LE ACCUSE ALL’UNRWA E L’IPOCRISIA DEL “DISORDINE INTERNAZIONALE”
I sospetti mossi dall’intelligence israeliana a mezzo stampa e da “UN Watch” su alcuni appartenenti all’“UNRWA”, l’Agenzia che supporta i servizi essenziali e i diritti umani dei palestinesi sfollati dal ’48, hanno comportato il congelamento dei fondi destinati a offrire un sollievo minimo a una popolazione militarmente oppressa e in ginocchio.
Quando invece l’esercito e i coloni-paramilitari compiono le peggiori barbarie in un regime di apartheid, quasi nessuno nei potentati governativi e mediatici occidentali chiede di tagliare forniture di armi e fondi per finanziare la guerra del vassallo mediorientale della NATO.
In questo post torniamo, perciò, a parlare dell’ipocrisia e dell’insufficienza dell’attuale “dis-ordine internazionale”, e del polverone mediatico che è stato alzato per delegittimare l’UNRWA. Una vera e propria "macchina del fango" che sta contribuendo a far morire di fame e di stenti i gazawi, dato che le bombe non sono sufficienti.
COS’È L’UNRWA
L’Agenzia ONU per il soccorso e il collocamento dei
profughi palestinesi nel Vicino Oriente si occupa di assistere, difendere e
promuovere i diritti di circa 5 milioni di rifugiati palestinesi nei territori
occupati (Gerusalemme est inclusa), in Siria, Libano e Giordania.
Fondata dall’Assemblea Generale nel ’48 con più di 30mila dipendenti (la
maggior parte dei quali sono anch’essi rifugiati, mentre circa 300 sono
funzionari internazionali), fornisce assistenza a tutte quelle persone che
hanno perso mezzi di sostentamento e abitazioni a partire dalla guerra
arabo-israeliana del ’48, quella che gli israeliani definiscono “guerra di
indipendenza”, e che per i palestinesi è invece la “Nakba”, ossia la “Catastrofe”
consistita in una vera e propria pulizia etnica.
Le attività dell’agenzia sono fondamentali per cercare di
assicurare condizioni di vita che rispettino i requisiti minimi affinché alcuni
diritti siano definibili come “umani”: fornisce sevizi basilari come aiuti
alimentari e forniture di acqua potabile, servizi sociali, sanitari e interventi
di emergenza, aiuta le persone a trovare un’occupazione tramite formazione e programmi
di microcredito, costruisce e mantiene scuole, strutture sanitarie e campi
profughi. Si calcola infatti che circa un milione e mezzo dei rifugiati
assistiti (il 30% di quelli registrati) vivono in circa 60 campi profughi “ufficiali”.
Queste cifre spoglie, da sole, rendono l’idea che il lavoro
dell’Agenzia è tanto complesso quanto cruciale. Un’organizzazione che conta
migliaia di dipendenti potrebbe certamente avere al suo interno delle “mele
marce”, così come ce ne sono certamente tantissime nell’intera società
israeliana, a partire dai vertici governativi per arrivare fino all’ultimo
soldato di fanteria sul campo, e passando per una grande parte della società
civile.
