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10.6.25

REFERENDUM ABROGATIVI: MENO QUORUM PIÙ PARTECIPAZIONE

In questo post per la rubrica a-periodica “Dati Parziali non ci concentriamo tanto sui risultati numerici dell'ultimo referendum, ma sul livello di coinvolgimento elettorale in quella che oramai è una "democratura". Se il quorum venisse abbassato, o addirittura abolito, si potrebbe aumentare la partecipazione alla vita politica e il livello di democrazia diretta ma, evidentemente, non è questo il risultato sperato da chi ci governa.

In altre parole, non ci concentriamo sui “numeri” relativi alla partecipazione conteggiati ieri, ma su quelli che potrebbero riflettere un maggiore impegno politico dei più, mentre viviamo sotto una "dittatura della minoranza".


Un manichino infila una scheda elettorale, con disegnato sopra un punto interrogativo e uno esclamativo, nell'urna.


I NUMERI DEGLI ULTIMI REFERENDUM ABROGATIVI

L'8 e il 9 Giugno si sono recate alle urne circa 15 milioni di persone, il 31% degli aventi diritto, circa 2 milioni in più di quelle che hanno votato l'attuale maggioranza (considerando anche chi ha votato “No”), quando l'astensione era del 40%. Il livello di astensione, comparato con quelli di altri referendum, è lo stesso del 2016 (riforma Renzi Boschi) e più basso di 9 punti percentuali dei referendum abrogativi promossi da Lega e Radicali nel 2022. Circa l'88% dei votanti ha voto in favore del “” per cancellare le norme su contratti di lavoro, licenziamenti e sicurezza. Solo il 60% si è dichiarato favorevole all'abrogazione della norma che avrebbe portato da 10 a 5 gli anni per ottenere la cittadinanza italiana. La Toscana è la regione dove l'affluenza è stata più alta (circa il 39%), la Sicilia la più bassa (poco più del 23%), con una differenza marcata tra l'alta partecipazione delle aree urbane più grandi rispetto a quelle meno abitate.


LE REAZIONI STERILI E LA PARTECIPAZIONE DA INCREMENTARE, NON DA DIMINUIRE

7.2.25

POVERI PIÙ POVERI E RICCHI PIÙ RICCHI

LE STATISTICHE SULLA DISUGUAGLIANZA CONFERMANO: A CHI TANTO E A CHI NIENTE!

QUASI METÀ DELLA POPOLAZIONE GLOBALE È POVERA. QUASI METÀ DELLA RICCHEZZA È POSSEDUTA DALL’1% DELLE PERSONE.


immagine di un dollaro con al centro la figura di un mendicante che chiede la carità a un signore in giacca e cravatta


Lo scorso Gennaio, come di consueto in occasione del “Forum economico mondiale di Davos”, è stato presentato il rapporto di Oxfam su disuguaglianza e povertà. Le statistiche sulla concentrazione del potere politico-economico globale e italiano ci dicono che viviamo in un mondo ancora più socialmente disuguale rispetto allo scorso anno.

In questo post, per la rubrica “Dati Parziali”, riportiamo sinteticamente alcuni dei dati sulla disuguaglianza emersi dalle decine di pagine dell’analisi della ONG, insieme alle soluzioni che propone. Una distribuzione di ricchezza e potere che sia il più equa possibile non è solo un imperativo morale. È un obbligo dell’umanità tutta per salvarsi dall’autodistruzione sociale e per preservare ciò che resta del martoriato habitat.



OLIGARCHIA GLOBALE E MISERIA COLONIALE

L’attuale <<sistema economico e sociale premia pochi privilegiati e lascia milioni di persone indietro>>. Lo dice Oxfam, movimento e confederazione internazionale di 21 ONG contro disuguaglianze e povertà, nel rapporto intitolato “Disuguaglianza: Povertà ingiusta e ricchezza immeritata

Le disuguaglianze non sono dovute al caso o al fato, ma sono <<il risultato di scelte politiche che hanno prodotto negli ultimi decenni profondi mutamenti nella distribuzione di risorse, dotazioni, opportunità e potere tra i cittadini. Cambiare rotta è un imperativo categorico, sebbene l’attuale contesto politico renda il compito impervio>>.

13.10.24

COME FERMARE COMMERCIO E TRAFFICO DI ARMI?!

OSSERVARE PER DENUNCIARE E DISUBBIDIRE: DALLA NASCITA DELL'"OSSERVATORIO DELLE ARMI NEI PORTI EUROPEI E MEDITERRANEI, THE WEAPON WATCH" AL RUOLO DELLA NATO E DEL COMPLESSO MILITARE-INDUSTRIALE, PASSANDO PER LA TRABALLANTE "LEGALITÀ INTERNAZIONALE"

Sullo sfondo si intravedono e si affastellano delle tabelle e un digramma a torta. Su di esse si intravedono scritte evidenziate come "Israele", "bombe, munizioni, software" e "documento interno della decima legislatura. Al centro una pila di banconote da 50 euro con sullo sfondo decine di proiettili. In alto a destra e in basso a sinistra delle immagini di aerei di combattimento. In basso a destra la sagoma di un soldato. Al centro e a sinistra il disegno di un carro armato visto dall'alto.


In questi ultimi anni commerci e traffici di armi tornano prepotentemente a essere dei temi di pressante e urgente attualità. Lo sono insieme alle azioni di disobbedienza civile e alle inchieste che svelano rapporti politico-militari indecenti e indicibili, ma men che mai segreti.

Dieci giorni fa "Altreconomia" ha smentito il governo, dopo una conferma della "Leonardo SPA", la principale azienda militare italiana: la Repubblica italiana ha continuato a fornire armamenti a Israele. Lo ha fatto inviando dei pezzi di velivoli utili all'addestramento di chi potrebbe sganciare bombe in Palestina e in Libano, nonché fornendo supporto da remoto per l'addestramento

Una settimana fa l'"Unione Sindacale di Base" ha indetto una protesta presso l'aeroporto civile di Montichiari di Brescia: da Giugno alcuni lavoratori denunciano il transito di materiale bellico con tutta una serie di implicazioni etiche e di sicurezza

Intanto, anche i lavoratori portuali europei sono in allerta per gli stessi motivi proprio in queste ore. Mentre chiudiamo quest'articolo l'ultima posizione pubblica della nave "MV Kathrin", battente bandiera portoghese, risulta essere nelle vicinanze di Malta: partita dal Vietnam e diretta a Capodistria, trasporta esplosivi diretti anche in Israele. Tra i primi a denunciare il mortifero carico è stata Francesca Albanese. All'appello per non permettere le operazioni di carico e scarico si sono unite tantissime associazioni, inclusa Amnesty. La Namibia aveva revocato il permesso all'attracco, cosa che permette di evitare anche responsabilità legali legate alla Convenzione sul Genocidio. Stando a quanto riportano le cronache, pare che anche Malta abbia negato alla Kathrin il permesso di entrare nelle proprie acque territoriali, mentre altre navi gli avrebbero portato carburante in attesa di trovare un porto nell'Adriatico.

Questo genere di denunce e di atti di disobbedienza da parte della società civile assume una cruciale importanza in relazione ai crimini commessi da diversi stati, a partire dal regime di apartheid israeliano. Bisogna opporsi ai tentativi, appoggiati più o meno tacitamente dai nostri stessi governi, di riscrivere le leggi di guerra.

Sabato 28 Settembre abbiamo seguito un evento organizzato presso lo spazio autogestito partenopeo "Santa Fede Liberata". All'incontro, intitolato "La guerra comincia qui: fermiamola!", si è discusso della logistica della guerra, delle leggi che regolano trasferimenti di armi e di disobbedienza civile. Ospite era Carlo Tombola dell'"Osservatorio sulle Armi Nei Porti Europei e Mediterranei", The Weapon Watch".

Questo articolo rappresenta una sintesi di quello che si è detto ma, soprattutto, cerca di offrire degli spunti di discussione e di azione, insieme a diversi approfondimenti.

Partiamo con una sintesi molto schematica e iper-semplificata della guerra civile yemenita, messa in relazione alle violazioni del diritto internazionale che vediamo anche in Palestina e Libano. Passiamo poi a parlare di una storica azione di disobbedienza civile dei portuali genovesi, che ha impedito l'attracco di una nave diretta in Arabia Saudita, un esempio di ribellione non violenta da attuare quando le leggi non funzionano o sono ingiusteContinuiamo parlando delle normative che dovrebbero regolare i conflitti e la vendita di armi, e in particolare della legge 185 del '90, il cui spirito originario è stato disatteso negli anni. Con l'attuale governo le cose potrebbero peggiorare, e le attuali garanzie minime di trasparenza sul commercio delle armi potrebbero essere completamente stravolte...

Concludiamo con alcune considerazioni "geopolitiche", per così dire, insieme al mutato ruolo della NATO nell'attuale contesto globale. 

Inoltre abbiamo aggiunto questo post anche nella rubrica "Dati Parziali". Infatti, come dimostra una breve ricerca inclusa nelle prossime righe, i dati pubblici, che dovrebbero aiutare parlamento e società civile a esercitare un controllo sulla vendita di armi e sull'esecutivo, sono talmente "spezzettati" da risultare praticamente incomprensibili al lettore medio, e solo parzialmente decifrabili da occhi ben più esperti, quelli di alcuni esponenti della società civile e del variegato "fronte pacifista" che da anni studiano le relazioni previste dalla 185/90.

L'articolo che vi apprestate a leggere è un esempio di giornalismo sperimentale, un articolo "long form" in stile "slow journalism", che contiene al suo interno diversi "articoletti". Difficilmente riuscirete a leggerlo tutto d'un fiato... Per questo vi consigliamo di leggerlo con calma, ritornando più volte su questa pagina o salvandola. Oppure, perché no, stampandolo, se preferite l'esperienza cartacea. Siamo sicurə che alla fine troverete molti elementi utili di "geopolitica popolare" e sulla legislazione italiana che dovrebbe regolare il commercio d'armi e impedirne il traffico (si tenga a mente che la parola "traffico" indica dei trasferimenti di armi al di fuori di ciò che è considerato legale). Se non sarà così criticateci nell'apposito spazio dedicato ai commenti. In caso contrario, potrete mostrarci apprezzamento e fornire ulteriori spunti di riflessione sempre nei commenti. Buona lettura.


I CRIMINI DI GUERRA IMPUNITI IN YEMEN, IL BLOCCO DELLA "BAHRI YANBU" E LA NASCITA DI "THE WEAPON WATCH"

Nel caotico contesto della decennale guerra civile yemenita si scontrano gli interessi di diversi attori regionali e internazionali. Tralasciando la presenza di Al-quaeda e di altre formazioni, i due schieramenti principali sono rappresentati dagli Houthi, alleati dell'Iran (nonché noti ai più per le recenti azioni di sabotaggio delle navi commerciali nel Mar Rosso) e da una coalizione militare a guida saudita ed emiratina supportata dai paesi "occidentali" (Stati Uniti e Regno Unito in prima fila). Per avere un quadro sintetico delle forze in campo va ricordato che Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, alleati contro Houthi ed Iran, supportano due fazioni diverse all'interno del Consiglio di Presidenza che guida la repubblica yemenita, rispettivamente quella unionista del nord e quella separatista del sud.

La guerra civile yemenita può essere inquadrata come uno dei "conflitti per procura" (proxy wars in inglese) tra Iran e Arabia Saudita, guerre semplicisticamente rappresentate come dei conflitti tra sciiti e sunniti (le "famiglie" principali della religione islamica, storicamente rappresentate dai due paesi e che, a loro volta, contengono una serie di divisioni al proprio interno). Sicuramente ci sono dei fattori etnico-religiosi alla base di queste guerre, ma le ragioni principali risiedono nel controllo politico ed economico del Medio-Oriente e nella proiezione di influenza in altre aree del pianeta da parte di varie potenze, interessi su cui si innestano mire imperialiste di vari "imperi" (o aspiranti tali) e delle rispettive "corti".

Dopo questa non esaustiva ma necessaria premessa andiamo all'oggetto principale di questo post. Nella nostra epoca, dominata dalla cultura consumista e capitalista, il nocciolo del problema dei traffici di armi risiede in un ordine mondiale e in un sistema socio-economico fondato sull'accumulazione di potere. Imbracciare le armi, e più in generale ricorrere alla violenza, dovrebbe essere una scelta estrema, da attuare solo per difendersi, non per imporre la propria egemonia. E nemmeno per far alzare il "PIL", il volume d'affari, con fruttuosi e mortiferi commerci in armamenti, finalizzati a "risolvere" le crisi generate dallo stesso sistema economico conquistando nuovi "mercati" e ampliando la schiera degli sfruttati. Per questo la nostra Costituzione ripudia la guerra come risoluzione dei conflitti, per questo il diritto internazionale dovrebbe imporre dei limiti a come vengono condotte le guerre, proteggendo in particolare i civili, oltre che porre argini a un sistema capitalista senza freni, ispirato dalla religione del profitto. Un sistema guidato dal cosiddetto "complesso militare industriale" di cui i governi nazionali sono dei meri burattini. I principi nazionali (l'Italia ripudia la guerra) e sovranazionali (le leggi che regolano la conduzione delle guerre, incluse quelle sulle forniture di armamenti), non sono stati rispettati in Yemen.

Nella guerra civile yemenita tutte le parti in conflitto si sono macchiate di palesi violazioni delle leggi internazionali. Abitando però nella parte "occidentale" del pianeta abbiamo il dovere primario di occuparci di quelle commesse dalla nostra "parte"Da anni svariate ONG internazionali, supportate da indagini delle Nazioni Unite, denunciano la commissione di diversi crimini in Yemen da parte della coalizione a guida saudita, commessi con supporto e armi forniti da noi, dalle nostre energie intellettuali ed economiche, dalle nostre menti, dai nostri portafogli e, quindi, con la nostra complicità. Da anni queste denunce sono rimaste sostanzialmente inascoltate, così come gli appelli a smettere di inviare armi usate in palese contrasto delle più elementari norme giuridiche (distinguere i combattenti dai civili, colpire un obiettivo militare solo se strettamente necessario e facendo il possibile per limitare i cosiddetti "danni collaterali", non affamare la popolazione civile, non attaccare personale umanitario, ospedali, scuole, ecc.) oltre che quelle del comune senso di umanità perduto. Tantissime uccisioni di persone innocenti potevano e dovevano essere evitate, tantissime persone dovrebbero prendersi la responsabilità e rendere conto di questi crimini affinché non si ripetano. Invece vige un sostanziale regime di impunità che ha raggiunto il suo apice con la guerra genocida a Gaza e in Cisgiordania, con violazione brutali e grossolane delle leggi di guerra -il cosiddetto "diritto umanitario internazionale". Leggi che vengono riscritte in favore dei nostri "alleati economici" con un'ipocrisia e un livello di mistificazione parossistico e tragicomico, supportato da una schiera di colleghi giornalisti pennivendoli (quando non direttamente coinvolti in delle campagne di propaganda, magari supportate da reparti militari e di intelligence, appositamente dedicati alla guerra tramite la comunicazione). Putin ha invaso uno stato sovrano ed è sbagliato, ma perché non si dice che è sbagliato invadere e mantenere una dittatura militare, un regime di apartheid (definizione legale dell'occupazione israeliana, stabilita dalla traballante legalità internazionale) in piedi in Palestina almeno dal 1967?! Forse perché ci sono delle persone che disgustosamente accusano di antisemitismo chiunque osi mettere in dubbio la presunta legittima difesa israeliana, che in realtà è una decennale punizione collettiva e sproporzionata, che ha prodotto il crimine efferato del 7 Ottobre, sfruttato come pretesto per legittimare un'altra serie di stragi. Così strumentalizzano la tragedia degli ebrei senza terra per legittimare una politica coloniale iniziata con la dichiarazione unilaterale della nascita di uno stato, oggi teocratico ed etnocratico, in violazione del diritto internazionale, fondato sullo sfollamento forzato, sullo stupro e sui massacri della popolazione nativa?! Forse si può dire che Putin è un "pazzo", ma non Netanyahu, anche perché diverse "aziende-vassalle" traggono profitto da questo caos (si pensi agli accordi che l'ENI ha stipulato con il governo israeliano per cercare e sfruttare i giacimenti di gas a largo delle coste di Gaza, poco dopo l'inizio della guerra genocida).

13.6.24

L'ASTENSIONE VINCE ALLE EUROPEE

LA POLITICA NON È SOLO RECARSI ALLE URNE MA NON È DETTO CHE VOTARE NON SERVA A NULLA (ANCHE PER CHI SI DEFINISCE ANARCHICHə)

Per la rubrica "Dati Parziali" alcuni dati sul vero vincitore, in Italia e in tutta l'UE, delle ultime elezioni per il Parlamento europeo. Nella seconda parte di questo mini-post un commento di un militante libertario che ha scelto di votare.


In alto a sinistra un manichino infila una scheda elettorale, con disegnato sopra un punto interrogativo e uno esclamativo, nell'urna con un simbolo dell'unione europea rivisitato in chiave "spaziale". In basso a destra il volto di Camillo Berneri. Al centro la scritta: <L'ASTENSIONE VINCE ALLE EUROPEE LA POLITICA NON È SOLO RECARSI ALLE URNE MA NON È DETTO CHE VOTARE NON SERVA A NULLA (ANCHE PER CHI SI DEFINISCE ANARCHICHə)>. La "A" di "anarchichə" è il simbolo della "A cerchiata".


15.3.24

VINCE, ANCORA UNA VOLTA, IL PARTITO DEL NON VOTO!

ASTENSIONE AL 47,8% IN SARDEGNA E AL 52% IN ABRUZZO



Alle ultime elezioni ha vinto ancora il "partito del non voto", con circa la metà degli aventi diritto che non si è nemmeno recata alle urne. Ciò segnala il fallimento del modello della democrazia liberale-liberista e rappresentativa, oltre alla crescente ed endemica sfiducia nell'attuale classe dirigente. È giunta l'ora di pensare e sperimentare nuove forme di governo, o di autogoverno, che allarghino la partecipazione alla vita pubblica a quella parte dell'elettorato che non si sente rappresentata da nessuno.


Un manichino infila una scheda elettorale, con disegnato sopra un punto interrogativo e uno esclamativo, nell'urna.

24.1.24

A CHI TANTO E A CHI NIENTE:

L’1% POSSIEDE IL 45,6%. IL 50% SOLO LO 0,75%

 

immagine di un dollaro con al centro la figura di un mendicante che chiede la carità a un signore in giacca e cravatta

L’1% DEI PIÙ RICCHI AL MONDO POSSIEDE IL 45,6% DELLA RICCHEZZA GLOBALE; LA METÀ PIÙ POVERA NE POSSIEDE SOLO LO 0,75%; IL 5% DEGLI ITALIANI POSSIEDE IL 46% DELLE RICCHEZZE.


Le statistiche sulla concentrazione del potere economico in Italia e nel Mondo ci fanno comprendere che è sempre più urgente attivarsi per esigere una più equa distribuzione delle ricchezze (non considerando la confusione tra  meriti, privilegi e fortune). Ne parliamo sulla rubrica “Dati Parziali”.

 

 

LA SOPRAVVIVENZA DEL PIÙ RICCO

L’ultimo report sulle disuguaglianze legate alla ricchezza di Oxfam (confederazione internazionale di ONG e movimento che lotta contro disuguaglianze e povertà) intitolato “Survival of the richest” (letteralmente “Sopravvivenza del più ricco”, titolo che fa il verso al motto darwiniano della “sopravvivenza del più adatto) afferma che:

<<L’1% dei più ricchi al Mondo possiede il 45,6% della ricchezza, mentre la metà più povera del pianeta ne possiede solo lo 0,75%.

81 miliardari possiedono più ricchezza di quella del 50% del resto della popolazione mondiale messa insieme.

10 miliardari possiedono più di 200 milioni di donne africane messe insieme>>.

Inoltre nell’ultimo decennio <<l’1% più ricco dell’umanità ha acquisito più della metà di tutte le nuove ricchezze>>.

Le ricchezze sono quindi concentrate nelle mani di pochissimi miliardari, mentre miliardi di persone fanno fatica anche a mettere insieme le calorie minime necessarie al funzionamento biochimico del proprio corpo e possiedono una parte infinitesimale degli averi globali.

 

In basso a destra l'immagine di un dollaro con al centro la figura di un mendicante che chiede la carità a un signore in giacca e cravatta. Poi la scritta: L’1% dei più ricchi al Mondo possiede il 45,6% della ricchezza. La metà più povera del pianeta ne possiede solo lo 0,75%.



In basso a destra l'immagine di un dollaro con al centro la figura di un mendicante che chiede la carità a un signore in giacca e cravatta. Poi la scritta:  81 miliardari possiedono più ricchezza del 50% del resto della popolazione mondiale messo assieme.


RICCHI SEMPRE PIÙ RICCHI, POVERI SEMPRE PIÙ POVERI

24.12.23

QUANDO CHIEDONO: “CONDANNATE HAMAS?”...

MA NON CHIEDONO MAI: "CONDANNATE ISRAELE?"


Nel riquadro a destra quattro sagome disegnate di soggetti palestinesi con dei simboli della resistenza, tra cui la kefiah, un ramo di ulivo e la chiave che simbolizza il diritto al ritorno. Nel riquadro a sinistre diverse bombe con il simbolo di Israele e una più grande con scritto "made in Usa"
Immagine di "argumento" dal sito "Openclipart".


 

LE DIVERSE ANIME DELLA RESISTENZA PALESTINESE, IL SUPPORTO OCCULTO DI NETANYAHU AD HAMAS, LE LORO STRATEGIE E I “PROXY” DELLA GUERRA INTER-IMPERIALISTA

 

Mentre va avanti una strage di civili e una catastrofe umanitaria senza precedenti nella storia di questo secolo, mentre si stanno “riscrivendo” le leggi di guerra in favore dell'impunità totale del cliente mediorientale della NATO, riportandoci indietro di secoli dal punto di vista del diritto internazionale umanitario con il bombardamento indiscriminato di obiettivi civili, ospedali inclusi, gran parte dell’attenzione della pubblica opinione è ancora concentrata su quanto avvenuto il 7 Ottobre, come se non ci fosse un prima e un dopo di quella cruciale e sanguinosa data. Hamas è sicuramente la forza attualmente egemone nel variegato fronte della resistenza palestinese, ma non è l’unica... Ed eterogenee sono anche le opinioni sulle strategie politiche e militari finalizzate all’autodeterminazione del popolo palestinese.

Il dibattito mediale mainstream si focalizza e si polarizza intorno a tre soggetti principali, e cioè i fanatici estremisti sionisti al governo in Israele, i nazionalisti islamici di Hamas e la decadente Autorità Nazionale Palestinese guidata da Fatah.

Entrambe le organizzazioni palestinesi che governano Gaza e Cisgiordania non sono solo in conflitto tra loro, come è stato ripetuto più e più volte in questi giorni, ma sono anche note (evidentemente non ai più) per aver commesso negli anni svariati abusi al fine di mantenere il potere nelle rispettive aree di influenza: dalla repressione di manifestazioni pacifiche alle esecuzioni sommarie, passando per la condiscendenza verso le manifestazioni di intolleranza alla comunità LGBTQ+, gli arresti arbitrari e la tortura (come testimoniano anche diverse organizzazioni indipendenti come Amnesty e Human Rights Watch). 

Nei dibattiti politici più di nicchia, specialmente quelli dell’area militante e attivista “verso sinistra”, alcuni mettono frettolosamente la bandiera dell’anti-imperialismo israelo-americano nelle mani del movimento nazionalista islamico, dimenticando che esistono anche altre organizzazioni e personalità che forse meriterebbero più attenzione e, auspicabilmente, supporto. Nonostante tutto ciò e le divisioni ideologiche-politiche il fronte della resistenza è molto più unito di quello che si è portati a pensare, e uno dei veri obiettivi di Israele è proprio quello di spezzarlo.

Esiste dunque una certa omologazione nelle discussioni mainstream, tutte focalizzate sul settimo giorno di Ottobre e sul millantato diritto all’autodifesa israeliano da un territorio che esso stesso occupa illegalmente alternando ferocia e subdoleria. La risposta istintiva di chi conosce anche minimamente le storiche nefandezze di chi guida l’entità statale sionista e di chi  avversa il “pensiero unico” dominante si traduce in una “contro-radicalizzazione automatica”, andando a determinare una sorta di “pensiero unico antagonista”, parimenti omologato, che a volte non ammette voci dissonanti sugli aspetti etici di quell’attacco, esponendosi così agli attacchi dialettici di chi chiede ossessivamente di condannare Hamas per il 7 Ottobre senza mai chiedere di condannare Israele per 75 anni di oppressione coloniale... 

Ma, ancora più importante anche se si pensa che un retto fine giustifichi sempre i mezzi, forse ci si interroga troppo poco sull’efficacia della strategia di Hamas e sull’appoggio che riceve dallo stesso popolo palestinese, un appoggio che sembra però solo parziale e limitato a certi aspetti, come sembrano rilevare e rivelare alcuni sondaggi, di cui si dà nota nelle prossime righe.

Chi prova a farsi qualche domanda in più sulle ragioni e sull’utilità tattica e strategica della fulminea offensiva dei nazionalisti islamici, o anche solo chi non si schiera “senza se e senza ma” con il Movimento di Resistenza Islamico piuttosto che con la resistenza palestinese in generale -anche armata ovviamente, date le condizioni critiche cui è sottoposta da decenni- nella migliore delle ipotesi viene tacciato di ingenuità, volendo complicare troppo le cose (ma forse ingenuo è chi le semplifica troppo). Stessa o simile sorte tocca ovviamente a chi non si schiera incondizionatamente con i fanatici messianici israeliani, cosa che accade anche a chi non è “tifoso” sfegatato dell'alfiere degli interessi della NATO  che guida l’Ucraina: in questo caso sei un “complessista”, accusa rivolta pure al Segretario Generale ONU Guterres  quando si è “permesso” di dire che l’attacco di Hamas nasce da decenni di <<soffocante occupazione>> e che quell’atto <<non giustifica la punizione collettiva>> inflitta ai palestinesi. E allora facciamo i complessisti... 

E diciamo sin da subito che chi scrive non ha la pretesa di dispensare verità, e per questo vi incoraggiamo sin da adesso a contribuire a un dibattito serio qui sotto nei commenti, via mail, di persona o sulle varie piattaforme social: ai contributi e agli argomenti, soprattutto quelli critici delle opinioni qui espresse , sarà dato lo stesso rilievo dei vari post.  Siamo disponibili (per formazione e per linea editoriale) a metterci in discussione, a ospitare critiche dure, delle estrazioni più varie, ma senza insulti o illazioni non argomentate per favore...

 

17.12.23

QUANTI SONO I MORTI A GAZA, IN CISGIORDANIA E IN ISRAELE?

E QUANTI NE MORIRANNO ANCORA PER MANO DELL’ENTITÀ SIONISTA?

 

Per il format di Fanrivista “Come va a finire?” e per la rubrica “Dati Parziali” ci occupiamo delle stime delle vittime della strage e punizione collettiva perpetrata dai fanatici messianici sionisti israeliani ai danni della popolazione gazawi a cominciare da Ottobre.

 

Due persone siedono ai lati di due cadaveri avvolti in teli bianchi. Al centro la scritta: quanti sono morti a gaza, Cisgiordania e in Israele? E quanti moriranno ancora per mano dell'entità sionista?
Le immagini originali (senza scritte e ritagliate) di questo post sono prese da Wikimedia e rilasciate con licenza creative commons. L'autore è la news agency "Wafa", la fonte "Wiki Palestine"

Sentiamo spesso dire che le stime delle morti rilasciate dalle autorità di Gaza, dove governa Hamas, non sono affidabili, ma al di là dell'accuratezza di queste, la catastrofe umanitaria e politica in atto nei territori occupati è sotto gli occhi di quasi tutti. Augurandoci (e attivandoci) per un imminente cessate il fuoco, e sperando che la guerra illegale e immorale israeliana cesserà il prima possibile, aprendo spiragli a una soluzione politica della questione palestinese, ci chiediamo: quante persone, e in particolare, quanti civili il governo estremista di Israele sterminerà e ha già massacrato per attuare il folle progetto di eradicare militarmente il Movimento Islamico di Resistenza

Oltre a questa domanda, di cui seguiremo gli sviluppi per il format “Come va a finire?”, ce ne sono delle altre: l’immagine mediatica di Israele e del governo di estrema destra verrà macchiata indelebilmente o continuerà a essere dipinta come l’unica democrazia del medio oriente? Continuerà a godere dell’appoggio degli altri paesi occidentali (mentre quello incondizionato degli USA sembra iniziare a vacillare)? 

Ma soprattutto: il governo Netanyahu e/o i suoi sottoposti, finiranno davanti alla Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità?

Ogni singola vittima civile di ambo le parti merita rispetto: purtroppo però da cronisti, e quindi da “storici” dell’iper-contemporaneità, il nostro dovere è quello di ricercare la verità e di riportare fatti, e quindi leggendo quanto segue questo compito potrebbe sembrare svolto in maniera cruda e insensibile, ma vi assicuriamo che così non è... 

I fatti vanno poi separati dalle opinioni, e ne esprimiamo una subito: oltre al cordoglio per ogni vita spezzata, non possiamo non notare che la sproporzione di forze e di danni, prima e dopo il 7 Ottobre, è immane ed è addebitabile quasi totalmente all’entità statale teocratica ed etnocratica sionista e ai suoi alleati occidentali…


Prima di addentrarci nel dettaglio dei tragici numeri, specifichiamo che i dati di questo post sono aggiornati al 16 Dicembre.

 

I DATI DAL SITO ONU

23.11.23

LA “VERA” RAGIONE DELLA GUERRA IN UCRAINA E IN PALESTINA...

... E DEL POTENZIALE SCOPPIO DI UNA NUOVA GRANDE GUERRA: IL DEBITO ESTERO STATUNITENSE E IL “FRIEND SHORING”


foto di una banconota americano: al centro, invece della faccia di un presidente, c'è un carro armato. Ai lati due soldati con fucili spianati


Dietro la guerra ci sono “i soldi”, è quello che più o meno tutti pensiamo e sosteniamo, ed è sostanzialmente vero. Si dice anche che le ragioni alla base delle guerre sono molto simili a quelle che fanno scoppiare liti e conflitti all’interno delle famiglie o nei gruppi di amici, e anche ciò ha del vero... C’è qualcosa che però, nella strettissima attualità e sullo scacchiere politico globale, va oltre le dispute territoriali e l’accaparramento di risorse (dai preziosi minerali per costruire i nostri apparecchi elettronici all’acqua, e quindi le risorse idriche, passando per il vile petrolio), che trascende anche i conflitti ideologici e culturali (di solito propagandati con delle manichee enfatizzazioni di guerre tra “bene” e “male”, tra “occidente democratico civilizzato” e “sud del mondo” o “oriente” “autocratico e incivile”), e che è legato in maniera interdipendente anche ai soldi che si spendono per le distruzioni delle guerre (e quindi per l’apparato industriale bellico) e per le ricostruzioni post-conflitto (e quindi per l’industria civile): questo qualcosa è il debito estero statunitense...

 

La questione brutalmente sintetizzata è la seguente: gli Stati Uniti hanno un enorme debito verso Cina, Russia e altri creditori “orientali”. I capitali dei debitori statunitensi tendono sempre di più a essere “mangiati”, o per meglio dire “assorbiti” dai creditori orientali. Per questo gli USA, dopo aver storicamente sostenuto il libero scambio e la globalizzazione, cominciano ad attuare politiche protezioniste, innalzando barriere commerciali, finanziarie, e facendo affari solo con stati “amici”. Questo cambio delle “regole” della concorrenza internazionale ovviamente non va giù a chi viene scacciato via dal giro di affari alimentando tensioni anche, se non soprattutto, di carattere militare. Per essere “costruttori di pace” bisogna dunque iniziare a considerare le condizioni economiche delle guerre, e non soltanto quelle ideologiche e le dispute territoriali che sarebbero quindi secondarie, attuando una strategia di “pacifismo conflittuale”.

 

Questa è la tesi del Professore di politica economica Emiliano Brancaccio, economista “eterodosso” che, insieme al “keynesiano” Robert Skidelsky, ha scritto un appello dal titolo “Le Condizioni Economiche per la Pace”, sottoscritto da decine di studiosi e pubblicato negli scorsi mesi anche sul Financial Times ,“tempio” del capitalismo finanziario globale, e su Il Sole 24 Ore, quotidiano della Confindustria.

Le parole di Brancaccio trascritte di seguito sono tratte da due incontri: il primo si è tenuto il 7 Settembre, un mese prima dell’attacco di Hamas e della “punizione collettiva” israeliana verso i gazawi, all’EX Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Materdei a Napoli, oggi sede di un “bene comune” e del partito “Potere al Popolo”, durante la tre giorni del festival del centro sociale partenopeo; il secondo, intitolato “La guerra capitalista. Competizione, centralizzazione, nuovo conflitto imperialista”, si è svolto presso l’Università “L’Orientale” di Napoli occupata l’8 Novembre (entrambi gli incontri sono visualizzabili negli appositi link alla pagina Facebook dell’EX OPG e incorporati in calce a questo post).

 

NARRAZIONI MEDIATICHE E QUESTIONI “MATERIALISTE”

 

Le narrazioni mediatiche più diffuse ci abituano a interpretare le guerre come conflitti di natura religiosa, etnica e ideale: questi elementi molto spesso sono concreti, ma basare puramente su di essi le ragioni delle guerre è una <<pura mistificazione>> volta a costruire una “falsa coscienza”, espressione indicante il concetto marxiano per cui le classi dominate incorporano nel proprio “senso comune” le tesi della classe dominante, che riesce dunque a imporre la sua egemonia ideologica.


Più che le fantomatiche “guerre di civiltà” tra civilizzazione e  barbarie, tra mondi liberali e illiberali, più che le dispute territoriali, sono le forze e le dinamiche economiche a determinare le guerre: <<tutto si dice della guerra, eccetto che sia determinata da una legge di movimento dei capitali. È meglio di dire che quello è pazzo, che quello è cretino, che quell’altro è scemo, e così via... meglio dire che si combatte per alti ideali di libertà, che si va a morire ammazzati per una bandiera, piuttosto che affermare che esiste una meccanica di movimento del sistema, meccanica completamente elusa>> nei dibattiti dei principali media generalisti, ma anche nei cosiddetti circuiti accademici “ortodossi” dello studio dell’economia, nei quali di solito il capitalismo è perfino considerato propulsore di libertà, e per questo finalizzato <<addirittura alla costruzione di un nuovo tipo umano>>.

18.9.22

Percentuale di vittime civili delle guerre nel Mondo e fake-news "a fin di bene"

La fake news "a fin di bene" del 90% di vittime civili, la definizione di civile e la violenza strutturale, ossia l'ineguaglianza e i soprusi alla base di tutte le guerre 





Spesso viene riportata la statistica della percentuale delle vittime civili delle guerre, quantificata nel 90%. In questo post si cerca di verificarla. Spieghiamo infatti che la diffusione di questo dato, stando agli studi che citiamo di seguito, sembra essere una cosiddetta “fake news a fin di bene”. Infine, dopo aver chiarito alcune questioni metodologiche come la definizione stessa di civile e di conflitto, chi scrive quest'articolo spiega perché conoscere la percentuale esatta delle vittime civili non è la principale questione da un punto di vista etico-teorico

Questo è il primo post della rubrica “Dati Parziali”, ma è incluso anche in quella denominata “Chekka il Fatto”, dato che proviamo a verificare l’esattezza di questo dato, e in quella pseudo-enciclopedica “Define”, siccome proviamo a spiegare (seppur sbrigativamente) chi è considerato “civile” in una guerra (prossimamente ci dedicheremo anche alla definizione stessa di “guerra”, per quest’ultima rubrica).

 


LA PERCENTUALE MEDIA DELLE VITTIME CIVILI NEGLI SCORSI TRE SECOLI SI AGGIREREBBE INTORNO AL 50%

Spesso, quando ci si occupa di guerre e conflitti, si sente parlare di un dato: il 90 percento delle vittime delle guerre sono civili, sono persone che non indossano una divisa e non collaborano direttamente alle operazioni militari imbracciando delle armi.

Il dato si ritrova, per esempio, nella trascrizione di un incontro dell’ONU dello scorso Maggio, dove si specifica che questa percentuale si raggiunge <<quando si usano armi esplosive in aree popolate>>.

Gino Strada, fondatore di Emergency  ha ripetuto più volte questo dato, e nel 2015 scriveva: <<Alcuni anni fa, a Kabul, ho esaminato le cartelle cliniche di circa 1200 pazienti per scoprire che meno del 10% erano presumibilmente dei militari. Nel secolo scorso, la percentuale di civili morti aveva fatto registrare un forte incremento passando dal 15% circa nella prima guerra mondiale a oltre il 60% nella seconda. E nei 160 e più “conflitti rilevanti” che il pianeta ha vissuto dopo la fine della seconda guerra mondiale, con un costo di oltre 25 milioni di vite umane, la percentuale di vittime civili si aggirava costantemente intorno al 90% del totale, livello del tutto simile a quello riscontrato nel conflitto afgano.>>.



Screenshot della pagina di Emergency in cui Gino Strada parla del 90% di vittime civili




Anche chi scrive questo post ha cominciato a ragionare sulla proporzione delle vittime di un conflitto dopo aver sentito le parole di Strada in un evento dal titolo “La Guerra è il mio Nemico” (evento recensito nella rubrica RecenTips)

Alla voce "Civilian casualty ratio" (rapporto vittime civili e militari) dell’edizione in inglese di Wikipedia si spiega che questo dato comincia a essere menzionato a partire dagli anni ’80 e ripetuto in pubblicazioni accademiche almeno fino al 2014. Un esempio dell’uso di questo dato in ambito accademico lo troviamo anche in questo video del prof. Eduardo Missoni della Bocconi.





Sempre alla stessa voce di Wikipedia si spiega che, mediamente, secondo la stima fatta da William Eckhardt –professore di diritto statunitense, avvocato ed ex ufficiale militare- <<metà delle morti causate dalla guerra si verificano tra i civili, e di queste solo alcune sono riconducibili alle carestie associate alla guerra. La quota percentuale di morti civili e militari collegate alle guerre resta all’incirca intorno al 50% per tutti i secoli>>.

Il saggio in cui si trova questo dato, e da cui è estratta la tabella (in foto), si intitola “Civilian Deaths in Wartime” (morti tra i civili in tempo di guerra) e risale al 1989: la stima totale delle morti in guerra avvenute nel secolo scorso, fino al 1987, ammontava a 85 milioni e mezzo di vittime. Si hanno dati specifici della proporzione di vittime civili e militari  per 79 milioni di quelle morti, ed è del 50%: una vittima su due era un civile. Un’altra tendenza riscontrabile è l’aumento di conflitti in relazione a quello della popolazione mondiale (numero degli abitanti totali che nella tabella e nello studio considerati si riferisce alla metà del secolo studiato).



Tabella dello studio di William Eckhardt




LA GENERALIZZAZIONE DEL “9 SU 10” (OSSIA DEL 90% DI VITTIME CIVILI): UNA FAKE NEWS "A FIN DI BENE"