LA SOCIETÀ CIVILE NON CREDE AL ROCAMBOLESCO SUICIDIO, NON ARCHIVIA E RILANCIA LA MOBILITAZIONE
Sono passati 6 anni dall’omicidio di Mario Paciolla, l’osservatore ONU che lavorava al processo di riconciliazione tra le FARC e il governo colombiano. E sono passati pochi mesi dall’archiviazione delle indagini: Mario si sarebbe suicidato per delusioni lavorative. Una prima richiesta di archiviazione era arrivata nel 2022 dalla procuratrice Lucia Lotti. Ma la GIP Monica Ciancio, nel 2023, accolse la richiesta di opposizione della famiglia. Poi, a Giugno 2025, è stata accolta la seconda richiesta di archiviazione, disposta dal giudice Giuseppe Boccarrato. Ma sono troppe le cose che non tornano, e all’archiviazione è seguito un disegno legge per chiedere l’apertura di una Commissione parlamentare d’inchiesta.
Mario aveva un biglietto per tornare in Italia. Aveva detto alla famiglia di aver avuto problemi con il team dell’ONU e aveva manifestato preoccupazione, specialmente dopo una riunione a cui aveva preso parte un’altra divisione delle Nazioni Unite, l’UNODC, quella che si occupa di contrastare il traffico di droga e il crimine.
E poi avevano ammazzato un tesoriere locale nella zona di San Vincente del Caguan, dove Mario era stato trasferito. “Me la faranno pagare”, disse alla madre, ma non rivelò altri dettagli, mantenendo l’accordo di segretezza che aveva siglato.
Alla fidanzata, in Colombia, aveva promesso che si sarebbe fatto risentire e che avrebbe provato a farla venire in Italia, ma aveva dovuto lasciarla, probabilmente per evitare di non mettere in pericolo anche lei. Nessuno credeva che avesse intenzione di togliersi la vita. Poi c’era stato un dossier, al quale Mario aveva collaborato, che individuava responsabilità governative nel bombardamento di un accampamento militare di dissidenti delle FARC, guerriglieri che avevano rifiutato il processo di pace. In quel frangente erano stati uccisi dei minori, vulnerabili, costretti ad arruolarsi come combattenti e ammazzati come tali. Secondo un’inchiesta giornalistica poteva essere quello il movente, ma forse è solo 'un' potenziale movente... E ci sono elementi ancora più eclatanti.
La scena del crimine, 'semplice' suicidio per la giustizia italiana e colombiana, è stata lavata con la candeggina. Le potenziali prove, inclusi alcuni effetti personali, sono state buttate in discarica.
Protagonista di questa insolita opera di pulizia, a due giorni dalla tragedia, è stato l’addetto alla sicurezza della missione ONU, quello che aveva il compito di proteggere Mario. Christian Leonardo Thompson Garzón ha dichiarato ai giudici di non aver preservato la scena del crimine perché non aveva formazione in materia di polizia giudiziaria. E poi l’ONU doveva tutelare l’immagine: gli oggetti insanguinati potevano attirare le attenzioni dei curiosi... Dunque, meglio buttarli, anche se le inchieste per omicidio erano state avviate... Le responsabilità di quelle mancanze nella gestione della scena del delitto se le sono accollate alcuni poliziotti locali, mentre Thompson è stato addirittura promosso... Avranno valutato il suo zelo igienico, piuttosto che la competenza nel collaborare con la polizia per le indagini!
A entrare per primo nella casa del defunto Mario non sarebbe stato lui, ma una collega e amica di Mario, a cui Thompson, che aveva le chiavi, avrebbe permesso di entrare. Thompson lo avrebbe anche accompagnato a Florencia, da dove Mario sarebbe partito per il suo viaggio di ritorno. La sera prima dell'omicidio aveva scritto a Mario: "domani andiamo a Florencia?". Mario non rispose, di lui non si fidava.
La dinamica del presunto suicidio presenta una serie di caratteristiche oltre il limite del plausibile. Il cooperante partenopeo avrebbe prima tentato di impiccarsi con un lenzuolo, che si sarebbe sfilacciato. Poi avrebbe provato a tagliarsi i polsi, avendo cura di far scorrere il sangue in delle bacinelle, poste ai lati di un materassino, su cui si sarebbe seduto. Sul pavimento, vicino alle tinozze colme di sangue, oltre a due coltelli c’erano anche degli accendini posizionati in maniera simmetrica, forse per un rito di stregoneria, si diceva... Intanto Mario va in giro per la casa, tocca un mouse (e anche quello è stato lavato). Nel mentre, Mario riesce a non calpestare mai le gocce di sangue che scorrono dai suoi polsi, gocce posizionate in maniera simmetrica, come se fossero state “fatte cadere apposta”, ha dichiarato l’avvocata Alessandra Ballerini.
Nessuna goccia di sangue cade sulla maglia mentre si taglia il secondo polso, e nessuna impronta insanguinata viene ritrovata sul materasso da cui Mario avrebbe fatto scorrere il sangue nelle bacinelle, il che suggerirebbe che avrebbe fatto un balzo, senza appoggiare le mani insanguinate. Anche il secondo tentativo di ammazzarsi sarebbe fallito, e allora Paciolla avrebbe provato nuovamente a impiccarsi. Questa volta ci sarebbe riuscito: con il dolore dei polsi tagliati avrebbe fatto dei nodi da professionista sul lenzuolo, poi lo avrebbe lanciato intorno alla grata, perché con la sua altezza in punta di piedi distava ancora quasi 10 cm dal punto di appoggio. E poi avrebbe posto fine alla sua vita: la sedia non cade, resta dritta, e i piedi di Mario toccano il pavimento. Inoltre, non si capisce come nel corpo del giovane napoletano sia stata ritrovata della lidocaina, un anestetico fuori dalla disponibilità delle farmacie locali.
| Un'attivista indossa una maglia del comitato. Raffigura il volto oscurato di Christian Thompson, così come è stato trasmesso dalla trasmissione televisiva "Chi l'ha visto?". |
Le trasmissioni giornalistiche che fanno decine di puntate sul caso Garlasco e la “famiglia del bosco” avrebbero potuto -e dovuto- indugiare su questi dettagli che lasciano aperti numerosi interrogativi. Sembrano uno sfregio all’intelligenza, un chiaro segnale di impunità... Se davvero fosse un suicidio, sarebbe l’impiccagione più rocambolesca della storia umana, qualcosa che assomiglia più a una macabra performance di un atleta, o di un circense, che decide di porre fine alla propria vita... Il tutto sotto effetto di un anestetico!
Invece, l’autopsia condotta in Italia e guidata da Vittorio Fineschi, puntava nella direzione più ovvia e realistica: Mario è stato “suicidato”, prima strangolato e poi appeso alla grata, mentre le ferite ai polsi sarebbero state inferte poco prima o dopo la morte.
Tutti questi dettagli sulla dinamica del supposto suicidio non sono esaustivi, ma sono quelli più evidenti, quelli che iniziano a squarciare il velo dell’immunità diplomatica riservata a chi lavora per l’ONU, un organismo fatto di diverse anime e contraddizioni, legali e umane. Ci sono persone, come Mario, che credono davvero nei diritti umani, in un mondo che sia il più giusto possibile, in una pace che forse non si può raggiungere, ma verso cui bisogna perennemente tendere. E poi ci sono personaggi ambigui, che sfruttano l’immunità per fini loschi, oltre alle stesse strutture legali dell'organismo intergovernativo, oligopolizzate dalla composizione cristallizzata del Consiglio di Sicurezza.
GLI APPELLI DELLA MADRE DI MARIO: NON SIATE COMPLICI!
Allegato a questo articolo, sui nostri canali PeerTube e YouTube, trovate la registrazione dell’incontro che si è tenuto presso l'Ex Asilo Filangieri di Napoli, il 15/07/2026, per continuare a tenere alta l’attenzione sulla vicenda. Hanno partecipato attivisti, politici e accademici.
Dario Carotenuto, deputato M5S, ha ammesso la difficoltà nel rappresentare quelle stesse istituzioni che sono conniventi, se non anche complici, in questi misfatti.
Luigi De Magistris, ex sindaco di Napoli ed ex magistrato, ha offerto uno spiraglio di speranza, dicendo che se ci sono possibilità di arrivare ad accertare fatti del genere, “frettolosamente archiviati dalla magistratura”, si potranno realizzare solo tramite la mobilitazione popolare. Ha anche sottolineato la differenza con il caso Regeni: nell'omicidio non sono implicati i servizi di un regime estero, seppur alleato con l'occidente, ma le stesse Nazioni Unite.
La mobilitazione popolare e l’attenzione della stampa erano centrali anche nell’intervento di Giuliano Granato di PAP, che ha fatto un parallelismo tra le madri di Plaza de Mayo in Argentina e il caso di Mario. Ha promesso al comitato Giustizia per Mario Paciolla di organizzare una manifestazione nazionale.
La giornalista Rosaria Désirée Klain ha proposto una strategia e alcune tattiche comunicative: l’ONU tiene alla sua immagine, e allora quando pubblica post sui social relativi ai diritti umani, sarebbe utile “bombardarli” di commenti sul caso di Paciolla, ucciso mentre difendeva tali diritti.
Antonio Musella, giornalista che con Fanpage ha contribuito a svelare tanti aspetti del caso, ha attaccato duramente la politica: sul caso Paciolla “si sono schierati molti politici in quanto singoli, ma non i loro partiti (...) non ho mai visto il sindaco Manfredi a una manifestazione per Paciolla e questo è penoso”.
Tina Marinari, di Amnesty International, ha sollevato il problema che rappresenta l’abuso dell’immunità per i funzionari ONU.
Anna Motta, madre di Mario, ha fatto anche degli appelli: il sito “Mario Veritas” per segnalazioni anonime sul caso è di nuovo online dopo una manutenzione, e ha chiesto al pubblico di divulgarlo il più possibile. Oltre a spiegare che la lotta per la verità e giustizia non ha colori politici, e che anche lei resiste come fa il popolo palestinese, ha fatto un altro appello, diretto a due persone: “noi sappiamo per certo che due colleghe di Mario, una sua capa e un’altra collega a lui molto cara, vivono in Europa. Le porte di casa nostra sono state sempre aperte, abbiamo sempre ospitato tutti i ragazzi che sono venuti da fuori. Solo queste due persone non vengono! Che cosa hanno da nascondere?! Noi diciamo a gran voce che chi nasconde qualcosa su questa storia si rende complice della morte di Mario”.
Ai rappresentanti delle Nazioni Unite, invece, chiede di sapere quali sono state le conclusioni dell’inchiesta interna sul caso di Mario, mentre annuncia una lettera alla Premier Meloni per insistere sulla Commissione parlamentare d’inchiesta.
Dobbiamo continuare a chiedere verità e giustizia, dobbiamo continuare a cercare di migliorare le nostre esistenze e lottare contro le nostre incoerenze. Per questo Fanrivista si unisce alla richiesta di verità e giustizia per Mario. Tra l'altro, era anche un promettente collega giornalista, una penna matura e preparata sulla cronaca locale e la geopolitica internazionale, spezzata per motivi che restano segreti.
Noi non archiviamo, documentiamo e ci mobilitiamo!
Paolo Maria Addabbo
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ultima modifica 17/07/26 02:43

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