“Non tutti gli uomini” -un’affermazione piena di misoginia- è stata diffusa da giovani uomini sui social media per difendere l’immagine pubblica degli uomini in generale.
Questo articolo riflette su come la violenza di genere viene normalizzata di questi tempi.
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La bambina mantiene una bandierina durante l’annuale Marcia delle Donne del 2019 in Pakistan. La scritta in inglese recita: <<Marcia delle donne del 2019. Noi donne>>.
Il patriarcato è una condanna a morte per le donne di tutto il mondo. Recentemente, a Napoli, la 14enne Martina Carbonaro è stata uccisa a sassate dal su ex fidanzato. Nel 2006 la ventenne pakistana Hina Saleem è stata assassinata da suo padre in un orribile “delitto d’onore” a Brescia. Il caso ha innescato un dibattito sulla storia della stessa Italia e le leggi sui delitti d’onore. Casi come questo, così brutalmente violenti, non fanno nemmeno notizia in Pakistan. Questo articolo di opinione -siglato da Sana Siddiqui, autrice che attualmente vive a Napoli- discute delle crudeltà giornaliere che le donne devono affrontare a causa dei costumi patriarcali incorporati nelle nostre società.
Parlare apertamente in questa società è quasi un atto di ribellione in sé, quindi voglio dire la mia. Perché non c’è molto altro che una piccola, giovane donna può fare per portare cambiamento nel suo paese.
Vivere in uno dei posti del mondo più insicuri per le donne fa schifo. Perché ogni giorno sentiamo notizie terribili di qualcun'altra, di donne o bambine che sono state terribilmente molestate, abusate o assalite - se non peggio. Viviamo in un terrore costante. Si vedono post di questi avvenimenti con una didascalia: “questo poteva capitare a noi”. Ma è capitato. È capitato a noi, alle nostre amiche, madri, sorelle o zie. Tuttə noi abbiamo una storia. Alcunə, però, non vivono abbastanza per poterla raccontare.
Senti
spesso dire (o dici) “non mi interessa la politica”, “tanto
non cambia niente”, “i politici sono tutti uguali”, per poi cadere nella rassegnazione? Allora continua a leggere questo
post di filosofia spicciola della rubrica “Valvola”(e incluso anche in “Define”). Troverai degli spunti di riflessione molto semplici per
ragionare sull’evenienza di rifiutare la parola “politica” in
ogni accezione, o per rispondere a chi se ne disinteressa totalmente,
cedendo a passività o indifferenza.
Infatti,
non esistono azioni che, per quanto piccole possano essere,
non producano delle conseguenze, mentre esistono degli “alibi
collettivi” per rassegnarsi, giustificare e accettare, anche solo
tramite l’indifferenza, le ingiustizie. Oppure per accontentarsi di
piccole “concessioni” che in realtà dovrebbero essere dei
diritti.
Inoltre, la parola politica non può essere associata solo a quella fatta dai
partiti, in particolare quelli dalla “Seconda Repubblica” in poi (per
rimanere nel contesto italiano)... Viviamo
in un'epoca di de-politicizzazione totale, e
dobbiamo assolutamente ritornare a interessarci di "Politica",
capire che questa parola non è solo questione di
"politica partitica", andando al di là delle affiliazioni
populiste, dogmatiche e, per l'appunto, partitiche.
CONSIDERAZIONI ANTISPECISTE SULLA PIANIFICAZIONE DELLA VIOLENZA E SUL RAPPORTO CON ALTRI ESSERI SENZIENTI
Collage de "Lo Skietto" con immagini tratte da Pixabay
Dopo lo scarsissimo successo del post “Perché e come si diventa “Veg”” e del sequel “Come e perché si diventa vegan” a bassissima richiesta
torniamo a parlare del nostro rapporto con altri esseri senzienti tra le righe
di “Valvola”.
Lo facciamo prendendo in prestito dei preziosissimi spunti dagli scritti di Abdullah
Ocalan che, dal carcere di Imrali (dove è rinchiuso da quasi un quarto di secolo), ha teorizzato la
“svolta” libertaria e bookchinianache ha fatto virare le istanze nazionaliste di una parte della resistenza curda, e dei popoli alleati, verso il modello democratico-confederalista sperimentato in Rojava, basato sui principi della democrazia diretta, dell’ecologismo e del femminismo.
Le parti del testo in corsivo sono prese dal libro “La
Civiltà Capatilista. L’era degli Dèi senza maschera e dei Re nudi. Manifesto
della civiltà democratica Vol. 2” della collana “Scritti dal Carcere” edito
da “Edizioni Punto Rosso” ed “Edizioni Iniziativa Internazionale”, uscito in
italiano nel 2021 e tradotto dal tedesco da Simona Lavo (pag.39-43, paragrafo “Ragione
e Società”).
NATURA "COSMICA" E NATURA SOCIALE INTELLIGENZA EMOTIVA E
INTELLIGENZA ANALITICA
L’istinto primigenio del primate umano è predatorio: le
scimmie sono principalmente onnivore, ma non tutte, incluso alcun* appartenenti
alla specie dell’homo sapiens.
Una delle differenze con altre specie del regno animale
risiede nell’importanza della dimensione sociale: <<per un
bambino l’infanzia termina solo dopo un periodo di 15 anni, durante i quali non
può vivere senza società. Alla nascita il bambino è molto debole. Tutti i
cuccioli di animale sono in grado di sopravvivere da soli in breve tempo,
perlopiù in pochi giorni>>.
L’aspetto sociale di donne e uomini è collegato a un’altra
capacità umana molto particolare: conservare e tramandare conoscenze di
generazione in generazione, tramite dei sistemi di rappresentazione simbolici gestuali, ma
soprattutto orali e scritti.
SE LE UTOPIE NON SONO RAGGIUNGIBILI SONO ALMENO AVVICINABILI!
Tra le righe
telematiche della rubrica “Valvola” pubblichiamo, in una manciata di parole, un
ragionamento legato a sogni e ideali da cui questa stessa Zina/Rivista
scaturisce. Un concetto che è stato già sfiorato quando si è parlato di
“eterotopia” (nello specifico nel post dedicato al festival underground "Crack!")
Immagine dell'artista KELLEPICS da Pixabay
Chi è militante politico, attivista sociale, o chi
semplicemente sogna un Mondo diverso, ispirato/a da ideali tanto alti quanto
difficilmente realizzabili (almeno a prima vista), avrà sentito o dovrà sentire
spesso frasi come: “ma quello che dici tu è un’utopia”; “non accadrà
mai”, “sono castelli in aria, la natura umana è diversa, la storia
insegna che…” eccetera eccetera.
Forse è vero che certe cose, come la violenza insita
nella natura e funzionale alla sopravvivenza di certi viventi, non si possono
cambiare, non si può fare in modo che cessino del tutto...
Forse è vero che nella “storia” (perlomeno quella più
vicina a noi che riusciamo a comprendere meglio) è sempre esistita la
sopraffazione, l’ingiustizia, l’ineguaglianza, la guerra…
Ma sono convint#, e penso sia anche “più vero”, che se un qualcosa
non potrà mai essere completamente raggiunto o realizzato possiamo, perlomeno,
tendere verso quelqualcosa, verso
quella idea di società, di mondo, di vita individuale o collettiva...
Pubblichiamo il
“sequel” di un articolo apparso sulle pagine della rubrica “Valvola”, scritto dall’allora
autore “Semivegano Indeciso”, auto-ribattezzatosi per l’occasione come “Vegano Deciso MinimumFlexy”.
PRODUZIONE INDUSTRIALE: OGGETTI DI CARNE
Come di consueto citiamo un brano/video musicale in sintonia con quanto scritto nel post (questa volta però lo mettiamo all’inizio dell’articolo). Si tratta di “Am I Wrong” di “Etienne de Crecy”. Nei 4 minuti di video animato si racconta la storia romanzata di un hamburger: il cervello di un bovino è collegato a un macchinario che gli fa credere di vivere normalmente nella natura. Invece una creatura, a metà tra l’umano e il canide, taglia pezzi del suo corpo che entreranno in un macchinario per la triturazione della carne, a monte di un procedimento del confezionamento di burger di un fast-food.
Una persona, per caso, scoprirà il “bestiale” e disumano trattamento cui è sottoposto l’animale, innescando un sabotaggio della catena di montaggio e una vendetta dell’animale tanto rabbiosa quanto macabra.
Nonostante la narrazione fantasiosa il video mi fa tornare alla mente momenti reali di diverse fasi delle mie passate occupazioni nella ristorazione e in una fabbrica dove si confezionano prodotti a base di carne.
NELLA PRECEDENTE
“PUNTATA”: SCELTA ETICA O SENSORIALE?
Nel post si trovano diverse definizioni che consentono di “etichettare” diverse scelte
di regimi alimentari, tra cui due intermedie tra il veganismo e il vegetarianismo,
e cioè “flexitarianismo” e “semi-veganismo”. Se non avete
familiarità con questi termini e con altri meno particolari, come pescetarianismo, carnivorismo e necrofagia,
potreste trovare utile il precedente post, e vi invitiamo caldamente a
leggerlo.
Oltre a questo raccontavo le motivazioni che possono
condurre una persona a optare per un regime alimentare specifico, insieme a quelle
mie personali ovviamente: in estrema sintesi sono stato vegetariano per circa 7 anni (e cioè non ho mai mangiato né carne
né pesce ma ho continuato a consumare, più o meno sporadicamente, alcuni
latticini e uova).
Da circa tre mesi sono diventato vegano, con tre eccezioni (contate) di cui parlo fra pochissime
righe (non “cambiate canale”!).
La scelta che mi ha inizialmente portato a essere
vegetariano era sia etica che "di gusto", e dunque "sensoriale": a un certo punto della mia vita ho cominciato a provare sia tristezza che
disgusto nel mangiare cadaveri processati. Un simile disgusto, anche se in
maniera molto minore, e un’ipocrita tristezza l’ho avuta anche per i latticini
e per le uova (per le uova un po’ di meno), percependole come qualcosa di
almeno vagamente “impuro”, qualcosa che usciva dalle mammelle di un animale o
dalle sue parti intime, qualcosa con un odore e un sapore a tratti gradevole ma
che comunque “non mi convinceva” pienamente. Per i primi venticinque anni circa
della mia vita ho sempre mangiato “male”, sia quando ero onnivoro che
vegetariano…
Insomma, in parole povere, direi che la questione etica e la
questione sensoriale-gustativa nel mio caso erano nate insieme, e quindi capire
quale fosse sorta prima o quale fosse prevalente era un po’ come cercare di
capire se “è nato prima l’uovo o la gallina?”.
Partendo da un aforisma sul giornalismo (e dalle sue
“varianti”) arriviamo a riflettere sui “massimi sistemi” della comunicazione e
sul perché “scriviamo quello che non vorremmo leggere”!
<<La vera libertà di stampa è dire
alle persone quello che non vorrebbero sentirsi dire>>
<<Giornalismoè parlare di qualcosa che qualcuno non vuole
sia scritto. Il resto è fare pubbliche relazioni>>
<<Dire una verità che qualcuno
vuole non che sia pubblica è giornalismo, il resto è marketing>>
<<Le notizie sono cose che
qualcuno non vuole siano pubblicate. Il resto è pubblicità>>
<<Qualunque cosa gli sponsor e la
proprietà vogliono pubblicare è pubblicità, il resto sono notizie>>
<<Se qualcuno ti chiama
dicendo che ha una storia da raccontare è pubblicità. Il resto è una notizia>>
<<Giornalismo è diffondere
quello che qualcuno non vuole che tu conosca. Il resto è propaganda>>
Per la rubrica “Valvola” pubblichiamo un
commento di un aforisma e delle sue “varianti”, la cui attribuzione è incerta:
la paternità della prima
“versione” di questa “frase-concetto” (tra quelle scritte sopra) , viene fatta
risalire da molti a George Orwell, così
come le tre versioni successive
che alcuni invece attribuiscono rispettivamente a Oscar Wilde, Alfred
Harmsworth, William Randolph Earst, Katharine
Graham e Harold Harmsworth . La quinta e la sesta
sembrano essere anonime. Secondo altri queste attribuzioni sarebbero apocrife
(e cioè ascritte agli autori menzionati in maniera errata) mentre la settima pare l’unica
di attribuzione certa: l’autore è Horacio
Verbitsky[1].
Nel titolo c’è la “rivisitazione”
di queste massime pensata da Cronissa
Nolletta, autrice di questo post, che la fa “propria” rileggendola e
aggiungendo un’interpretazione meno immediata e diversa da quella che sarà già
balzata alla vostra attenzione... Cominciamo, come di consueto tra le righe digitali
di questa rubrica, a “svalvolare” facendo un po’ di filosofia e psicologia “spicciola”!
E diciamo spicciola per il tono informale con cui l’affrontiamo ma, a nostra
detta, profonda e intensa…
LA COMUNICAZIONE
UMANA E IL COMPITO PIÙ IMPORTANTE DEL GIORNALISMO
La capacità di comunicare e di tramandare conoscenze è
probabilmente quello che ci distingue di più dagli altri animali, nel bene
e nel male! La nostra società, la tecnologia e la complessità delle nostre
relazioni ci hanno fatto “avanzare” a tal punto che siamo “talmente
intelligenti da essere stupidi/e”, talmente complicati/e e articolati/e da non
riuscire più a essere compatibili con l’ambiente circostante, essendo l’unico
animale che inquina e modifica il suo habitat con una tale incisività e
consapevolezza (forse quest’ultima non è comunque sufficiente). Il
giornalismo fa parte della dimensione comunicativa moderna: chiunque si
occupa di informazione ha il compito di raccontare “le cose” che non sono
“finzione” e non sono classificabili come “narrativa pura”, dopo averle
“selezionate” tra una marea di vicende -in prima istanza- e sforzandosi di
essere il più accurati/e e onesti/e possibile…
O come
tendere il più possibile verso l’abolizione/riduzione della detenzione in una società
ideale (partendo dalle politiche sugli stupefacenti)?
A nessuna richiesta dal pubblico di
Fanrivista, per la rubrica Valvola
oggi proponiamo
questo pezzo in cui scriviamo di restrizione fisica/carcere/privazione della libertà,
di abolizionismo, riduzionismo e di
tentativi o tensioni di avvicinamento a una società ideale, dedicandoci alla
teorizzazione della detenzione (o non-detenzione) in essa, un tema tra tanti da
immaginare per un mondo che pensiamo sarebbe migliore.
Partendo
da uno spunto scaturito da un episodio di una serie Netflix arriveremo a parlare di cosa potremmo/dovremmo fare da
subito per avvicinarci a una visione “Ideale”, e in questo frangente anche
“Concreta”, di un pianeta senza carcere, arrivando a toccare il tema-tabù degli
stupefacenti visto da “sinistra”.
UNA
SERIE DOCUMENTARISTICA/REALITY SHOW SULLE PEGGIORI CARCERI DEL GLOBO
In questa riflessione, nata da una conversazione sul
significato di “felicità”, provo a darne una definizione “schematizzata”,
rifacendomi all’insiemistica applicata al simbolo di Yin e Yang
Cos’è la felicità? Quanto dura? Di questo discutevamo in una
piazzetta affollata di gente che faceva baldoria. Banalmente ho subito pensato
che “felicità” è quando stiamo “bene”… ma quando stiamo bene stiamo anche un
po’ “male”, e viceversa!
Un tizio-filosofo diceva che dura pochi attimi, quelli al
centro della traiettoria di un pendolo (metafora della nostra vita) che oscilla fra mestizia e sofferenza.
Forse è vero, ma comunque penso che l'allegria sia perennemente in contrasto con ciò che ci fa
soffrire, come due fluidi che un po’ si mescolano, a volte, ma restano comunque
separati. Sono sentimenti opposti ma intrinsecamente connessi.
Le svariate sfaccettature di un’unica
scelta: il rispetto per il pianeta e per tutti i suoi abitanti, nonostante
gusti e preferenze connesse a contraddizioni ed ipocrisie umane.
La scelta di uno stile
di vita e di una dieta che escludono o riducono il consumo di carne e derivati
animali è connessa a svariati fattori e può assumere diverse declinazioni, come
nel caso dei “flexitarian”. Semplificando si può dire che ciò avviene perché,
alle ragioni etiche, salutistiche e dell’eco-sostenibilità,
largamente condivise da chi sceglie o viene educato a essere “veg”, si vanno ad
aggiungere le esperienze particolari e le scelte del singolo. Nelle righe che
seguono si trovano le considerazioni di chi scrive questo post, vegetariano da
sei anni che si interroga sulla possibilità di diventare vegano e sullo
sfruttamento del pianeta e dei suoi abitanti, cominciando da quello attuato da sé
stesso.
Diventare Veg: tra
categorizzazioni, “etichette” e statistiche