stato giudicato “titolato” e adatto agli standard darwiniani-sociali e che, non avendo i mezzi formalmente legali di spostarsi (anche nei casi in cui si avrebbe il diritto formale di chiedere la protezione umanitaria) e costretto dal “proibizionismo delle migrazioni” ad affidarsi a spietati trafficanti, i quali a loro volta vengono sostenuti –quantomeno indirettamente- da quegli stessi Stati che negano loro l’ingresso: dovranno affrontare le intemperie delle roventi aree desertiche in Africa o in Centro America, le avversità delle acque del Mediterraneo o delle gelide zone montuose europee; dopo essere stati sfruttati come schiavi e aver subito indicibili peripezie, anche per anni, viaggeranno su gommoni di fortuna, stipati in container come merci o agganciati con cavi di fortuna sotto dei camion: i più "forti" e "fortunati" arriveranno a destinazione, altri periranno, altri ancora verranno rispediti indietro e ricominceranno daccapo il circolo vizioso... 

La criminalizzazione viene poi diretta anche verso chi prova a offrire solidarietà a quegli esseri umani, che non sono solo le organizzazioni umanitarie e i “bianchi”.

25.2.23

DECRETO ONG: PRIMA SI SALVA POI SI DISCUTE!

APPROVATO IL DECRETO INUMANO: COMMISSARIO ONU NE HA GIÀ CHIESTO IL RITIRO


A sinistra alcuni articoli sulla richiesta dell'ONU di abolire il decreto. Al centro un'immagine di un soccorso tratta dal sito di Mediterranea Saving Humans. Le altre immagini provengono da Pixabay.

CRIMINALIZZAZIONE DELLA SOLIDARIETÀ E DISSOBEDIENZA CIVILE 




In questo post parliamo del cosiddetto “decreto ONG” (noto anche come decreto anti-sbarchi e decreto Piantedosi) approvato l'altroieri. Lo facciamo partendo da alcuni spunti emersi durante un incontro svolto il 16 Febbraio all’Ex Opg di Napoli, cui hanno preso parte Sacha Girke di Iuventa, Laura Marmorale di Mediterranea, Abdel El Mir e Moussa Abdoul Aziz Diakité  del Movimento Migranti e Rifugiati Napoli (MMRN).

Tema principale dell’appuntamento era la criminalizzazione della solidarietà e delle migrazioni, e più nello specifico del processo in corso a Catania dove alla sbarra siedono 4 membri del team di Iuventa (altri sono stati prosciolti).

Nelle prossime righe invece ripercorriamo alcune tappe della "storia legislativa" degli ultimi anni culminata nell'ultimo decreto, una storia all’insegna della criminalizzazione della solidarietà ma fatta anche di battaglie sociali e di fondamentali esempi di disobbedienza civile.

 

 

DAL CASO OCEAN VIKING AL DECRETO ONG

Nell’Ottobre 2022 il neo-insediato governo bloccava la nave Ocean Viking della ONG Sos Mediterranee a largo delle coste siciliane, impedendone lo sbarco a Catania: quasi 250 migranti venivano dirottati verso il porto francese di Tolone. Le autorità francesi spiegavano l’eccezionalità del provvedimento mentre il governo italiano rivendicava la legittimità del rifiuto con l’argomentazione che quelle persone non avevano bisogno di essere soccorse e che quindi non doveva essere assegnato loro il porto più vicino, argomentazione confutata dalla Commissione europea.

Queste “prove di forza” con chi è debole e che mettono a rischio la vita dei migranti non sono nuove: Matteo Salvini, è ancora a processo per aver impedito (quando era Ministro dell’Interno nel governo “giallo-verde”) nel 2019 l’ingresso della nave della Open Arms e di più di 160 migranti e richiedenti asilo con l’argomentazione della minaccia per la sicurezza nazionale ai tempi dei “decreti sicurezza”: è accusato di sequestro di persona e omissione d’atti d’ufficio, rischiando fino a 15 anni di carcere.

Il 15 Febbraio il cosiddetto “Codice di condotta delle Ong” (tecnicamente il Decreto Legge num. 1 del 2 Gennaio 2023) è stato approvato alla Camera e l'altro ieri in Senato. Sono almeno tre i punti critici del decreto, firmato dal Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che per le ONG che si occupano di SAR (Search and Reascue, ossia dell’attività di Ricerca e Soccorso) e per diversi esponenti istituzionali internazionali e della società civile sono in palese violazione del diritto internazionale. Punti che sembrano studiati per ostacolare con la burocrazia le attività delle ONG (mentre il governo invoca la questione della “difesa” dei confini, difesa che in realtà è stata appaltata alla sedicente Guardia Costiera libica, come argomentiamo nelle prossime righe): dopo un salvataggio non si può approdare nel porto più vicino ma solo in quello assegnato dalle autorità, costringendo le persone a bordo a navigare in condizioni precarie anche per giorni (dato che i porti assegnati distano anche diversi giorni di navigazione) e, paradossalmente, a essere “spedite” per decine di chilometri come dei pacchi, via pullman, in zone prossime al porto più vicino ma non a quello di assegnazione (in pratica dopo giorni in mare per raggiungere il porto più lontano vengono rimandati indietro).