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2.8.25

ENNESIMO OMICIDIO IN CISGIORDANIA

  • UCCISO ATTIVISTA NELLA ZONA DI MASAFER YATTA. AVEVA COLLABORATO CON “NO OTHER LAND” 
  • USA, UE, CANADA E REGNO UNITO AVEVANO SANZIONATO L’OMICIDA PER AVER ATTACCATO FAMIGLIE PALESTINESI, INCLUSE DONNE E BAMBINI. TRUMP HA POI ANNULLATO LA DECISIONE DELL'AMMINISTRAZIONE GUIDATA DA “GENOCIDE JOE” BIDEN



Sei immagini, partendo dall'angolo a sinistra in senso orario. 1) Uno screenshot del video in cui si vede Yinon Levi urlare e puntare una pistola contro chi riprende. 2) Awdah Hathaleen sanguinante a terra. 3) Yinon Levi apre il fuoco, inquadrato di profilo. 4) La punta di un escavatore colpisce un uomo 5) Awdah Hathaleen sorride mentre ha in braccio uno dei suoi figli 6) Yinon Levi punta la pistola contro chi riprende. Sullo sfondo polveroso si nota l'escavatore.
Immagine al centro in basso ritagliata da uno scatto di Hadhalin da Wikimedia, rilasciata con Licenza CC generica 2.5 


  • +AGGIORNAMENTO DEL 09/08/2025+
  • L’autore dell’omicidio, Yinon Levi, è a piede libero ed è tornato a continuare i lavori sulle terre che occupa illegalmente, a terrorizzare e a schernire la popolazione di Umm al-Khair insieme ad altri coloni-terroristi dell’insediamento di Carmel, armati di fucili di assalto americani (M-16).
  • Il quotidiano israeliano "Haaretz" ha avuto modo di vedere un altro video, girato dalla stessa vittima fino al momento dello sparo. In un articolo di oggi, siglato da Gideon Levy e Alex Levac, si afferma che non ci sono dubbi sull’identità dell’omicida, e che <<la giudice Chavi Toker, che ha rilasciato Levi venerdì senza nessuna condizione particolare, sta violando i suoi obblighi>>.
  • Oltre al danno le beffe: dopo l’omicidio sono stati arrestati una ventina di palestinesi, incluso il figlio di un altro uomo investito e ucciso da un veicolo militare israeliano nella stessa zona nel 2022. Alcuni sono stati segnalati dall'omicida all'esercito e arrestati subito dopo il misfatto, mentre altri sono stati bendati e rapiti di notte, come da prassi dell'apartheid israeliano. I loro cellulari, con altre possibili prove dell’assassinio, sono stati confiscati e non restituiti. Nell’articolo succitato si spiega che, al momento della pubblicazione, ancora 7 persone risultavano detenute.
  • Le forze di occupazione israeliane hanno restituito solo giovedì scorso, dopo dieci giorni, il corpo di Awdah Hathaleen ai suoi familiari, che intanto avevano iniziato uno sciopero della fame in segno di protesta. I funerali erano stati vietati col pretesto della presunta illegalità del cimitero del villaggio (come riporta la testata israeliana "+972"), e per questo inizialmente l’esercito aveva indicato un altro luogo di sepoltura. Neanche i morti possono riposare in pace.


L’ATTIVISTA VITTIMA E IL COLONO TERRORISTA

Si chiama Yinon Levi, 32 anni, il colono-terrorista agli arresti domiciliari per l’omicidio di un attivista Palestinese di 31 anni, Odah Muhammad Khalil al-Hadhalin, perpetrato lunedì nel villaggio di Umm al-Khair, nella circoscrizione di Masafer Yatta, a sud di Hebron.

14.2.25

FORAGERS

UN DOCU-FILM SULLA COLONIZZAZIONE DELLA FLORA PALESTINESE

Per la rubrica "RecenTips" consigliamo la visione di “Foragers” , documentario di Jumana Manna sulla colonizzazione della fauna in Palestina, recensito da Filippo Scolaro, studente dell'Università Orientale di Napoli. Abbiamo avuto modo di vederlo a marzo 2024 nel corso della rassegna organizzata da "Napoli Monitor", dal titolo “A FUOCO! Decifrare un conflitto”.

Il lungometraggio ci dà l’opportunità di esplorare come le dinamiche coloniali negano l’accessibilità alle popolazioni native delle proprie risorse basilari. Risorse depredate che poi, come si spiega in questa breve recensione, vengono sfruttate per speculazioni agricole.

La pellicola, sottotitolata in inglese, è reperibile su richiesta all’organizzazione di artisti britannica “LUX”.



Sullo sfondo di questo collage si notano delle colline, vegetazione, e un fuoristrada che percorre un sentiero deserto. Al centro, appoggiata al sentiero con il gomito, una donna. Sempre al centro una mano grande quanto l'automobile raccoglie una pianta, altre sono conservate in una busta di palstica. Sempre al centro un uomo che raccoglie altre piante, una donna con lo sguardo non rivolto verso la camera, una cane e una pianta spinosa ancora più grande che sovrasta tutto il resto.

7.2.25

POVERI PIÙ POVERI E RICCHI PIÙ RICCHI

LE STATISTICHE SULLA DISUGUAGLIANZA CONFERMANO: A CHI TANTO E A CHI NIENTE!

QUASI METÀ DELLA POPOLAZIONE GLOBALE È POVERA. QUASI METÀ DELLA RICCHEZZA È POSSEDUTA DALL’1% DELLE PERSONE.


immagine di un dollaro con al centro la figura di un mendicante che chiede la carità a un signore in giacca e cravatta


Lo scorso Gennaio, come di consueto in occasione del “Forum economico mondiale di Davos”, è stato presentato il rapporto di Oxfam su disuguaglianza e povertà. Le statistiche sulla concentrazione del potere politico-economico globale e italiano ci dicono che viviamo in un mondo ancora più socialmente disuguale rispetto allo scorso anno.

In questo post, per la rubrica “Dati Parziali”, riportiamo sinteticamente alcuni dei dati sulla disuguaglianza emersi dalle decine di pagine dell’analisi della ONG, insieme alle soluzioni che propone. Una distribuzione di ricchezza e potere che sia il più equa possibile non è solo un imperativo morale. È un obbligo dell’umanità tutta per salvarsi dall’autodistruzione sociale e per preservare ciò che resta del martoriato habitat.



OLIGARCHIA GLOBALE E MISERIA COLONIALE

L’attuale <<sistema economico e sociale premia pochi privilegiati e lascia milioni di persone indietro>>. Lo dice Oxfam, movimento e confederazione internazionale di 21 ONG contro disuguaglianze e povertà, nel rapporto intitolato “Disuguaglianza: Povertà ingiusta e ricchezza immeritata

Le disuguaglianze non sono dovute al caso o al fato, ma sono <<il risultato di scelte politiche che hanno prodotto negli ultimi decenni profondi mutamenti nella distribuzione di risorse, dotazioni, opportunità e potere tra i cittadini. Cambiare rotta è un imperativo categorico, sebbene l’attuale contesto politico renda il compito impervio>>.

13.10.24

COME FERMARE COMMERCIO E TRAFFICO DI ARMI?!

OSSERVARE PER DENUNCIARE E DISUBBIDIRE: DALLA NASCITA DELL'"OSSERVATORIO DELLE ARMI NEI PORTI EUROPEI E MEDITERRANEI, THE WEAPON WATCH" AL RUOLO DELLA NATO E DEL COMPLESSO MILITARE-INDUSTRIALE, PASSANDO PER LA TRABALLANTE "LEGALITÀ INTERNAZIONALE"

Sullo sfondo si intravedono e si affastellano delle tabelle e un digramma a torta. Su di esse si intravedono scritte evidenziate come "Israele", "bombe, munizioni, software" e "documento interno della decima legislatura. Al centro una pila di banconote da 50 euro con sullo sfondo decine di proiettili. In alto a destra e in basso a sinistra delle immagini di aerei di combattimento. In basso a destra la sagoma di un soldato. Al centro e a sinistra il disegno di un carro armato visto dall'alto.


In questi ultimi anni commerci e traffici di armi tornano prepotentemente a essere dei temi di pressante e urgente attualità. Lo sono insieme alle azioni di disobbedienza civile e alle inchieste che svelano rapporti politico-militari indecenti e indicibili, ma men che mai segreti.

Dieci giorni fa "Altreconomia" ha smentito il governo, dopo una conferma della "Leonardo SPA", la principale azienda militare italiana: la Repubblica italiana ha continuato a fornire armamenti a Israele. Lo ha fatto inviando dei pezzi di velivoli utili all'addestramento di chi potrebbe sganciare bombe in Palestina e in Libano, nonché fornendo supporto da remoto per l'addestramento

Una settimana fa l'"Unione Sindacale di Base" ha indetto una protesta presso l'aeroporto civile di Montichiari di Brescia: da Giugno alcuni lavoratori denunciano il transito di materiale bellico con tutta una serie di implicazioni etiche e di sicurezza

Intanto, anche i lavoratori portuali europei sono in allerta per gli stessi motivi proprio in queste ore. Mentre chiudiamo quest'articolo l'ultima posizione pubblica della nave "MV Kathrin", battente bandiera portoghese, risulta essere nelle vicinanze di Malta: partita dal Vietnam e diretta a Capodistria, trasporta esplosivi diretti anche in Israele. Tra i primi a denunciare il mortifero carico è stata Francesca Albanese. All'appello per non permettere le operazioni di carico e scarico si sono unite tantissime associazioni, inclusa Amnesty. La Namibia aveva revocato il permesso all'attracco, cosa che permette di evitare anche responsabilità legali legate alla Convenzione sul Genocidio. Stando a quanto riportano le cronache, pare che anche Malta abbia negato alla Kathrin il permesso di entrare nelle proprie acque territoriali, mentre altre navi gli avrebbero portato carburante in attesa di trovare un porto nell'Adriatico.

Questo genere di denunce e di atti di disobbedienza da parte della società civile assume una cruciale importanza in relazione ai crimini commessi da diversi stati, a partire dal regime di apartheid israeliano. Bisogna opporsi ai tentativi, appoggiati più o meno tacitamente dai nostri stessi governi, di riscrivere le leggi di guerra.

Sabato 28 Settembre abbiamo seguito un evento organizzato presso lo spazio autogestito partenopeo "Santa Fede Liberata". All'incontro, intitolato "La guerra comincia qui: fermiamola!", si è discusso della logistica della guerra, delle leggi che regolano trasferimenti di armi e di disobbedienza civile. Ospite era Carlo Tombola dell'"Osservatorio sulle Armi Nei Porti Europei e Mediterranei", The Weapon Watch".

Questo articolo rappresenta una sintesi di quello che si è detto ma, soprattutto, cerca di offrire degli spunti di discussione e di azione, insieme a diversi approfondimenti.

Partiamo con una sintesi molto schematica e iper-semplificata della guerra civile yemenita, messa in relazione alle violazioni del diritto internazionale che vediamo anche in Palestina e Libano. Passiamo poi a parlare di una storica azione di disobbedienza civile dei portuali genovesi, che ha impedito l'attracco di una nave diretta in Arabia Saudita, un esempio di ribellione non violenta da attuare quando le leggi non funzionano o sono ingiusteContinuiamo parlando delle normative che dovrebbero regolare i conflitti e la vendita di armi, e in particolare della legge 185 del '90, il cui spirito originario è stato disatteso negli anni. Con l'attuale governo le cose potrebbero peggiorare, e le attuali garanzie minime di trasparenza sul commercio delle armi potrebbero essere completamente stravolte...

Concludiamo con alcune considerazioni "geopolitiche", per così dire, insieme al mutato ruolo della NATO nell'attuale contesto globale. 

Inoltre abbiamo aggiunto questo post anche nella rubrica "Dati Parziali". Infatti, come dimostra una breve ricerca inclusa nelle prossime righe, i dati pubblici, che dovrebbero aiutare parlamento e società civile a esercitare un controllo sulla vendita di armi e sull'esecutivo, sono talmente "spezzettati" da risultare praticamente incomprensibili al lettore medio, e solo parzialmente decifrabili da occhi ben più esperti, quelli di alcuni esponenti della società civile e del variegato "fronte pacifista" che da anni studiano le relazioni previste dalla 185/90.

L'articolo che vi apprestate a leggere è un esempio di giornalismo sperimentale, un articolo "long form" in stile "slow journalism", che contiene al suo interno diversi "articoletti". Difficilmente riuscirete a leggerlo tutto d'un fiato... Per questo vi consigliamo di leggerlo con calma, ritornando più volte su questa pagina o salvandola. Oppure, perché no, stampandolo, se preferite l'esperienza cartacea. Siamo sicurə che alla fine troverete molti elementi utili di "geopolitica popolare" e sulla legislazione italiana che dovrebbe regolare il commercio d'armi e impedirne il traffico (si tenga a mente che la parola "traffico" indica dei trasferimenti di armi al di fuori di ciò che è considerato legale). Se non sarà così criticateci nell'apposito spazio dedicato ai commenti. In caso contrario, potrete mostrarci apprezzamento e fornire ulteriori spunti di riflessione sempre nei commenti. Buona lettura.


I CRIMINI DI GUERRA IMPUNITI IN YEMEN, IL BLOCCO DELLA "BAHRI YANBU" E LA NASCITA DI "THE WEAPON WATCH"

Nel caotico contesto della decennale guerra civile yemenita si scontrano gli interessi di diversi attori regionali e internazionali. Tralasciando la presenza di Al-quaeda e di altre formazioni, i due schieramenti principali sono rappresentati dagli Houthi, alleati dell'Iran (nonché noti ai più per le recenti azioni di sabotaggio delle navi commerciali nel Mar Rosso) e da una coalizione militare a guida saudita ed emiratina supportata dai paesi "occidentali" (Stati Uniti e Regno Unito in prima fila). Per avere un quadro sintetico delle forze in campo va ricordato che Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, alleati contro Houthi ed Iran, supportano due fazioni diverse all'interno del Consiglio di Presidenza che guida la repubblica yemenita, rispettivamente quella unionista del nord e quella separatista del sud.

La guerra civile yemenita può essere inquadrata come uno dei "conflitti per procura" (proxy wars in inglese) tra Iran e Arabia Saudita, guerre semplicisticamente rappresentate come dei conflitti tra sciiti e sunniti (le "famiglie" principali della religione islamica, storicamente rappresentate dai due paesi e che, a loro volta, contengono una serie di divisioni al proprio interno). Sicuramente ci sono dei fattori etnico-religiosi alla base di queste guerre, ma le ragioni principali risiedono nel controllo politico ed economico del Medio-Oriente e nella proiezione di influenza in altre aree del pianeta da parte di varie potenze, interessi su cui si innestano mire imperialiste di vari "imperi" (o aspiranti tali) e delle rispettive "corti".

Dopo questa non esaustiva ma necessaria premessa andiamo all'oggetto principale di questo post. Nella nostra epoca, dominata dalla cultura consumista e capitalista, il nocciolo del problema dei traffici di armi risiede in un ordine mondiale e in un sistema socio-economico fondato sull'accumulazione di potere. Imbracciare le armi, e più in generale ricorrere alla violenza, dovrebbe essere una scelta estrema, da attuare solo per difendersi, non per imporre la propria egemonia. E nemmeno per far alzare il "PIL", il volume d'affari, con fruttuosi e mortiferi commerci in armamenti, finalizzati a "risolvere" le crisi generate dallo stesso sistema economico conquistando nuovi "mercati" e ampliando la schiera degli sfruttati. Per questo la nostra Costituzione ripudia la guerra come risoluzione dei conflitti, per questo il diritto internazionale dovrebbe imporre dei limiti a come vengono condotte le guerre, proteggendo in particolare i civili, oltre che porre argini a un sistema capitalista senza freni, ispirato dalla religione del profitto. Un sistema guidato dal cosiddetto "complesso militare industriale" di cui i governi nazionali sono dei meri burattini. I principi nazionali (l'Italia ripudia la guerra) e sovranazionali (le leggi che regolano la conduzione delle guerre, incluse quelle sulle forniture di armamenti), non sono stati rispettati in Yemen.

Nella guerra civile yemenita tutte le parti in conflitto si sono macchiate di palesi violazioni delle leggi internazionali. Abitando però nella parte "occidentale" del pianeta abbiamo il dovere primario di occuparci di quelle commesse dalla nostra "parte"Da anni svariate ONG internazionali, supportate da indagini delle Nazioni Unite, denunciano la commissione di diversi crimini in Yemen da parte della coalizione a guida saudita, commessi con supporto e armi forniti da noi, dalle nostre energie intellettuali ed economiche, dalle nostre menti, dai nostri portafogli e, quindi, con la nostra complicità. Da anni queste denunce sono rimaste sostanzialmente inascoltate, così come gli appelli a smettere di inviare armi usate in palese contrasto delle più elementari norme giuridiche (distinguere i combattenti dai civili, colpire un obiettivo militare solo se strettamente necessario e facendo il possibile per limitare i cosiddetti "danni collaterali", non affamare la popolazione civile, non attaccare personale umanitario, ospedali, scuole, ecc.) oltre che quelle del comune senso di umanità perduto. Tantissime uccisioni di persone innocenti potevano e dovevano essere evitate, tantissime persone dovrebbero prendersi la responsabilità e rendere conto di questi crimini affinché non si ripetano. Invece vige un sostanziale regime di impunità che ha raggiunto il suo apice con la guerra genocida a Gaza e in Cisgiordania, con violazione brutali e grossolane delle leggi di guerra -il cosiddetto "diritto umanitario internazionale". Leggi che vengono riscritte in favore dei nostri "alleati economici" con un'ipocrisia e un livello di mistificazione parossistico e tragicomico, supportato da una schiera di colleghi giornalisti pennivendoli (quando non direttamente coinvolti in delle campagne di propaganda, magari supportate da reparti militari e di intelligence, appositamente dedicati alla guerra tramite la comunicazione). Putin ha invaso uno stato sovrano ed è sbagliato, ma perché non si dice che è sbagliato invadere e mantenere una dittatura militare, un regime di apartheid (definizione legale dell'occupazione israeliana, stabilita dalla traballante legalità internazionale) in piedi in Palestina almeno dal 1967?! Forse perché ci sono delle persone che disgustosamente accusano di antisemitismo chiunque osi mettere in dubbio la presunta legittima difesa israeliana, che in realtà è una decennale punizione collettiva e sproporzionata, che ha prodotto il crimine efferato del 7 Ottobre, sfruttato come pretesto per legittimare un'altra serie di stragi. Così strumentalizzano la tragedia degli ebrei senza terra per legittimare una politica coloniale iniziata con la dichiarazione unilaterale della nascita di uno stato, oggi teocratico ed etnocratico, in violazione del diritto internazionale, fondato sullo sfollamento forzato, sullo stupro e sui massacri della popolazione nativa?! Forse si può dire che Putin è un "pazzo", ma non Netanyahu, anche perché diverse "aziende-vassalle" traggono profitto da questo caos (si pensi agli accordi che l'ENI ha stipulato con il governo israeliano per cercare e sfruttare i giacimenti di gas a largo delle coste di Gaza, poco dopo l'inizio della guerra genocida).

7.10.24

L'OCCUPAZIONE IMMORALE E ILLEGALE HA PRODOTTO IL 7 OTTOBRE

UN ANNO DI GENOCIDIO, DI PROPAGANDA GUERRAFONDAIA E DI RISCRITTURA DELLE LEGGI DI GUERRA IN SENSO MEDIOEVALE


In questo articolo di fondo atipico ripercorriamo un anno di guerra genocida, punizione collettiva dei palestinesi e libanesi, oltre che di furia vendicativa e coloniale, riproponendo una serie di approfondimenti apparsi su queste pagine digitali. Sono articoli che si concentrano sul doppio metro di giudizio applicato dai nostri media e sulla riscrittura delle leggi di guerra. Stiamo tornando indietro di secoli a livello di conquiste legali, anche se poi la guerra è condotta con mezzi tecnologicamente avanzati.


Sullo sfondo i grigi scheletri degli edifici di una Gaza in rovine, avvolti da fumo e fiamme. Al centro uno "strillone" (ragazzo che vende giornali agli angoli delle strade, in inglese "newsboy") che strilla: <edizione straordinaria: è tutta colpa di Hamas! La vita di un palestinese non vale quanto quella di un israeliano>.
Dettaglio dell'mmagine sullo sfondo della Tasnim News Agency tratta da Wikimedia, rilasciata con licenza Creative Commons



Non serve essere "pro-Pal" o addirittura "pro-Hamas" per affermare che l'occupazione illegale, così come sancito dal diritto internazionale, deve finire. Basta essere "pro-diritti-umani" e "pro-senso-di-comune-umanità". Tutti dobbiamo impegnarci contro le ingiustizie, nel nostro piccolo e nel nostro grande, e questo post rappresenta il minimo che possiamo fare.

Senza la fine dell'occupazione, senza riconoscere le colpe, senza verità e giustizia non ci può essere pace. Gli oppressi non hanno bisogno di supereroi liberatori: basta che noi occidentali smettiamo di fornire armi, risorse e copertura politica ai governanti che commettono palesi e brutali violazioni dei diritti umani, scendendo in maniera ipocrita ben al di sotto del livello di altre potenze statali opprimenti e avverse.



OSSERVARE IL CONTESTO, SEMPRE!

Quando si tenta di giustificare le malefatte di proporzioni bibliche commesse in questo ultimo anno da Israele, potenza nucleare illegale e "nostro" alleato NATO de facto, si dice che bisogna osservare il contesto che le ha generate. A questo punto si passa a parlare del sanguinoso attacco del 7/10, un atto orrifico e tragico che però non giustifica tutti i "Sette Ottobre" inflitti ai danni alla popolazione palestinese in un anno di guerra genocida. Così come non legittima quelli precedenti, l'inizio del genocidio incrementale finalizzato alla pulizia etnica "dal fiume Giordano al mar Mediteranneo" e allo spossessamento dei palestinesi.

Il contesto va osservato sempre, non selettivamente... Senza avere la pretese di individuare la causa prima dei conflitti nelle martoriate terre di Palestina, nel medio-Oriente o addirittura nel Mondo, l'inizio dell'attuale carneficina può essere individuato nella dichiarazione unilaterale della nascita di Israele nel maggio del 1948. Un (dis)ordine mondiale che si reggeva sul colonialismo aveva stabilito che la popolazione indigena avrebbe dovuto accontentarsi di meno della metà dei territori (tra l'altro meno redditizi e senza continuità territoriale), assegnando l'altra metà a una comunità che ne possedeva circa il 7%. Le potenze regnanti di allora (Unione Sovietica inclusa) saldarono così il debito degli Olocausti (il plurale non è un refuso e in questo post spieghiamo perché) facendolo pagare ai palestinesi, dando vita a uno stato che diversi ebrei vedevano come intrinsecamente antisemita. Fin dalla nascita del movimento sionista alla fine dell'800 molti ebrei (incluso un celebre fisico che oggi sarebbe chiamato "ebreo che si auto-odia", un certo Albert Einstein) hanno scorto i pericoli di quel nazionalismo sui generis, per il quale la nascita di uno stato ebraico sarebbe potuta avvenire anche in continenti diversi (tra le ipotesi più accredita dei sionisti c'erano anche l'Africa e l'America). Se una persona di religione e/o di cultura ebraica nasce in Italia, in America o in Russia, perché dovrebbe essere incoraggiata o deportata -più o meno volontariamente- a emigrare altrove?! Per due motivi che, paradosso della storia, hanno unito gli obiettivi dei colonizzatori sionisti a quelli dei biechi nazisti. Da un lato colonizzare terra altrui col supporto dei britannici (e poi degli statunitensi) favorendo l'immigrazione in Palestina per compensare lo squilibrio demografico, dall'altro deportare quanti più ebrei possibile.

Dopo la famosa risoluzione ONU 181, quella che divideva la Palestina in due parti, ci sarebbero dovute perlomeno essere altre mediazioni con i paesi e le popolazioni arabe. Ma i fascisti e terroristi sionisti (uso le parole di quell'ebreo antisemita che era Albert Einstein) colsero l'occasione, inaugurando una tradizione di utilizzo selettivo e distorto del diritto internazionale

21.8.24

CHE SUCCEDE IN BANGLADESH?

IL PUNTO DELLA SITUAZIONE PRIMA E DOPO LA CADUTA DI SHEIK HASINA

Spieghiamo sinteticamente cosa sta succedendo in Bangladesh. 

Mentre molti tracciano un'analogia con le "Primavere arabe", i leader degli studenti alla testa delle proteste si interrogano su come proseguire consultando la "base" del movimento.


Una folla di manifestanti (tutti uomini e ragazzi) a Dacca mentre sventolano bandiere del Bangladesh. In basso a sinistra Muhammad Yunus e a destra Sheikh Hasina. Al centro la scritta: <BANGLADESH: dalla protesta contro il "sistema della quote" al governo provvisorio>
Immagine della protesta del 5 Agosto da Dacca di Mohammad Tanbiruzzaman Koushal. Foto di Muhammad Yunus del 2014 di Ralf Lotys (Sicherlich). Foto di Sheikh Hasina del 2023 di DelwarHossain. Immagini tratte da Wikimedia, rilasciate con licenza Creative Commons


Durante questa estate sono scoppiate una serie di proteste in Bangladesh, culminate con la fuga dell'autocrate Sheik Hasina in India il 5 agosto. La causa originaria delle proteste riguardava il cosiddetto sistema delle quote, ritenuto non meritocratico e troppo sbilanciato in favore dei sostenitori della "Lega Popolare Bengalese" (Awami League), il partito dell'ex prima ministra: il 30% degli impieghi nella pubblica amministrazione era riservato ai discendenti dei combattenti della guerra di liberazione bengalese, che portò all'indipendenza dal Pakistan nel 1971. Il restante 26% delle quote riservate era destinato a donne, persone disabili e delle zone più povere. 

A fine Luglio la Corte Suprema bengalese aveva ridotto la quota destinata ai familiari dei combattenti al 5%, e al 2% per gli altri gruppi (incluse le persone transgender), innalzando al 93% quella basata sul merito e ribaltando una decisione presa dall'Alta Corte. Quest'ultima aveva re-introdotto il sistema delle quote a giugno, dopo che era stato abolito nel 2018 sull'onda di altre proteste.

29.4.24

AUTONOMIA DIFFERENZIATA: IL DISEGNO DI LEGGE CHE SPACCA L'ITALIA

FUNZIONAMENTO, INCONGRUENZE E INSIDIE DEL DDL CALDEROLI 


Fissata per le ore 10 di questa mattina la discussione alla Camera sul DDL Calderoli, dopo che è stato approvato dal Senato lo scorso Gennaio e assegnato alla Commissione Affari Costituzionali della Camera.


Manifesto del comitato campano contro l'autonomia differenziata. Sullo sfondo la cartina dell'Italia che appare strappata a metà Al centro la scritta: No autonomia differenziata. Sottotilo: Dal nord al meridione insieme contro la secessione


Mercoledì 24 Aprile era stato approvato dalle opposizioni un emendamento che cancellava la parola "autonomia" dal primo articolo del disegno di legge, mentre alcuni esponenti della maggioranza erano assenti. La maggioranza ha "bypassato" la decisione argomentando che la votazione doveva essere considerata nulla per ragioni procedurali e ripetendola nei giorni successivi. Secondo l'opposizione si sarebbe dovuta ripetere subito per essere considerata valida. Le opposizioni denunciano questo pericoloso precedente che viola Costituzione e regole parlamentari rinforzando la "dittatura della maggioranza". La Commissione avrebbe dovuto lavorare a ritmo serrato per discutere più di duemila emendamenti ma, dopo che ne sono stati votati soltanto 80, è stata applicata la cosiddetta "ghigliottina parlamentare" (o "tagliola").

Al di là di questo preoccupante e più recente evento, a destare altri timori sono le violazioni dei principi costituzionali di indivisibilità della Repubblica e di solidarietà all'interno del disegno di legge che porta il nome del ministro per gli affari regionali e le autonomie. DDL, in passato osteggiato dagli alleati della Lega e dalla stessa Premier, che diventa perno su cui si regge l'attuale maggioranza in quanto moneta di scambio politico con il cosiddetto "premierato forte", altro provvedimento che rischia di stravolgere la nostra democrazia e di farla virare sempre più verso una democratura. Partiamo vedendo cosa prevede, formalmente, il DDL Calderoli e dove affonda le sue radici.



LE RADICI DEL DDL CALDEROLI


Il volto di Calderoli su una confezione di "Maalox". In basso a sinistra la scritta: "Chi chiagne e chi fotte?"


Il cosiddetto "Ddl Calderoli", ribattezzato come "Spacca Italia", ma noto anche con le espressioni "regionalismo differenziato", "asimmetrico" o, più precisamente, come attuazione della riforma dell'Autonomia Differenziata, consentirebbe il trasferimento di diverse funzioni dallo Stato centrale alle 15 Regioni a statuto ordinario e finirebbe per alimentare le già profonde sperequazioni tra diverse aree del paese. 

In sostanza, potremmo ritrovarci con tanti sistemi governativi diversi in cui, per fare qualche esempio, si avrebbero programmi scolastici differenziati e altrettante eterogenee politiche estere o ambientali, basate su intese e corrispondenti leggi ad hoc per ogni regione richiedente. In due parole: dis-uniformità normativa. Se arrivassimo a questo punto si farebbe prima a proclamare venti stati diversi e dichiarare, anche formalmente, la fine della Repubblica.

Le madri e i padri Costituenti, dopo la Resistenza al nazifascismo, avevano concepito l'indivisibilità e l'unità della Repubblica, dal punto di vista geografico e dei valori comuni, così come espresse nell'articolo 5 della Costituzione. Il quinto dei primi dodici principi fondamentali riconosce anche le autonomie locali, in sinergia con il governo centrale e in linea con gli ideali della stessa Carta fondamentale, oltre al decentramento amministrativo, in rottura con l'accentramento del potere fascista e favorendo l'azione delle amministrazioni locali, più vicine ai cittadini, i quali dovrebbero essere effettivamente coinvolti nei processi decisionali e nella vita politica.

Il disegno di legge 615, ossia lo "Spacca Italia", affonda le sue radici nelle riforma del Titolo V della Costituzione, quello dedicato a Regioni, Province e Comuni, in quanto ne costituirebbe l'attuazione. La legge costituzionale n.3/2001 ha completamente cambiato il rapporto tra governo centrale ed enti locali, attribuendo a quest'ultimi tutte le competenze non riservate esplicitamente allo Stato, trasformando gli enti periferici nei principali punti di riferimento degli abitanti dei singoli territori e attribuendo loro uno status paritario a quello dello Stato. La riforma del Titolo V della Costituzione ha, quindi, già ampliato le materie di competenza di Regioni ed Enti locali, ed è stata promossa da un governo di centrosinistra per contrastare le tensioni secessioniste della Lega Nord che, da parte sua, mirava più a ottenere potere in ambito locale che a garantire l'autogoverno dei cittadini.

La storia recentissima dello "Spacca Italia" comincia però con un'intesa siglata da Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna (che si troverebbero a poter gestire direttamente quasi duecento miliardi di euro e che diventerebbero nuove regioni a statuto speciale de facto) con il governo Gentiloni nel 2018. Accordo che ha attraversato il governo "gialloverde", "giallorosso" e, infine, quello tecnocratico-draghiano.



LE INTESE SU 23 MATERIE (E "SOTTO-MATERIE") E I LIVELLI ESSENZIALI DELLE PRESTAZIONI (LEP)

14.2.24

CREDITI DI CARBONIO, COMPENSAZIONI E GREEN-WASHING

CARBON CREDIT E OFFSET: COSA SONO E PERCHÉ SONO CONTROPRODUCENTI 

 

In questo post per la rubrica "Define" parliamo di "Carbon Credit" e "Carbon Offset", dei sistemi che dovrebbero servire a rendere le aziende più "green", tramite lo scambio di permessi a inquinare e l'adozione di misure che dovrebbero ridurre l'impronta ambientale di un'azienda.

 
 

Un impianto che butta gas nell'atmosfera
Foto di Chris_LeBouttillier



Secondo l'opinione di chi scrive, l'essenza di questo sistema è per sua stessa natura inadeguata 
a ridurre l'impatto dei gas climalteranti. Si rischia di commercializzare la possibilità di inquinare, non diminuendola, e si aprono le porte a nuove possibilità di marketing scorretto e "greenwashing", ossia delle aziende che si spacciano come "green" continuando a inquinare, forse anche più di prima. 
 
Nella conclusione invece proponiamo uno dei peggiori scenari sociali e ambientali verso cui ci stiamo pericolosamente dirigendo, anticipando un altro progetto che prenderà forma tra queste righe digitali e che si chiamerà "Trame". Lo facciamo in accordo con la filosofia di giornalismo sperimentale e con la linea editoriale di questa fanzina/rivista, che si sforza di essere obiettiva e schierata al tempo stesso. 

 

COMPENSAZIONI E CREDITI DI CARBONIO 

 

Con l'espressione "carbon offset" (letteralmente "compensazione di carbonio") si intendono delle attività che un'azienda, un privato o un'istituzione pubblica, mettono in campo per compensare delle emissioni di anidride carbonica o di altri gas serra che hanno emesso.  

 

Detta in soldoni: le aziende, specialmente quelle che immettono tanta CO2 e dunque molto inquinanti, possono continuare a farlo comprando o generando dei crediti "verdi" da altre aziende, finanziando progetti e attività che dovrebbero ridurre l'impatto ambientale complessivo.  

 

Si può acquisire un credito di carbonio per ogni tonnellata di anidride carbonica che si riesce a compensare "assorbendola", per esempio piantando degli alberi, o non emettendola, vale a dire evitando sprechi su una linea di produzione con l'efficientamento energetico. Anche riducendo l'impiego o l'impatto di altri gas serra si possono avere dei "carbon credit", che vanno però calcolati sempre in rapporto all'impatto della CO2: il biossido di carbonio è infatti il gas climalterante che impatta di più in termini quantitativi, ma in termini qualitativi un gas come il metano inquina decine di volte di più della CO2. In altre parole: anche se la CO2 non è la più inquinante in assoluto, è quella maggiormente presente nella nostra atmosfera, e che quindi ha un impatto maggiore per l'effetto serra. 

 

Il fine ultimo dovrebbe essere bilanciare l'impronta ambientale o, addirittura, di compensare più emissioni di gas di quelle generate. I motivi che portano un'azienda o un ente pubblico a produrre o accumulare questi crediti sono diversi. Possono servire a rispettare delle leggi in materia ambientale, ottenendo dei permessi o evitando delle sanzioni. Potrebbero aiutare a comprendere quanto si incide sull'ambiente. Investendo in strategie del genere si potrebbe fare innovazione e ridurre dei costi, perlomeno sul lungo termine, ed essere più avanti rispetto ad altri concorrenti. Qualcuno magari ha veramente a cuore la salvaguardia dell'ambiente, mentre per altri si tratta solo di ripulire l'immagine di un'azienda tramite il "green washing", ossia lo spacciarsi come un'azienda "verde". Infine, questi crediti, concepiti come un incentivo economico per ridurre l'inquinamento, possono essere utilizzati per delle speculazioni finanziarie invece che per salvare il pianeta. 

 

 

I CARBON MARKET: OBBLIGATORI E VOLONTARI 

 

Esistono infatti dei veri e propri mercati dei crediti di carbonio, dei "carbon market" in cui chi ne ha in eccesso può venderli, metterli all'asta o scambiarli al pari di altri strumenti finanziari, dopo che sono stati certificati da enti appositi, che dovrebbero essere imparziali, e commerciati principalmente tramite degli intermediari specializzati, i cosiddetti "carbon brokers".