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11.6.24

QUASI 300 UCCISI PER LIBERARE 4 OSTAGGI A GAZA

LE NARRAZIONI A SENSO UNICO DEL MASSACRO DI NUSEIRAT ("OPERAZIONE ARNON" O "SEMI D'ESTATE")

L'UNICA CHANCE DI NETANYAHU È LA PULIZIA ETNICA "DAL FIUME AL MARE" E RI-COLONIZZARE GAZA


Sullo sfondo i grigi scheletri degli edifici di una Gaza in rovine, avvolti da fumo e fiamme. Al centro uno "strillone" (ragazzo che vende giornali agli angoli delle strade, in inglese "newsboy") che strilla: <edizione straordinaria: è tutta colpa di Hamas! La vita di un palestinese non vale quanto quella di un israeliano>.
Dettaglio dell'mmagine sullo sfondo della Tasnim News Agency tratta da Wikimedia, rilasciata con licenza Creative Commons


Al campo profughi di Nuseirat l'8 Giugno, a tre giorni di distanza dall'ennesimo bombardamento di una struttura dell'UNRWA nella stessa zona, sono stati liberati 4 ostaggi di Hamas in un sanguinoso raid di due ore. L'esercito israeliano, con il supporto anglo-americano, ha causato almeno 274 morti palestinesi nell'operazione di salvataggio che è diventata un massacro (il secondo di questo tipo). 

Mentre ci fanno vedere le immagini e le storie degli ostaggi che si trovavano al rave "Supernova", il prossimo imputato per crimini di guerra Netanyahu che li va a salutare con il favore delle telecamere, l'euforia manifestata per il loro ritorno, non si tiene conto del fatto che la salvezza di quattro persone è costata la morte e il ferimento di un altro migliaio. Ciò conferma che una vita palestinese vale molto meno di quella di un israeliano, che i primi non sono completamente umani, che andrebbe bene sterminare l'intera popolazione di Gaza per salvare tutti gli ostaggi.

Si vedono i video dell'arrivo degli elicotteri e di Noa Argamani , definita "simbolo" del 7 Ottobre, ma su principali giornali e televisioni raramente hanno fatto vedere le devastazioni inflitte per l'"eroica" operazione.

Intanto la ONG Euro-Med Monitor denuncia che l'operazione ha violato svariati aspetti del diritto umanitario internazionale e chiede indagini per capire se gli USA hanno contribuito non solo fornendo intelligence, ma anche supporto logistico, tramite il molo temporaneo che dovrebbe servire solo a trasportare aiuti umanitari (e che, strana coincidenza, per alcuni giorni non ha funzionato).

Oltre a ricostruire nella maniera più approfondita possibile la dinamica degli eventi analizziamo anche la narrazione della stampa mainstream e le implicazioni giuridiche dell'azione militare.

La principale "scusante" per un costo di vite civili e di distruzione così alto risiederebbe nel fatto che Hamas si "mimetizza" tra la gente e usa la popolazione civile come "scudi umani": ciò, dal punto di vista del diritto internazionale (oltre che da quello morale, secondo l'opinione di chi scrive) non giustifica assolutamente questo genere di attacchi e la furia vendicativa-genocida. Si sta conducendo una guerra iper-tecnologica seguendo delle regole medioevali (con un uso massiccio delle più economiche e devastanti "bombe stupide"). Siamo tornati indietro di secoli in quanto a conquiste giuridiche, si stanno stabilendo dei pericolosissimi standard, ancora più mortiferi di quelli a cui ci eravamo "comodamente" abituati, ed è in pericolo l'intera umanità.

Dopo aver parlato di questi aspetti, nella seconda parte di questo post si trova un editoriale "incollato" all'articolo di cronaca: ricordiamo che anche Israele tiene in ostaggio migliaia di prigionieri in un sistema di apartheid giudiziario, e parliamo degli infausti scenari politici che dovrebbero portare a un cessate il fuoco, ostacolato dalla "vera" e confusa strategia di Netanyahu, più che da quella di Hamas, che probabilmente ripone le sue speranze in un intervento "divino" e che avrebbe comunque accettato, da tempo, le condizioni che USA e Israele dicono che continua a rifiutare. 

La strategia di chi crede nella libertà per tuttə, dal fiume al mare, dovrebbe essere un'altra: cercare verità, giustizia, far assumere a ognuno le sue responsabilità, unire le forze di quelle persone che hanno subito le conseguenza della guerra e che, nonostante ciò, hanno il coraggio di non volerla continuare.