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7.3.26

NÉ TEOCRAZIA, NÉ “ESPORTARE” DEMOCRAZIA: FERMIAMO LA DISTOPIA CONTEMPORANEA!

Abbiamo iniziato a varcare l’uscio della III guerra mondiale con l’ “Operazione Martello di Mezzanotte”, così è stato soprannominato l’attacco israelo-statunitense all’Iran. Intanto, su giornali, tv e social, passa in secondo piano la rete infernale di Epstein, che per adesso sfiora pure l’Italia, dove si continua a parlare di Garlasco, famiglia del bosco, Sanremo, Olimpiadi e calcio...

Questo pseudo-editoriale parte dalle dichiarazioni contraddittorie sulle ragioni dell’attacco, per poi fare un passo indietro all’11 Settembre e a quel processo, promosso dai familiari delle vittime, che dovrebbe accertare le sospettate responsabilità dell’Arabia Saudita nell’attentato che ha innescato le cosiddette “guerre al terrorismo” per “esportare la democrazia”.

Nella conclusione trovate gli scenari ancora più distopici dell’attuale cacotopia che dobbiamo assolutamente scongiurare, insieme a un po' di "filosofia spicciola" in stile fanzina.



In alto uno screenshot del sito della Casa Bianca: il 25 Giugno 2025 Trump dichiarava che i pesanti bombardamenti statunitensi avevano "annichilito" ("obliterated") le strutture del programma nucleare iraniano. Affermare il contrario era falso, e a corraborare la dichiarazione di Trump c'era Commissione sull'Energia Atomica Israeliana: "l'abilità iraniana di sviluppare armi nucleari è stata rallentata per molti anni". Sotto l'immagine di un bombardamente a Teheran: si vede una donna avvolta da un velo nero guardare impaurita verso il cielo, in primo piano. Sullo sfondo di una via cittadina, si alza un'enorme colonna di fumo.

In alto uno screenshot del sito della Casa Bianca: il 25 giugno 2025 Trump dichiarava che i pesanti bombardamenti statunitensi avevano "annichilito" ("obliterated") le strutture del programma nucleare iraniano. Affermare il contrario era falso, secondo Trump. 
A corraborare la sua dichiarazione c'era la Commissione sull'Energia Atomica Israeliana: "l'abilità iraniana di sviluppare armi nucleari è stata rallentata per molti anni".


UNA GUERRA SENZA RAGIONI LEGALI E OBIETTIVI CHIARI

22.2.26

DAANES RAREFATTA. ROJAVA RESISTE IN UN’INTEGRAZIONE DIFFICILE

DALLA CADUTA DI ASSAD ALL’ASSEDIO DEL ROJAVA (CHE SUCCEDE IN SIRIA PARTE 2)


Torniamo a parlare di Siria e dell’unica democrazia del Medio Oriente, “il Rojava”, parola che indica letteralmente l’ovest della regione curda e per estensione quella che era l’intera DAANES. Di questa, attualmente, restano e resistono soltanto due lembi di Rojava senza continuità territoriale in un complesso e controverso percorso di integrazione con il nuovo governo siriano. Precisamente, le aree che non sono cadute sotto il completo controllo del presidente ad interim al-Shara’ sono quelle di Kobane, Qamislo e al-Hasaka.

Per chi fosse interessatə ad approcciare o anche approfondire questi argomenti, consigliamo un altro articolo pubblicato nella sezione di “Geopolitica Popolare” di Fanrivista pubblicato a fine 2024. In quel periodo, in poche ore, con il supporto più o meno manifesto di diverse potenze statali, il dittatore Assad è stato rovesciato. Fino ad allora il nuovo presidente ad interim, quando era manifestamente un estremista jihadista, si faceva chiamare al-Jolani.

CHE SUCCEDE IN SIRIA (Parte 1).


Altri contenuti collegati pubblicati da Fanrivista, insieme alle fonti usate per questo articolo, li troverete nei link che accompagnano il testo. Leggetelo con calma e criticatelo senza pietà se lo ritenete necessario!



La mappa della Siria che cristallizza il controllo territoriale a fine Gennaio 2026: in verde le zone controllate dal governo di transizione, in giallo quello che resta della DAANES ai confini con la turchia, in viola la zona occupata da Israele e non lontano, più a est in fucsia, le zone controllate dai drusi.  In alto a sinistra il momento in cui una folla, a Taqqa, abbatte una statua che rappresenta una combattente delle YPJ.  Al centro in alto al-Jolani in tenuta da combattente, nel manifesto diffuso con la taglia sulla sua testa: lui indossa un turbante e si nota la scritta: “Stop this terrorist. Upt to 10 million reward”. A destra, invece, al-Jolani in qualità di presidente ad interim della Siria in giacca e cravatta.

La mappa della Siria che cristallizza il controllo territoriale a fine Gennaio 2026: in verde le zone controllate dal governo di transizione, in giallo quello che resta della DAANES, in viola la zona occupata da Israele e in fucsia le zone controllate dai drusi.

In alto a sinistra il momento in cui una folla, a Taqqa, abbatte una statua che rappresenta una combattente delle YPJ.

Al centro al-Jolani in tenuta da combattente, nel manifesto diffuso con la taglia sulla sua testa. A destra, invece, al-Jolani in qualità di presidente ad interim della Siria. Adesso non si fa chiamare più con il suo nome di battaglia. 




AGGIORNAMENTO DEL 28/08/2026


  • Il 25/8/26 Mazloum Abdi, Comandante Generale delle Forze Democratiche Siriane, ha annunciato, in una conferenza stampa a Damasco, la fine del corpo militare, a guida curda, attivo dal 2015 nella lotta contro l’ISIS e nella difesa della DAANES. La dissoluzione delle FDS segue una serie di accordi, scontri e incontri con il nuovo governo siriano (di cui si parla nell'articolo che segue), e uno dei punti da implementare “entro l’anno” riguarda il diritto di imparare la lingua della minoranza curda.

  • Il giorno dopo, il Comando Generale delle YPJ, le unità di protezione femminili, parte delle FDS e preesistenti a esse, si sono incontrate con il Ministero degli interni siriano, discutendo anche di uno dei problemi più spinosi per il governo guidato dall’ex capo di al-Nusra, la sezione siriana di al-Qaeda, ovvero al-Jolani, nome di battaglia del presidente ad interim al-Sharaa: l’integrazione delle combattenti femminili in una formazione autonoma all’interno delle nuove strutture governative. Il Comando ha annunciato che gli incontri continueranno.




I NUOVI CLIENTI DEGLI USA E IL LAVORO SPORCO DI “CARCERIERE” DELL’ISIS

Nell’Asia Occidentale continua il genocidio palestinese più in sordina, con il colpevole e sostanziale silenzio della comunità internazionale.

Il popolo iraniano manifesta la sua insofferenza verso il regime degli ayatollah, mentre i sostenitori dello scià e delle democrature occidentali provano a cavalcare e fomentare le proteste, minandone la stessa legittimità.

E intanto, in Siria, il nuovo governo di Ahmad al-Shara è riuscito a unificare formalmente quasi tutto il paese dopo aver duramente represso diverse minoranze, e dopo le alleanze con quelli che erano stati i suoi nemici giurati, nonché carcerieri, gli USA. L’ex membro di al-Qaeda, all’epoca noto come al-Jolani, ha avviato un’operazione comunicativa brillante per ripulire la sua immagine pubblica. Si è tolto letteralmente i panni di guerrigliero e ha indossato giacca e cravatta, ha dichiarato di volere una Siria inclusiva, ha approvato qualche provvedimento di facciata per riconoscere diritti e festività ai gruppi minoritari, ed è stato clamorosamente accolto a braccia aperte nei maggiori consessi internazionali. Eppure, negli ultimi mesi, le milizie jihadiste che adesso indossano l’uniforme dell’esercito nazionale hanno perseguitato drusi, alawiti e curdi.

Attacchi culminati con l’assedio e la conquista di gran parte della DAANES (acronimo di Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord-Est), la regione de facto autonoma del nord-est della Siria nota ai più con la sineddoche “Rojava”, ovvero il “Kurdistan dell’Ovest”, difesa dalle “Forze Siriane Democratiche” (SDF è l’acronimo in inglese). Il “Rojava” è probabilmente l’unica democrazia del Medio Oriente, un esperimento amministrativo che, con tutte le sue fragilità, criticità e limitazioni, è considerato l’avanguardia e la degna continuazione dei tanti processi rivoluzionari socialisti falliti nella storia, solitamente perché degenerati in autoritarismo, dittatura e totalitarismo.

25.5.25

QUANDO UNA CATTIVA NOTIZIA NON È BUONA

  • CONDANNATO A 53 ANNI L’UOMO CHE HA UCCISO UN BAMBINO PALESTINESE NEGLI USA
  • SEMBRA CHE “IL KILLER DI WASHINGTON” SI SIA RADICALIZZATO DOPO QUESTO EVENTO

Dopo l’attentato e l'omicidio di due diplomatici israeliani a Washington si ritorna a parlare di antisemitismo, confondendolo con l'antisionismo. Però, non si parla quasi mai di islamofobia e anti-islamismo, anche se negli USA si sono verificati omicidi, tentati o consumati, a danni di molti palestinesi, inclusi due bimbi... Fermiamo il genocidio in Palestina e la spirale di violenza nel resto del mondo!


La testa di un bimbo fa capolino da dietro un cartellone, con scritto: "I am not a treath!". La scritta è fatta con i colori della bandiera palestinese, disegnata su un cartello. Si nota il pavimento di un campetto indoor da basket. Sopra la mano di un uomo con una candela.
Immagine del funerale di Wadea al Fayoume dal profilo Mastodon di Qasim RashidLa scritta recita: <<non sono una minaccia!>>.


Bad news is good news”, dice un cinico proverbio diffuso nelle redazioni giornalistiche. Significa che una notizia cattiva, solitamente di cronaca nera, riceverà molta più attenzione rispetto a una buona notizia. Eppure, non tutte le cattive notizie salgono alla ribalta delle cronache mainstream.

All’inizio di questo mese Joseph Czuba, 73 anni, bianco e cattolico dell’Illinois, è stato condannato a 53 anni di prigione. Il 14 Ottobre 2023 ha bussato alla porta dei suoi affittuari nella cittadina di Plainfield: ha attaccato con un coltello Hanaan Shanin, poco più che trentenne, e il figlio di 6 anni, Wadea al-Fayoume. Il piccolo palestinese, nato negli Stati Uniti da genitori della Cisgiordania, è stato ucciso. La madre, rimasta ferita, ha raccontato che urlava <<voi musulmani dovete morire tutti!>>. Il bimbo, prima di esalare l’ultimo respiro, aveva detto <<mamma sto bene>>. L’omicida temeva un fantomatico attacco islamico, ha raccontato l’ex-moglie.

Ma questa è solo una delle cattive notizie, uno dei tanti crimini d’odio che non vengono presi in considerazione dai principali organi di stampa perché sono scomodi, perché i colpevoli e gli assassini sono “pro-occidente”.

Anche Elias Rodriguez è originario dell’Illinois. Figlio di un veterano della guerra in Iraq, lavorava per una no-profit, ha una formazione umanistica ed è un’attivista di sinistra. Lui è accusato di essere “il killer di Washington”, il trentenne che due giorni fa ha ucciso a colpi di pistola Yaron Lischinsky e Sarah Milgrim, due diplomatici israeliani, mentre si trovavano vicino al museo ebraico della città, a due passi dalla Casa Bianca. Secondo alcune cronache, tra gli scritti che sono stati trovati a casa sua c’è un foglio che recita: <<Giustizia per Wadea>>, il bimbo palestinese ucciso nel suo stesso stato d’origine. Questa vicenda è stata subito sfruttata dai governanti israeliani, che hanno identificato come promotori di questo gravissimo atto addirittura i premier di Canada, Francia e Regno Unito, (oltre che supporter di Hamas). Starmer, Macron e Carney avrebbero armato "moralmente" la mano dell'attentatore perché, dopo mesi di sterminio e impiego della fame come arma di guerra, cominciano timidamente a minacciare Israele di sanzioni. Anche l'amministrazione Trump potrebbe sfruttare l'attentato per reprimere ulteriormente i movimenti che difendono la Palestina pacificamente. I punti da chiarire restano molti: l'attentatore aveva scelto le vittime sapendo di attaccare dei diplomatici israeliani e, dunque, spingendo un sentimento anti-sionista oltre il limite del moralmente e legalmente accettabile, sporcandosi le mani di sangue come fanno quotidianamente le forze di occupazione dello stato terrorista israeliano? Oppure ha sparato semplicemente nel mucchio, con l'intenzione anti-semita di uccidere degli ebrei, che magari non avevano nemmeno alcuna connessione con Israele, facendo coincidere anti-sionismo e anti-semitismo? Questo non lo sappiamo. Quello che si sa è che mentre lo arrestavano gridava <<Palestina libera!>>.

Altra notizia passata in sordina ha come protagonista Mordechai Brafman, un idraulico statunitense. A febbraio di quest’anno si trovava nel suo veicolo a Miami. Ha dichiarato alla polizia: <<ho visto due palestinesi, gli ho sparato e li ho uccisi>>.

31.12.24

CHE SUCCEDE IN SIRIA? CHI GOVERNA ORA?

LA CADUTA “MORBIDA” DI ASSAD, IL RUOLO DI TURCHIA E ISRAELE, LE FAZIONI IN CAMPO, LE RELAZIONI CON LA PALESTINA, IL SUPPORTO DELL’ESTREMA DESTRA ITALIANA E DEI POST-FASCISTI DEL GOVERNO MELONI AD ASSAD

La caduta di Assad porterà a una nuova Siria democratica, a un’altra dittatura o a ulteriori scontri guidati da vari signori della guerra? La rivoluzione siriana è giunta a compimento oppure siamo solo di fronte a un cambio di regime? Queste sono le domande che in molti si pongono dopo l’offensiva iniziata a fine Novembre, preparata da almeno un anno, e culminata l'8 dicembre con un’inaspettata presa di Damasco, abbandonata dalle forze pro-regime senza combattere. 

Alla gioia per la sconfitta di un dittatore si sovrappone la diffidenza verso chi lo ha abbattuto e nei confronti di chi già ne sta approfittando (Israele e Turchia in primis), dopo quasi cinque anni di stallo militare e dopo la morte di almeno mezzo milione di persone in quattordici anni di guerra civile. 

Iniziamo a cercare delle risposte collettivamente con un articolo di “geopolitica popolare”. Un post studiato sia per chi già si interessa di Asia Occidentale (Medio Oriente secondo la definizione coloniale) sia per chi non ha idea di dove la Siria si trova sulla mappa, con analisi e dettagli assolutamente non trascurabili, che non trovano spazio sulla stampa che va per la maggiore. Con gli articoli di geopolitica popolare ci sforziamo di comprendere insieme -almeno in parte- quali sono gli sfaccettati interessi di singoli e potenze statali. L'obiettivo della geopolitica non dovrebbe essere tanto capire come i confini geografici influiscono sulle decisioni politiche, ma come le politiche dal basso possono farci tendere verso un mondo utopico e senza confini. Il giornalismo dovrebbe cercare di chiarire le idee partendo dalle basi, fornendo delle nozioni basilari storiche che permettono di inquadrare meglio il contesto della “storia iper-contemporanea”. Invece il mercato editoriale si limita a sfornare continuamente notizie lampo e approfondimenti destinati a essere compresi solo dagli “addetti ai lavori”.



Sopra la scritta “CHE SUCCEDE IN SIRIA? CHI GOVERNA ORA?”. Sotto un elenco: -LA CADUTA “MORBIDA” DI ASSAD ; -LE FAZIONI IN CAMPO; -IL RUOLO DI TURCHIA E ISRAELE; -LE RELAZIONI CON LA PALESTINA; --IL SUPPORTO DELLA DESTRA ITALIANA AD ASSAD. In alto a destra la bandiera della nuova Siria (tre bande orizzontali, verde, bianca e nera, e tre stelle rosse al centro). Uno schema con i principali schieramenti (descrizione approfondita nell’altra immagine del post) e una mappa dell’offensiva israeliana. Al centro una mappa della Siria con alcune zone colorate (più dettagli nella descrizione dell’altra immagine del post); a sinistra un manifesto con una foto con al-Julani con una barba incolta e un copricapo e le scritte: <<Stop this Terrorist”; “Up to 10 Million $ Reward”>>; a destra al-Jolani oggi,con una barba più curata e senza copricapo. Sotto 3 vignette con delle “Polandball” o “Countryball”, delle palline che rappresentano vari stati e attori del conflitto siriano. Vignetta Polandball del 2011: una grande pallina con la bandiera della Siria e una più piccola con la nuova bandiera della Siria si guardano minacciosamente. La più piccola ha un cartello con la pallina della Siria e due “x” sugli occhi.Vignetta Polandball del 2014: al centro la pallina dell’ISIS è diventata grandissima. Ha due fucili puntati a sinistra e a destra. A sinistra tre palline più piccole con i soliti AK-47: le palline del regime siriano e dei ribelli si schiacciano reciprocamente la fronte, mentre quella di al-Nusra sta al fianco sia dell’ISIS che dei ribelli. A destra un cartello con scritto “Kobani” e la pallina del Rojava ferita, testa fasciata e una piccola pistola. Alla sua destra la grande pallina degli USA che indossa occhiali da sole e osserva. Vignetta Polandball del 2018: a sinistra l’infastidita pallina russa spazza con la scopa, mentre dietro un recinto con la sigla “DMZ” (Demilitarized Zone) ci sono la pallina dell’HTS e dei ribelli. La pallina del regime siriano sta ferma con il suo kalashnikov. A destra la palla USA beve una Cola con una cannuccia mentre sembra allontanarsi. Sotto di lei la pallina turca taglia con una lama la fronte di quella del Rojava che, insanguinata, continua a imbracciare il suo fucile d’assalto.



Proviamo a capire cosa succede ricapitolando le tappe principali della guerra civile siriana, iniziata durante le “Primavere Arabe”. Dopo aver fornito qualche semplice elemento sul contesto storico-politico passiamo a vedere molto schematicamente quali sono le principali forze sul campo.

Difficilmente riuscirete a leggere questo articolo tutto d’un fiato. Va letto con calma, magari ritornandoci più volte sopra e prendendosi qualche pausa. Alla fine la vostra pazienza sarà ripagata. Se così non fosse disprezzateci pure nei commenti. Siamo convintə che i vari paragrafi in cui è strutturato potranno essere usati anche come materiale da consultare all’occorrenza per lə studiosə di ogni ordine e grado. Così sarà più semplice orientarsi tra la marea di nomi e sigle, oltre ad acquisire nozioni essenziali e punti di partenza per ricerche più approfondite (nei vari link troverete sia i riferimenti che ulteriori spunti di approfondimento). Per questo vi consigliamo di salvarvi questo “libricino” di pagina web tra i preferiti o, se vi è più congeniale, di stamparla… Buona lettura e buone lotte!

13.10.24

COME FERMARE COMMERCIO E TRAFFICO DI ARMI?!

OSSERVARE PER DENUNCIARE E DISUBBIDIRE: DALLA NASCITA DELL'"OSSERVATORIO DELLE ARMI NEI PORTI EUROPEI E MEDITERRANEI, THE WEAPON WATCH" AL RUOLO DELLA NATO E DEL COMPLESSO MILITARE-INDUSTRIALE, PASSANDO PER LA TRABALLANTE "LEGALITÀ INTERNAZIONALE"

Sullo sfondo si intravedono e si affastellano delle tabelle e un digramma a torta. Su di esse si intravedono scritte evidenziate come "Israele", "bombe, munizioni, software" e "documento interno della decima legislatura. Al centro una pila di banconote da 50 euro con sullo sfondo decine di proiettili. In alto a destra e in basso a sinistra delle immagini di aerei di combattimento. In basso a destra la sagoma di un soldato. Al centro e a sinistra il disegno di un carro armato visto dall'alto.


In questi ultimi anni commerci e traffici di armi tornano prepotentemente a essere dei temi di pressante e urgente attualità. Lo sono insieme alle azioni di disobbedienza civile e alle inchieste che svelano rapporti politico-militari indecenti e indicibili, ma men che mai segreti.

Dieci giorni fa "Altreconomia" ha smentito il governo, dopo una conferma della "Leonardo SPA", la principale azienda militare italiana: la Repubblica italiana ha continuato a fornire armamenti a Israele. Lo ha fatto inviando dei pezzi di velivoli utili all'addestramento di chi potrebbe sganciare bombe in Palestina e in Libano, nonché fornendo supporto da remoto per l'addestramento

Una settimana fa l'"Unione Sindacale di Base" ha indetto una protesta presso l'aeroporto civile di Montichiari di Brescia: da Giugno alcuni lavoratori denunciano il transito di materiale bellico con tutta una serie di implicazioni etiche e di sicurezza

Intanto, anche i lavoratori portuali europei sono in allerta per gli stessi motivi proprio in queste ore. Mentre chiudiamo quest'articolo l'ultima posizione pubblica della nave "MV Kathrin", battente bandiera portoghese, risulta essere nelle vicinanze di Malta: partita dal Vietnam e diretta a Capodistria, trasporta esplosivi diretti anche in Israele. Tra i primi a denunciare il mortifero carico è stata Francesca Albanese. All'appello per non permettere le operazioni di carico e scarico si sono unite tantissime associazioni, inclusa Amnesty. La Namibia aveva revocato il permesso all'attracco, cosa che permette di evitare anche responsabilità legali legate alla Convenzione sul Genocidio. Stando a quanto riportano le cronache, pare che anche Malta abbia negato alla Kathrin il permesso di entrare nelle proprie acque territoriali, mentre altre navi gli avrebbero portato carburante in attesa di trovare un porto nell'Adriatico.

Questo genere di denunce e di atti di disobbedienza da parte della società civile assume una cruciale importanza in relazione ai crimini commessi da diversi stati, a partire dal regime di apartheid israeliano. Bisogna opporsi ai tentativi, appoggiati più o meno tacitamente dai nostri stessi governi, di riscrivere le leggi di guerra.

Sabato 28 Settembre abbiamo seguito un evento organizzato presso lo spazio autogestito partenopeo "Santa Fede Liberata". All'incontro, intitolato "La guerra comincia qui: fermiamola!", si è discusso della logistica della guerra, delle leggi che regolano trasferimenti di armi e di disobbedienza civile. Ospite era Carlo Tombola dell'"Osservatorio sulle Armi Nei Porti Europei e Mediterranei", The Weapon Watch".

Questo articolo rappresenta una sintesi di quello che si è detto ma, soprattutto, cerca di offrire degli spunti di discussione e di azione, insieme a diversi approfondimenti.

Partiamo con una sintesi molto schematica e iper-semplificata della guerra civile yemenita, messa in relazione alle violazioni del diritto internazionale che vediamo anche in Palestina e Libano. Passiamo poi a parlare di una storica azione di disobbedienza civile dei portuali genovesi, che ha impedito l'attracco di una nave diretta in Arabia Saudita, un esempio di ribellione non violenta da attuare quando le leggi non funzionano o sono ingiusteContinuiamo parlando delle normative che dovrebbero regolare i conflitti e la vendita di armi, e in particolare della legge 185 del '90, il cui spirito originario è stato disatteso negli anni. Con l'attuale governo le cose potrebbero peggiorare, e le attuali garanzie minime di trasparenza sul commercio delle armi potrebbero essere completamente stravolte...

Concludiamo con alcune considerazioni "geopolitiche", per così dire, insieme al mutato ruolo della NATO nell'attuale contesto globale. 

Inoltre abbiamo aggiunto questo post anche nella rubrica "Dati Parziali". Infatti, come dimostra una breve ricerca inclusa nelle prossime righe, i dati pubblici, che dovrebbero aiutare parlamento e società civile a esercitare un controllo sulla vendita di armi e sull'esecutivo, sono talmente "spezzettati" da risultare praticamente incomprensibili al lettore medio, e solo parzialmente decifrabili da occhi ben più esperti, quelli di alcuni esponenti della società civile e del variegato "fronte pacifista" che da anni studiano le relazioni previste dalla 185/90.

L'articolo che vi apprestate a leggere è un esempio di giornalismo sperimentale, un articolo "long form" in stile "slow journalism", che contiene al suo interno diversi "articoletti". Difficilmente riuscirete a leggerlo tutto d'un fiato... Per questo vi consigliamo di leggerlo con calma, ritornando più volte su questa pagina o salvandola. Oppure, perché no, stampandolo, se preferite l'esperienza cartacea. Siamo sicurə che alla fine troverete molti elementi utili di "geopolitica popolare" e sulla legislazione italiana che dovrebbe regolare il commercio d'armi e impedirne il traffico (si tenga a mente che la parola "traffico" indica dei trasferimenti di armi al di fuori di ciò che è considerato legale). Se non sarà così criticateci nell'apposito spazio dedicato ai commenti. In caso contrario, potrete mostrarci apprezzamento e fornire ulteriori spunti di riflessione sempre nei commenti. Buona lettura.


I CRIMINI DI GUERRA IMPUNITI IN YEMEN, IL BLOCCO DELLA "BAHRI YANBU" E LA NASCITA DI "THE WEAPON WATCH"

Nel caotico contesto della decennale guerra civile yemenita si scontrano gli interessi di diversi attori regionali e internazionali. Tralasciando la presenza di Al-quaeda e di altre formazioni, i due schieramenti principali sono rappresentati dagli Houthi, alleati dell'Iran (nonché noti ai più per le recenti azioni di sabotaggio delle navi commerciali nel Mar Rosso) e da una coalizione militare a guida saudita ed emiratina supportata dai paesi "occidentali" (Stati Uniti e Regno Unito in prima fila). Per avere un quadro sintetico delle forze in campo va ricordato che Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, alleati contro Houthi ed Iran, supportano due fazioni diverse all'interno del Consiglio di Presidenza che guida la repubblica yemenita, rispettivamente quella unionista del nord e quella separatista del sud.

La guerra civile yemenita può essere inquadrata come uno dei "conflitti per procura" (proxy wars in inglese) tra Iran e Arabia Saudita, guerre semplicisticamente rappresentate come dei conflitti tra sciiti e sunniti (le "famiglie" principali della religione islamica, storicamente rappresentate dai due paesi e che, a loro volta, contengono una serie di divisioni al proprio interno). Sicuramente ci sono dei fattori etnico-religiosi alla base di queste guerre, ma le ragioni principali risiedono nel controllo politico ed economico del Medio-Oriente e nella proiezione di influenza in altre aree del pianeta da parte di varie potenze, interessi su cui si innestano mire imperialiste di vari "imperi" (o aspiranti tali) e delle rispettive "corti".

Dopo questa non esaustiva ma necessaria premessa andiamo all'oggetto principale di questo post. Nella nostra epoca, dominata dalla cultura consumista e capitalista, il nocciolo del problema dei traffici di armi risiede in un ordine mondiale e in un sistema socio-economico fondato sull'accumulazione di potere. Imbracciare le armi, e più in generale ricorrere alla violenza, dovrebbe essere una scelta estrema, da attuare solo per difendersi, non per imporre la propria egemonia. E nemmeno per far alzare il "PIL", il volume d'affari, con fruttuosi e mortiferi commerci in armamenti, finalizzati a "risolvere" le crisi generate dallo stesso sistema economico conquistando nuovi "mercati" e ampliando la schiera degli sfruttati. Per questo la nostra Costituzione ripudia la guerra come risoluzione dei conflitti, per questo il diritto internazionale dovrebbe imporre dei limiti a come vengono condotte le guerre, proteggendo in particolare i civili, oltre che porre argini a un sistema capitalista senza freni, ispirato dalla religione del profitto. Un sistema guidato dal cosiddetto "complesso militare industriale" di cui i governi nazionali sono dei meri burattini. I principi nazionali (l'Italia ripudia la guerra) e sovranazionali (le leggi che regolano la conduzione delle guerre, incluse quelle sulle forniture di armamenti), non sono stati rispettati in Yemen.

Nella guerra civile yemenita tutte le parti in conflitto si sono macchiate di palesi violazioni delle leggi internazionali. Abitando però nella parte "occidentale" del pianeta abbiamo il dovere primario di occuparci di quelle commesse dalla nostra "parte"Da anni svariate ONG internazionali, supportate da indagini delle Nazioni Unite, denunciano la commissione di diversi crimini in Yemen da parte della coalizione a guida saudita, commessi con supporto e armi forniti da noi, dalle nostre energie intellettuali ed economiche, dalle nostre menti, dai nostri portafogli e, quindi, con la nostra complicità. Da anni queste denunce sono rimaste sostanzialmente inascoltate, così come gli appelli a smettere di inviare armi usate in palese contrasto delle più elementari norme giuridiche (distinguere i combattenti dai civili, colpire un obiettivo militare solo se strettamente necessario e facendo il possibile per limitare i cosiddetti "danni collaterali", non affamare la popolazione civile, non attaccare personale umanitario, ospedali, scuole, ecc.) oltre che quelle del comune senso di umanità perduto. Tantissime uccisioni di persone innocenti potevano e dovevano essere evitate, tantissime persone dovrebbero prendersi la responsabilità e rendere conto di questi crimini affinché non si ripetano. Invece vige un sostanziale regime di impunità che ha raggiunto il suo apice con la guerra genocida a Gaza e in Cisgiordania, con violazione brutali e grossolane delle leggi di guerra -il cosiddetto "diritto umanitario internazionale". Leggi che vengono riscritte in favore dei nostri "alleati economici" con un'ipocrisia e un livello di mistificazione parossistico e tragicomico, supportato da una schiera di colleghi giornalisti pennivendoli (quando non direttamente coinvolti in delle campagne di propaganda, magari supportate da reparti militari e di intelligence, appositamente dedicati alla guerra tramite la comunicazione). Putin ha invaso uno stato sovrano ed è sbagliato, ma perché non si dice che è sbagliato invadere e mantenere una dittatura militare, un regime di apartheid (definizione legale dell'occupazione israeliana, stabilita dalla traballante legalità internazionale) in piedi in Palestina almeno dal 1967?! Forse perché ci sono delle persone che disgustosamente accusano di antisemitismo chiunque osi mettere in dubbio la presunta legittima difesa israeliana, che in realtà è una decennale punizione collettiva e sproporzionata, che ha prodotto il crimine efferato del 7 Ottobre, sfruttato come pretesto per legittimare un'altra serie di stragi. Così strumentalizzano la tragedia degli ebrei senza terra per legittimare una politica coloniale iniziata con la dichiarazione unilaterale della nascita di uno stato, oggi teocratico ed etnocratico, in violazione del diritto internazionale, fondato sullo sfollamento forzato, sullo stupro e sui massacri della popolazione nativa?! Forse si può dire che Putin è un "pazzo", ma non Netanyahu, anche perché diverse "aziende-vassalle" traggono profitto da questo caos (si pensi agli accordi che l'ENI ha stipulato con il governo israeliano per cercare e sfruttare i giacimenti di gas a largo delle coste di Gaza, poco dopo l'inizio della guerra genocida).

3.8.24

LA STRUMENTALIZZAZIONE DELL'ATTACCO DI MAJDAL SHAMS

L'ENNESIMA PROVOCAZIONE DELLA TEOCRAZIA ISRAELIANA A QUELLA SCIITA


Torniamo a parlare dell'attacco di Majdal Shams per le rubriche "Chekka Il Fatto" e "Come va a finire?". 

Il luogo dell'attacco: la recinzione del campo da calcio è divelta. Sul cratere provocato dal razzo o dal missile le corone di fiori. Sulla sinistra si intravede il rifugio antibombardamento.
Immagine del luogo dell'attacco di Nizzan Cohen da Wikimedia rilasciata con licenza CC


La tragedia della morte di almeno 12 tra bambini e adolescenti drusi mentre giocavano a calcio è stata strumentalizzata dalle autorità di occupazione israeliane, rappresentata in maniera non corretta dalla stampa mainstream, la "scorta mediatica" che con la sua disinformazione e propaganda sta contribuendo al genocidio palestinese e ci sta portando sull'orlo di una guerra totale. 

Infatti le vittime erano siriane, non avevano la cittadinanza israeliana (a differenza di quanto affermato dal portavoce delle forze di occupazione israeliane) e quel villaggio non si trova in Israele, ma nei territori da cui Israele dovrebbe ritirarsi secondo quanto sancito dal diritto internazionale.

Infine la versione israeliana, secondo cui il razzo sarebbe stato lanciato da Hezbollah, non è stata confermata dall'UNIFIL, come è stato detto più volte in questi giorni.



NON È STATO COLPITO IL TERRITORIO ISRAELIANO, MA UN'AREA CHE ISRAELE HA ANNESSO ILLEGALMENTE

Intorno alle 18 del 27 Luglio un razzo si è abbattuto su un campo da calcio nel villaggio di Majdal Shams, territorio delle alture del Golan occupato da Israele e che apparterrebbe alla Siria. Sono morti almeno dodici tra bambini e adolescenti e altre decine i feriti

La prima fake-news della stampa mainstream (deliberatamente o accidentalmente errata) consiste nel riportare che sarebbe stato colpito il territorio israeliano: quella parte di Golan apparterrebbe alla Siria, è stata occupata nel '67 da Israele e poi annessa illegalmente nell'81 a mezzo voto parlamentare. La risoluzione 242 del '67 dell'ONU afferma che Israele dovrebbe ritirarsi da tutti i territori occupati (Gaza e Cisgiordania inclusi). La 497 dell'81 considera nullo il provvedimento della <<forza occupante (...) riaffermando che l'acquisizione di territorio tramite l'impiego della forza è inammissibile>>. Sicuramente è ben più che accettabile per le leggi coloniali del mercato, per accaparrarsi risorse preziose come acqua e petrolio... Come spiega il Palestine Chronicle anche in questi territori occupati ci sono insediamenti coloniali, anche qui le risorse come l'acqua vengono rubate alla popolazione indigena e rivendute a essa stessa, naturalmente a prezzo maggiorato rispetto a quello che pagano i coloni. E, infatti, proprio la popolazione di Majdal Shams è stata alla testa di diverse rivolte e azioni di disobbedienza civile nell'area. È significativo notare che il nome di una vittima, il cui corpo è stato smembrato e riconosciuto solo dopo specifici accertamenti, era "Guevara", come "il Che".


mappa delle alture del Golan, con in evidenza la parte di territorio annessa e occupata da Israele

18.7.24

LE CARCERI ISRAELIANE E LE TORTURE "DA MANUALE" DELLA CIA

SPIEGATE DA UN ITALO-PALESTINESE CHE LE HA SPERIMENTATE SULLA SUA PELLE

Khaled El Qaisi, un palestinese con cittadinanza italiana, racconta come l' "unica democrazia del Medio Oriente" ha mutuato dalla CIA delle sofisticate tecniche di tortura per estorcere confessioni, informazioni o reprimere il dissenso, in pieno spregio di ogni regola del vivere civile e del diritto internazionale. Alcune di quelle tecniche le ha vissute sulla sua pelle. 

Riportiamo anche dei link a diverse inchieste di testate internazionali su cosa accade nei centri di detenzione in Israele dall'8 Ottobre. 

Infine, concludiamo con la proposta dell'impresentabile Ben-Gvir: <<sparare un colpo in testa ai prigionieri palestinesi>>


Delle mura difese da filo spinato e da due torrette di guardia delimitano il perimetro di una prigione israeliana. Si notano alcune scritte in ebraico e una bandiera israeliana.
Immagine di un penitenziario israeliano di Christopher Michel da Wikimedia rilasciata con licenza Creative Commons.



L'ARRESTO ARBITRARIO E LA DETENZIONE DI KHALED EL QAISI

Khaled El Qaisi, studente palestinese e italiano di lingue e culture orientali, traduttore, tra i fondatori del Centro Documentazione Palestinese, ad Agosto del 2023 è stato arrestato al confine tra la Giordania e la Cisgiordania, dopo una vacanza con la famiglia a Betlemme, e detenuto fino ad Ottobre. In un primo momento è stato incarcerato nel centro detentivo di Petha Tikva (che sul sito dell'associazione Addameer è indicato come un centro per gli interrogatori). Poi è stato trasferito ad Ashkelon dove, per pochissimi giorni, non è stato in isolamento: si trovava nella "sezione farsa", in compagnia di agenti dei servizi segreti camuffati da detenuti.


Kalehd El Quaisi a un incontro a Napoli organizzato dal Centro Culturale Handala Ali.
Kalehd El Quaisi a un incontro a Napoli organizzato dal Centro Culturale Handala Ali.

6.7.24

IMMUNITÀ "AD PRESIDENTEM" PER TRUMP, POSSIBILE IMPERATORE USA

LE ACCUSE A DONALD TRUMP PER L'ASSALTO AL CAMPIDOGLIO E LA SENTENZA DELLA CORTE SUPREMA



Spieghiamo in cosa consiste il secondo "impeachment" di Trump (per l'assalto al Campidoglio) e parliamo dell'involuzione dispotica del paese "esportatore" di "democrazia", con modelli di "democratura" formalizzata e plebiscitaria che piacciono molto anche nel nostro "Bel Paese"...


Commento di Sonia Sotomayor alla decisione dei suoi colleghi della Corte Suprema Usa sull’immunità a Trump:<Il Presidente degli Stati Uniti d'America è la persona più potente del paese, e forse del mondo. Quando usa i suoi poteri ufficiali in ogni maniera, secondo il giudizio espresso da questa maggioranza, adesso sarà protetto da processi penali. Ordinare al "SEAL Team 6" di assassinare un rivale politico? Immune. Organizzare un colpo di stato militare per rimanere al potere? Immune. Prendere una mazzetta in cambio di una grazia? Immune.>
Seconda parte del commento della giudice. <Facciamo violare la legge al presidente, lasciamogli sfruttare le insegne del suo ufficio per il proprio tornaconto personale, lasciamogli usare i suoi poteri ufficiali per fini malvagi(...) Anche se questi scenari da incubo non si verificassero, è prego che ciò non accada, il danno è fatto. Le relazioni tra il Presidente e le persone che serve sono state irrevocabilmente mutate. Esercitando il suo potere ufficiale, il Presidente adesso è un re al di sopra della legge>



I FATTI

Il 6 Gennaio 2021 circa duemila "attivisti" pro-Trump (principalmente di diversi gruppi di estrema destra e "complottisti") hanno assaltato il Congresso degli USA a Washington, dove ha sede il parlamento statunitense. I manifestanti estremisti erano stati aizzati da Trump, che ha esercitato pressioni anche su dei collegi elettorali, contestando la legittimità delle elezioni. Si denunciavano dei presunti brogli elettorali e si è tentato di non far proclamare l'attuale presidente Joe Biden. Almeno cinque persone sono morte nelle prime ore successive alla rivolta: tre per cause naturali, una per overdose e una per colpi d'arma da fuoco. La vicenda ha portato Donald Trump a essere sottoposto a una procedura di impeachment, cioè la messa sotto accusa di chi riveste una carica pubblica, in questo caso il Presidente uscente.



LE ACCUSE E IL RICORSO

Il tentativo di ribaltare e revocare le elezioni si sono concretizzate in quattro accuse formalizzate un anno fa: associazione a delinquere (insieme ad altri sei complici) finalizzata a frodare lo stato, associazione a delinquere e intralcio (anche tentato) di procedure ufficiali e associazione a delinquere finalizzata alla soppressione di diritti.

6.6.24

SVEZIA E FINLANDIA NELLA NATO: ERDOGAN E ORBAN SI PORTANO A CASA ANCHE GLI AEREI DA GUERRA

UN BILANCIO DEGLI ULTIMI MESI: DAGLI F16 AI PASSAPORTI DORATI TURCHI, PASSANDO PER I CACCIA SVEDESI IN USO ALLA "DEMOCRAZIA ILLIBERALE" E AUTOCRATICA DI ORBAN


In alto a sinistra una caricatura 3d di Erdogan. A destra un disegno di Orban. Al centro un aereo da guerra. Sotto, in rilievo, delle spillette con le bandiere dei due paesi scandinavi e il simbolo della NATO. Sullo sfondo dei proiettili.
Caricatura di Erdogna da Wikimedia di DonkeyHotey rilasciata con licenza Creative Commons


AGGIORNAMENTO DI FEBBRAIO 2026

Dopo la vendita dei circa 40 F-16 e gli 80 kit di aggiornamento, approvata dagli USA dopo la ratifica dell’entrata della Svezia nella NATO da parte della Turchia un anno fa (riportata nell’articolo che segue), arriva una dichiarazione di Tom Barrackambasciatore per Trump in Turchia: entro sei mesi dovrebbero essere risolti i problemi legali e politici che impedirebbero alla Turchia di essere riammessa nel programma degli F-35, uno dei velivoli da guerra più potenti attualmente, e dunque uno dei più efficaci strumenti di dominio e morte, piuttosto che di difesa. Indiscrezioni di stampa riportano che ciò potrebbe essere possibile se la Turchia restituisse il sistema missilistico anti-areo S-400 alla Russia, lo distruggesse, oppure ne affidasse il controllo agli USA.



Il 7 Marzo anche la Svezia, dopo la Finlandia, è entrata ufficialmente nella NATO, su spinta della paura, fondata o meno, delle mire espansionistiche della Russia di Putin. Si dovrebbe discutere sul fatto che questo timore sia almeno parzialmente fondato, oppure bellicisticamente indotto dai contrapposti disegni e interessi economici del decadente "impero occidentale" a guida USA, oltre che dall'insufficiente ricorso alla diplomazia per risolvere un conflitto iniziato con l'invasione degli "omini verdi" nel 2014. Infatti, già dall'annessione russa della Crimea, Svezia e Finlandia cominciavano a ragionare sulla fine della loro politica neutrale e, così facendo, potersi eventualmente appellare al principio di difesa reciproca stabilito dal quinto articolo del trattato nord-atlantico, invocato solo una volta nella storia (dagli USA dopo l'11 Settembre). Mentre il Mar Baltico è diventato una sorta di "maxi-lago" governato dall'Alleanza atlantica, si discute dell'aumento delle spese militari dei nuovi entrati, raccomandato al minimo del 2% del PIL fin dal 2014. Sarebbe anche utile dibattere sulla natura -formalmente- difensiva del patto atlantico, sulla possibilità di superarlo, sul ruolo dei BRICS, della Shangai Cooperation Organization, sui paesi non allineati e, più in generale, su come avvicinarsi il più possibile all'utopia di un mondo senza guerra...

Però lo scopo specifico di questo post e della rubrica in cui è pubblicato è principalmente un altro: due anni fa avevamo inaugurato il format di Fanrivista intitolato Come va a finire?, con l'obiettivo di seguire l’evoluzione di certi eventi per capire, per l’appunto, “Come andranno a finire”.

La Turchia, nel 2022, aveva siglato un memorandum con i due paesi scandinavi a Madrid: Svezia e Finlandia si impegnavano a non restringere il commercio di armi e a combattere insieme al paese mediorientale il "terrorismo". Erdogan aveva richiesto la consegna di circa 150 "terroristi" che ,in realtà, erano dissidenti politici. Per diverse ragioni, tra cui l'impossibilità di estradare persone ricercate per reati politici, la richiesta era apparsa fin da subito pretestuosa. Il principale scopo -raggiunto- era quello di fare pressione per ottenere altri armamenti e garantirsi impunità per reprimere i curdi dentro, fuori e nelle vicinanze dei propri confini. Paradossalmente un'altra richiesta di estradizione dai confini turchi verso l'UE è stata negate a causa dei cosiddetti "passaporti dorati".

Poi, alle pressioni del Sultano Erdogan, si sono aggiunte quelle del "democratico illiberale" Orban. Il parlamento ungherese, infatti, è stato l'ultimo ad approvare l'entrata della Svezia nel Patto Atlantico...



LE ESTRADIZIONI DI DISSIDENTI POLITICI RICHIESTE E QUELLA NON CONCESSA DI UN NARCOTRAFFICANTE

Dal 7 Marzo la Svezia è il 32esimo membro della NATO, a distanza di quasi un anno dall'entrata della confinante Finlandia. Il "Sultano" turco Erdogan, due anni fa, aveva richiesto a Svezia e Finlandia diverse espulsioni e di estradizioni di loro residenti e cittadini verso la Turchia, con la minaccia di porre il veto alla loro entrata nella NATO. Infatti la ratifica dell'entrata di nuovi membri nell'Alleanza atlantica necessita dell'approvazione degli stati membri, e deve passare nei rispettivi parlamenti.

In quel frangente era stato siglato un memorandum d'intesa a Madrid dai 3 paesi, con l'obiettivo formale della lotta al terrorismo, oltre ad annullare l'embargo di armi, limitato o interrotto da diversi paesi europei (Svezia e Finlandia inclusi) a seguito dell'invasione turca nel nord-est della Siria nel 2019.

Era stata diffusa anche una lista di decine di "ricercati" dalla Turchia. Gli obiettivi della "lista di proscrizione" erano diversi esponenti (o ritenuti tali) di schieramenti politici eterogenei: dal PKK (il partito comunista curdo) a "FETO" (il movimento democratico-islamista di Fethullah Gulen, noto anche come "Hizmet", bollato dal presidente-autocrate Erdogan come Organizzazione del Terrore Gulenista che starebbe dietro al fallito tentativo di colpo di stato del 2016), passando per le YPG/YPJ e PYD (acronimi delle Unità di Protezione Popolare, formazioni combattenti alla guida delle FDS, alleate degli USA in chiave anti-ISIS, e del Partito dell’Unione Democratica nel nord della Siria). Nella lista si trovavano anche una parlamentare svedese di origine curda-iraniana, Amineh Kakabaveh, diversi giornalisti e perfino un poeta curdo deceduto da tempo.

22.5.24

ASSANGE DISCRIMINATO PER CITTADINANZA, NON PER NAZIONALITÀ:

DECISO NUOVO APPELLO CONTRO ESTRADIZIONE USA

Un uomo, in tuta arancione da detenuto, indossa una maschera con il volto di Assange imbavagliato da una bandiera USA. Le mani sono legate da catene. Sullo sfondo si intravede il Vesuvio: è un'attivista di Free Assange Napoli.
Attivista di Free Assange Napoli. Foto de "Lo Skietto"

VITTORIA PARZIALE PER L'INFORMAZIONE MENTRE ASSANGE MARCISCE NELL'INFERNO DI BELMARSH IN CONDIZIONI DI SALUTE PRECARIE


L'Alta Corte Britannica dà a Julian Assange la possibilità di un nuovo appello contro l'estradizione verso gli USA, dove rischia fino a 175 anni di carcere in base all'Espionage Act, la legge anti-spionaggio statunitense elaborata nel 1917. A marzo la Corte della Gran Bretagna aveva chiesto tre assicurazioni ai procuratori statunitensi. Due di queste non sono state ritenute soddisfacenti.

In attesa della pubblicazione della sentenza completa commentiamo quanto avvenuto nell'udienza dell'altro ieri e gli scenari che potrebbero portare l'editore-giornalista australiano alla fine dell'odissea giudiziaria o a una sua condanna.

Inoltre vi segnaliamo altri articoli di approfondimento apparsi su queste pagine digitali e su altri organi di informazione. In particolare quelli riguardanti il cosiddetto "caso svedese", e cioè l'accusa mai provata e prescritta (ma "mantenuta in piedi" per nove anni) di violenza sessuale a carico di Assange.


IL PRIMO EMENDAMENTO, LA CITTADINANZA, LA NAZIONALITÀ E LA SICUREZZA NAZIONALE

Julian Assange, almeno per adesso, non verrà estradato verso gli Stati Uniti, dove affronterebbe un processo per spionaggio, associazione a delinquere finalizzata all'accesso abusivo a sistema informatico e alla cospirazione. Sono 18 i capi di accusa, relativi a informazioni che avrebbero messo in pericolo vite di collaboratori degli USA e la sicurezza nazionale. Parliamo, in particolare, dei cosiddetti "war log", informazioni riguardanti le guerre in Iraq e Afghanistan, il campo di internamento di Guantanamo e comunicazioni diplomatiche. Accuse infondate, secondo la difesa di Assange e l'ampio movimento popolare che lo sostiene: ha fatto solo il suo lavoro di editore e giornalista, rivelando crimini di guerra e contro l'umanità (mai indagati ufficialmente), dunque di pubblico interesse.

I procuratori degli Stati Uniti non sono riusciti a garantire due delle tre rassicurazioni richieste a Marzo. La prima riguarda la non applicabilità della pena di morte, potenzialmente prevista in base alla legge anti-spionaggio. La Corte britannica ha ritenuto sufficienti le garanzie in merito.

Le altre due rassicurazioni sono intrecciate: Assange non deve essere discriminato in base alla sua nazionalità non statunitense e, conseguentemente, dovrebbe vedersi garantito il diritto a beneficiare delle protezioni derivanti dal Primo Emendamento della Costituzione, quello sulla libertà di parola.

1.5.24

UNRWA, LAZZARINI: FINIREMO DI OPERARE QUANDO NASCERÀ STATO PALESTINESE

GLI USA SONO L'UNICO PAESE CHE NON HA RIPRESO A FINANZIARE L'AGENZIA ONU


Un monumento con la chiave che simboleggia il diritto al ritorno dei palestinesi.
Un monumento con la chiave che simboleggia il diritto al ritorno dei palestinesi, prerogativa connessa allo status di rifugiato che viene certificato dall'UNRWA. Foto di Reina91 da Wikimedia rilasciata con licenza Creative Commons


MINISTRO DEGLI INTERNI ISRAELIANO VIETA A LAZZARINI DI ENTRARE A GAZA VIA ISRAELE



Aggiornamento sull'UNRWA (acronimo di United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East), l’Agenzia ONU per il Soccorso e il Collocamento dei Profughi Palestinesi nel Vicino Oriente che si occupa di assistere, difendere e promuovere i diritti di quasi 6 milioni di rifugiati palestinesi nei territori occupati (Gerusalemme est inclusa), in Siria, Libano e Giordania. L'Agenzia conta 13mila dipendenti ed è la più numerosa dell'ONU.

Israele accusa l'UNRWA di complicità nel 7 ottobre mentre l'agenzia accusa lo stato teo-etnocratico di aver estorto confessioni con la tortura per fabbricare quelle accuse

Al vertice dell'agenzia, Philippe Lazzarini, è stato vietato di recarsi a Gaza passando per Israele

Lazzarini ha spiegato che le funzioni "para-governative" dell'agenzia, inclusa quella di accertare lo status di rifugiato (e il conseguente "diritto al ritorno"), cesseranno di esistere quando nascerà lo stato palestinese, dopo che verrà trovata una soluzione politica. 


DELEGITTIMARE L'UNRWA PER NEGARE IL DIRITTO AL RITORNO

In queste ore il ministro degli interni israeliano, Moshe Arbel, ha vietato a Philippe Lazzarini, Commissario Generale dell'agenzia, di entrare a Gaza passando per Israele. Questo perché, come abbiamo spiegato tra queste pagine digitali, lo stato guidato dai fondamentalisti messianici e fanatici sionisti accusa l'UNRWA di essere complice dell'attacco del 7 Ottobre.

L'UNRWA ha invece accusato l'intelligence dello stato etno-teocratico di aver estorto confessioni con la tortura a suoi dipendenti per fabbricare false prove sul presunto coinvolgimento.

Una Commissione indipendente dell'ONU ha confermato che Israele non ha fornito alcuna prova a sostegno delle accuse, inizialmente veicolate a mezzo stampa con un "dossier riservato" che, in realtà, era una velina governativa colma di generiche denunce, non supportate da evidenze. 

Vero scopo della campagna di delegittimazione dell'UNRWA, oltre al controllo delle fornitura degli aiuti, delle risorse e alla ricostruzione della Striscia oramai ridotta a macerie, è quello di scongiurare il cosiddetto "diritto al ritorno", spettante ai profughi scacciati dalle pulizie etniche e ai loro successori.

Il commissario dell'agenzia dovrebbe perciò entrare a Gaza passando tramite il confine con l'Egitto a Rafah, cittadina a bordo della quale da giorni le forze di offesa israeliane si stanno ammassando in preparazione di un attacco via terra che sarebbe imminente e catastrofico. Quasi tutti gli sfollati di Gaza sono accampati lì.