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23.5.26

GOVERNO ISRAELIANO CONTRO TESTATA PRO-ISRAELE SU STUPRI DEI PALESTINESI

SADICHE E SCIENTIFICHE TECNICHE DI STUPRO DOCUMENTATE DA ANNI, MA SERVIVA LA FLOTTIGLIA PER TORNARE A PARLARE (POCHISSIMO) DEGLI OSTAGGI PALESTINESI


⚠️ EDITORIALE/FACT-CHECKING NON ADATTO A UN PUBBLICO SENSIBILE ⚠️


In alto l'immagine dei soldati a Sde-Teiman mentre si nascondono alle telecamere con gli scudi e stuprano l'ostaggio palestinese. In totale si intravedono sette uomini e due bloccano il prigioniero bendato faccia al muro.  A sinistra l'immagine diffusa nel video di Ben Gvir mentre gli ostaggi della flotilla sono sulla nave-carcere: circa trenta attivisti si trovano sul ponte di una nave rannicchiati e a faccia in giù. Sono circondati da container con i cima filo spinato e due soldati armati fino ai denti.  In basso a destra un video di un centro detentivo israeliano, presumibilmente diffuso dallo stesso apparato di Ben Gvir per incutere terrore nella popolazione palestinese: a terra, in un lungo corridoio sovrastato da una bandiera israeliana, una fila di una ventina di prigionieri sdraiati, legati e a faccia in giù. Una decina di guardie carcerarie armate li circondano e una mantiene un cane che vorrebbe avventarsi su di loro.  Al centro a destra una prigione israeliana: si nota un alto muro con filo spinato e una torre di guardia con alcune scritte in ebraico e una bandiera israeliana.
In alto l'immagine dei soldati a Sde-Teiman mentre si nascondono alle telecamere con gli scudi e stuprano l'ostaggio palestinese.

A sinistra l'immagine diffusa nel video di Ben Gvir mentre gli ostaggi della flotilla sono sulla nave-carcere.

In basso a destra un video di un centro detentivo israeliano, presumibilmente diffuso dallo stesso apparato di Ben Gvir per incutere terrore nella popolazione palestinese.

Al centro a destra una prigione israeliana (immagine originale di Christopher Michel da Wikimedia rilasciata con licenza Creative Commons).




++AGGIORNAMENTO DEL 31/05/2026++


Il 29/05/2026 l’ONU ha reso pubblico un rapporto sulle violenze sessuali negli scenari di guerra del 2025. I risultati sulle indagini nella Palestina storica hanno accertato 31 casi distupro, anche con oggetti, stupro di gruppo, tentato stupro, violenza fisica ai genitali, spari mirati ai genitali, palpeggiamenti di seni e genitali, denudazioni forzate e perquisizioni corporali condotte senza apparenti motivi di sicurezza e minacce di stupro” da parte delle forze di occupazione israeliane. 4000 dei 9000 detenuti palestinesi sono ristretti senza accuse formalizzate o processi, e i casi documentati coinvolgono 14 uomini, 7 donne, 9 ragazzi e una ragazza. Sono solo “indicativi di incidenti e schemi avvenuti in diversi periodi analizzati, piuttosto che esaurienti, a causa del continuo diniego di accesso del Governo israeliano ai centri di detenzione, così come a Gaza”. Le violenze si sono verificate pure nelle stazioni di polizia e ai posti di blocco in un “clima di impunità”. Si cita anche Sde-Teiman: Netanyahu ha chiamato “eroi” gli stupratori in divisa, filmanti mentre con degli scudi cercavano di nascondere le violenze. Poi i medici israeliani hanno refertato le “gravi ferite al retto” e agli organi interni, ma “nonostante le evidenze video” non sono stati processati, come si dice nell’articolo.


Le forze armate e di sicurezza israeliane sono state dunque aggiunte alla “lista nera” degli attori sospettati di usare sistematicamente stupro e violenze sessuali, in cui era già presente Hamas. A riguardo dell’attore non statale che governa Gaza, nel rapporto si precisa che l’ONU “non ha ancora ricevuto informazioni dalle autorità israeliane per processi su violenze sessuali a carico dei detenuti palestinesi accusati di coinvolgimento negli attacchi” del 7/10.


Nella stessa lista è presente anche la Russia, ma i necessari pacchetti di sanzioni contro Israele ancora non arrivano!





L’11/05 Nick Kristoff ha pubblicato un editoriale sul New York Times, testata che si è distinta per una forte faziosità verso il regime israeliano, come evidenziano studi accademici e denunciano attivisti. Nel pezzo si parla delle testimonianze degli ostaggi e dei rapporti dell’ONU che confermano l’uso sistematico dello stupro nelle prigioni-campi di concentramento per ‘umiliare e intimidire fino alla sottomissione’. Le atrocità denunciate vanno dai sadici video delle violenze, ripresi dai soldati per ricattare le vittime, fino all’uso di cani da guardia addestrati allo stupro, pratica documentata nel Cile di Pinochet e, secondo alcune fonti, anche dai nazisti. Israele ha annunciato di portare il NYT in tribunale. Altri giornalisti negazionisti del genocidio si sono accodati: le denunce sull’uso dei cani riportate da Kristoff, in circolazione almeno dal 2024 e corroborate pochi giorni fa dalle testimonianze di due guardie carcerarie israeliane a Shaiel Ben-Ephraim, ex-analista delle IDF, si baserebbero su calunnie propagandate da Hamas. Quindi, lo stupro perpetrato da cani sarebbe fisicamente impossibile, dicono alcuni: invece, è fisicamente possibile, come dimostrano studi medici su casi di zoofilia. Altra accusa fatta con la logica del “benaltrismo”: bisognerebbe parlare delle violenze sessuali commesse il 7/10. Eppure, i contrastanti rapporti dell’ONU che ne confermano la plausibilità o la certezza evidenziano, rispettivamente, gli ostacoli posti dal governo israeliano nel condurre le indagini, oppure le difficoltà contingenti nel portarle avanti.

18.7.24

LE CARCERI ISRAELIANE E LE TORTURE "DA MANUALE" DELLA CIA

SPIEGATE DA UN ITALO-PALESTINESE CHE LE HA SPERIMENTATE SULLA SUA PELLE

Khaled El Qaisi, un palestinese con cittadinanza italiana, racconta come l' "unica democrazia del Medio Oriente" ha mutuato dalla CIA delle sofisticate tecniche di tortura per estorcere confessioni, informazioni o reprimere il dissenso, in pieno spregio di ogni regola del vivere civile e del diritto internazionale. Alcune di quelle tecniche le ha vissute sulla sua pelle. 

Riportiamo anche dei link a diverse inchieste di testate internazionali su cosa accade nei centri di detenzione in Israele dall'8 Ottobre. 

Infine, concludiamo con la proposta dell'impresentabile Ben-Gvir: <<sparare un colpo in testa ai prigionieri palestinesi>>


Delle mura difese da filo spinato e da due torrette di guardia delimitano il perimetro di una prigione israeliana. Si notano alcune scritte in ebraico e una bandiera israeliana.
Immagine di un penitenziario israeliano di Christopher Michel da Wikimedia rilasciata con licenza Creative Commons.



L'ARRESTO ARBITRARIO E LA DETENZIONE DI KHALED EL QAISI

Khaled El Qaisi, studente palestinese e italiano di lingue e culture orientali, traduttore, tra i fondatori del Centro Documentazione Palestinese, ad Agosto del 2023 è stato arrestato al confine tra la Giordania e la Cisgiordania, dopo una vacanza con la famiglia a Betlemme, e detenuto fino ad Ottobre. In un primo momento è stato incarcerato nel centro detentivo di Petha Tikva (che sul sito dell'associazione Addameer è indicato come un centro per gli interrogatori). Poi è stato trasferito ad Ashkelon dove, per pochissimi giorni, non è stato in isolamento: si trovava nella "sezione farsa", in compagnia di agenti dei servizi segreti camuffati da detenuti.


Kalehd El Quaisi a un incontro a Napoli organizzato dal Centro Culturale Handala Ali.
Kalehd El Quaisi a un incontro a Napoli organizzato dal Centro Culturale Handala Ali.

13.5.24

CRONACHE AUTOPRODOTTE DA "LIBBRA", FESTIVAL DELLE "LIBRERIE INDIPENDENTI IN RELAZIONE"

IL RESOCONTO VACILLANTE DAL FESTIVAL DELLE "L.I.RE."


Il logo del festival: a sinistra un monumento equestre con un cavallo fatto di ingranaggi e una figura femminile a cavvallo. A destra due occhi con un paio di occhiali. L'immagine assomiglia a una banconota delle vecchie "lire".


Il nostro auto-inviato per nulla speciale, il sincero e diligente Cronista Autoprodotto, è stato a "Libbra, festival delle librerie indipendenti in relazione" (in acronimo L.I.RE.). Il festival, giunto alla terza edizione, ha avuto luogo a Napoli tra il 3 e il 5 Maggio presso la chiesa barocca di San Giuseppe delle Scalze, sede del gruppo di associazioni "Le Scalze". È un evento progettato da una rete di librerie indipendenti partenopee: "Tamu", "Perditempo - libri, vini e vinili", "Libreria Librido" e "Libreria Dante & Descartes".

L'unione di questa rete si rifletteva anche nel posizionamento degli stand, che non erano separati come avviene nei classici saloni del libro, offrendo una soluzione di continuità sia "logistica" che tematica.


La gente che affolla la cappella/padiglione dove erano esposti i libri e dove hanno preso luogo le presentazioni.

Libri esposti della sigla editoriale "Derive Approdi". In alto se ne intravede uno recensito da noi nella rubrica "RecenTips", il Manuale di guerra psichica.

La facciata della chiesa vista da fuori
La location dell'evento

Come facciamo di consueto per le nostre recensioni di festival, il maxi-post che segue è fatto di tanti "articoletti nell'articolone": iniziamo con una prefazione meta-giornalistica sull'utilità delle presentazioni dei libri per un cronista precario nella frenetica epoca della mala-informazione.



La facciata della chiesa vista dall'interno. Sotto le statue si nota la scritta illuminata "mare nostrum".
La location dell'evento.


Ci addentriamo nel resoconto dell'evento con un primo mini-report sulla presentazione delle memorie di una prigioniera politica palestinese e sul dibattito in merito al genocidio in Palestina.

Altri testi esposti. Al centro uno intitolato "Aboliamo le prigioni?" di Angela Davis edito da Mimesis



Continuiamo spostandoci virtualmente in Egitto, con la presentazione di un podcast in cui si parla ancora di resistenza, repressione, necropolitica e realpolitik.

Passiamo poi a parlare dell'influenza delle droghe sulla storia dell'umanità, prendendo spunto da un libro a metà strada tra il saggio e il racconto.


Ancora altri testi esposti. Al centro se notano due delle edizioni del Saggiatore. Si intitolano "Nuova liberazione animale" e "Funghipedia".


Proseguiamo con una sintetica biografia di Danilo Dolci, riduttivamente noto come "il Gandhi italiano" o "Gandhi della Sicilia", in cui si spiega cosa significava per lui la pratica della maieutica o "autoanalisi popolare".

Torniamo a parlare di oppressione con la prosa poetica di una scrittrice-giornalista turca, di cui ci colpisce la vicenda biografica segnata da esilio, carcerazione e semplici denunce che, in un contesto di manipolazione e disinformazione, appaiono radicali e richiedono molto coraggio.

Avviandoci verso la conclusione, prendiamo spunto da una rivista di giornalismo a fumetti per riflettere, ancora una volta, sui veri scopi dell'informazione mainstream, sull'alternanza scuola lavoro e su un'esperienza di riscatto tramite lo sport popolare.

Infine, concludiamo ritornando nel girone infernale-carcerario palestinese con alcune tavole di una graphic novel.

Il resoconto che vi apprestate a leggere è per forza di cose frammentato e incompleto: definire la tre giorni solo come "densa" sminuirebbe la portata culturale e di aggregazione che rappresentano momenti del genere. È stato difficile fare una cernita delle presentazioni da seguire con le poche risorse a nostra disposizione. Non ce ne vogliano tutt3 quelle/i che non sono state/i menzionat3 e che hanno preso parte alla fiera: la scelta che abbiamo operato non si basa su criteri "qualitativi" delle opere presentate, delle conferenze e dei vari laboratori, ma ha privilegiato esclusivamente alcuni temi già approfonditi su questa testata, oltre alle preferenze tematiche del nostro cronista autogestito e a contingenze varie...

Augurandovi buona lettura, vi suggeriamo di leggere questa "recensione di recensioni" con tanta calma (lo "slow-journalism" richiede "slow-reading") oppure di selezionare i capitoletti che vi attirano di più, un po' come quando si sceglie di prendere un libro da uno scaffale invece che un altro...


LE PRESENTAZIONI DI LIBRI E UNA LIBRERIA DA CRONISTA PRECARIO

29.3.24

ALFREDO COSPITO RESTA AL 41 BIS

IL SUO AVVOCATO: DECISIONE INFLUENZATA DALLA POLITICA


La Cassazione, la scorsa settimana, ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dagli avvocati di Cospito contro il 41 bis, dopo che a Giugno la sua pena era stata rideterminata in 23 anni invece che il carcere a vita.


In questo aggiornamento ripercorriamo le ultime fasi delle vicende giudiziarie dell'anarco-insurrezionalista e riproponiamo altri approfondimenti pubblicati negli scorsi mesi in cui si parla anche di questioni politiche. In sostanza, delle diverse anime dell'anarchismo.


Lo scorso anno abbiamo anche pubblicato un altro articolo che ripercorre l'intera storia giudiziaria di Cospito, da quando fu arrestato in quanto obiettore "totale" alla leva fino all'applicazione del 41 bis.


A sinistra e al centro le immagini di Cospito che viene allontanato da un'udienza, riprese da siti dell'area insurrezionalista e usate per pubblicizzare degli eventi in suo favore. A destra la stessa immagine diventa un'icona, viene stilizzata e usata per analoghe iniziative.
A sinistra e al centro le immagini di Cospito che viene allontanato da un'udienza, riprese da siti dell'area insurrezionalista e usate per pubblicizzare degli eventi in suo favore. A destra la stessa immagine diventa un'icona, viene stilizzata e usata per analoghe iniziative.


LA CONDANNA A 23 ANNI INVECE CHE ALL'ERGASTOLO

L’anarco-insurrezionalista Alfredo Cospito, detenuto a Sassari, è stato condannato a quasi 11 anni di carcere per la gambizzazione dell’amministratore delegato di Ansaldo Nucleare nel 2012, Roberto Adinolfi, ma è stato condannato in via definitiva anche per un altro evento: le esplosioni di due ordigni davanti la caserma per allievi carabinieri di Fossano, nel 2006.

10.3.24

QUATTRO ANNI DALLA STRAGE NELLE CARCERI

AGGIORNAMENTI SUL RICORSO ALLA CEDU

Riproponiamo una dettagliata inchiesta, basata su fonti aperte, sulla strage nelle carceri italiane nelle prime giornate del lockdown del 2020 (almeno 13 le vittime in quelle circostanze). Riportiamo alcuni aggiornamenti in merito al ricorso alla Corte di Strasburgo




UNA "STORIACCIA" ALL'ITALIANA E IL SISTEMA CARCERARIO CHE "DIS-ABILITA"


A sinistra l'immagine stilizzata di un poliziotto che colpisce una persona a terra. Al centro la scritta "Noi non archiviamo!" e uno striscione con scritto: "verità e giustizia per i morti di Sant'anna". In alto a destra le immagini delle 9 vittime. In basso e a destra immagini dei medicinali "razziati", in particolare metadone.


Quattro anni fa veniva annunciato il primo lockdown per la pandemia del Covid. Mentre stavamo per sperimentare vagamente cosa vuol dire essere "ristretti" in una specie di arresti domiciliari collettivi, le condizioni di vita nelle discariche sociali chiamate carceri peggioravano oltre l'insostenibile.

Scattavano così proteste e rivolte nelle prigioni italiane. Nell'immediatezza morivano tredici detenuti: nove erano ristretti a Modena, tre a Rieti, uno a Bologna. Alcuni sono morti durante o subito dopo i trasferimenti appena disposti. Ufficialmente sarebbero morti tutti per overdose da psicofarmaci, in particolare -ma non solo- metadone e altri oppiacei. Eppure, i corpi di alcune vittime presentavano segni di violenza e molti sono stati esaminati senza un approfondito esame autoptico e, in alcuni casi, celermente cremati.

3.2.24

ILARIA SALIS: COLPIRNE UNA PER EDUCARNE CENTO…

DIFENDERNE UNA PER DIFENDERE TUTTE E TUTTI!

Parliamo del “caso Salis”, sulla bocca di tutti i media, sia mainstream che non, anche se quelli che vanno per la maggiore ne parlano da poco tempo. 

Secondo chi scrive, la sua vicenda giudiziaria è legata al tentativo del “tiranno democraticamente eletto” Orban di scoraggiare qualunque manifestazione anti-fascista, in particolare quelle di persone provenienti da altri paesi. Proprio per questo si vuole colpire Ilaria Salis “per educarne cento”, e proprio per questo dobbiamo ribaltare questa prospettiva: proteggere lei e i suoi diritti per proteggere quelli di tutte e tutti.


 

In foto un volantino del Comitato Ilaria Salis (illustrazione di Gianluca Constantini). Vi invitiamo a firmare la petizione a questo link
In foto un volantino del Comitato Ilaria Salis (illustrazione di Gianluca Constantini). Vi invitiamo a firmare la petizione a questo link

 

RISPETTARE I DIRITTI UMANI DI PRESUNTI INNOCENTI E COLPEVOLI

Ilaria Salis è accusata insieme ad altre persone di “tentato omicidio” per una presunta aggressione a dei neonazisti ungheresi, che se la sarebbero cavata con ferite lievi, e che sarebbe stata commessa da quella che la procura ungherese ritiene un'associazione di estremisti antifascisti tedesca. I due neonazi hanno ricevuto una prognosi di pochi giorni e non hanno sporto denuncia. La storica violenza e ideologia neonazista fa sentire anche in pericolo i familiari della reclusa, dopo delle minacce di “farsi giustizia da sé” (lo riporta l’ANSA ) da parte delle presunte vittime. 

Del caso se ne sta parlando di più dopo che il TG3 ha diffuso le sue immagini in udienza, mentre era legata a mani e piedi, trattata come se non fosse umana, come un cane tenuto al guinzaglio (considerazioni anti-speciste a parte), e facendo il giro del mondo mediale. Ilaria si trova in carcere oramai da un anno: ogni Febbraio i neonazisti e fascistoidi ungheresi manifestano a Budapest per “commemorare” gli scontri dei soldati nazisti ungheresi con l’esercito sovietico.

Su queste pagine virtuali abbiamo parlato più volte del tema della detenzione, in un’ottica che è idealmente “abolizionista”, e che parte da un concreto “riduzionismo” da attuare immediatamente: i suoi diritti, come quelli di tutte le persone presunte innocenti fino a prova contraria, e anche del colpevole dei peggiori crimini immaginabili, dovrebbero essere comuni a tutta la specie umana. E i suoi diritti sono stati già violati…

A cominciare dal divieto di mostrare i volti di persone ammanettate: avete presente quando in tv si vedono degli arresti di appartenenti alla criminalità organizzata e a qualcuno viene coperto il volto con un panno? C’è una ragione per cui questo avviene, e ci sono delle leggi nazionali e internazionali…

Si pensi poi al soddisfacimento di bisogni basilari: il cibo nelle carceri di tutto il Mondo è quasi sempre insufficiente o malsano. Non a caso all’insegnante italiana non è stato permesso di comprare qualcosa nello spaccio del carcere, mentre le disgustose “calorie” offerte servono a mala pena al suo sostentamento. Altro bisogno basilare è quello di “coprirsi”, e quindi di avere dei vestiti: a Ilaria, per esempio, hanno dato scarpe con i tacchi non della sua misura, vestiti sporchi, e non ha avuto la possibilità di cambiarsi la biancheria per più di un mese! Vive in una cella con l’aria che filtra solo da uno spioncino e con le cimici nel letto. In una parola: tortura!

C’è poi il diritto a un giusto processo: i suoi avvocati denunciano il fatto che ad Ilaria sono stati presentati documenti non tradotti nella sua madrelingua, come previsto dalla legge. 

Al di là del fatto che in quel paese (come nel nostro) c’è qualche problemino sulla condizione dei detenuti e sulla separazione dei poteri (cose che ci devono indurre a riflettere sia sugli abusi che si verificano nelle nostre carceri, sia sul fatto che il “modello Orban” ispira i “post-fascisti” che attualmente ci governano), e al di là della colpevolezza di Salis o di altre persone appartenenti a presunti gruppi di “estremisti” di sinistra, è paradossale notare una delle circostanze aggravanti che le vengono contestate, e per le quali potrebbe rischiare fino a 24 anni di galera (stando a quanto riportano poche cronache): parliamo dell’aggravante dell’ “odio contro una comunità”, e cioè la "comunità" neonazista!

2.12.23

LE “MIGLIORI” PRIGIONI DEL MONDO

LA SERIE “DENTRO LE PRIGIONI PIÙ DURE DEL MONDO”, LE PUNTANTE E LE CARCERI “ATIPICHE”

 

Sullo sfondo una prigione tetra. A sinistra due volti sovrapposti: nella testa di uno ci sono delle sbarre con una rappresentazione di sé stesso all'interno. Nella parte posteriore  un volto femminile con all'interno della sua bocca una persona dietro le sbarre. Campeggia la scritta "Le "migliori" prigioni del mondo", e sotto: "parliamo di carceri atipiche, prendendo spunto dalla serie "Dentro le peggiori prigioni del mondo".




In questo post della rubrica RecenTips ci sentiamo di consigliare la visione di una serie documentaristica (e in particolare di alcune puntate di questa, non tanto quelle della prima stagione), con alcuni tratti dei “reality show” prodotta dalla britannica “Emporium Productions” e targata “Netflix” nonostante alcuni aspetti specificamente narrativi che forse vanno a discapito della sua connotazione principalmente documentaristica, e nonostante il fatto che non siamo dei fan della stra-nota piattaforma di streaming statunitense, riteniamo comunque che la serie "Dentro le prigioni più dure del Mondo" possa essere utilizzata come strumento di analisi dei diversi dispositivi di contenzione fisica e mentale, nonché delle similitudini e delle differenze nel funzionamento delle istituzioni carcerarie, oltre che di quelle politiche e sociali, attorno al globo.

Scopo dichiarato della serie è infatti quello di capire se il carcere riabilita davvero, e se lo fa comprendere come lo fa.

Osservando poi alcune “prigioni modello” e le poche puntate dedicate a queste (perché poche sono le prigioni che adottano il “principio di normalità”), parleremo anche delle cosiddette prospettive “riduzionista” e “abolizionista”, che consistono nel ridurre la contenzione fisica solo a casi estremi, e che in prospettiva potrebbero tradursi nell’abolire completamente l’istituzione carceraria, perlomeno nella maniera in cui è attualmente concepita, e cioè quella che segue la logica dello “sbattere in cella e buttare via la chiave” lasciando “marcire” i detenuti, trattati come animali e non come esseri umani, a prescindere da ciò che li ha portati lì dentro.

 

11.7.23

RICHIESTA DI ARCHIVIAZIONE PER I FATTI DEL SANT’ANNA

PER LA PROCURA INATTENDIBILI LE TESTIMONIANZE IN MERITO AL FILONE DI INAGINE SU LESIONI E TORTURA

 

a sinistra l'immagine stilizzata di un poliziotto che colpisce una persona a terra. Al centro la scritta "Noi non archiviamo!" e uno striscione con scritto: "verità e giustizia per i morti di Sant'anna". In alto a destra le immagini delle 9 vittime. In basso e a destra immagini dei medicinali "razziati", in particolare metadone.

 

Tre mesi fa abbiamo pubblicato un dettagliato resoconto relativo alle rivolte e alla strage nelle carceri durante i primi giorni dell’esplosione della pandemia, un evento tanto tragico quanto oscuro e unico nella storia penitenziaria italiana (qui la prima parte e a quest’altro link la seconda)... Evento unico ma non per questo imprevedibile dato che la gestione di una rivolta in un luogo studiato per contenere persone che non vogliono essere rinchiuse non dovrebbe essere qualcosa di straordinario: alcuni provarono a scaricare le colpe su una “complottistica regia mafiosa”, ipotesi smentita da un’apposita Commissione del Ministero della Giustizia che ha analizzato le dinamiche dello scoppio delle rivolte istituto per istituto. Secondo l’apposita commissione resta comunque l’ipotesi che <<familiari e gruppi antagonisti abbiano concordato il momento in cui dare avvio>> alle proteste, e che quindi questi sono capaci di “creare conflitto” anche senza il supporto della criminalità organizzata. Nel 2021 sono state concepite nuove norme per fronteggiare questo tipo di situazioni, con molte perplessità sul “via libera” al personale esterno armato, mentre sarebbe più utile ripensare “da zero” l’istituzione carceraria tendendo verso un orizzonte abolizionista e analizzando le cause che portano la stragrande maggioranza di esseri umani nelle carceri (le sole politiche antiproibizioniste, che derivano dalla fallita “guerra alla droga” annunciata nell’era di Nixon, sono alla base della restrizione di circa il 20% della popolazione carceraria globale).

La ragione principale dei disordini risiede nelle barbare e disumane condizioni delle “discariche sociali” che chiamiamo carceri, con dei problemi sociali e sanitari strutturali, ulteriormente aggravati dalla pandemia: si pensi solo al fatto che mentre fuori ci organizzavamo per restare isolati e distanziati, all’interno delle prigioni il sovraffollamento era (ed è ancora) la norma, ma come abbiamo già scritto questa era solo la criticità più lampante di tutte, insieme all’insufficienza di assistenza sanitaria e di attività che servirebbero a “riabilitare” le persone ristrette per rientrare al meglio nella nostra società malata...

Altre criticità nella gestione e prevenzione degli effetti tragici delle rivolte è sicuramente quella della custodia degli psicofarmaci (metadone incluso) che, da soli (e quindi tralasciando le svariate evidenze che suggeriscono episodi violenti), avrebbero condotto alla morte per overdose di 13 delle vittime. Una quattordicesima invece è morta a distanza di un mese per cause naturali, presumibilmente peggiorate da quegli eventi, e sempre a distanza di un mese una quindicesima è morta sempre per overdose di farmaci ma non durante il caos delle rivolte, bensì in una cella di isolamento a S. Maria Capua Vetere, e quindi in un momento in cui doveva essere sotto stretta sorveglianza.

17.6.23

NUOVI INDAGATI PER TORTURA NEL CARCERE DI MODENA

AGGIORNAMENTO SULL’INCHIESTA PER TORTURA E LESIONI NEL CARCERE SANT’ANNA

Nove agenti aggiunti agli indagati nel filone d'inchiesta modenese sulle torture in carcere durante lo scoppio della pandemia

a sinistra l'immagine stilizzata di un poliziotto che colpisce una persona a terra. Al centro la scritta "Noi non archiviamo!" e uno striscione con scritto: "verità e giustizia per i morti di Sant'anna". In alto a destra le immagini delle 9 vittime. In basso e a destra immagini dei medicinali "razziati", in particolare metadone.

Tre mesi fa abbiamo pubblicato un dettagliato resoconto relativo alle rivolte e alla strage nelle carceri durante i primi giorni dell’esplosione della pandemia, un evento tanto tragico quanto oscuro e unico nella storia penitenziaria italiana.

In quell’inchiesta (qui la prima parte  e a quest’altro link la seconda), basata su fonti aperte, abbiamo provato a ricostruire i frammenti di vita noti delle vittime (13 sono morte nell’immediatezza di quelle funeste ore, di queste 9 erano detenute nel carcere modenese, mentre altre 2 sono spirate a distanza di circa un mese) oltre alle diverse versioni sulle dinamiche delle rivolte, dei trasferimenti e dei soccorsi.

In più abbiamo parlato delle condizioni di vita disumane e illegali che caratterizzano le nostre carceri e che, a nostra detta, sono la causa principale di quelle rivolte, con l’arrivo del Covid che ha aggravato strutturali problemi sanitari e sociali, la “micciache le ha fatte scoppiare.

Abbiamo parlato anche dell’inchieste giudiziarie avviate lungo tutto lo Stivale, dato che le rivolte hanno riguardato decine di isituti.

In questi ultimi giorni la stampa riporta un aggiornamento su uno dei filoni di inchiesta aperti a Modena: si tratta del fascicolo che dovrebbe fare luce sulle violenze e sulle carenze nei soccorsi (e in particolare sui pestaggi “punitivi” avvenuti nel cosiddetto “casermone” prima dei trasferimenti), originariamente aperto a carico di ignoti, poi sono stati indagati 5 agenti per tortura e lesioni, mentre adesso gli indagati sarebbero passati a 14: stando a quanto riporta Il Resto del Carlino  l’iscrizione al registro indagati di altri 9 agenti sarebbe legata alla testimonianza di due ristretti.

22.4.23

LIBERTÁ PER JULIAN ASSANGE!

CONOSCENZA È POTERE...

 

Nell'immagine un'attivista di "Free Assange Napoli" prova a dare un'idea diretta e "visiva" di cosa vuol dire vivere in una cella di due metri per tre con un'installazione in piazza Dante, a Napoli: un pezzo della piazza è recintato con nastro adesivo. La "cella" all'aperto è spoglia, e l'attivista legge un libro senza parlare con i curiosi che si avvicinano
Nell'immagine un'attivista di "Free Assange Napoli" prova a dare un'idea diretta e "visiva" di cosa vuol dire vivere in una cella di due metri per tre.


Nella prima parte di questo post il nostro "Scriba Contemporaneo" fa delle concise e taglienti considerazioni sulla vicenda politica, mediatica e giudiziaria del giornalista e "hack-tivista" Julian Assange. 

Nella seconda parte riportiamo le immagini di alcune proteste del gruppo partenopeo "FREE ASSANGE Napoli" che si battono per la sua libertà, e quindi anche per la libertà di informazione e conoscenza, oltre a un comunicato in cui si annuncia il prossimo arrivo a Napoli della moglie del fondatore di Wikileaks, Stella Moris (si sono sposati in carcere).

 

CONOSCERE  È POTERE

Conoscere è potere, e quando la conoscenza viene limitata o concentrata solo nelle menti e nella mani di poche persone, anche il potere di incidere sulla realtà viene limitato o concentrato.

La piattaforma Wikileaks (nome che fonde la parola “wiki” con “leak” ossia “perdita” nel senso di “fuga di notizie”) fondata dal giornalista e attivista-hacker Julian Assange, è arrivata a ospitare decine di migliaia di testi riservati, dati, notizie, corrispondenze diplomatiche e video sui più disparati argomenti.

I primi documenti e video pubblicati a fare scalpore furono forniti più di dieci anni fa da un militare statunitense, Bradley Edward Manning, che diventerà Chelsea Elizabeth Manning dopo un percorso di transizione di genere, e documentavano gli abusi e le stragi dell’esercito americano (nel video che segue c'è un estratto di una puntata del programma Rai Presa Diretta che mostra quelle immagini, oltre alle interviste dei familiari delle vittime civili irachene, non a caso il video è stato intitolato “Collateral Murder”, ossia “Danni Collaterali”).


 


 

Si parla molto dei “big data”, dei dati che multinazionali private e organizzazioni governative raccolgono sui cittadini del pianeta, “profilandoli” principalmente per scopi commerciali, e acquisendo il potere di  predire e influenzare le nostre scelte, online e offline, ma anche di attuare repressioni immorali e illegali. La difesa della nostra privacy può servire dunque a conferire meno potere a chi ne ha già molto...

Wikileaks ha ribaltato questo meccanismo: si prendono informazioni da chi è già “potente” e si rendono pubbliche, tentando di trasferire quel potere, quelle conoscenze tanto dolorose quanto utili, alla collettività, e cercando al contempo di proteggere tramite dei meccanismi di cifratura i cosiddetti “whistelblowers”, ossia le “talpe” che all’interno di un’istituzione, un’azienda o un’organizzazione denunciano dei fatti, come ha fatto Chelsea Manning. Stando a quanto riportato da Assange e dalle FAQ di Wikileaks, i documenti vengono revisionati da un team di cui lui stesso faceva parte, tenendo presente che <<la più semplice ed efficace contromisura>> per prevenire fughe di notizie deliberatamente false o pericolose <<è una comunità mondiale di utenti informati e curatori che può esaminare e discutere i documenti>>.

19.3.23

STRAGE NELLE CARCERI DURANTE IL LOCKDOWN (PARTE 2)

Pubblichiamo la continuazione del resoconto/inchiesta sulle fonti aperte relative alla strage nelle carceri avvenuta a partire dei primi giorni del lockdown nel 2020 (qui il link alla prima parte). Proseguiamo parlando dei frammenti di storia delle altre vittime (e delle 2 ulteriori perlopiù escluse da questa tragica conta) oltre che dei casi giudiziari archiviati e aperti.


a sinistra l'immagine stilizzata di un poliziotto che colpisce una persona a terra. Al centro la scritta "Noi non archiviamo!" e uno striscione con scritto: "verità e giustizia per i morti di Sant'anna". In alto a destra le immagini delle 9 vittime. In basso e a destra immagini dei medicinali "razziati", in particolare metadone.



6) Ghazi Hadidi (il suo nome è trascritto o riportato anche così: Ghazì Hadidi). Aveva 35 anni, veniva dalla Tunisia ed era in carcere per una <<condanna definitiva per una violenza pesante>> (senza ulteriori specificazioni), riporta il sito Giustiziami. Tuttavia anche per lui si ritrova la dicitura “procedimento penale n. 1068/20 mod.44” (nel caso di Bakili e Iuzu il numero è invece “1069”).

Secondo una detenuta che era trasportata nello stesso blindato diretto a Verona (inizialmente pare che lui fosse destinato a raggiungere  Trento) era già morto o quasi: al momento dell’arrivo era sdraiato ed è stato sollevato di peso, probabilmente perché in coma, e addirittura avrebbe continuato a subire percosse durante il viaggio. Un altro testimone riporta che era già morto o comunque livido all’arrivo. Secondo la dottoressa che operava presso la tenda della Protezione civile posta in prossimità del carcere di Modena era stato visitato, ma non è stato redatto o non si trova il referto. Il medico di turno dell’altro carcere prova a rianimarlo mentre attende l’arrivo dell’ambulanza, invano: muore verso l’alba del 9 Marzo. In quel frangente pare che non fossero stati notati segni di violenza sul suo cadavere, ma successive rilevazioni affermano il contrario…

Stando a quanto si riporta su Carmilla, un agente ha dichiarato che barcollava ma che complessivamente sembrava stare bene, non pareva avesse segni compatibili con una rissa e che fumava tranquillamente. I segni di lesioni sul suo corpo (escoriazioni dovute a un corpo contundente, due denti mancanti e presenza di sangue in bocca) rilevati dal medico legale il 26 Marzo sarebbero legati ai disordini durante la rivolta. Il medico legale che ha constatato la sua morte parla di segni esterni di violenza non evidenti. La procura di Verona, dove era morto mentre era diretto a Trento, non ha disposto l’autopsia ma un esame esterno del corpo. 

La prima autopsia verrà fatta in Tunisia, due mesi dopo, e rileva anche due ematomi sul cuoio capelluto che però non sono collegati, esclusivamente (e quindi da sole) alla morte. Come accaduto per un’altra vittima (Artur Iuzu) in Italia non era stato ritenuto opportuno di procedere con la sezione del corpo e del capo.

Secondo l’anatomopatologa Cristina Cattaneo le conseguenze di un trauma al volto potrebbero essere confuse con quelle di un’intossicazione e dunque la causa del decesso non è appurata. La consulente ha svolto diverse indagini per identificare i morti in mare durante i "viaggi della speranza", sul caso di Yara Gambirasio e firmò la perizia in cui si affermava che Stefano Cucchi non era stato pestato, ma comunque scelta dal Garante die detenuti Mauro Palma per la sua professionalità e fama internazionale, oltre a lavorare al caso pro-bono, ossia gratuitamente) .

Il fratello ha dichiarato ai microfoni di Spotlight: <<se non è stato ammazzato con le botte è stato ammazzato con la mancanza di soccorso>>. Ha inoltre espresso dubbi sulle tempistiche del rimpatrio del salma: <<si sono presi tutto il loro tempo e ce lo hanno riconsegnato senza fare l’autopsia, perché?>>.

 

7) Rouan Ourrad (il suo nome è trascritto o riportato anche così: Rouan Abdellha; Rouan Abdellah; Ourrad Abdellah) veniva dal Marocco, aveva 34 anni e gli restavano da scontare meno di due anni per spaccio.

Avrebbe potuto richiedere le misure alternative se avesse avuto qualcuno fuori che potesse supportarlo. Aveva un fratello gemello che viveva nelle vicinanze di Modena (il libro "Morti in una città silente" parla anche di altri due parenti in Germani e Francia). La madre non riesce a darsi pace e crede che sia impossibile che abbia preso farmaci.

Muore ad Alessandria mentre era diretto ad Asti: il medico che operava a Modena gli aveva somministrato un antidoto contro gli effetti avversi degli oppiacei (il metadone rientra in questa classe come l’eroina), ma una seconda dose non gli sarebbe stata data a causa del trasferimento, che non ha consentito l’intervento dei medici che già conoscevano la sua situazione (descritta come stabile). Quali sono le persone che hanno disposto il suo trasferimento e chi aveva la responsabilità che questo avvenisse in sicurezza? Sapevano e dovevano comunicare che doveva prendere di nuovo l’antidoto, il Naloxone? Probabilmente non sarà un’unica persona però, in un articolo di “Alexik”, (linkato in calce a questo post) si afferma che <<il cinismo del caposcorta ha fatto il resto>>.

Appena sceso dal bus, prima dell’alba, ha un malore nel cortile dell’istituto. La medico di turno tenta di rianimarlo, viene chiamata un’ambulanza con attrezzature specifiche che giunge dopo più di mezz’ora, ma non c’è più niente da fare. Nelle fonti aperte consultate non abbiamo trovato informazioni riguardo ad autopsie ed esami post-mortem svolti, e nemmeno in merito alla presenza di segni di lesioni sul suo corpo.

 

8) Artur Iuzu (il suo nome è trascritto anche così: Arthur Iuzu; Artur Isuzu; Artur Luzy. Nella trascrizione della testimonianza di un detenuto è chiamato anche Izu Arturo) classe ‘88 dalla Moldavia. 

Doveva essere processato dopo pochi giorni. Le cronache modenesi di un anno prima spiegano che avrebbe dovuto essere rimpatriato ed espulso dall’Italia per 5 anni dopo aver commesso una serie di furti, l’aggressione a una cassiera e la resistenza a un arresto, ed era stato condannato a un anno e 450 euro di multa: potrebbe trattarsi anche di un caso di omonimia o potrebbe non essere stato rimpatriato, oppure ancora potrebbe essere ritornato in Italia senza permesso. Si sa comunque che non era ancora condannato in via definitiva per rapina (il primo grado di giudizio non era ancora terminato e nel dossier di controinformazione citato in fondo è riportata la stessa dicitura che troviamo per Bakili, e cioè "procedimento penale n. 1069/20 mod.44 ).

Muore dopo il trasferimento a Parma il mattino seguente. Secondo la perito del Garante dei detenuti la causa del decesso non è appurata, però ci sono una serie di graffi e segni sul corpo che fanno pensare a possibili colpi ripetuti. A sua detta l’autopsia non è stata completa perché si sarebbe dovuto analizzare cranio e cervello, mancanza che sarebbe dovuta alle nuove precauzioni imposte dalla pandemia: non si potrà ripetere perché il suo corpo è stato cremato. Secondo chi ha invece svolto l’autopsia il quantitativo di metadone era talmente alto da non poter essere quantificato.

Si sa che a Modena era stato trasportato all’esterno del carcere su un lenzuolo, e quindi in condizioni precarie. Viene comunque disposto il trasferimento e dopo l’arrivo è stato visitato “a occhio” fuori dalla cella: mancava un operatore in più per effettuare la visita in sicurezza oltre a un’autorizzazione. C’era solo una dottoressa a occuparsi di quei detenuti (l’altro medico di turno operava in un’altra sezione del carcere), ed erano stati messi in coppie con quelli più lucidi che avrebbero dovuto “vigilare” su quelli in stato di torpore (un altro detenuto è stato salvato fortunatamente).

 

18.3.23

STRAGE NELLE CARCERI DURANTE IL LOCKDOWN (PARTE 1)

LE MORTI DOPO LE RIVOLTE DI MODENA, RIETI, BOLOGNA E S. MARIA CAPUA VETERE: UN RESOCONTO BASATO SULLE FONTI “APERTE”


 

a sinistra l'immagine stilizzata di un poliziotto che colpisce una persona a terra. Al centro la scritta "Noi non archiviamo!" e uno striscione con scritto: "verità e giustizia per i morti di Sant'anna". In alto a destra le immagini delle 9 vittime. In basso e a destra immagini dei medicinali "razziati", in particolare metadone.


L’OPINIONE PUBBLICA CHE “BUTTA VIA LA CHIAVE” E QUELLA CHE NON ARCHIVIA; LE DOMANDE SENZA RISPOSTA; L’USO E L’ABUSO DI DROGHE LEGALI E ILLEGALI; L’APPROCCIO REPRESSIVO A SCAPITO DEL SOCCORSO


Ricercare la verità, o forse è meglio dire “le verità” delle drammatiche giornate e rivolte, che hanno visto il più alto numero di morti “concentrate” in carcere nella storia repubblicana, è un compito tanto doveroso quanto complesso.

Data la vastità degli eventi, ricostruire quello che è accaduto e che è rilevante dal punto di vista storico, giornalistico e giudiziario (e siamo ancora molto lontani dal potere scrivere la parola “fine” così come l’espressione “siamo a metà strada” da queste prospettive) è difficile forse quanto ricostruire l’atmosfera grigia che si viveva (e si vive) nelle istituzioni totali chiamate “carceri”, delle condizioni precarie in cui lasciamo a marcire delle persone nelle discariche sociali note come “prigioni”, dopo che si è ipocritamente ed egoisticamente “buttata via la chiave”…

Per questo nelle righe che seguono abbiamo cercato di fare quello che questa umile “Zina/Rivista” ritiene di poter fare al meglio, e quindi in diversi mesi abbiamo analizzato, collazionato e fatto una sintesi delle svariate “fonti aperte” (articoli di giornale, inchieste video e scritte, dossier di “contro-informazione” o di informazione alternativa, carte giudiziarie pubbliche ecc.) riguardante quella che forse sarebbe corretto chiamare la “strage” nelle carceri ai tempi del Covid

I colpevoli, presunti e innocenti dal punto di vista legale fino a prova contraria, non sono solo i potenziali perpetratori di torture, omissioni e abusi, per dolo o per negligenza: siamo anche noi quando non ci preoccupiamo abbastanza di trovare dei modi di risolvere, ma soprattutto prevenire certi conflitti, certi comportamenti. Siamo anche noi quando pensiamo che la giustizia coincida con il semplice e menefreghista disinteresse verso chi ha commesso degli errori perché più fragile, perché ritenuto inutile, o forse perché è più “malvagio”... e peggio ancora quando non siamo nemmeno sicuri che certi errori o malvagità siano stati commessi (e cioè di chi, per esempio, è in attesa di giudizio ma è comunque già condannato a vivere nella discarica sociale e forse, quando e se si scoprirà, avrà diritto a un risarcimento economico, ragione principalmente economica che dovrebbe essere presa in considerazione anche da chi è più insensibile).

Oltre al lavoro di ricerca ci siamo presi lo spazio per fare alcune digressioni sui temi della detenzione, della sanità, dell’abuso di psicofarmaci (indotto dal marketing e dall’adottare soluzioni più “economiche” e immediate senza tenere conto dei problemi di lungo termine), del “welfare mafioso” favorito dal proibizionismo e degli strumenti invasivi della nostra privacy che dovrebbero essere usati anche per “controllare i controllori”.

Parte delle fonti sono citate tramite i link, altre sono riportate in calce alla seconda parte di questa lunga e intricata inchiesta, che riteniamo rifletti una vicenda altrettanto “estesa” e ingarbugliata, una “matassa” che per essere sbrogliata ha bisogno dell’attenzione dell’opinione pubblica e della collettività in generale. Per contribuire alla ricerca della verità, oltre al vostro prezioso tempo, vi chiediamo di segnalarci (tramite mail, commenti, social, messaggi ecc.) eventuali inesattezze, precisazioni o qualunque cosa riteniate utile menzionare.

 

Nella notte tra il 7 e l’8 Marzo 2020 viene dichiarato il “primo” lockdown, non ancora esteso a tutto il territorio nazionale. Mentre ci preparavamo a sperimentare un “assaggio” di cosa vuol dire essere ristretti, tramite una sorta di “arresti domiciliari collettivi”, per chi era davvero ristretto nelle prigioni italiane scattavano ulteriori limitazioni, mentre all’estero (e solo successivamente anche in Italia) venivano scarcerati migliaia detenuti proprio per il rischio pandemico: alla paura di contrarre il virus nelle carceri, già drammaticamente e illegittimamente sovraffollate, e quindi con condizioni igieniche già precarie, con pochissimi educatori e medici, e con tutta una serie di complicazioni alle quali chi è “fuori” non sarà mai abituato abbastanza per comprenderle, si aggiungeva la sospensione delle visite di cari e familiari, dei permessi per uscire temporaneamente o per lavoro, della ricezione di pacchi con beni alimentari e di prima necessità, dei colloqui e delle già poche attività che dovrebbero essere finalizzate a “riabilitare” (e la mancanza o inadeguatezza di quelle attività finisce per trasformare le carceri in una scuola di criminalità): scattano delle rivolte nei penitenziari di tutta la penisola, a Foggia si verifica perfino un’evasione di massa. Secondo alcuni le proteste erano motivate esclusivamente dalle già precarie condizioni di vita e dall’annuncio della decisione dell’allora Ministro della giustizia Bonafede, su cui ricadrebbero le responsabilità perlomeno politiche (insieme agli altri esponenti del governo gialloverde e delle amministrazioni locali), della gestione non adeguata delle rivolte, e che non ha comunicato tempestivamente le notizie riguardanti le drammatiche dipartite.

Secondo altri sarebbero state invece coordinate da una “regia unica”, composta da esponenti dell’ “alta borghesia” criminale (e cioè mafiosa) che si avvaleva dei “proletari” detenuti di basso profilo oltre che dello “spettro” degli anarco-insurrezionalisti sempre in voga (“fantasma” su cui spesso nella storia si sono “scaricate” responsabilità di zone grigie e poteri tutt’altro che libertari, come avvenne per il ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli).

Mentre la maggioranza dei “poveri cristi”, che aveva più di 18 mesi da scontare e il cui reato non era considerato di piccola entità, era condannata alle nuove aggravanti causate dalla pandemia, correva la voce (una voce largamente infondata, si può dire con il senno di poi) della possibilità che pure diversi mafiosi al 41 bis venissero scarcerati a breve (in realtà si trattava di misure previste dalla legge che i magistrati dovevano vagliare caso per caso, anche alla luce della nuova situazione sanitaria, e che forse poteva essere sfruttata anche dagli avvocati dell’alta borghesia mafiosa. Il caso di scarcerazione più controversa è stato probabilmente quella di Pasquale Zagaria, boss dei casalesi).

Comunque in quel periodo, con i cosiddetti provvedimenti “svuota-carceri”, possono uscire all’incirca 8 mila persone dotate del braccialetto elettronico: almeno una parte di quegli esseri umani, considerati reietti della società, forse non ci dovevano nemmeno entrare in carcere… L’uscita di quelle persone dimostra, a detta di chi scrive, che forse già da prima si potevano attuare diverse strategie per prevenire quelli che potremmo definire “reati di sopravvivenza” e per convivere in sicurezza con chi ha fatto degli errori, in concreto espandendo le possibilità offerte da misure alternative alla detenzione.

Durante e dopo le rivolte nelle prigioni, iniziate il 7 Marzo a Salerno, moriranno 13 detenuti (14 se si include la dipartita avvenuta a circa un mese di distanza di una persona con uno stato di salute precario a Terni, 15 se si include il suicidio di un detenuto morto dopo settimane di isolamento a Santa Maria Capua Vetere), 9 erano ristretti a Modena, 3 a Rieti e uno a Bologna, alcuni sono spirati dopo i trasferimenti disposti.

 

LE MANCANZE E GLI ABUSI NELLA GESTIONE DELLE RIVOLTE: DALLA CUSTODIA DEGLI PSICOFORMACI ALLE DENUNCIE DI TORTURE