23.8.26

LA COSIDDETTA LEGGE ‘TURCHIA TERRORISM FREE’

POSARE LE ARMI PUÒ ESSERE SOLO UN PRIMO PASSO PER LA PACE, OPPURE UNA STRATEGIA DI 'PACIFICAZIONE COLONIALE'...


Sullo sfondo un cielo nuvoloso e alcuni grigi palazzi, oltre ad alcune persone. Al centro risalta una bandiera con il volto di Ocalan e delle scritte in curdo. Si intravedono altre bandiere con Ocalan in uniforme e la stella rossa nel simbolo del KCK. Sopra l'immagine della manifestazione, il disegno di due mani che spezzano un fucile, un noto simbolo antimilitarista, con gli stessi tre colori delle bandiere (giallo, rosso e verde).
Manifestazione per Ocalan a Napoli. Archivio Fanrivista.


Aggiornamento di Agosto 2026 sul processo di pace tra Turchia e guerriglia curda


I PASSI PRECEDENTI L'APPROVAZIONE

Il 10 agosto 2026, nell’ambito del tortuoso processo di pace tra PKK e Turchia, il parlamento turco ha approvato una proposta di legge soprannominata “Turchia senza terrorismo”. Dovrebbe condurre al reinserimento nel tessuto sociale turco di guerriglieri e sostenitori del PKK in tutto il mondo, ponendo fine a decenni di scontri tra guerriglierə ed esercito turco.

L’inizio di questo percorso legislativo, approvato da circa l’80% dei 600 parlamentari turchi, segna anche l’avvio di una nuova fase delle trattative, partite da un ambiguo invito a Ocalan dal ‘lupo grigio’ Bahçeli a Ottobre 2024. Il PKK, rispondendo agli appelli del suo leader, ha prima dichiarato lo scioglimento formale del partito a Maggio 2025, poi ha messo simbolicamente al rogo le sue armi a Luglio 2025 e, infine, ha annunciato il ritiro di unità della guerriglia dai confini turchi a Ottobre 2025, ripiegando nelle aree più prossime all’Iraq.


IL MECCANISMO DELLA LEGGE QUADRO

Poco dopo la Turchia ha costituito un'apposita Commissione parlamentare per poi, dopo diversi mesi, completare l’elaborazione della legge quadro, ufficialmente nota come “Legge per il rafforzamento della solidarietà nazionale e l’integrazione sociale”. I 12 articoli che la compongono prevedono sostanzialmente una specie di amnistia e, precisamente, la sospensione per 5 anni di indagini, di procedimenti e di sanzioni penali per una serie di reati con pene massime fino a 15 anni. I reati in questione vanno dalla propaganda al finanziamento delle attività denotate come ‘terroristiche’, ovvero di appartenenza e/o sostegno al formalmente disciolto partito comunista curdo. Il periodo di sospensione sale a 10 anni per reati che prevedono condanne fino all’ergastolo. I potenziali beneficiari di queste sospensioni, che potrebbero trasformarsi in annullamenti completi, sono migliaia.

Invece, i reati esclusi sono tutti quelli che erano puniti con l’ergastolo, anche senza circostanze aggravanti, prima dell’entrata in vigore della riforma del codice penale del primo giugno 2005, oltre all’omicidio volontario. Queste esclusioni lasciano fuori dal provvedimento i leader storici del partito, a partire dal ‘Mandela curdo’, Abdullah Ocalan.

L’archiviazione del procedimento o l’estinzione della pena verrebbero applicate solo se altre condizioni venissero rispettate, e se la persona oggetto delle indagini o della pena non commettesse altri reati. Tra i possibili benefici c’è la possibilità di annullare anche gli effetti amministrativi dei processi. Ciò permetterebbe agli ex-PKK il ritorno a diverse funzioni della vita civile e politica, come la candidatura alle elezioni. Possibilità che non sarebbe comunque automatica e verrebbe valutata caso per caso.

Condizione principale per trasformare il ‘congelamento’ di condanne e indagini in vera e propria cancellazione è costituita da alcuni accertamenti. Un organo governativo e un altro selezionato dal presidente del parlamento dovrebbero accertare che il “PKK/KCK e le organizzazioni terroristiche a esso collegate” non siano effettivamente più attive, e che tutte le armi siano state consegnate. Per le verifiche ci saranno anche i ministeri degli esteri e della difesa insieme ad altre autorità competenti in materia di difesa, a partire dai servizi segreti. Nessuna tempistica precisa o approssimativa viene definita nel testo, che menziona solo 6 mesi di tempo per presentare la domanda di sospensione non appena le verifiche su scioglimento e disarmo siano concluse.


LE REAZIONI E LE INCOGNITE

Governo e sostenitori del sultano’ Erdogan pubblicizzano la legge come una procedura per rendere la Turchia ‘libera dal terrorismo’. Altri settori politici conservatori, invece, pensano che la legge sia una sorta di ‘regalo ai terroristi’, mentre diversi esponenti dell’opposizione e della minoranza curda accolgono con timida positività il provvedimento, continuando però a chiedere riforme più ampie per invertire radicalmente la tendenza dittatoriale di Ankara. Senza tali riforme e un’effettiva inclusione della minoranza curda il processo sarebbe destinato a fallire. Infatti, senza immaginare scenari collegati a guerre civili o altri attori statali (che non sembrano certo remoti visto l’innalzamento delle tensioni con Israele), chi godrebbe di questa specie di ‘amnistia’ potrebbe essere strumentalmente accusato di ‘terrorismo’, invece che di sano dissenso, per poi essere nuovamente condannato, cosa che continua ad avvenire regolarmente in Turchia.

Anche se il PKK ha accolto positivamente il provvedimento, ritiene una criticità il fatto che Ocalan ne sia stato escluso, pur essendo stato indicato da Bahçeli come interlocutore privilegiato con i ‘terroristi’... E non è l’unica criticità. La legge, come si è detto sopra, si riferisce non solo al PKK, ma anche al KCK (Unione delle Comunità del Kurdistan), un’organizzazione politica ‘ombrello’ che racchiude diversi organismi che si rifanno al rinnovato pensiero ‘post-socialismo reale’ di Ocalan, incluso il PKK, ovviamente. Mustafa Karasu, esponente del KCK nella regione autonoma del Kurdistan irakeno, argomenta che la legge è “un importante primo passo”, ma è priva di riferimenti sulla questione curda, quella del popolo più numeroso senza uno stato, la cui persecuzione è origine e ragione principale dello scontro pluridecennale.

Dunque, le maggiori criticità sono due: la discrezionalità delle autorità del regime turco, con cui potranno anche determinare se il PKK e qualunque altra organizzazione più o meno legata a esso saranno dichiarate ‘sciolti’, e le ingiustizie sistemiche a danno della minoranza curda, precedenti l’autocrazia di Erdogan, oltre a quelle che caratterizzano il suo governo e che coinvolgono gli altri settori della società turca.


SI PUÒ AVERE PACE SENZA GIUSTIZIA?!

Forse Erdogan sta attuando solo una strategia propagandistica per calmare la resistenza curda e cercare una pacificazione interna, in vista di una modifica costituzionale per permettergli di candidarsi nuovamente alle elezioni e prepararsi ad affrontare Israele. 

Tuttavia, anche se l’attuale quadro legale “sembra più focalizzato sul disarmo, sulle procedure penali e amministrative rispetto a una trasformazione democratica” profonda, nota l’avvocatessa turca Şerife Ceren Uysal, bisogna comunque provare a sostenere il processo di pace perché “l’insufficienza del processo di pace non ci assolve dalla responsabilità di supportare la possibilità della pace e di pensare ai passi già fatti. Ci sono tante buone ragioni per criticare lo stato turco e diffidare di promesse vaghe e astratte, ma il problema è che avere ragione non sempre significa essere responsabili (...) se critichiamo il processo perché vogliamo più libertà e democrazia, allora queste critiche e il supporto al processo non sono in contraddizione tra loro. Posso criticare questo progetto, ritenerlo insufficiente, ma posso anche supportare ogni singolo passo concreto (...) Se il quadro giuridico fosse già completo e ci fosse giustizia, allora non avremmo nemmeno bisogno di un processo di pace (...) Ci serve il coraggio politico di restare critici senza essere distruttivi, di chiedere di più senza sottovalutare quello che si è ottenuto, di non dimenticare il passato senza rendere impossibile il futuro, e di riconoscere ogni sincero passo che si allontana dalla violenza, continuando a insistere verso democrazia, uguaglianza e giustizia (...)”.

Posare le armi può essere un primo passo per far finire la guerra, ma un vero processo di pace implica un ben più lungo percorso, oltre alla premessa stessa per la realizzazione di una società che sia il più possibile vicina alla utopia di un mondo equo e di ugualə. Quindi, serve impegno da parte della società civile affinché le armi non vengano fatte posare per attuare una pacificazione coloniale, per negare i diritti di autodeterminazione e autogestione di un popolo e dei suoi alleati. 

E quando chi è privilegiato sostiene i diritti di un popolo oppresso deve avere tanta coerenza quanto pragmatismo, come si è argomentato più volte tra queste pagine digitali. Il rischio è diventare uno strumento di questa o quella potenza statale. E Ocalan e altri teorici post-anarchici insegnano che strutture istituzionali e sociali alternative sono esistite e possono esistere.

Paolo Maria Addabbo



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