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2.2.26

BREVE DEFINIZIONE DI FEDIVERSO

LA DIFFERENZA CON I SOCIAL MAINSTREAM

Per la rubrica pseudo-enciclopedica “Define” spieghiamo in breve cosa significa “Fediverso”, come funziona e quali sono le principali differenze con i social media “mainstream” (detti anche “social asociali”, “a-social” o “anti-social”).

Oltre a questo parliamo dei problemi legati alla frammentarietà e alla faziosità della comunicazione: sicuramente erano già presenti dai tempi dello “zapping” con la TV, ma il dominio dei social media con i loro algoritmi "coperti", la profilazione invasiva delle nostre personalità, e altre dinamiche come il profluvio di video brevi “verticali” da consumare voracemente, hanno esacerbato queste criticità e ne hanno introdotte di nuove, insieme a qualche dubbio beneficio. Purtroppo, nemmeno il Fediverso è completamente libero da insidie e tentativi di cooptazione, ma rappresenta comunque la principale alternativa percorribile e migliorabile allo strapotere degli oligarchi/oligopolisti delle “Big Tech”.


Sullo sfondo un cielo lo stellato e la scritta "Breve definizione di Fediverso. La differenza con i social mainstream". In risalto il simbolo del Fediverso: sei punti di diversi colori collegati da linee esterne che formano un pentagono e da diagonali interne che formano una stella.



⏰   PER CHI VA DI FRETTA  🕚

In estrema sintesi e semplificando al massimo, il Fediverso (crasi di "universo federato") è una rete federata fatta di tanti mini-social connessi tra loro. È costituita da un insieme di server che "parlano" gli stessi linguaggi informatici (di norma "open source" e "free", e cioè modificabili e gratuiti), con un funzionamento simile a quello che fa "parlare" tra di loro le caselle e-mail di diversi operatori. Mentre grandi compagnie gestiscono verticisticamente e in maniera centralizzata tutti i server che fanno funzionare i social media classici (come Facebook, Instagram o X), sul Fediverso ognuno può gestire un proprio server e aprire un "nodo", detto "istanza"

Ogni istanza può essere autogestita stabilendo le proprie regole (tipo di contenuti, moderazione, ecc.) e decidendo se e come interagire con altri nodi

Ogni nodo può usare un programma diverso. Per esempio Mastodon, il più noto, è un software di micro-blogging che assomiglia a X, PeerTube assomiglia a Youtube, Pixelfed a Instagram, e così via...

Questi software, parlando la stessa lingua, sono interoperabili. In parole povere, è come se da un account su X potessimo seguirne un altro su YouTube e interagire con esso. Inoltre, qualora volessimo cambiare un’istanza perché non ci dà più fiducia o non ci piace più, potremmo scaricarci i nostri dati, fare proverbialmente i bagagli e trasferirci su un’altra istanza.


Se andate ancora di fretta, in fondo a questa pagina trovate i nostri profili social (quelli veramente social, del Fediverso) e quelli a-social”. Seguiteci e connettiamoci!  ;)


Quando avrete un po’ più di tempo tornate su questa pagina: troverete molte informazioni anche sul funzionamento politico-commerciale degli a-social e sui cambiamenti iper-contemporanei della storia della comunicazione :)




CHI CONTROLLA QUELLO CHE DICIAMO ONLINE?!
CHI DECIDE COSA SI PUÒ DIRE O COSA VERRÀ EFFETTIVAMENTE ASCOLTATO, VISTO O LETTO?!
LA RISPOSTA È SEMPLICE: CHI CONTROLLA I SERVER...

L'immagine è un'illustrazione digitale in stile cartone animato. Sullo sfondo, che sfuma dal viola scuro in alto all'azzurro in basso, lo spazio e le stelle. La scena rappresenta una fuga allegorica: un gruppo di animali colorati viaggia su una stravagante navicella spaziale verso destra, allontanandosi da un pianeta grigio e inquinato, situato a sinistra.  Del pianeta sferico, malato di inquinamento, si notano grattacieli, blocchi di cemento, telecamere, satelliti, automobili, antenne, ciminiere e componenti meccaniche avvolti nello smog. Sul pianeta si notano chiaramente schermi e cartelli enormi con famosi loghi. Tra questi risaltano quelli delle aziende “GAFAM” e altre multinazionali.  Analizziamo la navicella spaziale che rappresenta il Fediverso, con colori vivaci e lampadine colorate mentre sfreccia via: la parte posteriore della nave è arancione, mentre il fianco è composto da pezzi di puzzle incastrati tra loro, a simboleggiare la collaborazione e l'unione di parti diverse nella realizzazione dei software. Dai motori posteriori esce una scia fluida, con un colore azzurro brillante che ricorda quello dell’acqua. L‘abitacolo è una cupola di vetro trasparente, illuminata dall'interno, dove si intravedono una serra con piante rigogliose, vari oggetti e, quasi nascosto, un quaderno con il disegno della faccina di un  gatto. La navicella è cavalcata da diverse mascotte sorridenti mentre salutano il pianeta che va in rovina. Davanti a tutti c’è un elefante viola (che rappresenta Mastodon). Sotto il suo grembo è delicatamente adagiato un piccolissimo uccellino giallo (forse rappresenta gli ex-utenti del defunto Twitter). Dietro l'elefante c’è una creatura simile a una volpe gialla con grandi orecchie (Pleroma), che sorride. Dietro a lei c’è un polipo arancione (PeerTube) con un cappello piramidale mentre saluta gioiosamente con il suo tentacolo. Sul fianco della navicella, aggrappato a essa, c’è un pinguino (simbolo dell'amministratore di Linux): sta usando una chiave inglese per stringere un bullone della nave in movimento e agganciare bene uno dei pezzi di puzzle. Sotto la nave, vicino al pinguino, c'è uno Gnu marrone dal pelo arruffato (GNU Social) che sorride appeso a testa in giù.
Gli animali sulla navicella spaziale simboleggiano software liberi che scappano dal pianeta dominato da "GAFAM" e altri colossi dell'economia anarco-capitalista globale.
Illustrazione di David Revoy da Wikimedia, rilasciato con licenza Creative Commons. 


Il Fediverso, unione delle parole “Universo” e “Federato, è una rete informatica federata che connette diversi tipi di software, come social di micro-blogging (quelli per pubblicare testi brevi tipo l’ex Twitter, ora noto come X, per capirci) o piattaforme per condividere e pubblicare video (come YouTube). Ogni nodo della rete è chiamato “istanza” e funziona tramite un server, uno di quei computer che fa apparire testi e contenuti sui nostri PC, smartphone, e dispositivi, ogni volta che visitiamo un sito. I “nodi” di questa “galassia social” sono connessi tra di loro e sono interoperabili perché “parlano la stessa lingua”: si tratta di un protocollo di comunicazione che si chiama “Activity Pub”, la “lingua” più parlata sul Fediverso (va specificato che esistono pure altre “lingue” meno diffuse come “Diaspora”).

17.1.24

IL “GIORNALICIDIO” IN PALESTINA

GENOCIDIO A MEZZO STAMPA E MANIPOLAZIONI MEDIATICHE

 

 

Foto di un giornalista palestinese: in mano ha una fotocamera con teleobiettivo. Indossa un casco con la scritta "tv" e giubbotto con la scritta "press". Sullo sfondo il deserto e alcuni ragazzi.


Mentre sono almeno più di 20mila le vittime, quasi tutte civili, della punizione collettiva dei gazawi e dei palestinesi in tutti i territori occupati, la guerra di sterminio attuata grazie al “pretesto” offerto dai nazionalisti islamici di Hamas (che potrebbe evolvere in una soluzione della questione palestinese, in una “soluzione finale” di Israele per completare la pulizia etnica dei palestinesi o in un conflitto sempre più esteso e diretto tra i vari “imperi" o aspiranti tali) è senza precedenti: oltre alla vastità dell’attacco dell’entità sionista e alla catastrofe umanitaria in corso, mai prima erano morti così tanti membri del personale delle Nazioni Unite (si contano almeno 148 vittime tra gli operatori ONU, quasi tutti tra le fila dell’UNRWA, l’Agenzia per i rifugiati palestinesi), delle persone che offrono assistenza sanitaria (quasi 340 tra medici e infermieri) e mai prima erano morti così tanti cronisti e operatori dell’informazione in così poco tempo (tra gli 80 e i 120), anche se lo stato teocratico israeliano non è nuovo all’eliminazione di “voci mediatiche”, come testimonia l’omicidio di Shireen Abu Akleh nel 2022.

 

L’etno-crazia cliente di NATO/USA in medio-oriente riscrive le leggi di guerra, incluse quelle che dovrebbero tutelare gli operatori dei media, violando in maniera palese e grossolana le principali regole del diritto internazionale, attuando una rozza propaganda pedissequamente replicata dalla maggioranza dei media mainstream occidentali. Per questo nell’articolo che segue ci focalizziamo su una serie di considerazioni meta-mediatiche di questi cento e passa giorni di massacri, e quindi sulla strategia e sulle tattiche propagandiste sioniste, sulla “scorta mediatica” che troppi organi di informazione stanno fornendo loro e ai paesi complici del “caso da manuale di genocidio”, come lo ha definito Craig Mokhiber prima di lasciare l’ufficio newyorkese dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani.

 


TATTICHE E STRATEGIA DELLA GUERRA MEDIATICA ISRAELIANA: L’AUTODIFESA INVOCATA A SPROPOSITO

Una delle principali tattiche della macchina da guerra mediale israeliana consiste nel minimizzare le perdite sul campo affermando al contempo di essere ancora in grado di difendere il “focolare coloniale ebraico” dopo aver miseramente fallito, prima militarmente e poi umanamente. Sono partiti con il de-umanizzare il popolo palestinese, identificando tout-court questo con Hamas, e dipingendo la principale fazione del variegato fronte della resistenza come affine ai tagliagole dell’ISIS (mentre Netanyahu e i fascio-sionisti sostenevano occultamente Hamas, anche in funzione anti-ISIS, oltre a fungere da "nemico di comodo"), enfatizzando gli aspetti dell’eccidio commesso da una singola componente della legittima resistenza in armi di un popolo occupato, raccontando una storia che inizia e finisce nel 7 Ottobre del 2023, nascondendo decenni di occupazione illegale e il “peccato originale-colonialista” che ha portato alla nascita dello stato sionista (definizione più corretta di “stato ebraico”, come sostengono pure molti rabbini) e anche manipolando quello che è effettivamente accaduto a cominciare da quel tragico giorno (ricordate la fake-news dei bambini decapitati?!). Tragico e orrendo per le vittime civili di ambo le parti, anche se quelle di una parte sono molte di più e dovevano essere evitate.

3.5.23

NON C'È GIUSTIZIA SENZA VERITÀ!

STELLA MORIS, LEGALE E MOGLIE DI ASSANGE: <<I SEGRETI DI STATO NON SONO QUALCOSA DI NATURALE>>


 

Nell'immagine superiore uno striscione in cui Julian Assange è simbolicamente imbavagliato da una bandiera statunitense. Sotto lo screenshot della testata del sito del festival, raffigurante l'automobile in cui è stato giustiziato Giancarlo Siani, una Citroen Mehari: l'ideatrice e la direttrice del festival, Desirée Klain, ha ricordato che la criminalità organizzata è la forma di terrorismo diffusa nel pezzo di pianeta in cui abitiamo.
Nell'immagine superiore uno striscione in cui Julian Assange è simbolicamente imbavagliato da una bandiera statunitense. Sotto lo screenshot della testata del sito del festival, raffigurante l'automobile in cui è stato giustiziato Giancarlo Siani, una Citroen Mehari: l'ideatrice e la direttrice del festival, Desirée Klain, ha ricordato che la criminalità organizzata è la forma di terrorismo diffusa nel pezzo di pianeta in cui abitiamo.


Torniamo a parlare di Julian Assange dopo aver incontrato Stella Moris a “Imbavagliati, Festival Internazionale del Giornalismo Civile”, dove ha ricevuto il Premio Pimentel Fonseca.

 

Stella Moris mette, letteralmente e in senso figurato, la faccia nella cornice realizzata dal gruppo "Free Assange Napoli", che recita <<non si può arrestare la nostra libertà ad essere informati>>. Sullo sfondo alcune tavole della mostra realizzata dall'artista Gianluca Costantini, dove spicca l'immagine di Mario Paciolla, osservatore dell'ONU morto in Colombia in un omicidio mascherato da suicidio.
Stella Moris mette, letteralmente e in senso figurato, la faccia nella cornice realizzata dal gruppo "Free Assange Napoli". Sullo sfondo alcune tavole della mostra realizzata dall'artista Gianluca Costantini, dove spicca l'immagine di Mario Paciolla, osservatore dell'ONU morto in Colombia in un omicidio mascherato da suicidio.


Dopo aver seguito una serie di festival di auto-produzioni grafiche ed editoriali (“Ué Underground Eccetera”, “Raise Your Zine”, “Crack! Vudu” e “Santa Feira”) oltre a quello organizzato da Mediterranea Saving Humans, “A Bordo!”, il nostro auto-inviato per nulla speciale, il difficilmente gestibile Cronista Autogestito, si è recato a un evento più “formale” e “istituzionale”, ma non per questo meno valido e denso di spunti di riflessione sul ruolo del giornalismo, sulla censura e sulla ricerca della Verità.

 

Stella Assange riceve la targa del premio


Nel post che segue ci focalizziamo principalmente sulla vicenda dell’hack-tivista australiano, sugli aspetti della sua attività che alcuni considerano controversi mentre, a nostro dire, di controverso c’è solo il tentativo di incarcerare chi si batte per un’informazione libera, senza la quale non ci può essere una società giusta ed equa.

Nella parte conclusiva troverete alcune considerazioni che ci sono rimaste particolarmente impresse della tre giorni, che si è conclusa Sabato, su diversi temi che ci sono particolarmente a cuore: dalle "persone in movimento" al tema della detenzione, passando per la guerra e le mistificazioni di certi meccanismi mediali.

 


CONOSCENZA, POTERE E SEGRETI: UN CASO POLITICO PIÙ CHE GIUDIZIARIO

L’informazione e le conoscenze corrispondono a un potere, un potere tanto vasto quanto basilare, dato che siamo l’unica specie sulla Terra che può tramandare conoscenze complesse ai posteri. 

Il potere del sapere dovrebbe essere distribuito equamente fra tutti, così come ogni altra risorsa, materiale e non. 

Julian Assange è tra i fondatori della piattaforma Wikileaks il cui scopo era quella di prendere informazioni, e dunque potere, da chi ne aveva molto, per poi “redistribuirlo” e restituirlo alla collettività, proteggendo al contempo chi forniva quelle informazioni tramite sistemi di cifratura. La mole di documenti era immensa e per questo alla stessa collettività, oltre che al suo team, spettava il compito di controllare quelle notizie, prevenendo la pubblicazione di notizie deliberatamente false o pericolose: questo concetto è a nostra detta cruciale, perché implica un controllo collettivo dell’informazione, un protagonismo auto-gestionario nelle verifica delle fonti che non dovrebbe essere delegato solo agli specialisti della comunicazione e della politica.

Come abbiamo già argomentato, chiedere la liberazione di Assange è un dovere morale di tutti quelli che hanno a cuore la libertà di parola, e il suo caso è preminentemente politico, più che mediatico e giudiziario: hanno prima imbastito contro di lui uno scandalo sessuale in Svezia, si è poi rifugiato nell’ambasciata dell’Ecuador londinese “auto-recludendosi” per 7 anni, e da 4 anni è in un carcere di massima sicurezza britannico, dove vive in un isolamento totale e barbaro per 22 ore al giorno in attesa che venga esaminata la richiesta di estradizione verso gli USA, dove rischia 175 anni di prigione per spionaggio o, addirittura, la pena di morte, se l'accusa formulata nei suoi confronti fosse quella di cospirazione. Negli Stati Uniti è accusato in base al cosiddetto “Espionage Act”, una legge promulgata nel 1917, quando la tecnologia che fa funzionare le nostre radio era ancora agli albori, quando la concezione della libertà di stampa era molto diversa da quella attuale, quando non esistevano ancora le potenzialità della rete di favorire sia la comunicazione libera sia un controllo repressivo e capillare vagamente immaginato da scrittori come Orwell.

Dopo aver provato a macchiare indelebilmente la sua immagine con l’accusa (caduta e infondata) di stupro, chi lo incolpa sostiene che l’attivista, giornalista e programmatore sia un terrorista o una spia al servizio di qualche oscura potenza statale. Secondo chi scrive queste accuse sono delle fandonie campate in aria: la piattaforma Wikileaks infatti ha ospitato migliaia di documenti non facendo sconti a nessuno, né agli USA, né alla Russiané alla Cina, né ai potentati delle multinazionali private, ed è anche per questo che è molto complicato valutare in maniera precisa l’estensione del “raggio” di “nemici” che Assange e il suo team, oltre alle diverse testate internazionali che hanno collaborato con loro, si sono fatti, ed è per questo che non bisogna smettere di indagare e parlare di questa immensa vicenda.

E comunque, se pure volessimo ammettere per assurdo che Assange fosse uno dei peggiori terroristi di tutti i tempi e non uno dei giornalisti più coraggiosi e preparati della storia, se pure volessimo additarlo come “il nemico pubblico numero 1” del “disordine” mondiale costituito, bisognerebbe come minimo assicurargli delle condizioni detentive che siano il più umane possibile (abbiamo scritto diversi articoli sul tema della detenzione in merito, come questo dedicato al caso Cospito).

 


ASSANGE È UN SANGUINARIO PERCHÉ HA DETTO LA VERITÀ?!

Oltre all’accusa di essere al soldo di qualche agenzia di intelligence molti imputano ad Assange l’avere le mani “sporche di sangue” per le conseguenze delle sue rivelazioni, come accaduto in Kenya quando, in occasione delle elezioni del 2007, delle rivelazioni di Wikileaks innescarono un’ondata di violenza. 

In merito alla vicenda Assange dichiarò a Carole Cadwalladr del The Guardian nel 2010: <<in quel frangente morirono circa 1300 persone e 350 mila dovettero fuggire. Fu un risultato della nostra nostra fuga di notizie. D’altra parte gli abitanti del Kenya avevano diritto a sapere che 40 mila bambini morivano di malaria, e che molti altri morivano per il denaro portato al di fuori del Kenya e della conseguente svalutazione dello scellino (…) Bisogna iniziare con la verità. La verità e l’unica maniera per arrivare da qualche parte, perché ogni decisione basata su bugie o ignoranza non può condurre a buone conclusioni>>. Altre accuse affini a questa riguarderebbero il presunto pericolo di vita di diversi giornalisti, politici, diplomatici ed esponenti di ONG, a causa delle rivelazioni di Wikileaks.

Un giornalista dovrebbe cercare di essere “scomodo” anche verso le proprie convinzioni (e, come si sostiene nel manifesto programmatico di questa Zina/Rivista, manifestarle è in realtà un passo necessario per tendere verso la massima obiettività), e per questo abbiamo vestito i panni dell’“avvocato del diavolo” e abbiamo fatto questa domanda a Stella Moris:

<<Alcuni sostengono che la pubblicazione di certe notizie ha messo diverse vite a rischio: ammesso che sia vero, lei pensa che sia un prezzo necessario da pagare per avere una società e un mondo migliore?!>>.