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22.2.26

DAANES RAREFATTA. ROJAVA RESISTE IN UN’INTEGRAZIONE DIFFICILE

DALLA CADUTA DI ASSAD ALL’ASSEDIO DEL ROJAVA (CHE SUCCEDE IN SIRIA PARTE 2)


Torniamo a parlare di Siria e dell’unica democrazia del Medio Oriente, “il Rojava”, parola che indica letteralmente l’ovest della regione curda e per estensione quella che era l’intera DAANES. Di questa, attualmente, restano e resistono soltanto due lembi di Rojava senza continuità territoriale in un complesso e controverso percorso di integrazione con il nuovo governo siriano. Precisamente, le aree che non sono cadute sotto il completo controllo del presidente ad interim al-Shara’ sono quelle di Kobane, Qamislo e al-Hasaka.

Per chi fosse interessatə ad approcciare o anche approfondire questi argomenti, consigliamo un altro articolo pubblicato nella sezione di “Geopolitica Popolare” di Fanrivista pubblicato a fine 2024. In quel periodo, in poche ore, con il supporto più o meno manifesto di diverse potenze statali, il dittatore Assad è stato rovesciato. Fino ad allora il nuovo presidente ad interim, quando era manifestamente un estremista jihadista, si faceva chiamare al-Jolani.

CHE SUCCEDE IN SIRIA (Parte 1).


Altri contenuti collegati pubblicati da Fanrivista, insieme alle fonti usate per questo articolo, li troverete nei link che accompagnano il testo. Leggetelo con calma e criticatelo senza pietà se lo ritenete necessario!



La mappa della Siria che cristallizza il controllo territoriale a fine Gennaio 2026: in verde le zone controllate dal governo di transizione, in giallo quello che resta della DAANES ai confini con la turchia, in viola la zona occupata da Israele e non lontano, più a est in fucsia, le zone controllate dai drusi.  In alto a sinistra il momento in cui una folla, a Taqqa, abbatte una statua che rappresenta una combattente delle YPJ.  Al centro in alto al-Jolani in tenuta da combattente, nel manifesto diffuso con la taglia sulla sua testa: lui indossa un turbante e si nota la scritta: “Stop this terrorist. Upt to 10 million reward”. A destra, invece, al-Jolani in qualità di presidente ad interim della Siria in giacca e cravatta.

La mappa della Siria che cristallizza il controllo territoriale a fine Gennaio 2026: in verde le zone controllate dal governo di transizione, in giallo quello che resta della DAANES, in viola la zona occupata da Israele e in fucsia le zone controllate dai drusi.

In alto a sinistra il momento in cui una folla, a Taqqa, abbatte una statua che rappresenta una combattente delle YPJ.

Al centro al-Jolani in tenuta da combattente, nel manifesto diffuso con la taglia sulla sua testa. A destra, invece, al-Jolani in qualità di presidente ad interim della Siria. Adesso non si fa chiamare più con il suo nome di battaglia. 




AGGIORNAMENTO DEL 28/08/2026


  • Il 25/8/26 Mazloum Abdi, Comandante Generale delle Forze Democratiche Siriane, ha annunciato, in una conferenza stampa a Damasco, la fine del corpo militare, a guida curda, attivo dal 2015 nella lotta contro l’ISIS e nella difesa della DAANES. La dissoluzione delle FDS segue una serie di accordi, scontri e incontri con il nuovo governo siriano (di cui si parla nell'articolo che segue), e uno dei punti da implementare “entro l’anno” riguarda il diritto di imparare la lingua della minoranza curda.

  • Il giorno dopo, il Comando Generale delle YPJ, le unità di protezione femminili, parte delle FDS e preesistenti a esse, si sono incontrate con il Ministero degli interni siriano, discutendo anche di uno dei problemi più spinosi per il governo guidato dall’ex capo di al-Nusra, la sezione siriana di al-Qaeda, ovvero al-Jolani, nome di battaglia del presidente ad interim al-Sharaa: l’integrazione delle combattenti femminili in una formazione autonoma all’interno delle nuove strutture governative. Il Comando ha annunciato che gli incontri continueranno.




I NUOVI CLIENTI DEGLI USA E IL LAVORO SPORCO DI “CARCERIERE” DELL’ISIS

Nell’Asia Occidentale continua il genocidio palestinese più in sordina, con il colpevole e sostanziale silenzio della comunità internazionale.

Il popolo iraniano manifesta la sua insofferenza verso il regime degli ayatollah, mentre i sostenitori dello scià e delle democrature occidentali provano a cavalcare e fomentare le proteste, minandone la stessa legittimità.

E intanto, in Siria, il nuovo governo di Ahmad al-Shara è riuscito a unificare formalmente quasi tutto il paese dopo aver duramente represso diverse minoranze, e dopo le alleanze con quelli che erano stati i suoi nemici giurati, nonché carcerieri, gli USA. L’ex membro di al-Qaeda, all’epoca noto come al-Jolani, ha avviato un’operazione comunicativa brillante per ripulire la sua immagine pubblica. Si è tolto letteralmente i panni di guerrigliero e ha indossato giacca e cravatta, ha dichiarato di volere una Siria inclusiva, ha approvato qualche provvedimento di facciata per riconoscere diritti e festività ai gruppi minoritari, ed è stato clamorosamente accolto a braccia aperte nei maggiori consessi internazionali. Eppure, negli ultimi mesi, le milizie jihadiste che adesso indossano l’uniforme dell’esercito nazionale hanno perseguitato drusi, alawiti e curdi.

Attacchi culminati con l’assedio e la conquista di gran parte della DAANES (acronimo di Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord-Est), la regione de facto autonoma del nord-est della Siria nota ai più con la sineddoche “Rojava”, ovvero il “Kurdistan dell’Ovest”, difesa dalle “Forze Siriane Democratiche” (SDF è l’acronimo in inglese). Il “Rojava” è probabilmente l’unica democrazia del Medio Oriente, un esperimento amministrativo che, con tutte le sue fragilità, criticità e limitazioni, è considerato l’avanguardia e la degna continuazione dei tanti processi rivoluzionari socialisti falliti nella storia, solitamente perché degenerati in autoritarismo, dittatura e totalitarismo.

4.6.23

LA FINLANDIA NELLA NATO, E LA SVEZIA?!

LE ESTRADIZIONI RICHIESTE E QUELLE NON CONCESSE DALLA TURCHIA

 

Sullo sfondo Erdogan. In trasparenza la bandiera della Nato, quella Finlandese con un punto esclamativo a fianco, e un punto interrogativo a fianco quella Svedese

ERDOGAN CHIEDE LA CONSEGNA DI DISSIDENTI (BOLLATI COME “TERRORISTI”) ORMAI DA UN ANNO, MA FORSE PUNTA SOLO AD AVERE CAMPO LIBERO CONTRO I CURDI E PIÙ ARMI

 

Dopo la ri-elezione del Sultano Erdogan (virtualmente al potere fino al 2028), profondamente viziata da arresti di dissidenti, brogli “fisici” e “mediatici”, la Svezia e il segretario Jens Stoltenberg continuano a prodigarsi per la ratifica dell’entrata nell’alleanza atlantica da parte del parlamento ungherese e di quello turco (gli unici mancanti all’appello).

La Finlandia invece è già entrata a far parte della NATO dal 5 Aprile 2023, divenendo il 31esimo stato dell’alleanza militare che negli ultimi 30 anni ha avviato una serie di guerre illegali (dato che, come sostengono molti, le regole stabilite dell’ONU vengono puntualmente violate, in un tombale e globale silenzio massmediatico) e che servirebbero ad “esportare la democrazia”...

Si pone così fine alla storica neutralità dei due paesi che sono anche due delle mete principali della diaspora curda (i/le curde/i sarbbero almeno circa 80 mila in Svezia e 15 mila in Finalndia): la NATO è una di quelle istituzioni che considera il PKK (il Partito dei Lavoratori del Kurdistan il cui leader recluso, Ocalan, ha compiuto un salto ideologico dal nazionalismo e dal marxismo-leninismo al modello confederalista-democratico libertario e che ultimamente ha dichiarato un cessate il fuoco unilaterale) un’organizzazione terroristica, nonostante molti ne chiedano la cancellazione dalle apposite liste, e che a partire dal memorandum siglato la scorsa estate a Madrid anche i due paesi scandinavi considerano tale.

La Svezia in questi ultimi giorni, in base a quanto sottoscritto nel memorandum e con lo scopo di soddisfare le richieste turche, ha anche approvato una nuova legge-antiterrorismo che prevede esplicitamente la proibizione del supporto a organizzazioni terroristiche, mentre molti mettono in guardia del pericolo che queste nuove norme potrebbero rappresentare per diversi diritti umani, in primis per quello alla libertà di espressione

La scorsa estate, quando Erdogan pose come condizione la consegna di dissidenti (prevalentemente tra i curdi di sinistra e tra i “seguaci” del movimento islamico di Fetullah Gulenl’ “Imam” ex amico del Sultano) abbiamo cominciato a seguire la vicenda, domandandoci “come sarebbe andata a finire”? I due paesi sarebbero entrati nella NATO? I dissidenti sarebbero stati consegnati nelle grinfie di uno “stato-canaglia”-nel senso di “canaglia palese” perché nel mondo occidentale siamo delle “canaglie più subdole”- che ha anche il secondo esercito più numeroso dell’alleanza militare atlantica?

Per questo abbiamo pensato di costruire un “format”, intitolato “Come Va A Finire”, in cui sostanzialmente seguiamo l’“evoluzione” di una specifica vicenda, in questo caso quella delle estradizioni di dissidenti politici (in gran parte curdi ma non solo) verso la Turchia e dell’entrata di Svezia e Finlandia nella NATO.

Nelle righe che seguono trovate una sintesi dettagliata di vari eventi relativi alla vicenda accaduti negli ultimi mesi, insieme ai probabili obiettivi politici e militari di Turchia e Ungheria che probabilmente si nascondono dietro il “temporeggiamento” delle pseudodemocrazie governate da Orban ed Erdogan.

Il senso e l’obiettivo di questo di articolo riflette il tipo di approccio sperimentale alle notizie che portiamo avanti tra le righe di questa ZINA/RIVISTA: più che andare dietro le notizie “breaking” e veloci da consumare voracemente, preferiamo puntare all’approfondimento di un argomento, raccogliendo quante più fonti possibile e cercando di “fotografare” un “momento” preciso della contemporaneità, e quindi realizzando dei contenuti che saranno “a lunga scadenza”, e cioè utili da leggere (e dunque criticare) anche molto tempo dopo l’immediatezza della pubblicazione.

 

 

L’ESTRADIZIONE CHE LA SVEZIA CHIEDE ALLA TURCHIA (E ALTRI CASI GIUDIZIARI AFFINI): LE PARTI SI INVERTONO

Prima di entrare nel merito delle estradizioni richieste dalla Turchia ai due paesi nord-europei, partiamo con un’inversione delle parti: la Svezia e l’Interpol hanno chiesto alla Turchia la consegna dello svedese di origine curda-irachena Rawa Majid, detto la “volpe curda”, vertice di una gang svedese e accusato di diversi reati legati al narcotraffico. Secondo il ministro degli esteri, Tobias Millstrom, e un diplomatico svedese, Oscar Stenstrom, il trafficante sarebbe legato al PKK (il partito comunista curdo represso dalla Turchia, insieme ad altri partiti a maggioranza curda più moderati, di cui Erdogan chiede l’estradizione) che invece smentisce categoricamente ogni legame.

La Turchia ha negato l’estradizione in quanto la “volpe” nel 2020 ha acquistato il cosiddetto “Passaporto Dorato”, e cioè è diventato formalmente un cittadino turco grazie a un investimento di quasi mezzo milione di dollari. In base alla leggi di Ankara una persona che è diventata da poco cittadina turca non può essere estradata. Come spiega un articolo di Mitchell Prothero di Vice, pubblicato ad Aprile e intitolato I gangsters hanno una nuova possibilità di sfuggire alla cattura, anche un trafficante olandese ha acquistato la cittadinanza turca usufruendo quindi dell’impunità.

È curiosamente tragico notare come un paese guidato da un autocrate che sfrutta i flussi migratori e le inadeguate e inumane politiche sulle migrazioni europee, garantisce invece l’impunità a chi può comprarsela mentre al contempo reprime, incarcera e tortura dissidenti politici.

Intanto Cipro, storicamente “vicina” al Kurdistan, un mese fa ha avviato l’estradizione in Germania di Kenan Ayaz, dove è accusato di aver supportato il PKK. Dopo aver speso dodici anni nelle galere turche aveva riparato nella parte greca dell’isola venendo riconosciuto come rifugiato: secondo chi lo difende aveva continuato l’attività politica dall’esilio, pubblicamente e in maniera legale, e nelle proteste in suo favore ci sono stati almeno tre arresti, incluso suo fratello.

A Marzo del 2023 le YPJ, sezione femminile delle Unità di protezione popolare del Rojava, ritenevano insufficiente la condanna a 3 mesi, da parte di una corte svedese, a una donna che si era unita all’ISIS nel 2014

Nello stesso periodo l’Italia negava l’estradizione di Baris Boyun verso la Turchia, considerato un boss della mafia locale che si sarebbe macchiato di svariati crimini, incluso l’omicidio, ma che a sua detta è perseguitato in quanto curdo: era stato catturato dalla polizia a Rimini nel 2022, dove sarebbe arrivato dalla Svizzera mentre pendeva su di lui un mandato di cattura internazionale emesso dalla Turchia, e aveva con se una pistola, facendo scattare l’arresto in flagranza per detenzione di armi.

L’estradizione è stata però negata anche per le argomentazioni depositate dal suo difensore alla Corte bolognese: in Turchia i parametri sullo spazio minimo individuale nelle prigioni non vengono rispettati, e questo vale anche per altri esseri umani meno “fortunati” da un punto di vista formale/legale, e i diritti di quegli esseri umani andrebbero rispettati a prescindere, anche se fossero davvero “terroristi” o esponenti della criminalità organizzata...


27.1.23

AMNESTY AL GOVERNO DI ASSAD: BASTA CON L’ASSEDIO IN ROJAVA

IN UN COMUNICATO (DIFFUSO TRE GIORNI FA) SI SPIEGA CHE LA POPOLAZIONE NON HA ACCESSO AI BENI ESSENZIALI: È UNA TATTICA DI GUERRA VIETATA DAL DIRITTO INTERNAZIONALE!


NEL RAPPORTO DELLA ONG (PUBBLICATO LO SCORSO MARZO) VENGONO CONTESTATE ANCHE DELLE VIOLAZIONI ALLE FORZE DEMOCRATICHE SIRIANE (FDS), LE FORZE ARMATE DEL ROJAVA


Al centro dell'immagine un post su Telegram diffuso dalle YPJ, componente principale delle FDS: spiega che l’assedio del regime di Damasco impedisce il rifornimento di beni essenziali, inclusi quelli utili al riscaldamento, e ha causato la morte di due bambini, uno di pochi giorni e uno di 4 anni.

A sinistra la nota diffusa da Amnesty in cui chiede al governo siriano di porre fine all’isolamento illegale conseguente all’assedio.

A destra il capitolo dedicato alla Siria dell’ultimo rapporto pubblicato dalla ONG lo scorso Marzo.


AMNESTY AMMONISCE LA SIRIA: TERMINARE L’ASSEDIO ALLE ZONE CURDE DI ALEPPO

Il 24 Gennaio Amnesty International ha diffuso un comunicato: afferma che ha richiesto al governo siriano di porre fine al <<brutale assedio delle aree a maggioranza curda della parte settentrionale della regione di Aleppo>> che impedisce il rifornimento di beni essenziali.

Nella nota si spiega che la strategia per isolare centri abitati è stata usata più volte dall’inizio della guerra civile siriana, impedendo a civili (di cui molti profughi) di ricevere beni di prima necessità che non vengono più inviati dalla Croce rossa locale -affiliata al governo- e di carburante che viene contrabbandato dalla Quarta divisione dell’esercito siriano a prezzi smisurati da mercato nero: <<le scorte di medicinali sono in via di esaurimento. In questi mesi invernali le persone sono costrette a bruciare suppellettili e materiali di plastica per difendersi dal gelo>>. <<Le parti coinvolte in un conflitto devono permettere e agevolare il passaggio, veloce e privo di ostacoli, dell’assistenza umanitaria imparziale a tutti i civili che ne necessitano>>e quindi il regime di Assad sta impiegando una tattica di guerra che viola il diritto bellico.

Le aree interessate dal blocco, controllate dall’Amministrazione Autonoma del Nord e dell’Est della Siria (AANES), <<comprendono i quartieri di Shelih Maqsoud e di Ashrafieh nella zona nord della città di Aleppo e una cinquantina di villaggi nella zona di Shahba>>.

 

L’ANNUNCIO DEL RITIRO DELLE TRUPPE TURCHE DI FINE ANNO E I NUOVI ATTACCHI

24.12.22

ATTENTATO AL CENTRO CURDO “AHMET KAYA” DI PARIGI

I PRECEDENTI DELL’ATTENTATORE, I SOSPETTI SUL MOVENTE E IL PROIBIZIONISMO SULLE ARMI

 

Una foto del centro curdo dedicato all'artista Ahmet Kaya, dove è avvenuto il codardo gesto. La foto è tratta dal profilo Facebook dell'associazione

 

LUOGO E DINAMICA DELL’ATTACCO

Il 23 Dicembre, poco prima di mezzogiorno, un uomo di quasi 70 anni ha aperto il fuoco in rue d’Enghien, nella decima circoscrizione di Parigi: il centro culturale dedicato al cantante Ahmet Kaya è considerato un’ambasciata “informale”, dato che il popolo curdo è il più numeroso al Mondo senza una nazione “ufficiale”, e dove si tengono diverse attività tra cui il supporto per le pratiche burocratiche di chi migra.

Diversi colpi di pistola sono stati esplosi uccidendo un’attivista, un cantante (anche la persona a cui è intitolato il centro lo era) e un altro attivista e rifugiato che si trovavano nel centro. Una delle vittime ha provato a rifugiarsi, invano, in un ristorante di fronte. Almeno quattro sono i feriti gravi. Per fortuna alcuni astanti in un parrucchiere, dove sarebbero stati esplosi altri colpi, sono riusciti a disarmarlo: l’esito  poteva essere ancora più tragico dato che era in possesso di altre munizioni calibro 45 custodite in una valigia. Pare che la Colt 1911 usata, dall’aspetto consumato,  provenga da un poligono di tiro.

In queste ore continuano le manifestazioni di protesta e gli scontri con la polizia a Parigi e Marsiglia, iniziate dopo che le forze dell’ordine hanno bloccato l’accesso alla zona durante la contestuale visita del ministro Gérald Darmanin: nelle immagini diffuse si notano diversi appartenenti al servizio d’ordine “interno” alle manifestazioni che cercano di placare gli animi. Alcuni agenti di polizia risultano feriti. L’istanza dei manifestanti è quella della mancata, o perlomeno insufficiente, difesa della comunità curda: in questi giorni continua l’attacco turco alla regione del Nord-Est della Siria (nota come Rojava), insieme al contestuale embargo mediatico” sulla vicenda e agli attacchi interni alla Turchia contro gli oppositori in preparazione per le prossime elezioni




 

L’IDENTITÀ  DELL’ATTENTATORE E I PRECEDENTI PER VIOLENZE A SFONDO RAZZISTA

All’interrogatorio l’attentatore, William Malet, avrebbe dichiarato di essere razzista e di odiare i curdi, e per questo avrebbe perpetrato il vile atto. Stando a quanto riportano le cronache già nel 2016 l’uomo si ribellò a un furto colpendo il ladro con un martello. Quel processo pare che si sia "arenato", ma l’8 Dicembre del 2021 aveva messo a segno un altro attacco contro un campo-tendopoli per migranti a Bercy, ferendo almeno due persone gravemente con una sciabola e lacerando alcune delle circa venti tende, popolate principalmente da rifugiati africani che non sono riusciti a procurarsi un alloggio.

Una delle vittime di quel precedente attacco, ferita con la spada alla schiena e alla gamba e di nome Osman, ha espresso una timorosa sorpresa nel rivederlo sui media: <<come è possibile che sia fuori?! Se lo avessi saputo avrei avuto paura di ritorsioni>> ha dichiarato in un’intervista.

13.11.22

SVEZIA E FINLANDIA NELLA NATO: COSA VUOLE DAVVERO LA TURCHIA?

AGGIORNAMENTO DEL 13/11/2022

Per la rubrica-format di Fanrivista #ComeVaAfinire” oggi pubblichiamo un aggiornamento sul veto posto dalla Turchia all’entrata nella NATO dei due paesi scandinavi, focalizzandoci su: i diktat della Turchia a Finlandia e –soprattutto- alla Svezia, la disponibilità del nuovo premier svedese, gli attacchi fisici e mediatici ai giornalisti turchi rifugiati nei confini europei, le estradizioni concesse e le possibili (ma velate) altre ragioni dietro l’insistenza turca sulla consegna di dissidenti e presunti “terroristi



 


Come promesso, torniamo quindi a occuparci della vicenda cercando di capire “Come andrà a finire”  e dandovi conto degli sviluppi più recenti (oltre a sintetizzare quanto avevamo già scritto in estate) riguardo le estradizioni e le espulsioni richieste dal “Sultano”. Inoltre, secondo un analista svedese, quello che veramente Erdogan vuole raggiungere potrebbe essere qualcosa di diverso dalla semplice consegna dei presunti “terroristi” e altri dissidenti… Il <<dittatore di cui però abbiamo bisogno>> (cit. di Mario Draghi) avrebbe addirittura messo in conto che queste estradizioni non avverranno mai (ipotesi che sembra confermata dal fatto che ci sono oggettivi limiti, giuridici e costituzionali, perché queste siano concesse –come lo status di cittadini o rifugiati- dato che non dipendono direttamente dai due Governi ma da altri enti e agenzie delle due nazioni…). Ma allora perché la Turchia insiste?!




 

ALL’APPELLO MANCANO SOLO TURCHIA E UNGHERIA

Con l’estensione all’intero territorio ucraino dell’aggressione russa, Svezia e Finlandia hanno richiesto di entrare a far parte della NATO, accelerando il processo di avvicinamento all’alleanza iniziato nel ’94 con il Partenariato per la Pace.

Condizione per l’entrata di nuovi membri nel patto atlantico è l’approvazione dei rispettivi governi. Mancano solo Ungheria e Turchia all’appello per la ratifica finale da parte delle nazioni già inserite nell’alleanza, che tra l’altro sta avvenendo in tempi “record” rispetto al passato.

Mentre pochi giorni fa l’Ungheria del reazionario e sovranista Orban diceva, tramite un membro del suo esecutivo, che i due paesi potevano <<contare su di loro>>, il premier-autocrate turco continua a fare leva sulla consegna di decine di dissidenti  e presunti terroristi, minacciando che continuerà a opporre il suo veto, dato che il memorandum siglato ad Agosto a Madrid non sarebbe stato rispettato.

In un articolo dello scorso Luglio, pubblicato dalla BBC, si riferiva che la Svezia avrebbe promesso a Erdogan (come da lui affermato) di estradare 73 terroristi e che 4 erano già stati inviati. Da quando, in estate, abbiamo cominciato a seguire la vicenda (analizzando comunicati stampa, articoli da tutto il mondo e altre fonti aperte) però, i casi di estradizione avviati e discussi in pubblico sono stati solo due. Di questi solo uno sarebbe effettivamente concluso.

Intanto “il Sultano” Erdogan ha però già ottenuto lo “sblocco” della vendita di armi al suo paese (conseguente agli attacchi turchi ai danni dello YPG/YPJ, formazione che è riuscita a “ritagliarsi uno spazio” nel nord-est della Siria lottando contro l’ISIS), mentre invece la consegna dei dissidenti si scontra (fortunatamente) con gli ostacoli costituzionali e giuridici che non permettono estradizioni ed espulsioni verso un paese in cui si rischiano abusi come la tortura.

 

LA LISTA DI PROSCRIZIONE, L’UNICA ESTRADIZIONE CHE SEMBRA CONFERMATA FINORA (DELLE ULTIME RICHIESTE) E GLI ATTACCHI FISICI E MEDIATICI AI GIORNALISTI RESIDENTI IN EUROPA

Nei mesi scorsi la Turchia aveva presentato una sorta di “lista di proscrizione”: 

20.8.22

Svezia e Finlandia nella NATO: Aggiornamento del 20/08/2022. Pronta nuova estradizione dalla Svezia.

Continuiamo a seguire la vicenda delle richieste di estradizioni ed espulsioni fatte dalla Turchia a Svezia e Finlandia, condizione posta da Ankara (insieme alla fine dell’embargo per l’esportazioni di armi) per non imporre il veto all’entrata dei due paesi nella NATO.





Due settimane fa abbiamo iniziato una serie di articoli contrassegnati dall’hashtag #ComeVaAfinire #ComeAndràAfinire interrogandoci sulla consegna di dissidenti (terroristi secondo il governo dell’autocrate Erdogan).

La settimana scorsa invece abbiamo postato due aggiornamenti sulla prima estradizione: si tratta di una persona detenuta in Svezia da Dicembre 2021 e presente nella “lista di proscrizione” inviata dalla Turchia e pubblicata (sembra parzialmente) da diversi media turchi.

Di oggi la notizia che un’altra persona starebbe per essere estradata, mentre la comunità curda e i suoi sostenitori hanno lanciato una campagna per liberarlo dal centro di detenzione, usando anche gli hashtag

#FreedomforZınarMehmetBozkurt #stopDeportingZinarBozkurt



Un’altra persona pronta per essere estradata dalla Svezia