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7.3.26

NÉ TEOCRAZIA, NÉ “ESPORTARE” DEMOCRAZIA: FERMIAMO LA DISTOPIA CONTEMPORANEA!

Abbiamo iniziato a varcare l’uscio della III guerra mondiale con l’ “Operazione Martello di Mezzanotte”, così è stato soprannominato l’attacco israelo-statunitense all’Iran. Intanto, su giornali, tv e social, passa in secondo piano la rete infernale di Epstein, che per adesso sfiora pure l’Italia, dove si continua a parlare di Garlasco, famiglia del bosco, Sanremo, Olimpiadi e calcio...

Questo pseudo-editoriale parte dalle dichiarazioni contraddittorie sulle ragioni dell’attacco, per poi fare un passo indietro all’11 Settembre e a quel processo, promosso dai familiari delle vittime, che dovrebbe accertare le sospettate responsabilità dell’Arabia Saudita nell’attentato che ha innescato le cosiddette “guerre al terrorismo” per “esportare la democrazia”.

Nella conclusione trovate gli scenari ancora più distopici dell’attuale cacotopia che dobbiamo assolutamente scongiurare, insieme a un po' di "filosofia spicciola" in stile fanzina.



In alto uno screenshot del sito della Casa Bianca: il 25 Giugno 2025 Trump dichiarava che i pesanti bombardamenti statunitensi avevano "annichilito" ("obliterated") le strutture del programma nucleare iraniano. Affermare il contrario era falso, e a corraborare la dichiarazione di Trump c'era Commissione sull'Energia Atomica Israeliana: "l'abilità iraniana di sviluppare armi nucleari è stata rallentata per molti anni". Sotto l'immagine di un bombardamente a Teheran: si vede una donna avvolta da un velo nero guardare impaurita verso il cielo, in primo piano. Sullo sfondo di una via cittadina, si alza un'enorme colonna di fumo.

In alto uno screenshot del sito della Casa Bianca: il 25 giugno 2025 Trump dichiarava che i pesanti bombardamenti statunitensi avevano "annichilito" ("obliterated") le strutture del programma nucleare iraniano. Affermare il contrario era falso, secondo Trump. 
A corraborare la sua dichiarazione c'era la Commissione sull'Energia Atomica Israeliana: "l'abilità iraniana di sviluppare armi nucleari è stata rallentata per molti anni".


UNA GUERRA SENZA RAGIONI LEGALI E OBIETTIVI CHIARI

22.2.26

DAANES RAREFATTA. ROJAVA RESISTE IN UN’INTEGRAZIONE DIFFICILE

DALLA CADUTA DI ASSAD ALL’ASSEDIO DEL ROJAVA (CHE SUCCEDE IN SIRIA PARTE 2)


Torniamo a parlare di Siria e dell’unica democrazia del Medio Oriente, “il Rojava”, parola che indica letteralmente l’ovest della regione curda e per estensione quella che era l’intera DAANES. Di questa, attualmente, restano e resistono soltanto due lembi di Rojava senza continuità territoriale in un complesso e controverso percorso di integrazione con il nuovo governo siriano. Precisamente, le aree che non sono cadute sotto il completo controllo del presidente ad interim al-Shara’ sono quelle di Kobane, Qamislo e al-Hasaka.

Per chi fosse interessatə ad approcciare o anche approfondire questi argomenti, consigliamo un altro articolo pubblicato nella sezione di “Geopolitica Popolare” di Fanrivista pubblicato a fine 2024. In quel periodo, in poche ore, con il supporto più o meno manifesto di diverse potenze statali, il dittatore Assad è stato rovesciato. Fino ad allora il nuovo presidente ad interim, quando era manifestamente un estremista jihadista, si faceva chiamare al-Jolani.

CHE SUCCEDE IN SIRIA (Parte 1).


Altri contenuti collegati pubblicati da Fanrivista, insieme alle fonti usate per questo articolo, li troverete nei link che accompagnano il testo. Leggetelo con calma e criticatelo senza pietà se lo ritenete necessario!



La mappa della Siria che cristallizza il controllo territoriale a fine Gennaio 2026: in verde le zone controllate dal governo di transizione, in giallo quello che resta della DAANES ai confini con la turchia, in viola la zona occupata da Israele e non lontano, più a est in fucsia, le zone controllate dai drusi.  In alto a sinistra il momento in cui una folla, a Taqqa, abbatte una statua che rappresenta una combattente delle YPJ.  Al centro in alto al-Jolani in tenuta da combattente, nel manifesto diffuso con la taglia sulla sua testa: lui indossa un turbante e si nota la scritta: “Stop this terrorist. Upt to 10 million reward”. A destra, invece, al-Jolani in qualità di presidente ad interim della Siria in giacca e cravatta.

La mappa della Siria che cristallizza il controllo territoriale a fine Gennaio 2026: in verde le zone controllate dal governo di transizione, in giallo quello che resta della DAANES, in viola la zona occupata da Israele e in fucsia le zone controllate dai drusi.

In alto a sinistra il momento in cui una folla, a Taqqa, abbatte una statua che rappresenta una combattente delle YPJ.

Al centro al-Jolani in tenuta da combattente, nel manifesto diffuso con la taglia sulla sua testa. A destra, invece, al-Jolani in qualità di presidente ad interim della Siria. Adesso non si fa chiamare più con il suo nome di battaglia. 




AGGIORNAMENTO DEL 28/08/2026


  • Il 25/8/26 Mazloum Abdi, Comandante Generale delle Forze Democratiche Siriane, ha annunciato, in una conferenza stampa a Damasco, la fine del corpo militare, a guida curda, attivo dal 2015 nella lotta contro l’ISIS e nella difesa della DAANES. La dissoluzione delle FDS segue una serie di accordi, scontri e incontri con il nuovo governo siriano (di cui si parla nell'articolo che segue), e uno dei punti da implementare “entro l’anno” riguarda il diritto di imparare la lingua della minoranza curda.

  • Il giorno dopo, il Comando Generale delle YPJ, le unità di protezione femminili, parte delle FDS e preesistenti a esse, si sono incontrate con il Ministero degli interni siriano, discutendo anche di uno dei problemi più spinosi per il governo guidato dall’ex capo di al-Nusra, la sezione siriana di al-Qaeda, ovvero al-Jolani, nome di battaglia del presidente ad interim al-Sharaa: l’integrazione delle combattenti femminili in una formazione autonoma all’interno delle nuove strutture governative. Il Comando ha annunciato che gli incontri continueranno.




I NUOVI CLIENTI DEGLI USA E IL LAVORO SPORCO DI “CARCERIERE” DELL’ISIS

Nell’Asia Occidentale continua il genocidio palestinese più in sordina, con il colpevole e sostanziale silenzio della comunità internazionale.

Il popolo iraniano manifesta la sua insofferenza verso il regime degli ayatollah, mentre i sostenitori dello scià e delle democrature occidentali provano a cavalcare e fomentare le proteste, minandone la stessa legittimità.

E intanto, in Siria, il nuovo governo di Ahmad al-Shara è riuscito a unificare formalmente quasi tutto il paese dopo aver duramente represso diverse minoranze, e dopo le alleanze con quelli che erano stati i suoi nemici giurati, nonché carcerieri, gli USA. L’ex membro di al-Qaeda, all’epoca noto come al-Jolani, ha avviato un’operazione comunicativa brillante per ripulire la sua immagine pubblica. Si è tolto letteralmente i panni di guerrigliero e ha indossato giacca e cravatta, ha dichiarato di volere una Siria inclusiva, ha approvato qualche provvedimento di facciata per riconoscere diritti e festività ai gruppi minoritari, ed è stato clamorosamente accolto a braccia aperte nei maggiori consessi internazionali. Eppure, negli ultimi mesi, le milizie jihadiste che adesso indossano l’uniforme dell’esercito nazionale hanno perseguitato drusi, alawiti e curdi.

Attacchi culminati con l’assedio e la conquista di gran parte della DAANES (acronimo di Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord-Est), la regione de facto autonoma del nord-est della Siria nota ai più con la sineddoche “Rojava”, ovvero il “Kurdistan dell’Ovest”, difesa dalle “Forze Siriane Democratiche” (SDF è l’acronimo in inglese). Il “Rojava” è probabilmente l’unica democrazia del Medio Oriente, un esperimento amministrativo che, con tutte le sue fragilità, criticità e limitazioni, è considerato l’avanguardia e la degna continuazione dei tanti processi rivoluzionari socialisti falliti nella storia, solitamente perché degenerati in autoritarismo, dittatura e totalitarismo.

31.12.24

CHE SUCCEDE IN SIRIA? CHI GOVERNA ORA?

LA CADUTA “MORBIDA” DI ASSAD, IL RUOLO DI TURCHIA E ISRAELE, LE FAZIONI IN CAMPO, LE RELAZIONI CON LA PALESTINA, IL SUPPORTO DELL’ESTREMA DESTRA ITALIANA E DEI POST-FASCISTI DEL GOVERNO MELONI AD ASSAD

La caduta di Assad porterà a una nuova Siria democratica, a un’altra dittatura o a ulteriori scontri guidati da vari signori della guerra? La rivoluzione siriana è giunta a compimento oppure siamo solo di fronte a un cambio di regime? Queste sono le domande che in molti si pongono dopo l’offensiva iniziata a fine Novembre, preparata da almeno un anno, e culminata l'8 dicembre con un’inaspettata presa di Damasco, abbandonata dalle forze pro-regime senza combattere. 

Alla gioia per la sconfitta di un dittatore si sovrappone la diffidenza verso chi lo ha abbattuto e nei confronti di chi già ne sta approfittando (Israele e Turchia in primis), dopo quasi cinque anni di stallo militare e dopo la morte di almeno mezzo milione di persone in quattordici anni di guerra civile. 

Iniziamo a cercare delle risposte collettivamente con un articolo di “geopolitica popolare”. Un post studiato sia per chi già si interessa di Asia Occidentale (Medio Oriente secondo la definizione coloniale) sia per chi non ha idea di dove la Siria si trova sulla mappa, con analisi e dettagli assolutamente non trascurabili, che non trovano spazio sulla stampa che va per la maggiore. Con gli articoli di geopolitica popolare ci sforziamo di comprendere insieme -almeno in parte- quali sono gli sfaccettati interessi di singoli e potenze statali. L'obiettivo della geopolitica non dovrebbe essere tanto capire come i confini geografici influiscono sulle decisioni politiche, ma come le politiche dal basso possono farci tendere verso un mondo utopico e senza confini. Il giornalismo dovrebbe cercare di chiarire le idee partendo dalle basi, fornendo delle nozioni basilari storiche che permettono di inquadrare meglio il contesto della “storia iper-contemporanea”. Invece il mercato editoriale si limita a sfornare continuamente notizie lampo e approfondimenti destinati a essere compresi solo dagli “addetti ai lavori”.



Sopra la scritta “CHE SUCCEDE IN SIRIA? CHI GOVERNA ORA?”. Sotto un elenco: -LA CADUTA “MORBIDA” DI ASSAD ; -LE FAZIONI IN CAMPO; -IL RUOLO DI TURCHIA E ISRAELE; -LE RELAZIONI CON LA PALESTINA; --IL SUPPORTO DELLA DESTRA ITALIANA AD ASSAD. In alto a destra la bandiera della nuova Siria (tre bande orizzontali, verde, bianca e nera, e tre stelle rosse al centro). Uno schema con i principali schieramenti (descrizione approfondita nell’altra immagine del post) e una mappa dell’offensiva israeliana. Al centro una mappa della Siria con alcune zone colorate (più dettagli nella descrizione dell’altra immagine del post); a sinistra un manifesto con una foto con al-Julani con una barba incolta e un copricapo e le scritte: <<Stop this Terrorist”; “Up to 10 Million $ Reward”>>; a destra al-Jolani oggi,con una barba più curata e senza copricapo. Sotto 3 vignette con delle “Polandball” o “Countryball”, delle palline che rappresentano vari stati e attori del conflitto siriano. Vignetta Polandball del 2011: una grande pallina con la bandiera della Siria e una più piccola con la nuova bandiera della Siria si guardano minacciosamente. La più piccola ha un cartello con la pallina della Siria e due “x” sugli occhi.Vignetta Polandball del 2014: al centro la pallina dell’ISIS è diventata grandissima. Ha due fucili puntati a sinistra e a destra. A sinistra tre palline più piccole con i soliti AK-47: le palline del regime siriano e dei ribelli si schiacciano reciprocamente la fronte, mentre quella di al-Nusra sta al fianco sia dell’ISIS che dei ribelli. A destra un cartello con scritto “Kobani” e la pallina del Rojava ferita, testa fasciata e una piccola pistola. Alla sua destra la grande pallina degli USA che indossa occhiali da sole e osserva. Vignetta Polandball del 2018: a sinistra l’infastidita pallina russa spazza con la scopa, mentre dietro un recinto con la sigla “DMZ” (Demilitarized Zone) ci sono la pallina dell’HTS e dei ribelli. La pallina del regime siriano sta ferma con il suo kalashnikov. A destra la palla USA beve una Cola con una cannuccia mentre sembra allontanarsi. Sotto di lei la pallina turca taglia con una lama la fronte di quella del Rojava che, insanguinata, continua a imbracciare il suo fucile d’assalto.



Proviamo a capire cosa succede ricapitolando le tappe principali della guerra civile siriana, iniziata durante le “Primavere Arabe”. Dopo aver fornito qualche semplice elemento sul contesto storico-politico passiamo a vedere molto schematicamente quali sono le principali forze sul campo.

Difficilmente riuscirete a leggere questo articolo tutto d’un fiato. Va letto con calma, magari ritornandoci più volte sopra e prendendosi qualche pausa. Alla fine la vostra pazienza sarà ripagata. Se così non fosse disprezzateci pure nei commenti. Siamo convintə che i vari paragrafi in cui è strutturato potranno essere usati anche come materiale da consultare all’occorrenza per lə studiosə di ogni ordine e grado. Così sarà più semplice orientarsi tra la marea di nomi e sigle, oltre ad acquisire nozioni essenziali e punti di partenza per ricerche più approfondite (nei vari link troverete sia i riferimenti che ulteriori spunti di approfondimento). Per questo vi consigliamo di salvarvi questo “libricino” di pagina web tra i preferiti o, se vi è più congeniale, di stamparla… Buona lettura e buone lotte!

13.10.24

COME FERMARE COMMERCIO E TRAFFICO DI ARMI?!

OSSERVARE PER DENUNCIARE E DISUBBIDIRE: DALLA NASCITA DELL'"OSSERVATORIO DELLE ARMI NEI PORTI EUROPEI E MEDITERRANEI, THE WEAPON WATCH" AL RUOLO DELLA NATO E DEL COMPLESSO MILITARE-INDUSTRIALE, PASSANDO PER LA TRABALLANTE "LEGALITÀ INTERNAZIONALE"

Sullo sfondo si intravedono e si affastellano delle tabelle e un digramma a torta. Su di esse si intravedono scritte evidenziate come "Israele", "bombe, munizioni, software" e "documento interno della decima legislatura. Al centro una pila di banconote da 50 euro con sullo sfondo decine di proiettili. In alto a destra e in basso a sinistra delle immagini di aerei di combattimento. In basso a destra la sagoma di un soldato. Al centro e a sinistra il disegno di un carro armato visto dall'alto.


In questi ultimi anni commerci e traffici di armi tornano prepotentemente a essere dei temi di pressante e urgente attualità. Lo sono insieme alle azioni di disobbedienza civile e alle inchieste che svelano rapporti politico-militari indecenti e indicibili, ma men che mai segreti.

Dieci giorni fa "Altreconomia" ha smentito il governo, dopo una conferma della "Leonardo SPA", la principale azienda militare italiana: la Repubblica italiana ha continuato a fornire armamenti a Israele. Lo ha fatto inviando dei pezzi di velivoli utili all'addestramento di chi potrebbe sganciare bombe in Palestina e in Libano, nonché fornendo supporto da remoto per l'addestramento

Una settimana fa l'"Unione Sindacale di Base" ha indetto una protesta presso l'aeroporto civile di Montichiari di Brescia: da Giugno alcuni lavoratori denunciano il transito di materiale bellico con tutta una serie di implicazioni etiche e di sicurezza

Intanto, anche i lavoratori portuali europei sono in allerta per gli stessi motivi proprio in queste ore. Mentre chiudiamo quest'articolo l'ultima posizione pubblica della nave "MV Kathrin", battente bandiera portoghese, risulta essere nelle vicinanze di Malta: partita dal Vietnam e diretta a Capodistria, trasporta esplosivi diretti anche in Israele. Tra i primi a denunciare il mortifero carico è stata Francesca Albanese. All'appello per non permettere le operazioni di carico e scarico si sono unite tantissime associazioni, inclusa Amnesty. La Namibia aveva revocato il permesso all'attracco, cosa che permette di evitare anche responsabilità legali legate alla Convenzione sul Genocidio. Stando a quanto riportano le cronache, pare che anche Malta abbia negato alla Kathrin il permesso di entrare nelle proprie acque territoriali, mentre altre navi gli avrebbero portato carburante in attesa di trovare un porto nell'Adriatico.

Questo genere di denunce e di atti di disobbedienza da parte della società civile assume una cruciale importanza in relazione ai crimini commessi da diversi stati, a partire dal regime di apartheid israeliano. Bisogna opporsi ai tentativi, appoggiati più o meno tacitamente dai nostri stessi governi, di riscrivere le leggi di guerra.

Sabato 28 Settembre abbiamo seguito un evento organizzato presso lo spazio autogestito partenopeo "Santa Fede Liberata". All'incontro, intitolato "La guerra comincia qui: fermiamola!", si è discusso della logistica della guerra, delle leggi che regolano trasferimenti di armi e di disobbedienza civile. Ospite era Carlo Tombola dell'"Osservatorio sulle Armi Nei Porti Europei e Mediterranei", The Weapon Watch".

Questo articolo rappresenta una sintesi di quello che si è detto ma, soprattutto, cerca di offrire degli spunti di discussione e di azione, insieme a diversi approfondimenti.

Partiamo con una sintesi molto schematica e iper-semplificata della guerra civile yemenita, messa in relazione alle violazioni del diritto internazionale che vediamo anche in Palestina e Libano. Passiamo poi a parlare di una storica azione di disobbedienza civile dei portuali genovesi, che ha impedito l'attracco di una nave diretta in Arabia Saudita, un esempio di ribellione non violenta da attuare quando le leggi non funzionano o sono ingiusteContinuiamo parlando delle normative che dovrebbero regolare i conflitti e la vendita di armi, e in particolare della legge 185 del '90, il cui spirito originario è stato disatteso negli anni. Con l'attuale governo le cose potrebbero peggiorare, e le attuali garanzie minime di trasparenza sul commercio delle armi potrebbero essere completamente stravolte...

Concludiamo con alcune considerazioni "geopolitiche", per così dire, insieme al mutato ruolo della NATO nell'attuale contesto globale. 

Inoltre abbiamo aggiunto questo post anche nella rubrica "Dati Parziali". Infatti, come dimostra una breve ricerca inclusa nelle prossime righe, i dati pubblici, che dovrebbero aiutare parlamento e società civile a esercitare un controllo sulla vendita di armi e sull'esecutivo, sono talmente "spezzettati" da risultare praticamente incomprensibili al lettore medio, e solo parzialmente decifrabili da occhi ben più esperti, quelli di alcuni esponenti della società civile e del variegato "fronte pacifista" che da anni studiano le relazioni previste dalla 185/90.

L'articolo che vi apprestate a leggere è un esempio di giornalismo sperimentale, un articolo "long form" in stile "slow journalism", che contiene al suo interno diversi "articoletti". Difficilmente riuscirete a leggerlo tutto d'un fiato... Per questo vi consigliamo di leggerlo con calma, ritornando più volte su questa pagina o salvandola. Oppure, perché no, stampandolo, se preferite l'esperienza cartacea. Siamo sicurə che alla fine troverete molti elementi utili di "geopolitica popolare" e sulla legislazione italiana che dovrebbe regolare il commercio d'armi e impedirne il traffico (si tenga a mente che la parola "traffico" indica dei trasferimenti di armi al di fuori di ciò che è considerato legale). Se non sarà così criticateci nell'apposito spazio dedicato ai commenti. In caso contrario, potrete mostrarci apprezzamento e fornire ulteriori spunti di riflessione sempre nei commenti. Buona lettura.


I CRIMINI DI GUERRA IMPUNITI IN YEMEN, IL BLOCCO DELLA "BAHRI YANBU" E LA NASCITA DI "THE WEAPON WATCH"

Nel caotico contesto della decennale guerra civile yemenita si scontrano gli interessi di diversi attori regionali e internazionali. Tralasciando la presenza di Al-quaeda e di altre formazioni, i due schieramenti principali sono rappresentati dagli Houthi, alleati dell'Iran (nonché noti ai più per le recenti azioni di sabotaggio delle navi commerciali nel Mar Rosso) e da una coalizione militare a guida saudita ed emiratina supportata dai paesi "occidentali" (Stati Uniti e Regno Unito in prima fila). Per avere un quadro sintetico delle forze in campo va ricordato che Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, alleati contro Houthi ed Iran, supportano due fazioni diverse all'interno del Consiglio di Presidenza che guida la repubblica yemenita, rispettivamente quella unionista del nord e quella separatista del sud.

La guerra civile yemenita può essere inquadrata come uno dei "conflitti per procura" (proxy wars in inglese) tra Iran e Arabia Saudita, guerre semplicisticamente rappresentate come dei conflitti tra sciiti e sunniti (le "famiglie" principali della religione islamica, storicamente rappresentate dai due paesi e che, a loro volta, contengono una serie di divisioni al proprio interno). Sicuramente ci sono dei fattori etnico-religiosi alla base di queste guerre, ma le ragioni principali risiedono nel controllo politico ed economico del Medio-Oriente e nella proiezione di influenza in altre aree del pianeta da parte di varie potenze, interessi su cui si innestano mire imperialiste di vari "imperi" (o aspiranti tali) e delle rispettive "corti".

Dopo questa non esaustiva ma necessaria premessa andiamo all'oggetto principale di questo post. Nella nostra epoca, dominata dalla cultura consumista e capitalista, il nocciolo del problema dei traffici di armi risiede in un ordine mondiale e in un sistema socio-economico fondato sull'accumulazione di potere. Imbracciare le armi, e più in generale ricorrere alla violenza, dovrebbe essere una scelta estrema, da attuare solo per difendersi, non per imporre la propria egemonia. E nemmeno per far alzare il "PIL", il volume d'affari, con fruttuosi e mortiferi commerci in armamenti, finalizzati a "risolvere" le crisi generate dallo stesso sistema economico conquistando nuovi "mercati" e ampliando la schiera degli sfruttati. Per questo la nostra Costituzione ripudia la guerra come risoluzione dei conflitti, per questo il diritto internazionale dovrebbe imporre dei limiti a come vengono condotte le guerre, proteggendo in particolare i civili, oltre che porre argini a un sistema capitalista senza freni, ispirato dalla religione del profitto. Un sistema guidato dal cosiddetto "complesso militare industriale" di cui i governi nazionali sono dei meri burattini. I principi nazionali (l'Italia ripudia la guerra) e sovranazionali (le leggi che regolano la conduzione delle guerre, incluse quelle sulle forniture di armamenti), non sono stati rispettati in Yemen.

Nella guerra civile yemenita tutte le parti in conflitto si sono macchiate di palesi violazioni delle leggi internazionali. Abitando però nella parte "occidentale" del pianeta abbiamo il dovere primario di occuparci di quelle commesse dalla nostra "parte"Da anni svariate ONG internazionali, supportate da indagini delle Nazioni Unite, denunciano la commissione di diversi crimini in Yemen da parte della coalizione a guida saudita, commessi con supporto e armi forniti da noi, dalle nostre energie intellettuali ed economiche, dalle nostre menti, dai nostri portafogli e, quindi, con la nostra complicità. Da anni queste denunce sono rimaste sostanzialmente inascoltate, così come gli appelli a smettere di inviare armi usate in palese contrasto delle più elementari norme giuridiche (distinguere i combattenti dai civili, colpire un obiettivo militare solo se strettamente necessario e facendo il possibile per limitare i cosiddetti "danni collaterali", non affamare la popolazione civile, non attaccare personale umanitario, ospedali, scuole, ecc.) oltre che quelle del comune senso di umanità perduto. Tantissime uccisioni di persone innocenti potevano e dovevano essere evitate, tantissime persone dovrebbero prendersi la responsabilità e rendere conto di questi crimini affinché non si ripetano. Invece vige un sostanziale regime di impunità che ha raggiunto il suo apice con la guerra genocida a Gaza e in Cisgiordania, con violazione brutali e grossolane delle leggi di guerra -il cosiddetto "diritto umanitario internazionale". Leggi che vengono riscritte in favore dei nostri "alleati economici" con un'ipocrisia e un livello di mistificazione parossistico e tragicomico, supportato da una schiera di colleghi giornalisti pennivendoli (quando non direttamente coinvolti in delle campagne di propaganda, magari supportate da reparti militari e di intelligence, appositamente dedicati alla guerra tramite la comunicazione). Putin ha invaso uno stato sovrano ed è sbagliato, ma perché non si dice che è sbagliato invadere e mantenere una dittatura militare, un regime di apartheid (definizione legale dell'occupazione israeliana, stabilita dalla traballante legalità internazionale) in piedi in Palestina almeno dal 1967?! Forse perché ci sono delle persone che disgustosamente accusano di antisemitismo chiunque osi mettere in dubbio la presunta legittima difesa israeliana, che in realtà è una decennale punizione collettiva e sproporzionata, che ha prodotto il crimine efferato del 7 Ottobre, sfruttato come pretesto per legittimare un'altra serie di stragi. Così strumentalizzano la tragedia degli ebrei senza terra per legittimare una politica coloniale iniziata con la dichiarazione unilaterale della nascita di uno stato, oggi teocratico ed etnocratico, in violazione del diritto internazionale, fondato sullo sfollamento forzato, sullo stupro e sui massacri della popolazione nativa?! Forse si può dire che Putin è un "pazzo", ma non Netanyahu, anche perché diverse "aziende-vassalle" traggono profitto da questo caos (si pensi agli accordi che l'ENI ha stipulato con il governo israeliano per cercare e sfruttare i giacimenti di gas a largo delle coste di Gaza, poco dopo l'inizio della guerra genocida).

3.8.24

LA STRUMENTALIZZAZIONE DELL'ATTACCO DI MAJDAL SHAMS

L'ENNESIMA PROVOCAZIONE DELLA TEOCRAZIA ISRAELIANA A QUELLA SCIITA


Torniamo a parlare dell'attacco di Majdal Shams per le rubriche "Chekka Il Fatto" e "Come va a finire?". 

Il luogo dell'attacco: la recinzione del campo da calcio è divelta. Sul cratere provocato dal razzo o dal missile le corone di fiori. Sulla sinistra si intravede il rifugio antibombardamento.
Immagine del luogo dell'attacco di Nizzan Cohen da Wikimedia rilasciata con licenza CC


La tragedia della morte di almeno 12 tra bambini e adolescenti drusi mentre giocavano a calcio è stata strumentalizzata dalle autorità di occupazione israeliane, rappresentata in maniera non corretta dalla stampa mainstream, la "scorta mediatica" che con la sua disinformazione e propaganda sta contribuendo al genocidio palestinese e ci sta portando sull'orlo di una guerra totale. 

Infatti le vittime erano siriane, non avevano la cittadinanza israeliana (a differenza di quanto affermato dal portavoce delle forze di occupazione israeliane) e quel villaggio non si trova in Israele, ma nei territori da cui Israele dovrebbe ritirarsi secondo quanto sancito dal diritto internazionale.

Infine la versione israeliana, secondo cui il razzo sarebbe stato lanciato da Hezbollah, non è stata confermata dall'UNIFIL, come è stato detto più volte in questi giorni.



NON È STATO COLPITO IL TERRITORIO ISRAELIANO, MA UN'AREA CHE ISRAELE HA ANNESSO ILLEGALMENTE

Intorno alle 18 del 27 Luglio un razzo si è abbattuto su un campo da calcio nel villaggio di Majdal Shams, territorio delle alture del Golan occupato da Israele e che apparterrebbe alla Siria. Sono morti almeno dodici tra bambini e adolescenti e altre decine i feriti

La prima fake-news della stampa mainstream (deliberatamente o accidentalmente errata) consiste nel riportare che sarebbe stato colpito il territorio israeliano: quella parte di Golan apparterrebbe alla Siria, è stata occupata nel '67 da Israele e poi annessa illegalmente nell'81 a mezzo voto parlamentare. La risoluzione 242 del '67 dell'ONU afferma che Israele dovrebbe ritirarsi da tutti i territori occupati (Gaza e Cisgiordania inclusi). La 497 dell'81 considera nullo il provvedimento della <<forza occupante (...) riaffermando che l'acquisizione di territorio tramite l'impiego della forza è inammissibile>>. Sicuramente è ben più che accettabile per le leggi coloniali del mercato, per accaparrarsi risorse preziose come acqua e petrolio... Come spiega il Palestine Chronicle anche in questi territori occupati ci sono insediamenti coloniali, anche qui le risorse come l'acqua vengono rubate alla popolazione indigena e rivendute a essa stessa, naturalmente a prezzo maggiorato rispetto a quello che pagano i coloni. E, infatti, proprio la popolazione di Majdal Shams è stata alla testa di diverse rivolte e azioni di disobbedienza civile nell'area. È significativo notare che il nome di una vittima, il cui corpo è stato smembrato e riconosciuto solo dopo specifici accertamenti, era "Guevara", come "il Che".


mappa delle alture del Golan, con in evidenza la parte di territorio annessa e occupata da Israele

22.1.24

LE MERCI NON SI TOCCANO! I CIVILI SÌ…

Parliamo dell’ipocrisia del “dis-ordine” internazionale ragionando sulle azioni di sabotaggio nel Mar Rosso e sull’invio di militari per proteggere le merci invece che le persone.

 

Una nave che porta container

RIDUZIONE DEL TRAFFICO COMMERCIALE MARITTIMO E “RIDUZIONE” DI VITE UMANE

In questi ultimi tre mesi abbiamo assistito a un massacro senza precedenti di civili, medici, operatori sanitari, giornalisti e funzionari delleNazioni Unite a opera dei fascio-sionisti e fanatici messianici israeliani, dopo un atto illegittimo e un eccidio terribile compiuto dalla più conosciuta delle fazioni della resistenza palestinese, Hamas. Quell’atto illegale però non può invalidare la resistenza in toto, anche armata (come abbiamo spiegato tra queste pagine intervistando Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei territori occupati). 

Gran parte dei potentati occidentali (quelli mediatici inclusi) caldeggiano la “legittima difesa israeliana” che in realtà è “illegittima offesa”, una punizione collettiva di un popolo che vive da decenni sotto una brutale occupazione militare. Ma soprattutto sono interessati a difendere il principale “cliente” della NATO nell’area, Israele per l’appunto, baluardo degli interessi imperialisti occidentali in Medio Oriente.

Negli ultimi mesi i “Partigiani di Dio” filo-iraniani, noti come Houthi, hanno avviato una serie di azioni di sabotaggio contro le navi commerciali che transitano nel Mar Rosso, delle azioni di disturbo che minacciano il transito di merci in una delle principali rotte del commercio globale, quella che passa per il Canale di Suez, con l’intento dichiarato di fermare l’invasione di Gaza. 

25.12.22

LA COMUNITÀ IRANIANA IN PIAZZA (DANTE E NEL MONDO)

FUORI LA REPUBBLICA ISLAMICA DALL’ITALIA!




LA MORTE DI MAHSA E LE MINACCE AI MANIFESTANTI FUORI DAI CONFINI DELLA REPUBBLICA ISLAMICA

Lo scorso 16 Settembre Mahsa Amini, 22enne curda e iraniana, veniva arrestata a Teheran, colpevole di non aver indossato correttamente il velo, mentre era in vacanza con la sua famiglia: viene comunicato loro che la punizione della giovane consisterà nel seguire un corso sul corretto uso dell’hijab. Viene poi condotta in una stazione di polizia ma da lì non uscirà più cosciente: le ferite sul suo corpo e alcune testimonianze provano che è stata picchiata. La giovane morirà dopo un paio di giorni in coma in un ospedale.

3.12.22

"EMBARGO MEDIATICO” IN ROJAVA

FERMIAMO L’ESCALATION MILITARE

Siamo a 16 giorni dall’inizio dell’operazione “Spada ad artiglio (alcuni la traducono come “Artiglio Spada”, in inglese “Sword Claw”) con bombardamenti aerei, droni, cannoni e carri armati da parte del governo turco nel territorio siriano del Rojava, spacciata come vendetta per l’attentato di Istanbul e violando per la prima volta lo spazio aereo controllato da Russia e USA (anche se alcuni ipotizzavano una complicità della prima, in antitesi alla tesi della violazione).




Foto di un giacimento di petrolio in fiamme tratta dal sito delle YPJ. Nel paragrafo che segue si parla anche della questione energetica in Rojava



IL BILANCIO DELLE VITTIME E L’INTRICATO CONTESTO DELLA GUERRA CIVILE SIRIANA

Stando alle cifre diffuse dalle autorità del Rojava sono stati effettuati all’incirca almeno 4000 attacchi con aerei, droni e veivoli comandanti a distanza, artiglieria pesante e carri armati (mentre da tempo si denuncia e si indaga anche sul possibile uso di armi chimiche). Almeno 15 le vittime civili, la maggioranza morte in uno dei primi attacchi la notte del 19 Novembre, a Derik. In quell’attacco si è usata la tattica “Double Tap”, che consiste nel lanciare un primo bombardamento e, una volta che i soccorsi arrivano sul posto, attuarne subito un altro, in questo caso specifico con un drone. Secondo la testimonianza di un cittadino, Mihemed Ebddurehim, il secondo attacco, in cui è rimasto ucciso anche un cronista, è avvenuto <<dopo che le forze americane erano giunte sul posto. Uno di loro è sceso dalla macchina e ha guardato il suo telefono per poi andarsene via di fretta>>. I soldati, mercenari e agenti di polizia delle forze speciali colpiti e uccisi dalle SDF e dalle formazioni militari collegate sarebbero più di 20. Le perdite si aggirerebbero intorno alle 20 unità, includendo anche i soldati che gestiscono i centri di detenzione dei miliziani dell’ISIS, quasi 30 se si includono anche le forze del governo siriano. Svariati i feriti in circa 80 centri abitati, e 22.000 studenti hanno dovuto fermare i loro studi: in Rojava studio e formazione sono fondamentali e difficilmente vengono interrotte nonostante le difficoltà.

Stando invece alle dichiarazioni del governo turco sarebbero almeno 250 i militari uccisi degli schieramenti avversari (incluse le forze di Assad) negli attacchi e quasi 500 gli obiettivi colpiti. Sarebbero tre i civili uccisi da un colpo di artiglieria che pare sia partito da Kobane, secondo le autorità turche addebitabile ai “terroristi del PKK e delle YPG”, e caduto vicino a una scuola.

Il governo siriano nega di aver risposto al fuoco e bisogna ricordare che lungo tutto il fronte (circa 700 KM) -oltre che nello scenario più ampio della guerra civile siriana- operano, oltre ovviamente ai soldati statunitensi, anche i russi e le truppe di Hezbollah filo-iraniane (che supportano principalmente il regime siriano e che potrebbe uscire rafforzato da questo conflitto), i siriani filo-Assad schierati con le SDF, la forza militare del Rojava a maggioranza curda: l’ “avvicinamento” tra questi due si va consolidando proporzionalmente alla minaccia turca. Quella della cooperazione con il regime di Assad, con cui esiste una sorta di “patto di non aggressione”, rappresenta un “scelta obbligata”, il “male minore” rispetto a quella che sarebbe una vera e propria pulizia etnica dei curdi da parte turca. Per questo il partito “barzaniano” KNC, opposto al PYD nel Consiglio Democratico Siriano -il “parlamentino”della regione autogovernata- all’accusa di dispotismo del Partito dell’Unione Democratica aggiunge quella di essere pro-Assad. A sua volta il PYD accusa il Consiglio Nazionale Curdo di essere in combutta con la Turchia e con le forze ribelli siriane a essa vicine).

La strategia militare del regime turco è chiara (così come quella mediatica): si inizia con bombardamenti aerei e via terra per “indebolire” la resistenza e la popolazione del Rojava (che non è formata solo da curdi, come spieghiamo e ribadiamo più avanti): bombe vengono lanciate contro ospedali, impianti per la produzione di grano, centrali a gas e idroelettriche (in una zona in cui l’elettricità c’è solo per poche ore al giorno) e anche i giacimenti di petrolio strettamente essenziali alla sussistenza e gestiti con un sistema economico cooperativo anti-monopolista: la maggioranza dell’energia nel Nord-est della Siria è idroelettrica e una parte minore è generata dal diesel, un tipo di cherosene altamente inquinante ma purtroppo anche l’unica risorsa per riscaldare appartamenti e mettere in moto veicoli, dato che la costruzione di nuove dighe (fondamentale anche per l’approvvigionamento d’acqua da bere e da usare in agricoltura, nonché uno dei “fronti energetici” del conflitto) e di componenti per i pannelli solari, così come di quelli per sviluppare raffinerie proprie per “emanciparsi” maggiormente dal regime siriano (che importa petrolio dal Rojava), è ostacolata da un embargo “de facto” dei paesi confinanti.

Gli attacchi alle infrastrutture sono quindi preparatori a una più vasta offensiva via terra (sarebbe le quarta a partire dal 2016): erano mesi che la popolazione dell’Amministrazione Autonoma del Nord Est della Siria (AANES) sentiva letteralmente “nell’aria” i preparativi militari attuati con diversi voli di ricognizione e posizionamenti lungo il confine. Ma il pretesto dell’attacco è stato servito su un piatto d’argento (se non addirittura “creato ad arte”) con l’attentato di Istanbul del 14 Novembre.

Infine il Comando centrale delle forse statunitensi ha confermato che un attacco con un drone ha messo in pericolo perfino le sue truppe.



21.11.22

ROJAVA E KURDISTAN IRAKENO SOTTO ATTACCO

IL SULTANO E IL SUO ESERCITO N.A.T.O. SFRUTTANO IL “PRETESTO”  DELL’ATTENTATO, MENTRE IL REGIME IRANIANO COLPISCE LA POPOLAZIONE DI CUI FACEVA PARTE ANCHE MAHSA AMINI, LA GIOVANE PESTATA A MORTE PERCHÉ NON PORTAVA CORRETTAMENTE IL VELO

Dopo l’attentato a Istanbul, attribuito dal regime di Erdogan con un’improbabile “inchiesta lampo” e in maniera goffa al PKK e alle YPG, nella notte tra Sabato e Domenica sono partiti i raid aerei turchi lungo il confine con l’Amministrazione autonoma della Siria del Nord-Est.

Si teme un escalation del conflitto di concerto con l'Iran. Tantissimi partecipano alle proteste in tutto il Rojava e ai funerali delle vittime civili, mentre le SDF annunciano <<vendetta>> e affermano che <<militarmente parlando, l’attacco terrorista turco nelle nostre aree e fallito>>.


L'immagine di un'automobile colpita a Derik, tratta dal comunicato delle YPJ



GLI ATTACCHI AEREI, IL BILANCIO DELLE VITTIME E LA RAPPRESAGLIA DELLE “HRE”

Un attacco con ottanta aerei Turchi contro il Kurdistan occidentale è stato lanciato circa due ore prima della mezzanotte del 19 Novembre, ed è continuato fino al mattino successivo. Il fronte che va da Kobane, città nota per l’eroica battaglia contro il sedicente Stato Islamico, fino a Derik, vicino al confine con il Kurdistan Irakeno, è lungo circa 700 KM. Le autorità turche hanno dichiarato di aver preso di mira e distrutto quasi novanta obiettivi.