14.11.22

LA TURCHIA ACCUSA I CURDI, PKK E YPG NEGANO: STRATEGIA DELLA TENSIONE?!

PKK e YPG/YPJ negano ogni addebito per l'attentato di ieri e un comunicato delle SDF accusa il regime di Erdogan di aver inscenato tutto. 

I responsabili potrebbero e dovrebbero essere ricercati anche tra le file di alcune organizzazioni di estrema destra, jihadiste, o tra gli “scissionisti” del PKK





Un ordigno è esploso ieri a Istanbul (alle ore 16 italiane) uccidendo almeno 6 persone e ferendone più di 80. Le autorità turche, in meno di una giornata, avrebbero arrestato decine di responsabili: nelle prime ore si parlava di un attacco “kamikaze” messo in atto da una donna ripresa da una telecamera di sicurezza. 

Poche ore dopo veniva arrestata Ahlam Al-bashir, siriana che avrebbe confessato (dalle foto diffuse sembra essere stata colpita al volto –avendo delle ecchimosi- e indossa una felpa con la scritta “New York”) di essere una spia del PKK (partito comunista curdo che dall’idea “separatista” di uno stato “a parte” si è in larga parte spostato verso una soluzione confederale e libertaria, ispirata al municipalismo libertario di Murray Bookchin teorizzata dal suo principale esponente, Ocalan, in carcere sull’isola turca di Imrali dal 1999) e legata anche alle YPG/YPJ (le unità di protezione popolare del Rojava in Siria, collegate al PKK, che sono riuscite a “ritagliarsi uno spazio” nel nord-est della Siria lottando contro l’ISIS e iniziando l'esperimento politico e sociale di una società municipalista libertaria. Mentre il PKK è ancora considerata ufficialmente una formazione terrorista da molti stati e dall’UE, le YPG/YPJ non lo sono). 







Stando a quanto riportano le fonti ufficiali, citate dai media turchi, l’ordine sarebbe partito proprio dalla regione di Kobane (liberata dall’ISIS nel 2015 anche grazie ai curdi con il supporto dell’occidente) e impartito dalle YPG/YPJ: la donna sarebbe giunta in Turchia passando per la regione di Afrin (territorio passato sotto il controllo della fazione HTS -originariamente legata ad Al Qaeda- con l’avallo della Turchia che, al contempo, la considera un’organizzazione terroristica).

Mentre nessuna rivendicazione ufficiale dell’atto terroristico è stata ancora fatta, il PKK prende le distanze specificando di non ricorrere all’attacco di obiettivi civili mentre le unità di protezione popolari YPG/YPJ (che fanno parte delle SDF, l’alleanza di milizie formatasi durante la guerra civile siriana che non ha mai portato avanti attacchi diretti sul suolo turco) sostengono che il passaggio della donna (con cui negano ogni legame) nella zona di Afrin confermerebbe il coinvolgimento proprio di Ankara: <<il territorio di Afrin, occupato dai turchi è stato interamene sotto il controllo dei servizi segreti turchi dell’AKP –partito di Erdogan NDA- del Partito  del Movimento Nazionalista e di HTS (al-Qaeda) fin dal 2018, e conferma che questa messinscena è stata orchestrata dal governo dell’AKP e da Erdogan che si trova in difficoltà per le imminenti elezioni>>.


La pagina web con il comunicato di SDF e YPG, reperibile in lingua inglese a questo link





Sicuramente, al di là di chi abbia effettivamente portato a compimento l’attacco, Erdogan potrà sfruttare la sua immagine di “uomo forte” impegnato nella lotta al terrorismo per fini elettorali

Un paradosso per chi sostiene che “il Sultano” ha intrattenuto e intrattiene rapporti con diversi gruppi jihadisti (e con lo stesso ISIS) in chiave anti-curda, commerciando armi, petrolio e fornendo riparo e supporto agli estremisti islamici. Estremisti che insieme alla Turchia minano la sicurezza di quell’esperimento autogestionario che ha pochi precedenti nella storia dell’umanità, e che nonostante le difficoltà va avanti nel Rojava.

Erdogan, a pochi mesi dell’elezioni e nel mezzo delle “trattative” per l’entrata di Svezia e Finlandia nella NATO (che come abbiamo spiegato ieri su Fanrivista, potrebbero nascondere motivi diversi dalla mera consegna di dissidenti/“terroristi”), può quindi sfruttare l’”opportunità” per intensificare gli attacchi all’Amministrazione autonoma della Siria del nord-est (o Kurdistan occidentale) anche scagliandosi contro i suoi “alleati” del patto atlantico: la presunta attentatrice infatti, sempre secondo la narrazione ufficiale “di regime”, stava per recarsi in Grecia (paese che nemmeno due mesi fa Erdogan ha “avvertito”/minacciato per la disputa nel mediterraneo orientale); in più l’esecutivo turco, mentre arrivavano le condoglianze dai governi di tutto il mondo, ha respinto quelle degli USA, dato che finanzierebbero i “terroristi” curdi e che il suo cordoglio è paragonabile a quello “di un assassino sul luogo del delitto”.

Chi scrive questo post ritiene, piuttosto, che i rapporti militari tra la resistenza curda e altri attori internazionali come gli USA, la Russia e perfino lo stesso regime siriano (con cui esiste una sorta di tacito accordo di non aggressione) sono una “scelta obbligata”, risultato della progressiva aggressione turca… un’aggressione anche “intellettuale”, da parte di un paese che nega l’esistenza stessa dei curdi arrivando a definirli “turchi delle montagne” e vietandone l’idioma…

 

GLI ATTENTATI NEL 2015-2016 E I POSSIBILI RESPONSABILI DIETRO LA BOMBA ALLA VIA DELLO SHOPPING

Quanto avvenuto ieri nella via dello shopping, viale Istiklal (Istiklal Caddesi) è il primo attentato nello stato della Sublime porta dopo una serie di atti terroristici che si erano verificati nel biennio 2015-2016. L’ultimo, come altri, era stato rivendicato dall’ISIS: un uomo aprì il fuoco in una discoteca a capodanno, uccidendo quasi 40 persone. 

Ad Agosto dello stesso anno un camion-bomba deflagrava nelle vicinanze di una stazione di polizia a Cizre, e l’attentato veniva rivendicato dal PKK.

Altre volte diversi ordigni e kamikaze esplodevano, e la responsabilità veniva ricondotta da Ankara non solo all’ISIS, ma anche al PKK e allo YPG siriano, che smentiva –tramite le parole del portavoce del Partito dell’Unione Democratica siriano, il PYD- di considerare la Turchia un nemico.

Altri attentati invece furono rivendicati da alcuni “scissionisti” del PKK, i “Falchi per la libertà del Kurdistan” (conosciuti anche con l’acronimo TAK), formazione costituita nel 2004 dopo che il PKK revocò il cessate il fuoco richiesto dal leader Ocalan l’anno del suo arresto, nel 1999. 

Alcuni pensano che i TAK siano in realtà uniti al partito dei lavoratori curdo, facendo “il lavoro sporco” e “macchiandosi mediaticamente” di sangue al posto loro, mentre portano avanti una strategia “ufficialmente” terroristica e separatista che il PKK ha formalmente abbandonato da tempo (della specifica definizione di terrorismo dal punto di vista del diritto internazionale, e anche della più generica differenza tra “partigiano” e “terrorista” ne parliamo in questo post). 

Altri invece sostengono che i TAK godano di completa autonomia dal PKK, e il solo collegamento sarebbe costituito per l’appunto  dai “fuoriusciti” e quindi dagli “ex membri” del partito (collegamento che può essere strumentalizzato per "macchiare" l'immagine del PKK, grazie anche a potenziali infiltrazioni e manipolazioni dei servizi turchi). Per Erdogan PKK, TAK e YPG sono semplicisticamente “la stessa cosa”.

Secondo il ricercatore Davide Grasso, combattente nelle fila dello YPG nel 2016 e intervistato da
 Radio Onda d’urto, la responsabilità degli attentati potrebbe essere addebitata proprio ai TAK oppure <<a organizzazioni di estrema destra o sinistra, curde o non curde. Ritengo che il PKK così come lo YPG sono assolutamente estranee>> alla vicenda.

Se si dovesse escludere che gli attentati siano stati effettivamente perpetrati da altre formazioni, anche jihadiste, un’altra “pista” potrebbe essere quella della “strategia della tensione
, qualcosa che noi italiani conosciamo molto bene (dal punto di vista “strategico”, mentre bisogna ancora indagare molto dal punto di vista storico-processuale sulle stragi che hanno colpito e afflitto il pezzo di pianeta chiamato Italia). E cioè quella di “creare ad arte” degli attentati terroristici usandoli come “arma di distrazione di massa”: in un contesto destabilizzato è più facile imporre un “uomo forte” che ristabilisca “l’ordine”, polarizzando l’opinione pubblica contro un “nemico comune” e distogliendo l’attenzione dai problemi che non si vogliono o non si possono risolvere…

 
Paolo Maria Addabbo

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