LA SERIE “DENTRO LE PRIGIONI PIÙ DURE DEL MONDO”, LE PUNTANTE E LE CARCERI “ATIPICHE”
In questo post della rubrica RecenTips ci sentiamo di consigliare la visione di una serie documentaristica (e in particolare di alcune puntate di questa, non tanto quelle della prima stagione), con alcuni tratti dei “reality show” prodotta dalla britannica “Emporium Productions” e targata “Netflix” nonostante alcuni aspetti specificamente narrativi che forse vanno a discapito della sua connotazione principalmente documentaristica, e nonostante il fatto che non siamo dei fan della stra-nota piattaforma di streaming statunitense, riteniamo comunque che la serie "Dentro le prigioni più dure del Mondo" possa essere utilizzata come strumento di analisi dei diversi dispositivi di contenzione fisica e mentale, nonché delle similitudini e delle differenze nel funzionamento delle istituzioni carcerarie, oltre che di quelle politiche e sociali, attorno al globo.
Scopo dichiarato della serie è infatti quello di capire se il carcere riabilita davvero, e se lo fa comprendere come lo fa.
Osservando poi alcune “prigioni modello” e le poche
puntate dedicate a queste (perché poche sono le prigioni che adottano il “principio
di normalità”), parleremo anche delle cosiddette prospettive “riduzionista”
e “abolizionista”, che consistono nel ridurre la contenzione fisica solo
a casi estremi, e che in prospettiva potrebbero tradursi nell’abolire
completamente l’istituzione carceraria, perlomeno nella maniera in cui è
attualmente concepita, e cioè quella che segue la logica dello “sbattere
in cella e buttare via la chiave” lasciando “marcire” i detenuti, trattati
come animali e non come esseri umani, a prescindere da ciò che li ha portati lì
dentro.
