- ISRAELE DICE CHE
C’ERA UNA “TELECAMERA DI HAMAS” ALL’OSPEDALE NASSER IL 25 AGOSTO, MA ERA
DI UN GIORNALISTA DELLA REUTERS
- L’OSPEDALE È
STATO COLPITO ALMENO TRE VOLTE IN DIECI MINUTI MENTRE UN DRONE OSSERVAVA DALL'ALTO
- DUE SETTIMANE PRIMA
ALTRI 6 GIORNALISTI SONO STATI UCCISI IN UNA TENDA DAVANTI
ALL’OSPEDALE AL-SHIFA
Nella prima parte dell’articolo ricostruiamo il “doppio attacco” (in realtà “triplo”) all’Ospedale Nasser di Gaza, dove sono state uccise venti persone, di cui cinque giornalisti.
Poi, parliamo brevemente della “campagna di fango” che si è abbattuta su altri sei giornalisti uccisi due settimane prima, di fronte all’ospedale Al Shifa.
Nella conclusione spieghiamo perché le giustificazioni di attacchi a civili e ospedali fornite dalle forze di occupazione israeliane non solo sono inconsistenti da un punto di vista legale, ma anche “doppiamente” sfacciate.
IL "DOPPIO TOCCO"
Hussam Al-Massri, giornalista di Gaza per l’agenzia di stampa britannica Reuters, lunedì 25 agosto stava trasmettendo una diretta dal quinto piano dell’Ospedale Nasser, una di quelle dirette che ci danno la possibilità di osservare cosa succede nella Striscia in tempo reale. A volte le telecamere sono puntate sui pochi camion che attraversano i valichi, altre volte sulle tendopoli. Alle 10 e 8 minuti il flusso di immagini che mostra ciò che resta dei palazzi di Khan Yunis viene interrotto. Il reporter è stato ucciso da un’esplosione, forse un “drone suicida” o forse un missile.
Il balcone e il piano dell’ospedale da cui trasmetteva le immagini sono uno dei luoghi in cui funziona meglio la connessione a internet. Per questo è solitamente frequentato da molti giornalisti. Subito dopo l’esplosione, infatti, accorrono sul posto vari colleghi insieme ai soccorritori. Circa 10 minuti dopo vengono colpiti anche loro, mentre le telecamere di diversi organi stampa (tra cui Alghad Tv) e gli smartphone di abitanti locali inquadrano la scena. In totale muoiono circa venti persone, inclusi altri quattro giornalisti: Ahmad Abu Azeez, Mohammad Salama, Mariam Abu Dagga, e Moaz Abu Taha. Altri reporter, anche loro intenti a riprendere la scena direttamente dal balcone, restano feriti, come Jamal Badah, che ha perso una gamba. <<Al mio risveglio erano tutti morti e avevo addosso dei pezzi dei loro corpi. Non ci aspettavamo un secondo attacco>>, ha dichiarato alla stampa.Non a caso questo tipo di attacco è noto come “doppio tocco” (“double tap” in inglese).
Si chiama così perché il danno inferto è duplice: un primo colpo attira i soccorritori che verranno uccisi dal secondo. Questa tattica è impiegata proprio per impedire che il bersaglio sia salvato. Oppure, più banalmente e crudelmente, serve a uccidere quante più persone possibili. Ed è, ovviamente, in violazione delle leggi di guerra: non solo non è permesso colpire soccorritori e altri civili, ma non dovrebbero essere colpiti nemmeno combattenti feriti quando questi non sono più in grado di combattere.
Nello specifico, come ha dimostrato la CNN, i colpi in totale sono stati almeno tre: analizzando i singoli fotogrammi di uno dei filmati, si nota che i soccorritori sono stati colpiti da due missili, lanciati sull’ospedale quasi contemporaneamente, in un lasso di tempo di circa un secondo. Dalle analisi di esperti balistici e di armamenti, si evince che i due missili ripresi nel video siano stati sparati da due carri armati dotati di strumentazione all’avanguardia, a circa due chilometri e mezzo di distanza, dove si trova una postazione dell’esercito occupante.
Secondo la versione delle forze di occupazione, ampliata da indiscrezioni della stampa israeliana, i giornalisti uccisi non erano l’obiettivo del massacro. Alcuni militari della “Brigata Golani” avrebbero identificato una telecamera installata da Hamas sull’ospedale, con l’intento di monitorare il movimento delle truppe. L’esercito non ha chiarito perché, secondo loro, la telecamera sarebbe appartenuta proprio ad Hamas e non a un giornalista. È difficile credere a questa versione, visto che notoriamente quella parte dalla struttura era utilizzata da giornalisti e visto che quelle immagini facevano letteralmente il giro del mondo, in diretta. Possibile che i vertici dell’esercito non ne fossero a conoscenza? Fatto sta che i “piani alti” dell’esercito israeliano (il “Southern Command”) hanno approvato il lancio di un drone contro l’ospedale per colpire la supposta telecamera di Hamas. Mentre le televisioni locali mandavano in onda le immagini dei soccorsi, uno dei comandanti della brigata ha poi autorizzato di fare fuoco con i carri armati su altri civili inermi. Il secondo bombardamento però -stando sempre alla versione di parte israeliana- non sarebbe stato autorizzato dal “Comando meridionale”, e sarebbe stato diretto a un fucile di precisione di cui sarebbe stato avvistato addirittura il mirino. Eppure, non hanno avvistato il personale sanitario e i soccorritori che, come dimostrano gli svariati filmati, non ponevano pericolo alcuno. Tra l’altro, come ha evidenziato un’indagine di Euro-Mediterranean Human Rights Monitor, da tre quarti d’ora prima dell’attacco un drone sorvolava l’area, e si trovava esattamente sopra l’ospedale durante il secondo attacco. La presenza del velivolo pilotato a distanza suggerisce che le vittime, in particolare i giornalisti, siano state identificate con precisione e poi massacrate.
Le forze armate israeliane hanno detto, come al solito, che apriranno un’indagine, che non hanno colpito intenzionalmente dei civili, che è tutta colpa di Hamas che usa “scudi umani” e che hanno ucciso <<sei terroristi di Hamas>> nell’operazione. Secondo le autorità sanitarie di Gaza, però, i nomi delle persone uccise forniti non coincidono con quelli delle vittime dell’attacco. Sono i nomi di persone uccise in un altro luogo di Khan Yunis lo stesso giorno, inclusi nell’elenco dell’obitorio al quale, plausibilmente, l’intelligence israeliana ha avuto accesso.
Per l’ennesima volta hanno colpito un ospedale, una di quelle strutture che dovrebbe essere al riparo da qualunque azione militare. Va subito chiarito un concetto, che approfondiremo meglio nelle prossime righe: anche ammettendo che i miliziani di Hamas siano presenti nelle strutture ospedaliere in qualità di combattenti (e non come feriti), come più volte è stato dichiarato senza fornire evidenze concrete, ciò non darebbe automaticamente “carta bianca” per bombardare un ospedale!
Ma c’è di più: a sconfessare la versione di comodo israeliana, che scaricherebbe la responsabilità del “secondo tocco” sui ranghi più bassi dell’esercito, c’è anche una dottoressa che è stata a Gaza in questi mesi. La Dottoressa Mimi Syed ha dichiarato che ad alcuni suoi colleghi, prima dell’attacco, era stato imposto dalle autorità israeliane di lasciare l’ospedale per ragioni non meglio specificate, e di non ritornare fino al giorno successivo. Con il senno di poi si può intravedere un più che plausibile motivo: se Israele uccidesse dottori stranieri attirerebbe più attenzione, mentre la vita dei medici palestinesi, per noi “occidentali”, vale di meno. Mimi Syed è convinta: <<non è stato un incidente, è stato fatto deliberatamente, non è certo la prima volta che colpiscono un ospedale...>>.
GIORNALICIDIO E "MACCHINA DEL FANGO"
La strage è stata preceduta dal massacro di altri sette giornalisti, dodici in totale nell’arco di due settimane.
Sempre a Khan Yunis, poche ore prima dell'attacco all'ospedale, Hassan Douhan è stato ucciso durante un altro raid israeliano.
Due settimane prima, invece, altri sei operatori dell’informazione sono stati massacrati nella tenda che usavano come postazione stampa vicino all’Ospedale Al Shifa, nel nord della Striscia. In quel caso le forze di offesa israeliane hanno fornito una versione diversa: Anas al-Sharif, giornalista di Al Jazeera, sarebbe stato un combattente di Hamas. Ma, come ha dimostrato un’inchiesta della rivista israeliana “+972”, dando per buona la versione dell’esercito israeliano e anche ammettendo che i documenti diffusi a mezzo social dai militari siano veritieri, Anas al-Sharif sarebbe stato reclutato nel 2013 e avrebbe terminato il servizio nel 2017. Dunque, non avrebbe nulla a che fare con quanto successo da Ottobre 2023. Eppure tantissimi organi stampa internazionali, inclusi alcuni italiani, hanno dato subito per buona la versione israeliana definendolo un <<terrorista di Hamas>>. La stessa testata israeliana spiega che esiste un nucleo dell'esercito, la "Legitimization Cell" ("Cellula della Legittimazione"), con l'apposito compito di raccogliere e diffondere informazioni false, o parzialmente vere (dunque parzialmente false), per giustificare gli eccidi.
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Uno screenshot dei risultati su Google che mostra alcune testate italiane indicare Anas al-Sharif come un <<giornalista-terrorista>>. |
Inoltre, sempre dando per buone le mirabolanti scuse genocide israeliane, nella tenda insieme a lui c’erano altri cinque giornalisti: Mohammed Qreiqeh, Mohammed Noufal, Moamen Aliwa, Ibrahim Zaher e Mohammad al-Khaldi. Dunque, questi cinque, avrebbero avuto la sola colpa di trovarsi vicino a un presunto “terrorista”. La stessa colpa attribuita all’intera popolazione di Gaza e in violazione del diritto internazionale: colpire indiscriminatamente la popolazione civile per la vicinanza (presunta o reale) a obiettivi militari legittimi è illegale, è barbarico ed è punizione collettiva.
Attaccare i giornalisti locali, mentre si impedisce a quelli internazionali di accedere a Gaza in maniera indipendente, serve a un solo scopo: portare a compimento la pulizia etnica dei palestinesi senza troppi “occhi indiscreti”. Secondo il “Committee to Protect Journalist” (“Comitato per la Protezione dei Giornalisti”) a Gaza, a partire da Ottobre 2023, sono stati incarcerati almeno 90 giornalisti e altri 197 massacrati. Si tratta di un numero impressionante e senza precedenti, un altro macabro “record” raggiunto da Israele.
Non a caso, tra queste pagine, abbiamo parlato di “giornalicidio” tre mesi dopo il 7 Ottobre 2023. Già allora era chiaro quello che ancora molti colleghi stentano a vedere oppure, peggio, fanno finta di non vedere.
DISTINZIONE, PROPORZIONE, PRECAUZIONE E NECESSITÀ
Al centro del diritto umanitario internazionale, ossia delle leggi che dovrebbero regolare le guerre per ridurne la spietatezza, ci sono alcuni principi fondamentali, collegati fra loro.
Secondo il principio di umanità, lo scopo della guerra è quello di indebolire il nemico militarmente, non quello di causare danni e sofferenze ulteriori. Deve sempre essere rispettata la dignità umana dei civili, così come devono essere rispettati l'ambiente, i beni culturali, i prigionieri messi fuori combattimento e gli stessi combattenti: nessuna sofferenza in più di quella necessaria deve essere inflitta e, proprio per questo, alcuni armamenti sono vietati.
Il principio di distinzione prevede che armi e strategie militari non vengano impiegate contro obiettivi civili: bisogna sempre distinguere i civili dai combattenti, e i beni civili da quelli militari. I civili possono essere attaccati militarmente, da un punto di vista legale, solo se partecipano alle attività militari e solo mentre vi partecipano.
Altro principio è quello della proporzionalità: prima di lanciare un attacco o attuare una strategia, bisogna valutare i danni inflitti alla popolazione civile in modo che non siano sproporzionati rispetto al vantaggio militare ottenuto (o che si vuole ottenere).
Al principio di proporzionalità è strettamente collegato il principio di necessità militare: non si può giustificare qualunque tipo di azione per vincere una guerra e, quindi, non si può impiegare più violenza e forza di quella strettamente necessaria al perseguimento di un obiettivo militare legittimo.
Da questi principi ne deriva un altro, quello di precauzione: se non è possibile evitare “danni collaterali”, ossia l’uccisione o il ferimento di civili, oppure la distruzione di beni civili e i danni all’ambiente, allora questi danni devono essere minimizzati, vigilando costantemente sull’operato dei soldati sul campo e prendendo tutte le precauzioni possibili.
Questi e altri principi si applicano a qualunque formazione: non importa se sei l’esercito di uno stato, definito come “l’unica democrazia del Medio Oriente”, o se sei l’ala armata di un partito formalmente designata da alcuni stati come terrorista. È troppo comodo e crudele, nonché goffo, giustificare qualunque malefatta con il pretesto che Hamas usa gli “scudi umani” (abbiamo già trattato questo tema a parte, dimostrando che è proprio Israele a usare “scudi umani” palestinesi e, seguendo la sua malefica logica, perfino israeliani).
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Dettaglio dell'mmagine sullo sfondo della Tasnim News Agency tratta da Wikimedia, rilasciata con licenza Creative Commons |
BOMBARDARE GLI OSPEDALI PER “LEGITTIMA DIFESA”
Tutti questi principi derivano sia da consuetudini (il cosiddetto “diritto consuetudinario”), sia da norme scritte. È “scolpito nella pietra” che unità di soccorritori e luoghi come gli ospedali dovrebbero essere dei “santuari” da rispettare in tempo di guerra, ed è anche esplicitamente previsto dal IV protocollo di Ginevra. L’articolo 19 è uno di quelli che affronta l’abominevole scusa abusata dai governanti israeliani:
<<La protezione dovuta agli ospedali civili potrà cessare soltanto qualora ne fosse fatto uso per commettere, all’infuori dei doveri umanitari, atti dannosi al nemico. Tuttavia, la protezione cesserà soltanto dopo che un’intimazione con la quale è fissato, in tutti i casi opportuni, un termine ragionevole, sia rimasta senza effetto. Non sarà considerato come atto dannoso il fatto che in questi ospedali siano curati dei militari feriti o malati o che vi si trovino armi portatili e munizioni ritirate a questi militari e non ancora consegnate al servizio competente.>>
Questo vuol dire che un’azione così eclatante come il bombardamento di un ospedale dovrebbe, perlomeno, essere preceduta dall’evacuazione in sicurezza di pazienti, personale medico e tutti i civili che lì trovano rifugio... O, meglio, che ricercano rifugio, perché oramai bombardare un ospedale non è più un “tabù”, non è più un confine morale invalicabile durante una guerra... Tranne quando a bombardare l’ospedale sono le forze russe di Putin o un missile iraniano.
Le versioni fornite dagli invasati governanti israeliani sono, al contempo, maldestre e sfacciate. Sono goffe perché improbabili (per esempio "la telecamera di Hamas") e non supportate da evidenze, eccetto le stesse vaghe e inverosimili dichiarazioni fornite dalle forze armate occupanti, o le improbabili teorie legali di alcuni accademici per cui la vita di un cittadino “governato da un terrorista” non varrebbe quanto quella di un suo soldato. Sono sfrontate perché servono a due scopi: ai loro nemici (bambini inclusi) comunicano che hanno potere assoluto di vita e di morte. Al contempo, per consolare la scarsa e ipocrita coscienza dei loro alleati, fanno la parte delle vittime, costrette a massacrare per legittima difesa. Cercano di salvare le apparenze, tentano di salvarsi da una prossima “Norimberga”, e cioè dalle conseguenze politico-legali di crimini di guerra, di crimini contro l’umanità e del “crimine dei crimini”, il genocidio. Quanto potrà durare ancora tutto ciò? Ventitré mesi sono troppi, settantasette anni ancora di più...
Nel 2015, durante le guerre “contro il terrore” e “per esportare la democrazia” promosse dagli Stati Uniti, fu bombardato un ospedale di “Medici Senza Frontiere” a Kunduz, in Afghanistan. Un velivolo statunitense aveva colpito più volte la struttura. Decine di pazienti e operatori sanitari furono uccisi e feriti. Almeno, all’epoca, i generali statunitensi ebbero la (in)decenza di dire: <<non colpiremmo mai intenzionalmente una struttura protetta. È stato un tragico errore>>, e non era un crimine di guerra, secondo loro. Secondo la versione ufficiale, infatti, l’ospedale era stato scambiato per una postazione nemica. Sedici soldati furono sanzionati, ma nessuno finì in carcere, perché l’attacco -sempre secondo loro- non era intenzionale.
Nel 2025, dieci anni dopo, il bombardamento di ospedali è diventata una cosa normale. Basta dire che c’erano delle armi di Hamas all’interno, oppure che era piazzata una telecamera per osservare il movimento delle truppe, anche se era la telecamera di un giornalista. E poi, si giustificano due missili devastanti, che uccidono medici, pompieri e giornalisti, perché qualcuno avrebbe avvistato un fucile con un mirino. Oggi basta evocare genericamente Hamas per fare qualsiasi cosa: bombardare ospedali, stuprare prigionieri (un parlamentare israeliano lo ha dichiarato pubblicamente), sparare letteralmente sulla Croce Rossa (anche in quel caso hanno detto varie bugie smentite dai filmati, e non è stata mai provata la presenza di Hamas a bordo di quelle ambulanze), affamare bambini e attrarli con del cibo verso delle trappole spacciate da siti per operazioni “umanitarie” (anche in quei casi le sparatorie le avrebbe causate qualche miliziano di Hamas, versione smentita da un mercenario statunitense dichiaratamente “pro-Israele”). E per sparare sui “caschi blu” dell’ONU in Libano? C’è Hezbollah!
Altro cardine della narrativa di guerra riguarda il diritto a difendersi. In realtà, ci si può appellare al diritto all’autodifesa solo per un attacco in corso o, al più, imminente. E invece, questo presunto diritto di Israele a difendersi all’interno di un territorio di cui è l’occupante, viene invocato per “eradicare Hamas”, e cioè per annichilire una popolazione intera e per evitare qualunque potenziale attacco futuro da un territorio che si occupa illegalmente. Un territorio da cui, secondo il diritto internazionale, Israele dovrebbe ritirarsi, non invadere. Le guerre fanno schifo, ma questa non è una guerra. Questo è uno sterminio pianificato, è il peggiore genocidio che si è verificato dopo la seconda guerra mondiale, dopo che si era detto “mai più”.
Siamo arrivati a questo punto per la sostanziale indifferenza della comunità internazionale (di cui facciamo parte tutti, non solo i decisori politici). I governanti dell’etno-teocrazia israeliana hanno gradualmente capito che potevano portare avanti il genocidio senza troppi disturbi, alzando sempre di più il livello criminale delle loro azioni. Intanto gli affaristi italiani siglavano accordi per estrarre il gas da acque palestinesi subito dopo l’inizio della guerra genocida. Nel mentre tanti cittadini “comuni” non venivano informati adeguatamente dai media che vanno per la maggiore, troppo impegnati a parlare di gossip e di sport-show-business. E tanti altri cittadini che protestavano sono stati isolati, scherniti, tacciati di antisemitismo, hanno perso il lavoro o sono stati addirittura arrestati, inclusi tanti ebrei e specialmente in paesi come gli USA (il principale fornitore di armi a Israele, al quale addirittura le armi le regala), la Germania (storico responsabile, insieme agli alleati italiani, degli olocausti contro ebrei, rom, disabili, oppositori politici e gay) e il Regno Unito (il paese che ha colonizzato la Palestina prima di Israele, che ha sponsorizzato e sponsorizza ancora il sionismo).
Così è stato normalizzato il bombardamento di ospedali, così hanno riscritto le regole di guerra in versione medioevale, usando armi iper-tecnologiche da sperimentare direttamente “sul campo” e da vendere a nuovi e temibili clienti.
L’olocausto palestinese ci sta proiettando in un futuro distopico mentre, in un tetro presente, “intelligenze artificiali”, algoritmi, droni e robot guidati da umani insensibili e/o sadici decidono a quante persone sia giusto far esplodere le carni, decidono qual è la giusta proporzione di civili da sterminare per ogni singolo combattente nemico (ammesso che il combattente nemico sia davvero presente in un dato luogo e in uno specifico momento). Se non vi interessa stare dalla parte giusta della storia, se non avete paura della vergogna che proverete quando i posteri vi chiederanno “ma tu che facevi quando sterminavano i gazawi?”, allora dovreste egoisticamente interessarvi e avere paura di quello che potrebbe capitare direttamente a voi, ai vostri figli. Se dei fanatici religiosi, dei colonizzatori anarco-capitalisti possono causare tutto ciò, impunemente, a persone che parlano una lingua diversa dalla vostra e hanno un colore di pelle tendenzialmente più scuro del vostro, qualcun altro potrà farlo anche a voi. A queste persone, in particolare, mi rivolgo: agite! Non siate indifferenti! Fate qualcosa, anche di molto piccolo, purché lo facciate! A chi invece è già impegnatə per difendere i diritti umani e ripristinare quel senso di umanità che si è perduto a Gaza, dico: dobbiamo moltiplicare i nostri sforzi…
Lo Skietto
Possiamo cominciare a fare qualcosa di concreto contro il genocidio partendo da quello che mettiamo nel carrello della spesa: scaricate applicazioni come “No Thanks” e “Boycat” (le abbiamo testate entrambe e la prima sembra funzionare meglio), seguite le campagne del movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) e non acquistate prodotti di aziende che fanno affari con uno stato terrorista che applica l'apartheid e pratica il genocidio.
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