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27.3.26

TIKKUN, UN COLLETTIVO DI EBREƏ ANTISIONISTƏ

RIPARARE IL MONDO CON ANTIRAZZISMO, DECOLONIZZAZIONE E GIUSTIZIA SOCIALE

ABBIAMO INCONTRATO TIKKUN INSIEME A DUE "REFUSENIKS", DUE OBIETTORI DI COSCIENZA ISRAELIANI


Ella Keidar Greenberg e IddoElam di Mesarvot sono due giovani “refuseniks”, obiettori di coscienza israeliani che hanno rifiutato di servire un esercito storicamente coinvolto in un’occupazione illegale, e ora nel genocidio. Sarebbe una scelta ovvia ma, in Israele, se non fai il servizio militare sei considerato un reietto o un traditore.





Li abbiamo incontrati a dicembre allo "Zero 81" di Napoli, insieme ad altri attivisti di Tikkun, un collettivo italiano di ebreə antisionistə.

20.5.24

SCRITTE ANTISEMITE A PROCIDA. COMITATO PER LA PALESTINA LIBERA: "SIAMO ANTISIONISTI, NON ANTISEMITI"

SPAZIO COMUNICA-AZIONI: RICEVIAMO, PUBBLICHIAMO E COMMENTIAMO 

Il Comitato "Procida Per una Palestina Libera - Stop al Genocidio" prende le distanze dalle scritte antisemite apparse cinque giorni fa a Procida

Prima di lasciarvi ai due comunicati che ci ha inviato il Comitato, vi segnaliamo due articoli pubblicati tra queste pagine impalpabili.

Il primo, intitolato "Antisionismo non è antisemitismo", si focalizza sull'accusa strumentale di essere antisemita mossa a chiunque critica le politiche coloniali israeliane. In maniera assurda a diversi ebrei, israeliani, rabbini e perfino sopravvissuti all'Olocausto, che si oppongono al genocidio incrementale avviato 76 anni fa, viene appiccicata addosso l'etichetta di "antisemita" (o di "ebreo che odia sé stesso"). La radice di questo corto circuito semantico risiede nell'identificare Israele con l'ebraismo. Paradossalmente, questa artificiosa e opportunistica identificazione finisce per aumentare l'odio verso gli ebrei: se Israele e l'ebraismo sono la stessa cosa, allora le malefatte dei governanti israeliani vanno addebitate a qualunque ebreo... E purtroppo, secondo chi scrive, per questo meccanismo tale sentimento si è diffuso, ben prima del 7 Ottobre, anche tra alcune persone che si definiscono "di sinistra" (seppure in misura molto minore rispetto a quello che vuole far pensare la propaganda mainstream, che identifica qualunque manifestazione in favore della Palestina come antisemita).

Siamo ritornati sull'argomento in un editoriale sugli Olocausti (il plurale è usato intenzionalmente) in cui abbiamo fatto notare che Amiram Levin, generale in congedo delle forze di offesa israeliane, ha affermato che ci sono similitudini tra le politiche discriminatorie israeliane e quelle naziste: immaginate cosa succederebbe se un'affermazione del genere venisse fatta da un non ebreo... 

Di seguito il comunicato di Michael Leonardi, fondatore del Comitato.


Diverse persone riunite in un cortile sotto una gigantesca bandiera della Palestina
Foto del Comitato Procida per una Palestina Libera



<<Intervengo in quanto fondatore del comitato "Procida Per una Palestina Libera - Stop al Genocidio". Il nostro comitato è stato creato nel dicembre del 2023 in risposta al genocidio perpetrato dallo Stato di Israele, non solo dal 7 ottobre, ma da 76 anni, da quando è iniziata la pulizia etnica e l'uccisione di massa dei Palestinesi indigeni nella loro patria.

15.4.24

RITORNIAMO A ESSERE UMANI

IN RICORDO DI VITTORIO ARRIGONI

Ricordiamo Vittorio Arrigoni parlando dei punti mai chiariti riguardo alla sua barbara uccisione e riportando alcuni dei suoi articoli che siamo riusciti a scovare nei meandri del web tra cui, in particolare, un post pubblicato sul suo blog, "Guerrilla Radio", in cui immaginava uno stato unico come soluzione all'annosa questione palestinese. 

Su quel sito, attualmente offline ma di cui esistono ancora diverse tracce sul web, campeggiava questa descrizione: <<Guerriglia alla prigionia dell'Informazione. Contro la corruzione dell'industria mediatica, il bigottismo dei ceti medi, l'imperdonabile assopimento della coscienza civile. La brama di Verità prima di ogni anelito, l'abrasiva denuncia, verso la dissoluzione di ogni soluzione precostituita, L'infanticidio di ogni certezza indotta. La polvere nera della coercizione entro le narici di una crisi di rigetto. L'abbuffata di un pasto nudo, crudo amaro quanto basta per non poter esser digerito>>. Ogni articolo di "Vik" si concludeva con un motto celebre, che è anche un monito: <<Restiamo Umani>>.



Nel disegno: a sinistra Vittorio Arrigoni con kefiah e pipa. Stringe la manod  di un bambino, sulla destra, ritratto di spalle: è il personaggio "Handala" dell'artista Naji al-Ali.
Immagine di Latuff: il bambino ritratto di spalle e il personaggio "Handala" dell'artista Naji al-Ali. Immagine tratta da Wikimedia



LA PRESENZA PROTETTIVA CONTRO ABUSI DI COLONI E FORZE DI OCCUPAZIONE ISRAELIANE

Tredici anni fa veniva ritrovato il corpo strangolato di Vittorio Arrigoni, detto "Vik". Discendente di partigiani, giornalista e attivista pacifista dell'International Solidarity Movement, l'associazione in cui militava al momento della sua morte.

Si tratta di un gruppo di attiviste e attivisti che si oppone all’occupazione israeliana con la non violenza, seguendo la strategia della “presenza protettiva”: presenziano manifestazioni, sgomberi forzati, i momenti della raccolta delle olive "disturbati" dai coloni e la distruzione illegale di case e infrastrutture con mezzi pesanti per fare spazio a nuovi insediamenti israeliani, e oppongono resistenza passiva, interponendosi fisicamente tra gli obiettivi della repressione coloniale e chi la perpetra.

Sostanzialmente, in queste situazioni fungono da "scudi umani" per tentare di frenare l'espansione dell'occupazione, e documentano tutto con riprese e foto per fare da deterrente contro i soprusi delle milizie paramilitari dei coloni e dell’esercito israeliano. In un'intervista spiegava che lui, e tutt* le attivist* del Mondo, avevano l'obbligo morale di andare in quella terra per essere come degli <<scudi umani>>, schierati di fronte ai cecchini, fungendo da <<forza di interposizione, esattamente quello che dovrebbero fare le Nazioni Unite, in modo che il diritto internazionale venga rispettato>>.

Oltre all'attivismo in Palestina aveva sulle spalle altre esperienze di cooperazione umanitaria in America Latina, Africa ed est-Europa.



LE CIRCOSTANZE DELL'OMICIDIO MAI CHIARITE

Arrigoni fu ucciso, secondo la ricostruzione ufficiale, da una "cellula impazzita" che si opponeva ad Hamas, un gruppo salafita noto come la "Brigata dei Valorosi Compagni del Profeta Mohammed bin Moslima".

27.1.24

DEFINIZIONE DI OLOCAUSTO, DELL’OLOCAUSTO E DEGLI OLOCAUSTI

Per la rubrica “Define” pubblichiamo un breve editoriale nella “Giornata della Memoria” più discussa della storia, cercando di fare chiarezza sulle diverse accezioni della parola “olocausto”. Partiamo proprio dalla definizione che troviamo nei dizionari.

 

 

Alcuni virgolettati di Gabor Maté: definisce Gaza <<il più grande campo di concentramento al mondo>>; << C’era una terra con delle persone, e altre persone la volevano, se la sono presa e continuano a prendersela, continuano a discriminare, opprimere ed espropriare: questo è quanto>>; <<l’omicidio dei miei nonni ad Auschwitz non giustifica l’esproprio dei palestinesi in corso, che giustizia, verità e pace non sono prerogative tribali. Che il “diritto di difendere sé stessi” di Israele, inattaccabile in principio, non conferisce validità alle uccisioni di massa>>; <<La sproporzione di potere, di responsabilità, di oppressione è così marcata da un lato, che basta pensare alla peggiore cosa che si può dire di Hamas moltiplicata per mille, e quella cosa non sarà paragonabile alla repressione israeliana, alle uccisioni e alle espropriazioni dei palestinesi>>
Foto a sinistra di "Gabor Gastonyi", fonte "Clare Day", rilasciata con licenza "creative commons"

DEFINIZIONE DI OLOCAUSTO

Il significato originario e letterale della parola “olocausto” si riferisce a un’antica forma di sacrificio in cui un animale veniva offerto alla divinità bruciandolo. Un’altra accezione del termine indica metaforicamente il sacrificarsi per qualcosa con dedizione assoluta. Altro significato può essere quello di sterminio, massacro, genocidio di un gruppo.

Quando si parla di “Olocausto” (con la lettera grande) nella maggioranza dei casi ci si riferisce al più grave evento della storia dell’umanità, allo sterminio pianificato scientificamente e minuziosamente di ebrei, di rom, di omosessuali, di Testimoni di Geova, di diversamente abili, di oppositori politici e di prigionieri di guerra, e quindi delle minoranze perseguitate dal nazismo. Si parla infatti anche di “Olocausti” al plurale oppure di “Omocausto” intendo quello specifico della comunità LGBT, o ancora di “Porajmos” (letteralmente traducibile in “Devastazione”) e di Samudaripen (“tutti uccisi”) nella lingua dei romanì, e ovviamente di “Shoah” (“Distruzione” in ebraico).

 

25.11.23

ANTI-SIONISMO NON È ANTI-SEMITISMO

ISRAELIANI, EBREI ED EX SIONISTI CONTRO SIONISMO E COLONIZZAZIONE PER UNA PALESTINA LIBERA 

Abbiamo cominciato a lavorare a questo lungo articolo (che si è trasformato in un saggio informale da leggere con calma) prima dell’attacco partito dalla Striscia di Gaza, nel cinquantesimo anniversario della guerra dello Yom Kippur...

Le accuse a chi critica lo stato di Israele e a chi prova a metterne in dubbio le sue caratteristiche democratiche vanno avanti da decenni, insieme alle politiche colonialiste dello stato ebraico che non rispettano il diritto internazionale. La principale accusa strumentale mossa a chiunque osi mettere in discussione la legittimità delle politiche e dei confini attuali dello stato di Israele, e che si sta rafforzando dopo l’attacco sferrato da Hamas, è quella di essere anti-semita e di aver dimenticato gli orrori dell’Olocausto.


In foto le parole "antisemitismo", "ebraismo" e "giudaismo" nella colonna sinistra insieme a una stella di David. In mezzo più volte è ripetuto il simbolo matematico "≠", "diverso da" e nella colonna destra le parole "antisionismo", "sionismo" e "Israele", insieme alla bandiera di Israele. Si vede anche una bandiera della pace insieme a una della Palestina e un cartello a una manifestazione con la scritta "un olocausto (1933-45) non ne giustifica un altro (1948-oggi)", oltre a una mappa di Israele e Palestina disegnata come un enorme labirinto


Il nocciolo del problema dunque risiede nell’identificare tout-court l’entità statale sionista-teocratica con l’ebraismo, e di conseguenza l’anti-sionismo con l’anti-semitismo, non considerando l’eterogeneità della cultura ebraica e stereotipizzandola. Nell’articolo si incroceranno anche varie tematiche ricorrenti nella storia e nella questione palestinese, come il concetto di “Nakba”, i pareri sulla cosiddetta “soluzione dei due stati” (principale alternativa a quella dello “stato binazionale”), o il supporto ai fondamentalisti messianici sionisti da parti della potente lobby cristiana-protestante nord-americana.

Partiamo chiarendo da subito la posizione di chi scrive in merito ai circa 50 giorni di “punizione collettiva” dei gazawi (crediamo sia sempre utile esprimerla e separarla dai fatti, e se avete il piacere di esprimerne di diverse tra queste righe, o di segnalarci altri articoli e contenuti, non avete che da contattarci via mail o qui sotto nei commenti, e sarà nostro dovere riportarle e un piacere confrontarci) espressa in estrema sintesi: l’ “ultimissima” parte del conflitto all’interno dei territori palestinesi illegalmente occupati vede come principali protagonisti due “destre”, due estremismi e due fondamentalismi religiosi sostenuti da altre avverse potenze (USA e Iran in primis): da una parte quello fanatico-sionista di Israele e dall’altra quello del nazionalismo-islamico di Hamas. La differenza dello stato etno-centrico ebraico, oltre alla sproporzione di forza, risiede nell’avere un’entità statale (quella sionista-occupante e presunta sola “democrazia-liberale-liberista” del Medio Oriente) che occupa e colonizza illegalmente dei territori con un esercito “regolare”(oltre alle milizie paramilitari dei cosiddetti coloni). Per questo, a maggior ragione, dovrebbe rispettare il diritto internazionale, ma ciò non avviene da vari decenni e anzi: dopo aver favorito Hamas per mettere una pietra tombale su qualunque prospettiva di uno stato palestinese (non avendo nessuno con cui “trattare” ufficialmente) sta cogliendo l’occasione per attuare una nuova “Nakba”, la “Catastrofe” del ‘48, l’inizio della contemporanea politica dagli intenti genocidi nei confronti dei palestinesi.
Inoltre, chiedere ancora di “condannare Hamas” dopo migliaia di morti causati dalla “punizione di massa” in poco più di un mese attuata da Israele, risulta non solo squisitamente fazioso ma anche ridicolo: prima di chiedere “condannate Hamas” bisognerebbe iniziare col condannare Israele , col riconoscere la sproporzione dei danni causati dallo stato etno-cratico e teo-cratico in questi ultimi giorni, non considerando quelli arrecati ai palestinesi (non solo arabi ma anche gli stessi ebrei) a partire da prima della sua fondazione e dal “peccato originale” di matrice europea e colonialista che ne connota la sua stessa nascita.
Questo “saggio-articolo” nasce con l’intento principale di smontare le accuse di anti-semitismo mosse a chiunque critichi Israele, perfino agli stessi israeliani ed ebrei: “disinnescare” questo genere di critiche è diventato più arduo dopo le azioni dei fondamentalisti islamici, e in particolare quelle dirette a obiettivi non militari, che sono ovviamente da condannare in quanto crimini di guerra... Il problema però è che i crimini di guerra commessi negli ultimi decenni da Israele, e in particolare dagli estremisti sionisti-colonialisti, vengono ignorati dalla stampa mainstream, impegnata come al solito ad alimentare la narrazione fantoccio dei “buoni occidentali democratici giudaico-cristiani” contro i “cattivi terroristi”, quasi sempre musulmani, oltre a tralasciare le cause materiali e “materialiste” alla base delle guerre.
Quasi nessuno si indigna quando, quotidianamente, l’esercito israeliano (così come altri apparati militari del mondo “civilizzato”) insieme ai coloni (di fatto delle milizie paramilitari supportate dalle forze di difesa israeliane “ufficiali”) commettono indicibili abusi, perfino con l’avallo di leggi palesemente illegali e incivili (si pensi alle varie torture commesse in regime di detenzione amministrative agli “ostaggi” palestinesi israeliani da anni, ai permessi per costruire insediamenti garantiti solo ai coloni, agli spossessamenti forzati di terre, colture, costruzioni, risorse idriche  e così via), sistematicamente ignorati dalla quasi totalità di politici e degli apparati mediatici.
Quasi nessuno prova a spiegare come vivono effettivamente i palestinesi, come viene irrimediabilmente limitata la loro libertà di movimento, di proprietà, di accesso a strutture sanitarie e scuole, di come vengono rinchiusi (non solo con gli arresti arbitrari) e uccisi, di come delle famiglie vengono separate da recinzioni automatizzate con meccanismi di riconoscimento facciale, di persone che non possono tornare “a casa” pur avendone il pieno diritto, di persone nate e cresciute in campi profughi che non riescono nemmeno a concepire cosa significhi viveri al di fuori di esso, del senso di claustrofobia, letterale e metaforico, che non può far altro che alimentare i fondamentalismi e la lotta armata (conflitto armato che, tra l’altro, è legittimo di fronte a un occupazione illegale anche secondo il diritto internazionale, anche se il diritto alla difesa non dovrebbe mai coinvolgere civili se non come funesti “danni collaterali”, e nonostante questa constatazione sia dolorosa per qualunque vita spezzata, al di là del fatto che indossi una divisa o meno)... Anzi, se qualcuno prova a fare delle critiche a Israele, anche “minime”, viene perfino tacciato di essere anti-semita e complice dei “terroristi”, il che è linguisticamente paradossale: sono gli israeliani guerra-fondai, nazionalisti e colonialisti, a essere anti-semiti perché anche i palestinesi fanno parte delle popolazioni semitiche, anche se il termine anti-semitismo viene usato in chiave anti-ebraica per la prima volta nella Germania di metà ‘800.
 
Contrariamente a quanto si potrebbe essere portati a pensare, sin dagli albori dell’ideale coloniale sionista sul finire dell’800 (supportato in ambito protestante per ragioni teologiche che analizzeremo nei paragrafi conclusivi di questo saggio informale), che mirava a fondare uno stato per gli Ebrei in diversi continenti (e prima che la scelta cadesse in area ottomana), l’anti-sionismo ha sempre avuto dei sostenitori in ambito ebraico, denotando la posizione degli ebrei che vedevano nel sionismo un tradimento dei valori e della cultura ebraica, che non dovevano e non potevano esprimersi nella creazione di una nazione degli ebrei per ragioni politiche (come la contrarietà alla colonizzazione, ai nazionalismi, all’oppressione di altri popoli o il senso di appartenenza alle nazioni in cui già si viveva) e religiose-identitarie (l’ebraismo inteso come una religione, come una cultura, non quindi in senso politico-nazionalista, oltre al rifiuto di “fondare” una nazione ebraica prima dell’arrivo del messia per gli ortodossi). Attualmente però parlare di anti-sionismo sta pericolosamente diventando un tabù, delegittimando e stigmatizzando ogni opposizione al progetto colonialista di Israele, portando a compimento la ridicola identificazione tra sionismo ed ebraismo prevista e scientemente portata avanti per decenni da politicanti come Abba Eban.
E mentre la maggioranza dei principali media mainstream si scaglia contro i presunti -e talvolta purtroppo veri- antisemiti, all’opposto si fa sempre più largo anche l’islamofobia, un sentimento di cui avere paura e da contrastare tanto quanto l’anti-semitismo, insieme al linguaggio genocida che disumanizza la popolazione palestinese.
 
Per decostruire in maniera molto approfondita e collegata con l’attualità questo genere di accuse usiamo le parole di alcuni ebrei e/o israeliani di origini e formazione molto eterogenee.

Iniziamo da tre stralci di interventi, diffusi tramite dei brevi video, che meriterebbero di diventare virali, di salire alla ribalta delle cronache, di risalire i risultati nei “feed” dei vari social network che invece tendono a identificare come “contenuti sospetti” qualunque critica a Israele penalizzandola o bannandola (e che per questo vi invitiamo a ri-postarli e a schiacciare su “mi piace”, anche se non ci piace vedere immagini, o sentire parole molto forti che però non possiamo ignorare). 
Questi primi tre estratti di interventi hanno il merito di sintetizzare efficacemente e in pochissime battute le ingiustizie e le inconsistenze dell’ideale fanatico-sionista, e i danni che esso crea alle diverse comunità nelle terre di Palestina e nel Mondo intero, a cominciare da quelle arabe ed ebraiche: ci riferiamo al rabbino americano “ultra-ortodosso” e anti-sionista Yisroel Dovid Weiss, all’avvocata israelo-americana specializzata in diritti umani Sari Bashi di “Human Rights Watch” e “Gisha, e a Ruth Ben-Artzi, professoressa di scienze politiche negli USA e nipote di Sara e Benjamin Netanyahu, rispettivamente la “first lady” e il presidente di Israele da cui ha preso le distanze parlando di una deriva “fascista” dello stato di Israele.
Passiamo poi alle parole del medico e oratore Gabor Maté, classe 1944, dopo essere sopravvissuto all’Olocausto era diventato, da giovane, un sostenitore dell’ideale sionista di una “terra promessa”, mosso da una naturale ricerca di protezione per il suo popolo, prima di rendersi conto delle atrocità che venivano commesse nei territori occupati dopo averli visitati.
 
Ci spostiamo dal nord-america in Italia, rivolgendo occhi e orecchie alle tanto lucide quanto sdegnose dichiarazioni di Moni Ovadia, che da sempre si è schierato contro l’oppressione del popolo palestinese, e che al contempo ha posto al centro della sua produzione artistica e saggistica il <<vagabondaggio culturale e reale>> di quello ebraico, <<una cultura che le ideologie totalitarie del ‘900 avrebbero voluto cancellare>>: nato in Bulgaria da una famiglia ebraico-sefardita e trasferitosi da piccolo a Milano, dopo una laurea in scienze politiche ha avviato progetti artistici e di ricerca nel campo della musica etnica e popolare. È uno degli artisti e intellettuali italiani che più si prodiga nel denunciare senza remore, con una franchezza cristallina e tagliente gli abusi nei territori palestinesi occupati portati avanti dai gruppi di potere “giudaico-cristiani”.
 
Nella conclusione di questo “saggio informale” andiamo metaforicamente in Israele, riportando brevemente le parole apparse sui canali social di Josh Drill, ex soldato israeliano della ONG “Breakin the silence”, organizzazione di veterani con lo scopo di <<aumentare la consapevolezza sulle tragiche conseguenze di un’occupazione militare prolungata>>.
 
Infine il punto di vista più radicale è probabilmente quello espresso dall’attivista libertario israeliano Jonathan Pollak, noto principalmente come co-fondatore dell’organizzazione “Anarchici contro il muro”, anche se non gli piace essere identificato come tale nello specifico. In alcune interviste oltre a contestualizzare il ricorso alla lotta armata, strategia utilizzata anche da Mandela nella battaglia contro l’apartheid sud-africano, ha messo in evidenza l’ipocrisia dell’ “apartheid-giudiziario” israeliano: arrestato dopo una protesta contro i coloni a Beita, avrebbe potuto essere processato da un tribunale civile in quanto cittadino israeliano, ma ha invece scelto un tribunale militare, rischiando una pena più alta come avviene per chi non ha un passaporto israeliano.
 
Nel testo che segue troverete principalmente video (con appositi link qualora non riusciste a visualizzarli “incorporati” nel post), frammenti di articoli e trascrizioni (con annesse traduzioni dall’inglese) di alcune delle dichiarazioni da loro rilasciate, quelle che riteniamo più significative per testimoniare che non tutti gli ebrei e gli israeliani sono in favore dell’apartheid e dei crimini di guerra in Palestina, anche se questi provengono da percorsi politici, di vita e contesti molto diversi tra loro... E non ci sono solo singoli ebrei e/o israeliani come quelli qui citati, ma anche gruppi e associazioni che da tempo, e in questi ultimi giorni, protestano in favore dei palestinesi, come “Jewish Voice For Peace”, “Rabbis For Human Rights” e “Laboratorio Ebraico Antirazzista”, solo per citarne alcuni.
 
Infine non dobbiamo dimenticare anche alcune delle vittime israeliane dell’attacco di Hamas che continuano a chiedere l’imminente fine dell’offensiva criminale e dell’occupazione illegale israeliana, come Noy Katsman, fratello di Hayim che in vita, dopo essere stato un militare, aveva cominciato a difendere i diritti dei palestinesi. Al suo funerale ha detto: <<non usate le nostre morti e le nostre sofferenze per arrecarne ulteriori ad altre persone e famiglie>>; analogamente Yonatan Zeigen, figlio di Vivian Silver, fondatrice di “Women Wage Peace” e morta durante l’attacco di Hamas, invita il governo israeliano a fare tutto il contrario della guerra, e quindi ad avviare negoziazioni, usando lo slogan che l’anziana avrebbe fatto proprio, e cioè “non nel nostro nome”. Ricordiamo inoltre che perfino l’ex vertice del Mossad Tamir Pardo (e non solo diverse organizzazioni umanitarie e membri dell’ONU come avevamo già detto tra queste pagine virtuali) ha definito, un mese prima del 7 Ottobre, il sistema di segregazione attuato da Israele come un regime di apartheid.



CONTRO L’ETNO-TEOCRAZIA ISRAELIANA O CONTRO GLI EBREI?!


Immagine del rabbino con un cartello recitante la scritta: "I rabbini autentici si sono sempre opposti al sionismo e allo stato di Israele". Nel testo alcune delle parole riportate nell'articolo espresse da lui
Foto a sinistra di "Carolmooredc" rilasciata con licenza creative commons: sul cartello del rabbino si legge: "<I rabbini autentici si sono sempre opposti al sionismo e allo stato di Israele>"