4.8.26

RIMOZIONE DI KHAN, SEPARAZIONE DEI POTERI E MINACCE A BENSOUDA

L'ACCUSATRICE DI KHAN GLI AVEVA SCRITTO: “SONO PEDINA DI UN GIOCO

IN UN'INTERVISTA PRIMA DELLA RIMOZIONE DI KHAN HA DETTO: “LA MIA DENUNCIA E IL LAVORO DELLA CORTE SONO DUE COSE DIVERSE”, MA ISRAELE CHIEDE L’ANNULLAMENTO DEI MANDATI D’ARRESTO PER NETANYAHU E GALLANT. ALTRI MANDATI PREPARATI PER SMOTRICH E BEN-GVIR.


Tra le vicende che fanno tornare la stampa mainstream a parlare di Palestina non ci sono i letterali fiumi di sangue dei gazawi che continuano a scorrere durante il finto ‘cessate il fuoco’. Oltre alla richiesta di resa incondizionata di Hamas, e alle violenze in Cisgiordania vendute come banali “scontri” con le gang di coloni abusivi, si è parlato di Gaza per le accuse di abusi sessuali all'ex procuratore della Corte Penale Internazionale (CPI) con il compito di individuare responsabilità penali individuali (da non confondere con la Corte Internazionale di Giustizia ONU, anche se le Nazioni Unite c’entrano con la vicenda del procuratore capo, come vedremo nelle prossime righe). 

Le accuse molto gravi nei confronti di Karim Ahmad Khan, secondo la propaganda del regime israeliano, servirebbero a dimostrare l’innocenza di Netanyahu e di Gallant, l’ex ministro della difesa, rimosso e sostituito con Katz nel 2025. Gallant, lo stesso che ha detto di combattere “animali umani”, che ha annunciato pubblicamente l'intenzione di distruggere 'ogni cosa senza nessun vincolo', è lo stesso ad aver ammesso che il 07/10 le forze di occupazione israeliane aprirono il fuoco contro i propri cittadini pur di non dover scambiare prigionieri, applicando la cosiddetta Direttiva Annibale.

Le accuse a carico di Khan sono state ritenute non valide da giuristi scelti dall’assemblea politica della CPI, ma la stessa assemblea ha poi votato per ribaltare quel giudizio, ritenendo Khan responsabile di gravi violazioni e rimuovendolo dall’incarico. Anche ammettendo che il primo giudizio sia errato o insufficiente, andrebbe forse cambiato il procedimento investigativo e giudiziario che ha portato all’emissione di quel giudizio. Invece, insieme al giudizio, è stato ribaltato il principio della separazione dei poteri. La politica ha deciso non solo di ignorare, ma di stabilire conclusioni opposte rispetto a quelle a cui erano giunti dei giudici, nominati dalla stessa politica proprio per quello scopo specifico.

Chiarito chi sono gli accusati ai diversi livelli, facciamo un ulteriore passo indietro e ripercorriamo in ordine cronologico l’intreccio delle diverse vicende. Vicende che dovrebbero restare separate, come ha affermato pubblicamente la malese Sarah, precedentemente nota come ‘VO1’, l’accusatrice e presunta vittima di abusi sessuali da parte di Khan. La superficialità con cui una materia così delicata è stata trattata merita un approfondimento, insieme a un ‘riordino’ cronologico dell’intricata e inedita vicenda giudiziaria.

Nella seconda parte di questo approfondimento si parla della 'pena di morte finanziaria' della IEEPA e delle minacce mafiose contro gli altri giudici.



DAI MANDATI CONTRO NETANYAHU E GALLANT ALLA RIMOZIONE DI KHAN, PASSANDO PER LE RICHIESTE DI ARRESTO DI SMOTRICH E BEN-GVIR

A Maggio 2024 Karim Khan, in qualità di procuratore capo della CPI, aveva richiesto dei mandati di arresto internazionali nei confronti di Netanyahu e dell’ex ministro della difesa Gallant, insieme a quelli di tre leader di Hamas per una serie di fatti avvenuti almeno a partire dal 7/10/2023.


Sullo sfondo il disegno di un manifesto con sopra scritto "Wanted" e sotto "for war crimes and crimes against humanity". Al centro la foto di Netanyahu.


Nel giro di poche settimane arrivano le esecuzioni extragiudiziali israeliane: Haniyeh, capo politico di Hamas, viene ucciso in un attentato mentre si trova in Iran. ‘Deif’, comandante militare di Hamas, viene ucciso in un bombardamento nel sud di Gaza insieme a decine di innocenti. Sinwar, leader di Hamas a Gaza, viene ucciso in combattimento mentre, sfinito, tenta di colpire un drone con armi improvvisate. I due leader israeliani sono accusati di diverse fattispecie di crimini di guerra e contro l’umanità, incluso l’uso della fame come arma di guerra e lo sterminio, accusa quest’ultima prossima al crimine di genocidio.

A Novembre 2024 i mandati di arresto vengono approvati, ma la campagna propagandistica israeliana, che accusava la Corte di antisemitismo, era partita subito. Eppure, tra i giuristi che hanno vagliato con esito positivo le richieste di arresto, c’era Theodor Meron, sopravvissuto all’Olocausto. Nei mesi precedenti, poco prima della richiesta dei mandati, erano partite anche le prime accuse di 'molestie sessuali' nei confronti di Khan. E sempre a Maggio del 2024 Khan si era incontrato con l’antiterrorismo olandese per una sospetta operazione di spionaggio del Mossad, i servizi segreti israeliani, all’Aja, dove ha sede principale la Corte.

Tra i leader internazionali che si scagliavano contro la Corte con dichiarazioni al vetriolo, sanzioni, e minacce di ritirare i fondi, c’era anche Matteo Salvini: “Netanyahu sarebbe il benvenuto in Italia”, diceva Salvini, nonostante l’obbligo di arrestarlo in base allo Statuto di Roma (quello che regola la CPI, firmato nel ‘98 nella nostra capitale). Infatti, il criminale genocidia ha potuto volare attraverso il nostro spazio aereo indisturbato, mentre abbiamo continuato a fornire supporto militare a Israele, in violazione della Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio

Per ironia della sorte geopolitica ed equilibrismo tra doppi standard, è utile ricordare che Salvini è lo stesso che si fotografava con la maglietta di Putin nella Piazza Rossa, lo stesso che avrebbe scambiato “due Mattarella per mezzo Putin”. E Putin è lo stesso che ha fatto condannare in contumacia in Russia vari giudici della Corte, incluso l’italiano Aitala, perché nel 2023 avevano spiccato un mandato d’arresto nei suoi confronti. Putin era inizialmente accusato di aver deportato illegalmente dei minori ucraini. A presiedere la Corte c’era sempre Khan. Nelle prossime righe parleremo anche delle sanzioni statunitensi contro la Corte, una vera e propria ‘pena di morte finanziaria’ che impedisce anche di pagare un caffè al bar con una carta di credito o di ricevere email tramite provider statunitensi. Ma andiamo per ordine, e facciamo un balzo alla fine del 2024.

'VO1', nome in codice di un’assistente di Khan, denuncia per la seconda volta i presunti abusi sessuali commessi dal suo capo. Come si è spiegato, la prima denuncia per molestie sessuali era stata fatta prima della richiesta dei mandati di cattura internazionali. A inizio Maggio l’IOM (il Meccanismo di Controllo Interno della Corte, costituito da altri giudici) aveva chiuso l’inchiesta sulla prima denuncia perché la denunciante non voleva cooperare con l’organismo. A Novembre 2024 una seconda indagine si chiude nuovamente in un nulla di fatto, sempre per il rifiuto di cooperazione della denunciante. A lei era stata prospettata la possibilità che a condurre l’indagine sarebbe stato un organo terzo, cosa che poi effettivamente accadrà. 

Intanto, riporta il New York Times, Netanyahu chiede a Lindsey Graham e ad altri parlamentari americani di intercedere presso la Corte affinché si affidino le indagini a un organismo esterno alla Corte, nel tentativo di rallentare la possibilità che Netanyahu finisca in carcere all’Aja, in attesa del processo. Sempre a Novembre 2024, l’Assemblea degli Stati parte della Corte, l’organo politico costituente a cui è collegata, prende una decisione e dirama un comunicato nella persona della sua presidente, Paivi Kaukoranta: si decide, per la prima volta nella relativamente giovane storia della CPI, di affidare le indagini a investigatori esterni, con modalità che erano in via di definizione. La decisione viene presa nonostante il fatto che l’IOM sia un organo che gode di piena indipendenza operativa dalla Corte.

Da un lato questa nuova procedura potrebbe essere intesa come un segno di trasparenza verso un tribunale internazionale che indaga anche su casi di stupro, come quelli a carico del trafficante libico Almasri. Per i legali di Khan, invece, si tratta di un procedimento inusuale e creato ad hoc per colpirlo.


Karim Khan con indosso la toga durante un processo.
Karim Khan, ex Procuratore Capo della CPI. Foto di Khmer Rouge Tribunal (ECCC) da Wikimedia rilasciata con licenza Creative Commons.


Le indagini sulle accuse di ‘sexual misconduct’ a carico di Khan, poi diventate accuse di abusi sessuali veri e propri, e a cui si sono aggiunte altre accuse di ritorsioni contro chi aveva reso nota la vicenda, vengono affidate dall’Assemblea degli Stati parte della Corte all’Ufficio dei Servizi di Supervisione Interni dell’ONU (OIOS).

L’ufficio delle Nazioni Unite viene chiamato in causa proprio perché esterno, perché terzo rispetto alla Corte che ha sede all’Aja (da non confondere con l’altra Corte ONU ubicata sempre nella città olandese), e che non è riconosciuta né dagli USA né da Israele, non avendo i due paesi sottoscritto lo Statuto di Roma.

Intanto, nel 2025, arrivano le sanzioni degli USA contro i giudici e anche contro chi li ha sostenuti o ha collaborato con loro, incluse ONG palestinesi e Francesca Albanese. Khan però, prima di fare un passo indietro e mettersi in congedo volontario a Maggio 2025, ha preparato nuove richieste di arresti per l’espansione dell’occupazione illegale in Cisgiordania. A oggi quello che sappiamo di queste nuove richieste proviene da fonti stampa, perché la Corte ha cambiato le regole per rendere pubblici questi provvedimenti. Si pensa che oltre ai ministri Smotrich e Ben-Gvir, le richieste dovrebbero colpire anche Orit Strook, la ministra degli insediamenti abusivi, e degli ufficiali delle IDF. A portare avanti le nuove indagini e le richieste di arresto è il giudice Mame Mandiaye Niang, subentrato a Khan.

Nel frattempo gli investigatori dell’ONU arrivano a una conclusione. Per essere più precisi, arrivano a 137 conclusioni. Il loro report viene sintetizzato in un riassunto di 2 pagine, parte delle circa 150 pagine del documento completo, e delle circa 5000 pagine che compongono il fascicolo completo. Quelle due pagine vengono fatte trapelare e arrivano alla stampa, che si concentrerà quasi esclusivamente su di esse. Nel riassunto si legge che “le prove indicano che il comportamento del procuratore si è intensificato col passare del tempo, fino ad arrivare a contatti sessuali non consenzienti con lei nel suo ufficio, nella sua residenza privata e in missione”. Khan fa notare che la parola 'prova' ('evidence' in inglese') è cosa ben diversa da 'conclusioni' ('findings'), e che la differenza semantica è stata rappresentata erroneamente dalla stampa. Parlare di 'prove', argomenta Khan, significa riferirsi anche a tutte le accuse fatte in un primo stadio delle indagini, mentre nelle 137 'conclusioni' dell’ONU non ci sarebbe traccia di abusi o cattiva condotta. In poche parole significa confondere le accuse con le conclusioni basate sulle prove. Sulla stessa linea c'è anche Ben Swanson, ex investigatore dell'OIOS in servizio mentre si indagava proprio su Khan.

Al di là delle differenze semantiche, giuridiche, e del contenuto effettivo del report, quelle migliaia di pagine sono state poi valutate da tre giudici indipendenti della CPI, giudici selezionati dall’assemblea politica della Corte, giudici che non avevano mai incontrato Khan. Dopo 3 mesi, a Marzo 2026, sono arrivati a un verdetto unanime: “il collegio non può arrivare a una conclusione definitiva sull’esistenza o l’assenza della presunta cattiva condotta. Nell'ambito del proprio mandato, si trova nella situazione di concludere, sulla base del materiale a disposizione, che le evidenze per supportare una conclusione di cattiva condotta sono insufficienti in relazione allo standard della prova oltre ogni ragionevole dubbio”. E anche su quell’oltre ogni ragionevole dubbio, standard riservato ai processi penali e deciso dall’organo esecutivo della Corte, ci sono state diverse polemiche. Lo standard alternativo, da applicare nelle controversie sul diritto del lavoro e nei processi civili, sarebbe stato quello del 'più probabile che no' ('more likely than not'). Vuol dire che un fatto risulta probabilmente vero, anche se dei ragionevoli dubbi permangono, ma si decide comunque di irrogare una sanzione. I dubbi restano per i tre giudici perché l’inchiesta ONU ha lasciato “diverse controversie irrisolute” impedendo di capire “dove si trovi la verità”. Uno dei giudici, il belga Lemmens, ha prodotto un’altra opinione scritta in cui esprime dubbi ancora più forti sulle evidenze presentate: “Non credo che l’OIOS abbia colpa per questo risultato. I fatti sono quelli che sono. Questo caso presenta svolte e comportamenti poco usuali da ambo le parti. Ci sono testimonianze completamente contraddittorie, senza alcun testimone delle presunte cattive condotte (...) che possono essere provate solo oltre ogni ragionevole dubbio. Ho dei seri dubbi. Per questo mi sono unito alla maggioranza della decisione unanime del Collegio”.

Ma l’opinione dei giudici, richiesta dall’assemblea, non è formalmente vincolante. Per questo tra Aprile e Giugno 2026 la stessa assemblea vota e approva la sospensione di Khan, stabilendo che è responsabile di “serie molestie sessuali”. In parole povere, l’assemblea politica prima ha selezionato appositamente tre giudici per dirimere la controversia, e poi ha deciso di ignorare l'opinione dei magistrati arrivando alla conclusione opposta. E tra i paesi che hanno votato in favore della sospensione del procuratore c’è anche l’Italia.

Khan ha sempre negato l’esistenza di qualsivoglia rapporto sessuale, anche di natura consensuale. Tuttavia alcuni organi di stampa avevano riportato che si sarebbe rifiutato di rispondere agli investigatori ONU sull’esistenza di un rapporto intimo volontario, circostanza negata da Khan pubblicamente.

Il 24 Luglio 2026 era fissato il voto finale con scrutinio segreto per la decisione definitiva. 82 paesi su 125 hanno adottato il provvedimento disciplinare della rimozione di Khan, basandosi anche sul rapporto dell’ONU. Per la prima volta nella storia un procuratore capo della CPI è stato rimosso dall’incarico. Khan ha annunciato che farà ricorso in tutte le sedi appropriate.

Pochi giorni prima Sarah, la denunciante, è apparsa per la prima volta in pubblico.


LE DUE DENUNCIANTI E LA SEPARAZIONE DEI POTERI


Nello screenshot un post di Christiane Amanpour che mostra la realizzazione dell'intervista a Sarah
Screenshot del profilo Facebook di Christiane Amanpour mentre intervista Sarah, l'accusatrice malese di Khan 


Sarah, il vero nome di “VO1”, viene intervistata da Christiane Amanpour, la giornalista che conduce l’omonimo programma sulla CNN. La presunta vittima per la prima volta appare in pubblico da uno studio londinese: ci mette letteralmente la faccia, ma chiede di non divulgare il suo cognome. Sarah, durante la trasmissione, non parla delle accuse di violenze mosse contro un altro funzionario della Corte: sarebbero avvenute nel 2022 e il promotore delle indagini per appurare i presunti abusi è stato lo stesso Khan. In altre parole, Sarah dice di essere stata abusata da Khan nello stesso periodo in cui si era rivolta a Khan per indagare sugli abusi sessuali di un altro funzionario della Corte. Potrebbe sembrare strano, ma in complesse dinamiche con differenze di potere e intimità, oltre a potenziali vendette sul piano lavorativo, non è detto che lo sia. Non a caso, ricordiamo che Khan è stato accusato anche di aver tentato ritorsioni contro chi ha portato a galla i presunti abusi e le molestie da lui compiuti. Comunque, le indagini sull’altro funzionario della Corte, chiuse nel 2023, non hanno appurato cattive condotte o abusi.

L’assistente malese, nell’intervista rilasciata qualche settimana fa, ha raccontato di lavorare alla Corte dal 2017, quando a presiederla c’era Fatou Bensouda, anche lei colpita da sanzioni nordamericane, e perfino da minacce in stile mafioso dai vertici degli apparati di sicurezza israeliani (torneremo su questo punto nella seconda parte di questo approfondimento).

Gli abusi si sarebbero verificati nell’arco di un anno, fatto di approcci sempre più espliciti e invadenti, culminati con atti sessuali completi. Sarebbero poi seguite delle pressioni per farle ritrattare e negare le denunce.

Racconta che le pressioni e le avance sessuali di Khan l’avrebbero quasi condotta al suicidio. Lei lo avrebbe palesato al presunto abusatore e, per circa 3 settimane, le pressioni si sarebbero fermate. Poi sarebbero ricominciate. Ha raccontato i dettagli di uno dei presunti abusi, subito mentre era in missione in Colombia. Durante un incontro nella sua camera d’albergo avrebbe fatto finta di essere addormentata, un comportamento che adottava quando era bambina, durante altre esperienze traumatiche. Se dormiva non poteva esserci consenso, argomenta Sarah. E poi evidenzia che il concetto di consenso non può essere inteso normalmente quando c’è una disparità di potere così grande sul posto di lavoro. 

Inizialmente sarebbe stata esitante a fare queste denunce: non voleva mettere in crisi il lavoro cruciale della corte, e poi aveva paura di perdere lavoro e visto, insieme alla possibilità di vivere con marito e figlio olandesi. Nonostante tutto continua a credere nel lavoro che fa la Corte. La sua denuncia, ha dichiarato durante la trasmissione, dovrebbe essere tenuta separata dal lavoro della Corte: “la mia denuncia è stata combinata con altre vicende (...) molte parti hanno un’agenda e interessi da portare avanti e per questo hanno mescolato la mia denuncia e il lavoro della Corte, ma sono due cose diverse e devono restare separate, perché questa confusione è servita a rendere meno valida la mia denuncia (...) Ci sono state pressioni fin dai tempi di Bensouda e non credo che la reputazione della Corte debba essere influenzata dalla reputazione di un singolo (...) Queste indagini dovrebbero dimostrare che la Corte prende seriamente in considerazione le cattive condotte (...) Nessuna istituzione al mondo è perfetta, e il fatto che questa provi a migliorarsi da sola significa che ne uscirà rafforzata”.

E invece a mescolare le carte ci sono i vertici israeliani insieme a diversi organi stampa, tra cui spicca il Wall Street Journal. Sostanzialmente molti, a partire dal primo ministro israeliano, ipotizzano che il procuratore Khan si sarebbe inventato le accuse a Netanyahu per coprire le denunce dei suoi abusi sessuali... Le immagini di una Gaza rasa al suolo, le stesse che rievocano la distruzione del Ghetto di Varsavia, basterebbero da sole per comprendere che il presunto diritto di difendersi di Israele all’interno di un territorio che occupa illegalmente da decenni, attuato a mezzo di genocidio, c’entra ben poco con accuse di abusi sessuali di un singolo, al di là del fatto che queste siano fondate o meno. Sicuramente meritano di essere investigate fino in fondo in ogni sede. Ma se accusare un capo di stato fanatico che incita al genocidio citando pubblicamente il passo biblico di Amalek servisse a coprire presunti abusi sessuali, sarebbe altrettanto plausibile pensare che l’accusatrice sia stata minacciata da Israele per inventarsi queste accuse

Ma, al di là delle ipotesi, ci sono i fatti. Per prima cosa, Khan ha dichiarato di aver saputo delle accuse il 2 Maggio 2024 e di aver fatto la richiesta dei mandati di arresto il 20 Maggio 2024. Dunque, è vero che la richiesta è stata preceduta dalla notizia che era sotto indagine per molestie sessuali sul lavoro. Però, imbastire una supposta montatura giudiziaria di questa portata in meno di 20 giorni, o anche solo “velocizzarla” nell’arco di così poco tempo, è più che improbabile. Infatti, a Gennaio 2024, mesi prima, Khan aveva affidato a insigni giuristi il compito di vagliare quelle richieste di arresto, e tra questi c’è il sopracitato Meron. E a Dicembre 2023 aveva inviato pubblicamente un appello ai ricercati, inclusi quelli palestinesi: “collaborate ora e non lamentatevi dopo!”, segno che quella fase di indagine era già arrivata alla conclusione.

E c’è di più, molto di più: mentre ha avuto molto seguito il sommario delle indagini contro Khan, quello in cui si confondono le 'prove' con le 'conclusioni', citato anche nella trasmissione di Amanpour, un altro frammento delle migliaia di pagine e documenti riservati è stato poco dibattuto, se non addirittura ignorato completamente dalla stampa che va per la maggiore, e anche da testate notoriamente vicine ai diritti del popolo palestinese.

Uno scoop della testata Middle East Eye ha rivelato che tra il 6 e il 14 Maggio 2024, a distanza di meno di una settimana da quando Khan dice di aver ricevuto la notizia -che sarebbe dovuta restare riservata- Sarah ha continuato a inviare messaggi a Khan. Nei messaggi palesava che si era rifiutata di rispondere agli investigatori interni alla CPI. E scrive: “mi stanno mettendo con le spalle al muro (...) mi sento una pedina in un gioco a cui non voglio giocare”. 

E ci sarebbe altro da dire su come quella notizia è girata, sul numero di telefono dell'accusatrice inviato ai giornali con la parola 'telefono' in ebraico, sul ruolo giocato da altri giuristi vicini a Khan che tentavano di dissuaderlo (e trovate altri approfondimenti nei link come di consueto)... Comunque, alla trasmissione partecipa anche Patricia, una seconda donna che ha fatto accuse analoghe contro Khan, e che ha deciso di renderle pubbliche nel 2025, dopo aver letto della denuncia di Sarah. In quel caso gli abusi si sarebbero verificati nel 2009, quando era una tirocinante non pagata nella squadra di Khan.

Se la giovane assistente di Khan fosse stata abusata, o anche solo molestata sul lavoro, allora ci troveremmo di fronte a un caso di 'malagiustizia internazionale', a un becero esempio di sudicio patriarcato lì dove si cerca giustizia per le vittime di stupro nelle guerre. Ma che Khan sia innocente o meno, ci troviamo comunque di fronte a un caso di ingerenza della politica internazionale in una vicenda che dovrebbe spettare a giudici, tra l’altro nominati dalla stessa politica. In poche parole, il precedente della rimozione di Khan è pericolosissimo perché mette a rischio il principio basilare della separazione dei poteri in un organismo che ha il compito di fare giustizia per i crimini più immondi. E la politica internazionale dovrebbe attenersi alle decisioni dei giudici, anche quando sono solo delle ‘advisory opinion’, e cioè dei ‘pareri consultivi’, a maggior ragione se quello stesso organo politico ha richiesto quel parere. Che senso ha selezionare tre giudici per dirimere una controversia e poi capovolgere completamente quello che i tre giudici hanno stabilito?! In estrema sintesi, il problema è che la politica può mettersi in testa che un giudice va rimosso perché non piace ad alcuni paesi, e intanto i criminali più sanguinari del mondo la fanno franca. Se il meccanismo di indagine e giudizio all’interno della CPI ha dei problemi, va cambiato il meccanismo affinché non si verifichino abusi sul luogo di lavoro, e in modo che questi vengano accertati e perseguiti correttamente. Ma ribaltare completamente il giudizio apre la strada alla rimozione di qualunque giudice che non sia sottomesso ai diktat della politica, alterando così l’equilibrio tra potere politico e giudiziario. E se Khan si fosse sempre comportato correttamente, e si scoprisse che le denuncianti sono state minacciate o pagate per ostacolare la giustizia, allora avremmo anche la carriera e la reputazione di un uomo rovinate per permettere a dei criminali di guerra di girare indisturbati.

La vicenda, inoltre, assume una particolare valenza perché altri giudici della Corte sono stati sanzionati e minacciati, con metodi velatamente legali e con altre maniere mafiose, come vedremo nella seconda parte di questo approfondimento. Il problema, dunque, non riguarda certamente solo Karim Ahmad Khan, che non ha mai tentato di sottrarsi alla giustizia... Riguarda chi non si vuole assumere la responsabilità di centinaia di migliaia di vite distrutte o rovinate per sempre, e di un mondo sull'orlo della terza guerra mondiale, una società in cui il 'mai più' continua a ripetersi nell'indifferenza dei più.


FINE PRIMA PARTE

Come di consueto, trovate i riferimenti usati per questo articolo insieme ad altre risorse nei link.





IL ‘LAWFARE’ E LE MINACCE MAFIOSE


Primo piano di Fatou Bensouda che indossa la toga.
Fatou Bensouda, Procuratrice Capo della CPI dal 2012 al 2021. Foto di Max Koot Studio da Wikimedia Commons rilasciata con licenza Creative Commons.


Fatou Bensouda aveva preceduto Khan alla guida della procura della CPI. Nel 2020, durante la prima amministrazione di Trump, era stata sanzionata dagli USA per le indagini che portava avanti su potenziali crimini commessi in Afghanistan dalle truppe nordamericane, oltre a quelli commessi da Israele in Palestina. Khan ha continuato il lavoro sui crimini commessi in Palestina iniziato da Bensouda nel 2015. 

In un primo momento, l'ex procuratore è stato considerato anche troppo sommesso nei confronti di Israele, tanto da essere finito al centro di una campagna del BDS che nel Novembre 2023 lo definiva “complice del genocidio”. Dopo i primi mandati di arresto era stato criticato perché non aveva contestato il crimine di genocidio, ma solo quello di sterminio. Khan ha replicato che altre indagini erano già in corso, che l'accusa di genocidio, più grave di quella di sterminio, non era stata messa da parte, e che in un primo momento la scelta delle specifiche accuse era stata fatta in base a una strategia giudiziaria, basata sulle prove più forti che potevano essere presentate in quella fase.

Ma, come abbiamo iniziato a spiegare nella prima parte di questo approfondimento, i problemi principali non vengono certo dalle critiche di attivisti e società civile che, in quanto tali, sono sempre legittime, che siano condivisibili o meno.

Una delle principali difficoltà, di cui anche Khan sembra vittima a chi scrive questo articolo, risiede in quello che potremmo chiamare ‘lawfare’, e cioè condurre conflitti diplomatici, oltre alla guerra vera e propria, con strumenti legali, o che almeno appaiono tali. Paradossalmente, Trump e compagnia brutta accusano la CPI di essere un soggetto politico mascherato da organo legale e impiegato in una campagna di ‘lawfare’. Al contempo, le sanzioni irrogate da Trump sfruttano i poteri conferiti da una legge nota come IEEPA (International Emergency Economic Powers Act), e queste sono un esempio da manuale di ‘guerra legale’. In vigore dalla fine degli anni ‘70, lo IEEPA dovrebbe essere uno strumento emergenziale per bloccare fondi e confiscare beni di terroristi, trafficanti, criminali di guerra, e vari tipi di gruppi e individui che minacciano gli Stati Uniti dall’estero. Di fatto, però, questi poteri straordinari sono usati per colpire chi, applicando il diritto internazionale, fa emergere la natura terroristica e criminale di chi ha governato negli ultimi decenni gli USA e del suo principale alleato in Medio Oriente.

Gli accusati di crimini di guerra, che dovrebbero essere arrestati e portati all’Aja per essere processati, sono liberi di recarsi negli Stati Uniti e fare discorsi nella sede delle Nazioni Unite. Invece, per colpa delle sanzioni, chi conduce ricerche e indagini, come la Relatrice ONU Francesca Albanese e diversi giudici della Corte, non solo non può recarsi negli USA per completare il proprio lavoro, ma non può pagarsi nemmeno un caffè al bar con la carta di credito, non può ritirare lo stipendio, né può usare i soldi risparmiati in una vita di lavoro e sacrificio. Infatti, le sanzioni imposte da Trump contro i giuristi, rei di limitare il ‘diritto alla difesa’ di USA e Israele, non limitano solo la libertà di entrare negli Stati Uniti, non solo congelano beni e conti bancari all’interno di quei confini, ma coinvolgono anche sistemi bancari diversi da quello statunitense, in quanto gli altri sistemi di scambio finanziario sono collegati a esso. Simili restrizioni riguardano anche servizi offerti da aziende private a stelle e strisce, come i monopoli de facto rappresentati da Amazon o Google, senza i quali è oggettivamente difficile portare a termine compiti banali della vita di tutti i giorni. Chiedetevi per quante cose nella vita di tutti i giorni avete bisogno di un account Google. Se usaste un telefono Android, come la stragrande maggioranza della popolazione globale, avreste difficoltà anche ad aggiornare e far funzionare basilari applicazioni che girano sul telefono…

Per questo, lo scorso Giugno, tre dei giudici della CPI su cui si sono abbattute le sanzioni hanno presentato un ricorso. Kimberly Prost, Solomy Balungi Bossa e Reine Adelaide Sophie Alapini-Gansou non sono certo i primi a usare contromisure legali per difendersi dal ‘lawfare’ di Trump. Le sanzioni imposte a Francesca Albanese dal 2025 erano state sospese e poi subito reintrodotte, dopo un’altra simile azione legale lo scorso Maggio, nell’arco di una settimana

Nell’ultimo ricorso presentato dai tre giudici si afferma che le sanzioni violano il diritto internazionale perché ostacolano la giustizia, violano gli obblighi che derivano dall’adesione all’ONU, violano il rispetto delle immunità spettanti al personale diplomatico, violano i diritti dei giudici in quanto singoli, al fine di esercitare su di loro un’indebita pressione psicologica e finanziaria. E violano anche le leggi statunitensi perché queste sanzioni dovrebbero essere usate di fronte a una vera ed effettiva emergenza, in condizioni straordinarie.

E insieme al ‘lawfare’ si usano anche altri tipi di minacce, più esplicite...


LE MINACCE MAFIOSE DEI SERVIZI ISRAELIANI ALLA PROCURATRICE BENSOUDA

Bensouda, oggi Ambasciatrice del Gambia nel Regno Unito, lo scorso Maggio si è recata all’Aja per fare un appello al governo olandese e a quelli dei paesi firmatari dello Statuto di Roma. Ha chiesto, tra le varie cose, che gli stati membri supportino concretamente la Corte quando questa si trova colpita da sanzioni. Ai Paesi Bassi ha chiesto di fare di più non solo per proteggere fisicamente il Peace Palace e gli edifici dove lavora tutto il personale, ma anche il personale stesso.

Le notizie sulle minacce all'ex procuratrice, fatte dall’allora capo del Mossad in persona, Yossi Cohen, erano già note. All’emittente Al Jazeera ha fornito nuovi dettagli.

I problemi più grandi nel suo periodo in Olanda sono iniziati nel 2015, quando ha aperto il caso sulla Palestina. Tutto inizia con una strana minaccia fatta da due uomini a casa sua, quando abitava all'Aja: arrivati alla soglia della sua porta, le hanno consegnato un pacco dicendo che era un regalo di un amico. All'interno circa 500 dollari, una cifra risibile per essere una tangente. A lei suonava più come un avvertimento: ‘sappiamo dove abiti’ era il vero messaggio. La magistrata riportò l'accaduto alla Corte e alle autorità locali, ma si sentì abbandonata da queste perché non ebbe mai notizie di indagini sul caso. Ha saputo che l'auto usata dagli uomini per recarsi a casa sua era stata noleggiata all'aeroporto, e l'unico dato rintracciabile dei due era un numero telefonico israeliano, usato per affittare la macchina.

Dopo le prime stranezze arriva l’incontro con Yossi Cohen. Ai margini di un’assemblea ONU incontrò Joseph Kabila, l'allora presidente congolese. Lo incontrò in un hotel di New York come parte del suo lavoro di procuratrice, ed era accompagnata dal suo staff. A un certo punto Kabila le dice che qualcuno vuole incontrarla. Davanti a lei si materializza il capo del Mossad. All’inizio usava modi gentili per cercare di convincerla a fermare le indagini sulla Palestina. Lei risponde sempre che sta facendo il suo lavoro, 'senza paura e senza favori', come recita il suo giuramento. Negli incontri successivi le minacce diventano esplicite: "ne abbiamo parlato varie volte", dice Cohen, "adesso devi capire che devi fermarti". Lei denuncia i fatti alle autorità, e un funzionario, non specificamente identificato da Bensouda, le dice: "ti devi fermare! Questa storia si sta complicando troppo. Potrebbero farti del male o ucciderti, o potrebbero farlo alla tua famiglia". Lei non si piega, ma intanto arrivano le sanzioni insieme alle difficoltà nel pagare il mutuo perché i suoi conti erano congelati, così come il conto in banca del figlio in Gambia.

Durante l’intervista ha accusato i governi e le autorità olandesi di aver sacrificato la giustizia "sull'altare degli interessi politici", rimproverando ai Paesi Bassi di non aver fatto abbastanza per tutelare lei e altri membri dell'organismo. 

E ha parlato anche di un ‘doppio’ stereotipo sulla Corte. Alcuni settori progressisti pensano che la Corte si sia occupata soprattutto di Africa perché riflette dinamiche coloniali. Ma Bensouda dice: "non è la Corte che è andata in Africa, è l’Africa che è venuta dalla Corte", sono le vittime del continente africano che hanno cercato giustizia lì dove speravano di trovarla. Specularmente, quando persone come Netanyahu dovrebbero finire alla sbarra, allora si usano gli stereotipi coloniali per dire che in paesi come quelli africani ci sono i criminali, mentre in Israele e nei paesi occidentali ci sono solo brave persone che si difendono...


IL MONDO HA SETE DI GIUSTIZIA E LE ACCUSE AI TERRORISTI DI STATO ISRAELIANI RESTANO IN PIEDI

Le minacce in stile mafioso per impaurire Bensouda, le accuse pesanti ai danni di Khan, e le sanzioni che rendono la vita impossibile ai giudici, non cancellano quello che è sotto gli occhi di tutti da quasi tre anni, il genocidio del popolo palestinese. E non cancellano nemmeno i crimini di cui la nostra stampa si occupa con più fervore perché commessi dagli avversari dei nostri leader. Per questo, anche senza Khan, le accuse restano in piedi, almeno per adesso. 

Senza verità e giustizia non ci potrà mai essere pace, né in Palestina né nel resto del mondo.


Paolo Maria Addabbo

Tanti organi stampa dicono di essere obiettivi, e poi portano avanti un tipo di propaganda che offende qualunque logica, e lo fanno per la brama di potere...

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Ultimo aggiornamento 05/08/2026 09:03


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