30.5.26

SOPRAVVIVERE ALLA GUERRA E ALLA SOLITUDINE

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO UNA LETTERA APERTA DA UNA GAZAWA SOPRAVVISSUTA AL GENOCIDIO


Riceviamo e pubblichiamo una lettera aperta da Khawla Zuiter, gazawa rifugiata in Campania da qualche mese. L’abbiamo incontrata brevemente in occasione della campagna “100 Porti 100 Città”, organizzata da Freedom Flotilla Italia per portare la Palestina nei porti italiani, visto che le coste di Gaza sono interdette dal decennale blocco applicato dai pirati israeliani.

Nella lettera chiede chiarimenti e supporto alla comunità palestinese partenopea e, indirettamente, alle autorità governative. Ai primi manifesta rammarico per una mancata accoglienza da parte dei suoi connazionali, oltre che per il mancato invito a eventi pubblici che la coinvolgono in quanto cittadina palestinese e sopravvissuta al genocidio.

Lo spazio offerto dall’umile Redazione di Fanrivista è aperto per eventuali risposte o altri appelli, ed esprime sentite condoglianze a tutte le persone che hanno perso i propri cari anche per la complicità dei nostri governi.


Indossa un vestito bianco e un velo rosa. Ha uno sguardo triste rivolto verso il basso. Sullo sfondo si intravedono alcuni astanti, delle barche e una bandiera palestinese.
Khawla Zuiter durante la conferenza stampa del 27/05/2026


Lettera aperta delle famiglie palestinesi sopravvissute alla guerra di Gaza


Come donna palestinese sopravvissuta agli orrori della guerra a Gaza, porto dentro di me un dolore che nessuna madre dovrebbe conoscere. Ho perso mio figlio, ucciso durante il conflitto, mentre mio figlio maggiore è ancora a Gaza, da solo, e continua a vivere sotto il peso della guerra. Non conosco il suo destino e ogni giorno vivo nell’angoscia e nell’incertezza.


A Gaza la morte arriva all’improvviso, senza preavviso e senza pietà.


Siamo arrivati in Italia grazie a un programma umanitario promosso dal Governo italiano, in coordinamento con l’Organizzazione Mondiale della Sanità.


Eravamo convinti di trovare una comunità pronta ad accoglierci, sostenerci e accompagnarci nel difficile percorso di ricostruzione delle nostre vite. In parte questo è accaduto grazie alla straordinaria solidarietà del popolo italiano, dei volontari e di tante persone che ci hanno aiutato con generosità e umanità.


Siamo famiglie sopravvissute alla guerra. Abbiamo lasciato Gaza portando con noi traumi, paura, fame, sofferenze fisiche e psicologiche. Siamo arrivati senza nulla, dopo aver perso case, affetti e sicurezza.


Tuttavia, dentro di noi rimangono molte domande che sentiamo il dovere di rivolgere alla comunità palestinese nelle sue diverse componenti.


1. Perché veniamo esclusi dagli eventi dedicati a Gaza e alla Palestina?

Durante iniziative organizzate in memoria delle vittime palestinesi, comprese quelle dedicate alla lettura dei nomi dei martiri, molte famiglie direttamente colpite non sono state coinvolte. Io sono la madre di un martire: perché non sono stata invitata a partecipare? Lo stesso accade in numerose altre attività e occasioni pubbliche.

Perfino in occasione della partita della nazionale palestinese, simbolo di identità e appartenenza per tutti noi, nessuno ci ha informati o invitati, mentre altre persone e gruppi hanno avuto la possibilità di partecipare.


2. Perché veniamo sistemati in strutture lontane e isolate?

Non vogliamo uscire da una prigione per entrare in un’altra, più grande e più isolata. Abbiamo bisogno di vivere in luoghi che favoriscano l’integrazione, la guarigione psicologica, la socializzazione e il recupero della nostra dignità umana.


3. Perché veniamo trasferiti continuamente da una casa all’altra?

Molte famiglie vivono nell’incertezza e nella paura di dover lasciare improvvisamente l’alloggio in cui si trovano. Dopo anni di sfollamenti forzati e perdita di stabilità a Gaza, abbiamo bisogno di sicurezza e continuità, non di nuove forme di precarietà.


4. Quale futuro attende i nostri figli che hanno completato gli studi in Italia?

Perché non ricevono il sostegno necessario per proseguire il loro percorso universitario e professionale? Perché devono attendere anni soltanto per studiare la lingua e accedere alle opportunità educative, nonostante esistano competenze e risorse all’interno della stessa comunità palestinese?


5. Perché alcune famiglie subiscono pressioni o forme di esclusione?

Perché talvolta ci viene fatto capire che dobbiamo seguire determinate persone o gruppi per essere accettati e inclusi? Una comunità dovrebbe essere uno spazio di solidarietà e sostegno, non di divisione o condizionamento.


6. Perché non vengono organizzati incontri periodici con le famiglie palestinesi?

Sarebbe importante creare momenti di ascolto e confronto per comprendere le difficoltà che affrontiamo quotidianamente e cercare insieme possibili soluzioni.


7. Che ne sarà dei nostri figli e dei nostri familiari rimasti a Gaza?

Molti dei nostri cari continuano a vivere sotto i bombardamenti, nella fame e nell’insicurezza. Chiediamo che venga fatto tutto il possibile per favorire il loro trasferimento in sicurezza e il ricongiungimento familiare.


8. Dove sono il sostegno e i diritti destinati alle famiglie palestinesi sopravvissute alla guerra?

Molte comunità riescono a organizzare reti di supporto per le proprie famiglie. Ci chiediamo quali strumenti e quali forme di sostegno siano previsti per chi è arrivato da Gaza dopo aver vissuto una tragedia umanitaria di tale portata.


Il nostro messaggio non è un attacco contro nessuno e non appartiene ad alcuna organizzazione o schieramento politico.


È il grido umano di famiglie che hanno perso figli, genitori, fratelli, case e futuro. È la voce di persone che chiedono semplicemente rispetto, dignità, ascolto e sostegno.


Chiediamo trasparenza, dialogo e una reale attenzione verso le sofferenze delle famiglie palestinesi arrivate da Gaza.


Chiediamo di essere ascoltati come esseri umani, senza emarginazione, senza esclusione e senza indifferenza.


Perché chi è sopravvissuto alla guerra non dovrebbe essere costretto a sopravvivere anche alla solitudine.





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