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18.4.25

LORO CAPITANI

  • CRONACA DI UN PROCESSO EMBLEMATICO A TRE PRESUNTI "SCAFISTI", UNO DELLE CENTINAIA NEGLI ULTIMI ANNI
  • SECONDO LA DIFESA C’È STATA UNA SVISTA DURANTE LE INDAGINI, CHE ANALIZZIAMO IN QUESTO RESOCONTO ESCLUSIVO DI FANRIVISTA
  • IN UN VIDEO SI SENTE IL PRINCIPALE ACCUSATORE DEI TRE "CAPITANI" MENTRE PARLA AL TELEFONO DIRETTAMENTE CON UN TRAFFICANTE, L'ORGANIZZATORE DEL VIAGGIO, MA VIENE LASCIATO ANDARE. IN UN ALTRO VIDEO PUBBLICIZZA LE PRESUNTE QUALITÀ DEL MOTORE DEL BARCHINO


Con l’assegnazione dei cosiddetti “porti sicuri”, il decreto Piantedosi non ha allungato solo i viaggi della speranza. A Salerno, Napoli, Ancona e Ravenna sono stati spostati anche alcuni delle decine di processi per violazione del Testo Unico sull’Immigrazione. A essere indagati e giudicati sono migranti appena sbarcati dalle navi delle ONG, accusati di aver facilitato l’ingresso illegale in Italia di altre persone in movimento.

Mentre personaggi come Almasri, Al-Kikli e “Bija” (rispettivamente il capo della polizia giudiziaria libica, il capo di una potente milizia governativa libica e il fu capo della guardia costiera libica) hanno la possibilità di girare indisturbati in Italia o addirittura di essere accolti nei ministeri, chi scappa da guerre e miseria rischia fino a 5 anni di carcere e fino a 15mila euro di multa per persona trasportata, anche se dal viaggio non si è tratto profitto alcuno. Sempre escludendo eventuali aggravanti, le accuse di omicidio colposo, di lesioni e di morte in seguito ad altri delitti, che si possono configurare quando durante le traversate succede l’irreparabile.

In questo articolo si parla di uno dei tanti processi dove sul banco degli imputati siedono quelli che alcuni chiamano “scafisti” e altri “capitani”.


Quattro immagini, in senso orario: due foto di un viaggio dalla Libia, una di uno sbarco e una del Tribunale di Napoli. Prima immagine dell’imbarcazione in alto mare: nella parte superiore si intravede quello che sembra H.A. con un oggetto in mano, presumibilmente un telefono satellitare di cui si intravede l'antenna. Al centro uno degli accusati. Si intravedono anche un signore anziano e una bimba. Seconda immagine del viaggio: una persona a prua dell'imbarcazione, in piedi, mentre invita i passeggeri a mantenere la calma allargando le braccia. Si vedono all’incirca 25 persone, uomini, donne e bambini, ammassati in pochi metri. Sullo sfondo il mare aperto. Quasi tutti indossano giubbotti di salvataggio e salvagenti. Terza immagine: sulla destra dell’immagine una grande nave vicino la banchina del molo Pisacane di Napoli. Si nota il simbolo di Emergency, la scritta “Life Support” e si intravede una citazione di Gino Strada. Dalla barca, tramite una passerella, le sagome di 4 migranti mentre scendono. Sulla banchina mezzi di soccorso e operatori di polizia e protezione civile. Quarta immagine: l’entrata del Tribunale di Napoli. Sullo sfondo si intravedono delle strutture molto alte.
Le due immagini sopra riguardano il processo di cui si parla in questo resoconto e sono state scattate durante un "viaggio della speranza" dalla Libia. Le due immagini sotto sono foto d'archivio de Lo Skietto: immortalano uno sbarco dalla nave di una ONG a Napoli e l'ingresso del Palazzo di Giustizia di Napoli. Simboleggiano quello che il noto film di Garrone non racconta, ciò che avviene dopo il salvataggio in mare.



CAPITANI SOTTO COSTRIZIONE O SCAFISTI PER NECESSITÀ?

Nel solo 2024, secondo i dati dell’Arci Porco Rosso, sono state almeno 106 le persone indagate dal momento dello sbarco in Italia e processate con l’accusa di essere “scafisti”, ossia di aver supportato a qualunque titolo l’ingresso illegale di migranti. Tecnicamente parlando, sono state incriminate per la violazione dell’art. 12 del Testo Unico sull’immigrazione e del 12 bis, quest’ultimo introdotto con il “decreto Cutro”. A partire dal 2013, le persone accusate di essere scafisti, basisti e organizzatori sono state più di 2500. Tra queste ci sono anche minorenni, come Seydou, il giovane protagonista di “Io Capitano”. Il film di Matteo Garrone ha il merito di essere basato su vicende reali, ma la storia si ferma all’arrivo in Italia. Un proseguimento tipico di quello che può accadere a un “capitano”, una volta sbarcato, è andato in scena durante un processo al palazzo di giustizia di Napoli, iniziato il 14 febbraio 2024.

5.9.24

DUE NAUFRAGI NEL MEDITERRANEO IN UN GIORNO

L'ONG MEDITERRANEA: <<LA STRATEGIA DEL GOVERNO PROVOCA L’ENNESIMA STRAGE>> 


Il primo settembre un'imbarcazione è partita dalla Libia con 28 "persone in movimento" a bordo, stando alla testimonianza di 7 sopravvissuti, di nazionalità siriana, soccorsi ieri mattina dalla Guardia costiera mentre il natante stava per affondare vicino a Lampedusa. 21 di queste, di cui 3 minori, sono disperse. Sempre nella giornata di ieri si sono registrati altri 22 dispersi e almeno un morto a largo delle coste libiche.

Di seguito l'ultimo comunicato di "Mediterranea Saving Humans". Negli scorsi giorni il governo italiano ha accusato l'ONG, sostenendo che la loro imbarcazione, la "Mare Jonio", non è in possesso della certificazione necessaria al soccorso, addebito smentito dalla ONG in un altro comunicato


Immagine della Mare Jonio, rimorchiatore della ONG, in alto mare
Immagine della "Mare Jonio"


17.7.24

MEDITERRANEA DENUNCIA LA SEDICENTE GUARDIA COSTIERA LIBICA

PRESENTATO UN ESPOSTO ALLA PROCURA DI ROMA PER I FATTI DEL 4 APRILE


LE ACCUSE: PIRATERIA INTERNAZIONALE, TENTATO SEQUESTRO DI PERSONA, TORTURA E VIOLENZA PRIVATA CON LE AGGRAVANTI ASSOCIATIVA E DELL'USO DI ARMI DA FUOCO.


Il 4 Aprile, durante un salvataggio in acque internazionali operato dall'imbarcazione "Mare Jonio" della ONG "Mediterranea Saving Humans", i miliziani e sedicenti guardacoste libici hanno esploso colpi di arma da fuoco a distanza ravvicinata, scatenando il panico tra i soccorritori e i migranti in pericolo

Obiettivo delle milizie libiche in questo genere di "operazioni" è quello di riportare le "persone in movimento" nei lager libici per estorcergli denaro o schiavizzarli. Infatti, molte persone migranti ripetono più e più volte il "viaggio della speranza", che può concludersi anche in fondo al mare. In quel caso alcuni migranti, sequestrati dai miliziani libici, erano riusciti a saltare dalla motovedetta trovando salvezza tra le braccia dei soccorritori, mentre è possibile che altri abbiano trovato la morte o siano stati nuovamente catturati.


Una persona si getta dalla motovedetta italiana donata all'abusiva guardia costiera libica: il momento è immortalato in un filmato diffuso da Mediterranea, che stava soccorrendo un barchino in vetroresina alla deriva. La criminale guardia costiera libica aveva già catturato le persone su altre imbarcazioni. Screenshot di un video su Youtube
Una persona si getta dalla motovedetta italiana donata all'abusiva guardia costiera libica: il momento è immortalato in un filmato diffuso da Mediterranea, che stava soccorrendo un barchino in vetroresina alla deriva. La criminale guardia costiera libica aveva già catturato le persone su altre imbarcazioni. Nel comunicato di oggi Mediterranea spiega che ci sono nuovi elementi: un aereo maltese avrebbe supportato i miliziani libici per intercettare e catturare i migranti.

6.4.24

GUARDACOSTE-ABUSIVI LIBICI SPARANO A MIGRANTI E SOCCORRITORI

OLTRE AL DANNO LA BEFFA: LA NAVE BLOCCATA E MULTATA DOPO IL SOCCORSO

Nel primo pomeriggio di Giovedì 4 Aprile la nave rimorchiatore "Mare Jonio" di "Mediterranea Saving Humans" riceve una segnalazione dalla rete di attivisti "Alarm Phone": c'è una barca alla deriva da soccorrere

Intanto sentono anche le comunicazioni via radio dell'aviazione maltese: capiscono che le barche in pericolo, sia per le condizioni di navigazione che per la cattura e la deportazione nei lager libici, sono tre.

I soccorritori arrivano sul posto, in acque internazionali, salvando più di 50 persone

Durante il salvataggio i miliziani-"guardacoste" libici esplodono colpi a distanza ravvicinata scatenando il panico. Alcunə migrantə, "recuperati" dai libici (con navi fornite dall'Italia e pagate con le nostre tasse) vengono picchiati a bordo, mentre altri si gettano in acqua cercando la salvezza, ma non tuttə l'hanno trovata: alcune persone sono state ricatturate e deportate, altre presumibilmente morte annegate o investite dall'imbarcazione italiana in uso ai libici. 

A soccorso concluso, con rientro nel porto di Pozzallo, la beffa dopo il danno: la nave viene multata e bloccata per aver obbedito alle leggi del mare e del buon senso, invece che alla sedicente guardia costiera libica. I soccorritori vengono accusati di aver messo in pericolo i migranti istigandoli a fuggire dai loro carcerieri.


In questo editoriale e post di cronaca ricostruiamo sia la dinamica degli eventi, riportata in un comunicato dell'associazione di soccorritori, sia la cornice politica e legale all'interno della quale si verificano gli abusi dei "criminali contro l'umanità". Abusi che adesso vengono estesi anche in Tunisia, dove si sta replicando "il modello libico".


Una persona si getta dalla motovedetta italiana donata all'abusiva guardia costiera libica: il momento è immortalato in un filmato diffuso da Mediterranea, che stava soccorrendo un barchino in vetroresina alla deriva. La criminale guardia costiera libica aveva già catturato le persone su altre imbarcazioni. Screenshot di un video su Youtube
Una persona si getta dalla motovedetta italiana donata all'abusiva guardia costiera libica: il momento è immortalato in un filmato diffuso da Mediterranea, che stava soccorrendo un barchino in vetroresina alla deriva. La criminale guardia costiera libica aveva già catturato le persone su altre imbarcazioni




PROMESSE DA MARINAIO

Subito dopo la strage di Cutro si era detto "mai più": l'orrore e l'indignazione si manifestavano perché avevamo visto i segni lasciati dalla morte, causata da politiche xenofobe, letteralmente a poche bracciate dalle nostre coste. Ma quelle circa cento vite spezzate sono solo una "goccia nel mare" di circa trentamila vittime nel Mediterraneo dal 2014, la più grande "fossa comune" al Mondo.

Quel "mai più" era destinato a essere una "promessa da marinaio" per chi fomenta discriminazioni etnico-geografiche, per chi crede nella vulgata dell'"ognuno a casa sua", una retorica immorale dal punto di vista etico e inconcludente perfino da quello meramente socio-economico.

Quel "mai più", per molte altre persone, significa invece impegno politico e di militanza per un mondo senza barriere fisiche e mentali, qualcosa cui dedicarsi costantemente affinché non si debba morire più nel profondo mare, nel rovente deserto, o nei gelidi valichi di montagna. Un diritto che dovrebbe essere garantito, a prescindere da considerazioni "utopiche", per tutte quelle persone che legalmente potrebbero richiedere asilo, ma che non hanno i soldi o la possibilità di farlo. Secondo chi scrive, però, lo stesso diritto andrebbe garantito anche a chi soffre ed è "ristretto" all'interno di categorie politiche e legali, come i cosiddetti "migranti economici"... E più in generale andrebbe garantito a chiunque.

Nei fondali del "Mare nostrum" non ci sono solo i resti di nostri simili, ma sono seppelliti anche le basi dello stato di diritto, insieme a secoli di conquiste per i diritti umani. Lì affondano quotidianamente le intenzioni, buone solo sulla carta, delle presunte democrazie liberali. Democrazie che, invece, sono solo liberiste, in cui la libertà di movimento è assicurata alle merci , mentre le persone sono "libere" di muoversi solo se considerate come merce, e comunque secondo le norme dettate da traffici umani anarco-capitalisti o da convenienze funzionali al sistema economico vigente.

Dopo Cutro, con una retorica post-fascista, si era promesso di dare la caccia ai trafficanti di umani "per tutto il globo terracqueo". Eppure si continua a criminalizzare "poveri Cristi e Criste" colti a caso alla guida di un barchino, incriminate in base a testimonianze praticamente indotte, se non estorte, o costrette dai veri trafficanti e dalle contingenze più svariate a essere estemporanei "scafisti per necessità".

Invece, con chi comanda i veri trafficanti si fanno affari, gli forniamo mezzi e addestramenti, li supportiamo con ricognizioni aeree e segnalazioni al fine di riportarli e ri-deportarli illegalmente in campi di detenzione, gestiti da varie mafie, in cui lə migrantə vengono torturatə per estorcere alle loro famiglie denaro, spremendo fino all'ultimo centesimo. Se non hanno soldi vengono letteralmente usatə come schiavə, anche sessuali. Posti da cui lə più fortunatə riescono a scappare, pagando in denaro o in servitù i loro sfruttatori, per tentare il "viaggio della speranza". Se va benissimo al primo tentativo riusciranno a iniziare una vita da rifugiati nella "fortezza Europa", se va male muoiono, se va "così e così" verranno ricatturate e dovranno ripetere il ciclo di torture e schiavitù per ritentare un altro viaggioUn business fruttuoso, in cui da un essere umano si "estrae" quanto più "valore" possibile. Ai veri trafficanti la civilizzata Unione Europea fornisce anche una cornice legale in cui operare. A loro regaliamo soldi delle nostre tasse che dovrebbero servire a bloccare le partenze, ma che finiscono soltanto per alimentare criminali circoli viziosi geopolitici.

Vicende e implicazioni che emergono prepotentemente e chiaramente dall'evento di cronaca di cui parliamo in questo articolo. E non è certo la prima volta che i guardacoste libici sparano e seminano il panico tra soccorsi e soccorritori, come purtroppo abbiamo già riportato tra queste pagine virtuali a proposito delle continue stragi nel Mediterraneo.



LA RICOSTRUZIONE DEL SOCCORSO E IL CONTESTO POLITICO-LEGALE

L'imbarcazione Mare Jonio, rimorchiatore della ONG Mediterranea, salpa nella serata del 3 Aprile da Siracusa, diretta verso la sedicente "Zona SAR" libica ( SAR è acronimo di "Search and Rescue", quindi "Ricerca e Soccorso")

1.4.23

CONTINUANO LE STRAGI NEL MEDITERRANEO

CONTINUANO GLI OSTACOLI ALLE ONG: DAL NAUFRAGIO DELL'11 MARZO A QUELLI DEL 25

 

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Pubblichiamo un lungo editoriale sulle stragi in mare, che purtroppo continuano anche se dopo Cutro si era detto “mai più”, sugli ostacoli alle navi delle ONG, sul blocco della nave Louise Michel, sugli spari dei sedicenti guardacoste libici alla Ocean Viking, sulla condanna della CEDU per l’hotspot di Lampedusa, sui cosiddetti “scafisti” (che non necessariamente sono anche “trafficanti”), sulle giustificazioni delle autorità governative italiane ed europee, sulle conclusioni di un’indagine dell’ONU che documenta le sistematiche torture che avvengono nei lager libici, e sulle domande che non sono state fatte in alcuni media mainstream...

A Cutro 92 persone sono morte (più di 20 erano sotto i 13 anni e si cercano ancora altri dispersi) a poche bracciate dalle nostre coste. Vedere l’angoscia così vicina, a pochi metri dalla nostra indifferenza e assuefazione, ha avuto un impatto emotivo e mediatico molto forte: quando però quello stesso tormento si verifica un po’ più in lontananza anche l’attenzione dei media mainstream cala, facendo spazio a nuove armi di distrazione di masse e facendoci assuefare ai “numeri” di vittime che in realtà sono numeri di storie, di sogni infranti tra i flutti di mare, di diritti affondati da politiche menefreghiste e miopi. Per questo torniamo a parlare delle altre stragi che si sono verificate in questi ultimi giorni, dopo che si era detto “mai più tragedie del genere”, “se partono con i figli è colpa loro” e così via… Per questo dobbiamo cercare di non far “sgonfiare” l’attenzione e attivarci quotidianamente per fermare le stragi!

 

 

IL NAUFRAGIO DELL’11 MARZO: RESPONSABILITÀ MORALI, POLITICHE E OPERATIVE: LONTANO DAGLI OCCHI, LONTANO DALL’OPINIONE PUBBLICA

Intorno alle 2 e 30 dell’11 Marzo Alarm Phone -a due settimane dalla strage di Cutro- segnalava la presenza di una barca con 47 persone: a distanza di 30 ore da quel primo segnale di allarme, dopo che ne erano stati inviati altri incluso uno dall’aereo della Sea Watch, ne moriranno 30, mentre 17 verranno salvate da una nave mercantile. Nello specifico, alcune barche si sono schierate in maniera tale da ostacolare la violenza delle onde ma, nonostante ciò, la barca si è ribaltata e solo alcune vite sono state salvate. Nella ricostruzione delle ONG si spiega che, inizialmente, nelle immediate vicinanze c’erano un’altra imbarcazione mercantile e una petroliera che però <<hanno proseguito la rotta senza prestare soccorso>>. Le autorità libiche avevano detto di non avere mezzi a disposizione, chiedendo aiuto all’Italia, mentre quelle maltesi avrebbero addirittura agganciato il telefono...

 

Mediterranea Saving Humans e le due ONG succitate hanno diffuso un comunicato congiunto sulla vicenda, tre giorni dopo il naufragio, in cui si afferma che le autorità italiane e maltesi avrebbero potuto coordinare un’operazione di soccorso, e che il Centro di coordinamento marittimo (MRCC) con sede a Roma aveva <<già coordinato diverse operazione di questo tipo al di fuori della sua area SAR>> (acronimo che indica l’area dell’attività di Ricerca e Soccorso). Nel comunicato è presente anche una dettagliata cronologia degli eventi.

5.3.23

STRAGE DI CUTRO: SI DOVEVA (E SI DEVE) FARE MOLTO DI PIÙ!

LA CARENZA (SE NON OMISSIONE) DI SOCCORSI E UMANITÀ, IL FOCUS SULLE OPERAZIONI DI POLIZIA A SCAPITO DELL’ATTENZIONE PER I SALVATAGGI, LA REPRESSIONE “VIZIATA” DEL FENOMENO DELLO "SCAFISMO"

 


Alcuni titoli di giornale relativi allo strampalato appello di Piantedosi (a sinistra) e alle dichiarazioni di Orlando Amodeo (a destra), tra i primi a dire pubblicamente che quelle persone potevano essere soccorse. Sullo sfondo l'immagine di Myriams-Fotos di Pixabay. In calce all'articolo l'immagine originale dei titoli nei risultati di ricerca.


A sinistra un tweet di Mediterranea Saving Humans in cui si elogia la Guardia Costiera per un soccorso e si afferma che <<i politici che li "comandano" non valgono un'unghia dell'ultimo marinaio a bordo di quelle vedette>>. A destra alcuni titoli di articoli che riprendono le dichiarazioni di Vittorio Alessandro, ufficiale in congedo della Guardia Costiera che ha affermato: <<salvare vite era il nostro vanto, poi la politica ha fermato tutto>>. Sullo sfondo l'immagine di un gommone tratta dalla sezione "Press" di Mediterranea. In calce al post gli screenshot originali del tweet e dei titoli nei risultati di ricerca.


Una settimana fa, proprio mentre in redazione si chiudevano due articoli sul decreto ONG e sul tema delle migrazioni (forse sarebbe meglio parlare di “persone in movimento”) è arrivata la notizia dell’ennesimo naufragio a Cutro, in provincia di Crotone.

Di fronte ad almeno 70 vite spezzate (sarebbero almeno una trentina i dispersi), infanti inclusi, alcune distinte da un codice perché senza nemmeno un nome e con una storia di cui si conosce solo il finale in una bara, appare ipocritamente ovvio che si doveva fare di più: la magistratura, la stampa e la collettività in generale stanno provando a fare chiarezza su eventuali responsabilità penali e morali riguardanti le carenze (salvo vere e proprie colpose omissioni) nei soccorsi. Fin da adesso sta sempre alla collettività in generale attivarsi perché ciò non accada più, oltre che per ricercare le verità di questa e altre tragedie, anche se per qualcuno sarebbe più corretto parlare di stragi –sempre a proposito di ricerca della verità... Come possiamo fare? Intanto riflettendo, immaginando un nuovo tipo di società sul lungo termine, mentre sul breve termine le iniziative come manifestazioni, petizioni, dibattiti e tutti i mezzi di protesta e pressione a nostra disposizione sono il minimo, forse “sindacabile” in quanto insufficiente…

 

PRIMA SI SALVA, POI SI DISCUTE O SI INDAGA: LA LOGICA POLIZIESCA PREVALE SU QUELLA UMANITARIA

La procura di Crotone ha aperto almeno due fascicoli, stando a quanto riporta la stampa: uno sull’organizzazione del viaggio, con le accuse di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare, lesioni e omicidio colposo a carico di quattro presunti scafisti e organizzatori, due pakistani e due turchi tra i 17 e i 50 anni. Tre sono in stato di arresto mentre uno è fuggitivo. Pare che abbiano tentato la fuga dopo aver gonfiato un gommone e abbandonato la nave.

L’altra inchiesta dovrebbe chiarire le responsabilità istituzionali della sciagura: si dovranno ricostruire le comunicazioni tra i diversi corpi e istituzioni (ministeri, Capitanerie di Porto - Guardia Costiera, Guardia di Finanza e l’agenzia europea Frontex) e le intricate catene di comando e responsabilità che evidentemente non hanno funzionato.

La dinamica delle comunicazioni, degli ordini e degli eventi, ricostruita solo parzialmente dalla stampa e dalle dichiarazioni dei diversi soggetti coinvolti, è pressoché questa: nella tarda serata dello scorso Sabato un velivolo di Frontex avvista un’imbarcazione distante circa 40 miglia dalla costa. Attraverso dei macchinari che rivelano fonti di calore si capisce che all’interno della barca ci sono delle persone, anche se non si può stabilire con precisione quante, ma si scoprirà poi che erano circa 200. La Guardia costiera ha precisato che oltre alle buone condizioni di navigazione, nella segnalazione di Frontex si specificava che una sola persona era visibile, ma l’agenzia europea ha smentito questa ricostruzione specificando di aver segnalato <<un’imbarcazione pesantemente sovraffollata>> (chiarendo inoltre che sono i singoli stati a decidere se un'operazione deve essere considerata di salvataggio o di polizia. La Meloni e il governo si difendono con l'argomentazione che l'agenzia europea non ha segnalato situazioni di pericolo). L’aereo rientra per mancanza di carburante e, stando a quanto dichiarato dai portavoce dell’agenzia, comunicano la notizia arriva alle autorità italiane specificando che non c’erano particolari pericoli: partono due imbarcazioni della Guardia di finanza (che fa capo principalmente al ministero dell’Economia, ma che dipende anche da quello della Difesa e dell’Interno, e quindi in questo caso da Piantedosi), cui competerebbe svolgere operazioni di polizia, ma non la Guardia costiera (che dipende dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, e quindi da Salvini) che sarebbe dotata di imbarcazioni specifiche per i salvataggi, a differenza delle prime due che sono costrette a ritirarsi per lo stato del mare dopo un secondo tentativo. Secondo il quotidiano Il Domani (articolo del 28 Febbraio siglato da Nello Trocchia e intitolato "Naufragio in Calabria, Salvini e la Guardia costiera hanno lasciato morire i migranti") viene sollecitato allora un intervento congiunto dei due corpi, sollecitazione che non si compie. Sono circa le tre di notte e, dopo quasi tre ore, un pescatore riceve la segnalazione di una barca in pericolo dalla Guardia Costiera. Altre telefonate sarebbero arrivate dai Carabinieri e da alcuni astanti che dalla spiaggia avvistano la barca, oltre che dall'imbarcazione stessa…

Ma è troppo tardi: la Guardia Costiera interviene a naufragio avvenuto, quando il “caicco” (così si chiama quel tipo di imbarcazione turca) si è spezzato in due su una secca, dopo che il motore era andato in aviaria sputando fumo e liquido bollenti: alcuni si aggrappano ai resti che galleggiano, aiutando chi non sa o non riesce a nuotare. Altri non ce la fanno. Si conclude così il viaggio iniziato su dei camion il 21 Febbraio nel distretto turco di Smirne. Inizialmente sarebbero stati imbarcati su un altro natante che però è andato in avaria: vengono trasferiti sulla “Summer Love” e dopo altri tre giorni di viaggio il sogno di una vita decente si infrange a pochi metri dalla costa.

Orlando Amodeo, ex medico della polizia di Stato, soccorritore ed esponente di Sinistra-Verdi ha dichiarato nella serata di domenica, in televisione, che <<se su quella barca ci fosse stata la figlia di un politico si sarebbe andati a fare il salvataggio anche con il mare a forza 20 (…) gli scafisti li inventiamo noi, se l’Europa fosse più umana non esisterebbero>> dice a proposito di quello che è definibile come il “proibizionismo delle migrazioni”. Specifica poi che anni prima lui stesso aveva partecipato a un soccorso con un livello di forza del mare tra il 6 e il 7: tra l’altro pare che il mare in realtà fosse a forza 4 e che comunque c’erano i mezzi per navigare anche con forza 8, come affermato dallo stesso comandante della Capitaneria di porto locale, mentre le veline governative inviate immediatamente alla trasmissione televisiva e ripetute per giorni parlavano da subito dell’impossibilità di effettuare i soccorsi a causa del mare forza 8). Resta da capire perché allora la Guardia costiera non è intervenuta o perché non è stata fatta intervenire.

Le dichiarazioni di Amodeo, amplificate mediaticamente dall’importante televisione commerciale, per quanto importanti e dirompenti sembrano meno strutturate e precise di quelle rilasciate da Vittorio Alessandro, ammiraglio in congedo della Guardia costiera, dichiarazioni ci pare siano passate più in sordina…

Il Manifesto ha spiegato (in un'intervista fatta da Giansandro Merli e intitolato con il suo virgolettato "C'è una distorsione del soccorso in mare. Possibili altre tragedie"), che <<in un lungo arco di tempo si possono rafforzare procedure e prassi che inquinano le vicende dei soccorsi di grandi numeri di persone, come i migranti, e le trascinano verso logiche e prassi di polizia. Prima gli interventi erano esclusivamente ispirati al salvataggio. La polizia veniva ovviamente chiamata in causa, ma per aspetti logistici e di ordine pubblico allo sbarco>>, e quindi inquadrando il problema della gestione delle migrazioni e dei soccorsi da una prospettiva più ampia.

 


QUANDO C’È UN INCENDIO SI CHIAMANO PRIMA I POMPIERI E POI LA POLIZIA; QUANDO C’È UN’IMBARCAZIONE IN PERICOLO SI CHIAMANO PRIMA I SOCCORSI E POI LA POLIZIA

26.2.23

PERSONE CHE SI SPOSTANO: SOLIDARIETÀ NON CARITÀ, EMANCIPAZIONE NON ASSISTENZIALISMO (PURO)

MIGRAZIONI, SOCCORSI IN MARE E NETWORK SOLIDALI: LA SOLIDARIETÀ NON È UN REATO!

Immagine di Ralphs Photos da Pixabay


Nelle scorse ore è passato in Senato il “decreto Ong” che ostacola (se non addirittura impedisce) le normali operazioni delle organizzazioni umanitarie che si occupano di ricerca e soccorso nella rotta migratoria più mortifera del pianeta, quella mediterranea.

In un post pubblicato nelle scorse ore abbiamo affrontato il tema, ripercorrendo alcune tappe della storia legislativa della criminalizzazione della solidarietà. Lo abbiamo fatto partendo da alcuni spunti di riflessione emersi in un incontro che si è tenuto  il 16 Febbraio presso il centro sociale napoletano Ex Opg, dal titolo “La solidarietà non è un reato”.

Nelle prossime righe parliamo degli stessi argomenti ma da una prospettiva più ampia, riportando i preziosi spunti di riflessione che emergono dalle parole di Moussa Abdoul Aziz Diakité, Abdel El Mir  del Movimento Migranti e Rifugiati di Napoli (MMRN) e di Laura Marmorale di Mediterranea Saving Humans. Era presente anche Sacha Girke della crew di Iuventa, che ha condiviso il suo punto di vista antitetico a quello che emergerebbe nella ricostruzione giudiziaria che lo coinvolge, basata sull'infondata tesi del "pull factor" e dei "tassisti del mare", tesi ampiamente pubblicizzata da ricostruzioni di diversi "giornaloni" sempre garantisti con i padroni e implacabili castigatori verso chi ha il delicato e cruciale compito di salvare vite in mare.


 

Uno screenshot della diretta Facebook: qui il link 

SCAFISTI PER NECESSITÀ E RETI DI SOLIDARIETÀ INFORMALI: CRIMINALIZZAZIONE DELLA MIGRAZIONE E DELLA SOLIDARIETÀ

L’inizio della criminalizzazione della migrazione può essere tracciato nel momento in cui gli Stati (e quindi sia i governi sia la cittadinanza) si arrogano il diritto di decidere chi è titolato a varcare un confine e chi no, chi è “fortunato” a essere nato in una parte di pianeta che per secoli ha saccheggiato altre parti da cui molti tentano di fuggire (presumibilmente a malincuore), e chi “eccezionalmente” e sempre in funzione del “mercato del lavoro” (nelle forme dello sfruttamento legale o illegale) può accedervi per ingrossare le fila della cosiddetta “manodopera di riserva” che a sua volta potrà essere ulteriormente criminalizzata quando verrà affidata nelle mani del welfare e del sistema sociale mafioso, offrendo loro delle possibilità che dovrebbero essere invece garantite dai paesi che mirano a definirsi “civili”; o magari quando in quegli stessi Stati ci saranno dei sistemi di accoglienza che invece di “accogliere” serviranno a “spremere” i migranti, oppure a non accoglierli proprio condannandoli a una vita in strada.

La criminalizzazione poi continua verso chi non è stato giudicato “titolato” e adatto agli standard darwiniani-sociali e che, non avendo i mezzi formalmente legali di spostarsi (anche nei casi in cui si avrebbe il diritto formale di chiedere la protezione umanitaria) e costretto dal “proibizionismo delle migrazioni” ad affidarsi a spietati trafficanti, i quali a loro volta vengono sostenuti –quantomeno indirettamente- da quegli stessi Stati che negano loro l’ingresso: dovranno affrontare le intemperie delle roventi aree desertiche in Africa o in Centro America, le avversità delle acque del Mediterraneo o delle gelide zone montuose europee; dopo essere stati sfruttati come schiavi e aver subito indicibili peripezie, anche per anni, viaggeranno su gommoni di fortuna, stipati in container come merci o agganciati con cavi di fortuna sotto dei camion: i più "forti" e "fortunati" arriveranno a destinazione, altri periranno, altri ancora verranno rispediti indietro e ricominceranno daccapo il circolo vizioso... 

La criminalizzazione viene poi diretta anche verso chi prova a offrire solidarietà a quegli esseri umani, che non sono solo le organizzazioni umanitarie e i “bianchi”.

26.11.22

IL PAPA HA DETTO CHE MINNITI È UN CRIMINALE DI GUERRA?

 In questo fact-checking “lampo” parliamo di una frase su Minniti attribuita al Papa: l’abbiamo sentita poco fa mentre guardavamo distrattamente il programma di La7 “Propaganda Live”, ma questa news è apparsa la prima volta a Giugno.







Sabina Guzzanti, nel monologo satirico andato in onda poche ore fa a “Propaganda Live”, afferma che il Papa avrebbe detto che Marco Minniti è <<un criminale di guerra>>.

Ricordiamo che Minniti è l’ex Ministro dell’Interno del primo governo Gentiloni, fautore dello scellerato Memorandum Italia-Libia e dunque “degno” predecessore di Salvini, nonché presidente di una fondazione di Leonardo (avete mai sentito parlare di “porte girevoli”?!) da quando ha lasciato il PD.

L’attrice poi specifica che i “giornaloni”, in quanto vicini al PD, non hanno riportato la notizia. In effetti un tale affermazione ci sembra tanto “provocatoria” quanto “sensazionale” se proferita davvero da Papa Francesco  (provocatoria nel senso che, ovviamente, tecnicamente Minniti non è certo un criminale di guerra, e certamente non verrà processato dalla Corte penale internazionale dell’Aja...). 

Allora proviamo a fare un fact-checking “lampo” di questa notizia…

Tra i primi degli svariati risultati che il motore di ricerca ci propone c’è un articolo de “Il Fatto Quotidiano”, del due Giugno (firmato da Stefano Baudino e intitolato "Papa Francesco e la frase sull'ex ministro Minniti, 'criminale di guerra'". Si spiega che la frase sarebbe stata detta quando il sovrano del Vaticano ha spiegato ad altri prelati, in maniera informale, la sua mancata partecipazione a un convegno di Firenze sul Mediterraneo. L'assenza era dovuta principalmente alla partecipazione di Minniti all'incontro, insieme a quella di altri industriali nel settore delle armi (la Leonardo Spa è attiva nel settore della difesa e lo Stato italiano ne possiede il 30%): <<mi hanno fatto vedere quando erano al ministero che leggi hanno fatto. Sono dei criminali di guerra. Ho visto anche i campi di concentramento in Libia dove tenevano questa gente>>.

12.9.22

A Bordo! 2022, il primo festival di Mediterranea Saving Humans APS

Il proibizionismo dell’immigrazione, il memorandum Italia-Libia, le migrazioni “di serie B” e i respingimenti in Grecia


Su uno sfondo cartaceo il disegno della nave "Mare Jonio" con tanti strumenti musicali. Tra le varie scritte il motto "prima si salva poi si discute!".



La scorsa settimana a Napoli si è tenuto "A Bordo!", il primo festival di Mediterranea Saving Humans APS, <<la piattaforma di realtà della società civile>> che con la sua <<azione non governativa>> di <<disobbedienza morale>> -verso le politiche che criminalizzano le migrazioni- e <<obbedienza civile>> -alle norme che salvaguardano i diritti umani- salva persone nel Mediterraneo centrale, anche documentando e denunciando le precondizioni e i risultati dei “viaggi della speranza”. Presente in mare dal 2018, dall’inizio del conflitto in Ucraina è operativa anche “via terra” con delle carovane che portano assistenza medica e beni di prima necessità, e riportano indietro persone vulnerabili.




Purtroppo siamo riusciti a seguire solo l’ultima parte del festival (dati i nostri umili mezzi e anche perché siamo venuti a conoscenza del festival tardi) e abbiamo comunque sentito il dovere di “scendere in piazza”: Sabato 3 c’è stato un breve corteo seguito da un “flash-mob”, di circa due ore, di fronte alla Prefettura partenopea contro gli accordi Italia-Libia, seguito dall’ultimo dibattito e dal concerto conclusivo.

Nelle righe che seguono troverete alcuni spunti emersi dalla manifestazione e, in particolare, ci soffermiamo sul memorandum d’intesa italo-libico, sui cosiddetti “migranti di serie B”, su una denuncia fatta contro i respingimenti delle autorità greche e diversi riferimenti a questioni più generiche, come il proibizionismo delle migrazioni.

Troverete anche un video girato male, ma che contiene un audio sufficientemente comprensibile di tutti gli interventi rivolti davanti l’ufficio del Governo. Inoltre trovate anche i collegamenti alle dirette-video di altri eventi del festival postati da Mediterranea e da Refugees in Libya sulle loro pagine Facebook, come il dibattito conclusivo del festival.

Ma partiamo dalla ragione principale della manifestazione di fronte alla Prefettura: gli accordi sottoscritti dal governo libico e da quello italiano nel 2017.


La manifestazione parte dal Maschio Angioino. Si nota l'entrata del castello.


 

L'ufficio del governo e un cartello con scritto: "migrare è un diritto".

IL MEMORANDUM ITALIA-LIBIA

Il memorandum d’intesa, firmato dall’allora presidente italiano Gentiloni e dall’ex presidente libico Fayez al-Sarraj nel 2017, sancisce la cooperazione tra i due paesi <<per affrontare tutte le sfide che si ripercuotono negativamente sulla pace, la sicurezza e la stabilità nella regione del Mediterraneo>>, ossia  <<nel campo dello sviluppo, del contrasto all’immigrazione illegale, al traffico di essere umani, al contrabbando e sul rafforzamento della sicurezza delle frontiere>>, nel rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani, formalmente…


Lapidi e croci di carte su un telo blu.

Di fatto si affida il controllo della migrazione, e quindi della frontiera, alla sedicente Guardia costiera libica (ritenuta connivente con gli stessi trafficanti) e al governo che regola i centri di detenzione (centri ufficiali e non) dove avvengono dei veri e propri crimini contro l’umanità, che vanno dalla riduzione in schiavitù allo stupro, passando per l’omicidio, ed evitando il soccorso in mare cui saremmo vincolati giuridicamente… Ma anche non immaginando e applicando altre misure che potrebbero porre fine ai “viaggi della speranza”, iniziando dall’apertura di corridoi umanitari per arrivare a una più utopica fine del proibizionismo delle migrazioni (desiderabile da chi scrive quest’articolo).