Fanrivista incontra per la seconda volta Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal ‘67.
Fanrivista incontra per la seconda volta Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal ‘67.
Pur ammettendo che attività benefiche nascondessero finanziamenti diretti alle attività militari di Hamas, attribuiti ad Hannoun e altri nell’inchiesta “Domino”, i rapporti economico-militari con un governo accusato di genocidio restano comunque più gravi, oltre che illegali. Eppure ricevono molta meno attenzione dai media che vanno per la maggiore e suscitano molto meno clamore nell'opinione pubblica italiana.
Inoltre, bisognerebbe anche cercare di capire fino a che punto le informazioni israeliane, finite nell’inchiesta che identifica il presidente dell’Associazione dei Palestinesi in Italia come il vertice della presunta "cellula terroristica", influenzino o vizino il procedimento giudiziario e l'essenza stessa della democrazia.
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| Mohammad Hannoun immortalato in un video dell'Associazione dei Palestinesi in Italia. |
Se pure si ammettessero i finanziamenti diretti alle attività militari di Hamas, attribuiti a Mohammad Hannoun e ad altre persone nell’inchiesta “Domino”, che sarebbero stati celati dietro raccolte fondi benefiche, oltre alla presenza di una “cellula” italiana del discutibile movimento politico e di resistenza militare palestinese, resterebbe comunque un fatto: sono molto più gravi, e illegali, i rapporti economico-militari con un governo accusato di genocidio. Questo perché il diritto internazionale vieta qualunque rapporto del genere anche quando è solo plausibile che ci sia un genocidio in corso, plausibilità e sospetto che sono stati messi nero su bianco due anni fa all’Aja.
Ma la legge si rispetta, o si fa finta di rispettarla, solo quando conviene. La deontologia giornalistica impone di specificare e chiarire sempre quando delle persone sono semplicemente indagate, e quando sono considerate innocenti, e cioè fino a quando non c’è una sentenza definitiva (e non è detto che sia quella di primo grado). Naturalmente, ci sono dei comportamenti, soprattutto quelli adottati da chi ha responsabilità di governo, rilevanti da un punto di vista politico ma non punibili penalmente. In quei casi si invoca la presunzione di innocenza, glissando su delle pratiche di gestione della cosa pubblica criminali, anche se per la giustizia non sono considerate tali. Oppure sono considerate criminali, ma magari si riesce addirittura a cambiare il sistema legale a colpi legislativi con i propri avvocati che fanno le leggi in parlamento. Oppure, più semplicemente, si corrompe un giudice o si sfrutta qualche cavillo per sfuggire alle proprie responsabilità.
Nel caso di Hannoun, come da copione mediatico, la presunzione di innocenza è praticamente svanita dalla stampa mainstream, con pochissime eccezioni che cercano di entrare nel merito dell’inchiesta. E proveremo a farlo brevemente fra poche righe, anche se non è lo scopo fondamentale di questo pseudo-editoriale: la cosa più importante è troncare ogni rapporto con uno dei peggiori stati-canaglia e terroristici della storia per fermare un ciclo di violenza che è andato avanti per troppo tempo.
INTERVISTA AL CO-FONDATORE DEL BDS
‘Ci dovrebbe essere unità sui diritti umani basilari e sul diritto internazionale’ nonostante le differenze ideologiche e politiche, e ognuno deve fare la sua parte ‘nella sua sfera di influenza relativa’ per fermare il genocidio e il regime di apartheid in Palestina: questi i concetti che restano scolpiti nella nostre coscienze dopo che abbiamo intervistato Omar Barghouti, co-fondatore del BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni), movimento di resistenza non violenta nato nel 2005 in Palestina. Ispirato alla lotta contro l’apartheid sudafricano, il suo scopo è troncare rapporti militari, economici e culturali con istituzioni e aziende coinvolte nelle violazioni dei diritti del popolo palestinese.
[ Articolo in italiano a questo link]
‘There should be unity on basic human rights and international law’ despite political and ideological differences, and everyone must do their part ‘in their sphere of relative influence’ to stop the genocide and the apartheid regime in Palestine: these are the concepts etched in our conscience after we interviewed Omar Barghouti, co-founder of the BDS (Boycott, Divestment and Sanctions), a non-violent resistance movement born in 2005 in Palestine, inspired by the struggle against South African apartheid. Its goal is ending military, economic and cultural ties with institutions and companies involved in the violations of Palestinian human rights.
Dopo più di due anni di stermini quotidiani e di bugie goffe, alcuni dibattono ancora sull’appropriatezza del termine genocidio per definire quello che sta accadendo a Gaza e nel resto della Palestina. La Commissione d’Inchiesta ONU sui territori palestinesi occupati lo ha messo nero su bianco due mesi fa. Lo storico israeliano ed esiliato accademico Ilan Pappé, fin dai primi anni duemila, definiva la sistematica oppressione del popolo palestinese come “genocidio incrementale”, ovvero un genocidio iniziato nel ‘48 e incrementato gradualmente, fino al punto che, oggi, qualcuno non lo esita a definire un <<Olocasuto>>. Tra questi c’è Stephen Kapos, un sopravvissuto all’Olocausto di origine ungherese. A 7 anni si è salvato assumendo una falsa identità e vivendo nascosto dopo l’invasione tedesca dell’Ungheria nel 1944. Poi, nel 1956, si è trasferito nel Regno Unito dopo l’invasione dell’URSS. Diversi membri della sua famiglia sono stati sterminati, suo padre è stato deportato nei campi di concentramento nazisti ma, alla fine, è riuscito a tornare a casa.
Kapos non è certo l’unico sopravvissuto alla Shoah critico delle politiche israeliane. Tra i vari segnaliamo Aryeh Neier, Marion Ingram, Hajo Meyer e Gabor Maté. Di “olocausti”, al plurale, ne ha parlato Theodor Meron, anche lui sopravvissuto alla Shoah: è uno di quei giudici che ha dato un parere favorevole alla procura della Corte Penale Internazionale sul mandato di cattura per Netanyahu, il premier-criminale di guerra che, ovviamente, ha definito la Corte <<antisemita>>.
In questo articolo, e nel video collegato, riportiamo alcuni passaggi dell'intervista di Stephen Kapos rilasciata alla testata britannica “Double Down News”, che ringraziamo per averci concesso di usare alcuni pezzi del suo filmato.
Le parole di Kapos non lasciano spazio a interpretazioni assolutorie per tutti quei settori della società israeliana e globale che portano avanti il genocidio. Lo hanno sostenuto direttamente con il supporto militare, diplomatico, politico, economico e, non da ultimo, mediatico. Senza giornalisti asserviti o “distratti”, sarebbe molto più difficile uccidere migliaia di innocenti con la scusa che “è tutta colpa di Hamas”... Il negazionismo dell’Olocausto di Gaza, come quello degli olocausti di ebrei, rom, disabili, gay e oppositori politici durante la Seconda Guerra Mondiale, non solo provoca ribrezzo, ma deve spingerci a continuare a parlare affinché “mai più” significhi davvero “mai più” per nessuno.
<<Quello che sta succedendo a Gaza è un Olocausto. Ciò che il governo israeliano sta progettando è la “soluzione finale” alla questione palestinese. Da sopravvissuto all’Olocausto la mia reazione è: “non nel mio nome!”.
Questo lungo pseduo-editoriale si concentra sugli eventi più recenti che riguardano le varie “flotillas”, dopo averne iniziato a parlare tra queste pagine digitali lo scorso Maggio: le strategie mediatiche che caratterizzano le varie flottiglie, gli attacchi politici e quelli con droni che hanno preceduto gli ennesimi rapimenti pirateschi in acque internazionali, le mobilitazioni popolari oceaniche, le precedenti e le annunciate nuove missioni umanitarie, e gli aspetti controversi, perché si possono avere obiettivi comuni e non pensarla alla stessa maniera.
Va ricordato, come hanno sempre sottolineato gli attivisti, che la notizia più importante non sono le missioni umanitarie autogestite, ma il genocidio a Gaza e nel resto dei territori palestinesi occupati. Tenendo bene in mente che l’obiettivo è fare pressione su governi e aziende per porre fine a una brutale occupazione militare decennale e a un sistema di apartheid (come risaputo e riconosciuto formalmente anche da un parere consultivo del massimo organo di giustizia dell’ONU), è comunque importante focalizzarsi sugli eventi delle varie flottiglie per la loro portata storica, per l’impatto che hanno avuto e avranno sui movimenti sociali e su tutta la società civile, e per capire come le diverse strategie mediali e di resistenza possono essere impiegate per stravolgere un sistema sociale, culturale ed economico, che nell’oppressione del popolo palestinese ha raggiunto i suoi livelli più bassi.
Lo scorso Luglio le forze di occupazione israeliane si apprestavano a sequestrare in acque internazionali l’equipaggio della barca Handala della “Freedom Flotilla”, dopo aver rapito e rapinato l'equipaggio della Madleen. Circa un mese prima, diverse associazioni riunite in vari convogli, provavano a rompere via terra l’embargo illegale che opprime la popolazione di Gaza da anni. Un blocco illegale potenziato oltre ogni umana decenza e apparenza da quando è iniziata la guerra genocida. L’iniziativa, denominata “Global March to Gaza” (poi rinominata in “Global Movement to Gaza”, GMTG), intendeva passare tramite il valico di Rafah, ma è stata interrotta a metà giugno dopo varie peripezie culminate in violente repressioni in Libia e in Egitto con decine di arresti. In quei giorni gli attivisti che avevano provato l’impresa con la carovana via terra, quelli di GMTG e Sumud Convoy, insieme a quelli che ci provavano da anni via mare, la Freedom Flotilla, annunciavano i preparativi per un nuovo progetto, la “Global Sumud Flotilla”.
Sumud è una parola araba difficile da tradurre e che comprende le sfumature dei significati di “resistenza” e “resilienza”.
Il boicottaggio di Israele, l’invito alla resistenza nel frainteso detto evangelico del “porgere l’altra guancia”, l’abolizione del Vaticano come entità statale per una chiesa povera e per gli ultimi: di questo e altro abbiamo parlato con Padre Alex Zanotelli l’11/09/2025 a Napoli, a margine di un'assemblea all'Ex Asilo Filangieri per il BDS.
Preziosissimi gli spunti offerti da un’intervista di Fanrivista con Padre Alex Zanotelli. Lo abbiamo incontrato un mese fa, in occasione della prima assemblea del nodo partenopeo per il BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni).
Si tratta di un movimento internazionale con lo scopo di fare pressione economica e politica per far terminare il regime di apartheid e l’occupazione illegale della Palestina. Scegliendo cosa mettere nel carrello della spesa i consumatori possono infliggere duri colpi all’economia israeliana, che si regge sullo sfruttamento delle risorse palestinesi, sulle sperimentazioni di diverse tecnologie e armamenti a loro danno e, non da ultimi, sulla pulizia etnica e sul genocidio degli stessi. Anche le aziende private e le pubbliche amministrazioni dovrebbero smettere di avere rapporti commerciali con un’entità statale che pratica genocidio e apartheid, oltre a porre fine a qualunque investimento nell'economia criminale delle colonie abusive. Parimenti le istituzioni accademiche dovrebbero troncare i rapporti con le omologhe israeliane: giusto per fare un esempio, progetti di ricerca all’apparenza benefici, come quelli sugli studi delle risorse idriche, possono essere utilizzati da Israele per appropriarsi dell’acqua potabile dei palestinesi. Allo stesso modo, anche le istituzioni sportive dovrebbero escludere dalle competizioni squadre e atleti israeliani, come si è fatto fin da subito con la Russia. Sono tutte azioni, sanzioni e segnali che dovrebbero essere estesi anche ad altri settori culturali, come quello della musica e del cinema, oltre che al mondo politico e diplomatico, ovviamente.
L’importanza del BDS, richiesto anche dai cristiani della “Terra Santa”, è cruciale secondo Padre Zanotelli: <<bisogna smettere di comprare prodotti israeliani (...) se non andiamo a toccare il lato economico allora tutto il resto diventa piuttosto irrilevante>>. È questo il monito del missionario comboniano che, tra le tante battaglie portate avanti, si è concentrato particolarmente su quella contro il mortifero commercio di armi. Quella lotta sociale, condotta anche con la direzione della rivista “Nigrizia”, gli è costata le antipatie dei governanti italiani e delle gerarchie vaticane. Dopo essere stato in Sudan e in Kenya, ha deciso di tornare in Europa <<per convertire la tribù bianca>>, quella del colonialismo e dell’imperialismo, così come promise a un vescovo di una chiesa indipendente africana. Indubbio è il suo impegno in questa “conversione politica”, oltre che spirituale.
In circa venti minuti abbiamo parlato anche dell’importanza di manifestare il dissenso e di non sottostare alle angherie dei potenti. Il famoso detto evangelico del “porgere l’altra guancia” non invita alla resa ma, in realtà, è un segno di sfida e di resistenza verso il potere, come suggeriscono interpretazioni non letterali del Nuovo Testamento. Infatti, nella società degli antichi romani, chi era più in alto nella scala sociale poteva colpire uno schiavo solo sulla guancia destra con il rovescio della mano destra. Lo schiavo, porgendo l’altro guancia, avrebbe indotto il padrone a violare questa usanza e, di conseguenza, a farsi riconoscere come suo pari.
Charlie Kirk e Melissa Hortman erano due persone con storie politiche molto diverse -di cui una più che discutibile- accomunate dall’essere morti recentemente a causa della violenza politica, almeno apparentemente… In questo breve editoriale torniamo a parlare di “doppio standard” o “duepesismo”, ossia del doppio metro di giudizio applicato da politici e media mainstream, oltre che di strategia della tensione.
Charlie Kirk, classe ‘93, era un influencer statunitense di estrema destra, fondatore dell’organizzazione milionaria “Turning Point USA”, ucciso il 10 Settembre 2025 a Orem, Utah, durante un convegno.
<<Non sopporto la parola empatia, è un termine inventato dalla New Age che fa solo danni>>, e non ne aveva molta nei confronti delle persone che hanno un’identità di genere e un orientamento sessuale non conforme: nella Bibbia si dice che <<'se un uomo dorme con uomo dovrebbe essere lapidato' (...) la perfetta legge di Dio in merito a questioni sessuali>>. E poi diceva, sempre citando l’Antico Testamento, in riferimento alle persone trans: <<'un donna non dovrebbe indossare i vestiti di un uomo, né un uomo il velo di una donna', e chiunque faccia queste cose rappresenta un abominio per Dio>>.
Non sembrava comprendere bene nemmeno le emozioni delle persone nere, schiavizzate per secoli dai suoi antenati, e ancora oggi sottoposte a pesanti discriminazioni dai suoi "camerati": <<Martin Luther King JR era una persona terribile>>; <<quando vedo un pilota di aerei nero penso “Ragazzi, spero sia qualificato!”>>; le donne nere <<non hanno la capacità mentale di processare che hanno rubato il posto a qualche bianco>>, non perché le politiche di "azione affermativa" (quelle simili alle “quote rosa” per capirci) sono eque e riparatorie.
Anche il ruolo delle donne bianche deve essere limitato, in accordo con i sacri comandamenti di migliaia di anni fa, ancora vigenti per alcuni. Alle donne e alla cantante pop Taylor Swift diceva: <<rigetta il femminismo e sottomettiti a tuo marito!>>. L'aborto per lui non era concepibile nemmeno nel caso di una minorenne stuprata: <<dovrebbe tenersi il bambino>> perché è la legge di Dio.
Poi ci sono i musulmani: <<vogliono conquistare l’Europa tramite la sostituzione etnica>>, una politica aperta dagli ebrei del resto, di cui sono stati storicamente accusati e continuano a essere accusati, anche da politici italiani: <<i donatori ebrei sono stati i primi a finanziare meccanismi radicali dell’apertura dei confini, politiche neo-liberali e quasi marxiste, istituzioni culturali e associazioni no-profit. È una bestia creata dagli ebrei laici>>.
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L’“Unione Sindacale di Base” (USB) e il “CALP Genova” (i lavoratori portuali genovesi) hanno indetto uno sciopero generale per Lunedì 22 Settembre per fermare il genocidio del popolo palestinese, chiedendo l’immediata interruzione dei rapporti commerciali e politici con Israele, e per sostenere la missione umanitaria della “Global Sumud Flotilla”: non è necessario essere iscritto a nessuna organizzazione sindacale per partecipare.
L’iniziativa non coinvolgerà solo i lavoratori portuali e del trasporto, spiega l’USB in un comunicato, chiarendo che <<a scioperare ci saranno le fabbriche, la logistica, i settori pubblici, la scuola, i vigili del fuoco, il commercio, l’energia. E poi ci saranno gli studenti, con la loro spinta e il loro entusiasmo. Saranno tantissimi e faranno la differenza. Lo sdegno per quello che sta succedendo a Gaza e per la complicità dei governi occidentali, Italia in testa, è trasversale e non ha confini. A colpire sono la reticenza e le bugie dei politici, il racconto vergognoso che saremmo in prima fila negli aiuti e altre amenità simili. Tutti sanno che bisogno rompere le relazioni con uno stato terrorista, a tutti i livelli, cominciando come è ovvio dalle armi ma poi passando al piano commerciale e diplomatico. Il resto sono chiacchiere. Sanzioni, embargo, rottura: queste le parole che vogliamo sentire e che grideremo nelle piazze dello sciopero generale>>.
Seguono due comunicati diffusi dal “Global Movement to Gaza Italia”, la sezione italiana della “Global Sumud Flotilla”, che includono le istruzioni su come partecipare allo sciopero generale.
Qui invece il link al primo comunicato dell’USB, con la lista degli esonerati dallo sciopero, e il secondo comunicato con la lista -in aggiornamento- di luoghi e orari di presidi e manifestazioni nelle varie città italiane.
LA TESTIMONIANZA DI UN ATTIVISTA DI GAZA CHE È DOVUTO DIVENTARE CITTADINO ITALIANO PER RIVEDERE LA SUA TERRA, MA HA POTUTO FARLO SOLO COME “TURISTA”
Un paio di settimane fa, a una delle tante manifestazioni che si tengono in tutto il mondo in favore della “Global Sumud Flotilla”, ho incontrato Hameid Alfarra. Lui è un attivista di Gaza, fa parte della “Comunità Araba Palestinese di Salerno” e del “Global Movement to Gaza Campania”. Da giovane ha dovuto lasciare la sua terra, insieme a suo fratello, per aiutarlo a guarire donandogli il fegato. Ci è potuto tornare solo dopo molti anni e ostacoli, ma solo come turista, quando ha ottenuto la cittadinanza italiana e poco prima che scoppiasse la guerra genocida. La sua testimonianza mi ha aiutato a capire meglio come funzionano i raggiri legali che a Gaza, da decenni, restringono il movimento di persone e di beni essenziali, perfino dell’acqua. Ma le sue parole hanno toccato anche il mio cuore e stimolato una serie di riflessioni che trovate in questo editoriale atipico.
I link al video dell’intervista completa li trovate alla fine dell’articolo.
<<Dicevano sempre che Gaza era una prigione a cielo aperto, adesso non c’è nemmeno più il cielo ma droni, aerei, bombe e missili>>: sono queste le parole che più mi hanno colpito di Hameid, quando lo abbiamo intervistato il 31 Agosto a Napoli, in occasione di una manifestazione per supportare la “Global Sumud Flotilla”. L’ultima volta che ha visto Gaza è stata qualche settimana prima che quella prigione venisse distrutta, insieme alle vite di tanti prigionieri innocenti, colpevoli solo di esservi nati e di aver costruito la propria vita lì, dopo esservi stati intrappolati. Ci ha anche spiegato nel dettaglio come sia sempre stato virtualmente impossibile uscire da quella prigione, da quel “campo di concentramento e di sterminio”, come lo definisce Stephen Kapos, sopravvissuto all’Olocausto. E se hai solo un passaporto palestinese, anche se riesci a uscirne non ci ritorni più. Perché quello è il passaporto di uno stato rubato, che formalmente esiste solo sulla carta, ma concretamente resiste nella resilienza dei palestinesi. Di tutti quei palestinesi che vorrebbero semplicemente vivere nel posto dove sono nati, o da cui provengono i loro genitori, ma che non hanno nemmeno la possibilità di visitarlo liberamente. Nel mentre, altri vivono comodamente nelle case a loro rubate, di cui conservano ancora le chiavi, e se ne prendono pure beffa. Uno stato promesso ad altri da chi non lo possedeva, “regalato” per far pagare ai palestinesi le colpe dei veri antisemiti, dell’imperialismo occidentale, e senza dimenticare il complice benestare dell’URSS. Uno stato che non esiste perché un'altra entità statale è stata autoproclamata, fondata sulla “Nakba”, sullo sfollamento forzato e prolungato, sugli stupri, sui massacri, sul raggiro legislativo, sulle menzogne propagandistiche, sulle letture distorte degli ideali socialisti e dei testi sacri, sulla supremazia etnica e militare, sulle spirali di odio che ha generato e continuerà a generare.
È IL SECONDO ATTENTATO IN 24 ORE
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| Le immagini dei due attacchi ripresi dalle telecamere di sicurezza |
++ AGGIORNAMENTI SUGLI ATTENTATI ALLA “FLOTILLA” DEL 13/09/2025 ++
Come si era spiegato nell’articolo che segue, dopo il primo attentato le autorità tunisine avevano diffuso la notizia che a scatenare l’incendio sulla prima nave colpita non era stato un ordigno ma, presumibilmente, un mozzicone di sigaretta, nonostante le telecamere di sicurezza avessero chiaramente ripreso un oggetto infuocato colpire l’imbarcazione dall’alto.
Le scuse per evitare la crisi diplomatica non hanno retto di fronte al secondo attentato: gli attivisti hanno trovato i resti dell’ordigno, e diffuso le immagini di quello che pare essere un “drone kamikaze” con una granata incendiaria.
In relazione al secondo attentato, le autorità tunisine hanno ammesso che si è trattato di un attacco <<deliberato>>. In seguito alcuni militari tunisini hanno sorvegliato e scortato le imbarcazioni della “Global Sumud Flotilla” dal porto di Sidi Bou Said a quello di Bizerte. Da lì un primo gruppo di imbarcazioni è partito alla volta di Gaza poche ore fa.
Antonio La Piccirella, uno degli attivisti in rotta verso Gaza, già sequestrato in acque internazionali da Israele durante l’ultima missione della “Freedom Flotilla”, ieri ha diffuso un video: mentre inquadra una motovedetta della marina militare tunisina, dichiara che <<questo si avvicina di più a come vorremmo che si comportassero i governo e le loro parti militari, e cioè proteggendo una missione civile e umanitaria. Dico 'si avvicina' perché vorremmo che fossero proprio i governi a spendersi per queste missioni umanitarie>>.
Colpita due volte in Tunisia e in una singola giornata la “Global Sumud Flotilla”, la flotta di navi civili che vuole tentare di rompere l’assedio a cui Gaza è sottoposta da quasi vent’anni. La prima volta la “Family Boat”, la nave ammiraglia della missione umanitaria, è stata attaccata intorno alle ore 23:30 italiane di Lunedì. Poi, a distanza di circa 24 ore, è toccato alla nave “Alma”. I filmati delle telecamere di sicurezza mostrano degli ordigni incendiari scagliati dall’alto, presumibilmente da droni o da altri tipi di velivoli pilotati a distanza.
Fortunatamente, gli attivisti a bordo stanno bene, ma al danno si aggiunge la beffa delle autorità tunisine: dopo il primo attacco hanno negato di aver rilevato droni nel loro spazio aereo e hanno dichiarato che a generare l’incendio sarebbe stato un mozzicone di sigaretta. Gli attivisti, invece, puntano il dito contro gli investigatori: raccontano che si sono recati sulla scena del crimine non per fare indagini, ma per far sparire materiale compromettente, che dovrebbe scatenare una crisi diplomatica, visto che per compiere i due attentati terroristici sono stati sorvolati i cieli tunisini.
In questi giorni la presidente Meloni ha dichiarato che ci sono <<canali meno rischiosi e meno impegnativi>>, rispetto a quelli praticati dagli attivisti della “flotilla”. Le tonnellate di aiuti che hanno raccolto sono simboliche dal punto di vista materiale, ma sono fondamentali per fare pressione affinché dei concreti canali umanitari siano aperti.
Certamente, i lanci di aiuti dagli aerei che fanno arrivare pochissimo cibo sono più rischiosi per i palestinesi, che muoiono letteralmente schiacciati o che vengono ridotti a lottare letteralmente per un pezzo di pane. E sono meno impegnativi per i governi che supportano uno stato che pratica apartheid e genocidio.
Nella prima parte dell’articolo ricostruiamo il “doppio attacco” (in realtà “triplo”) all’Ospedale Nasser di Gaza, dove sono state uccise venti persone, di cui cinque giornalisti.
Poi, parliamo brevemente della “campagna di fango” che si è abbattuta su altri sei giornalisti uccisi due settimane prima, di fronte all’ospedale Al Shifa.
Nella conclusione spieghiamo perché le giustificazioni di attacchi a civili e ospedali fornite dalle forze di occupazione israeliane non solo sono inconsistenti da un punto di vista legale, ma anche “doppiamente” sfacciate.
Hussam Al-Massri, giornalista di Gaza per l’agenzia di stampa britannica Reuters, lunedì 25 agosto stava trasmettendo una diretta dal quinto piano dell’Ospedale Nasser, una di quelle dirette che ci danno la possibilità di osservare cosa succede nella Striscia in tempo reale. A volte le telecamere sono puntate sui pochi camion che attraversano i valichi, altre volte sulle tendopoli. Alle 10 e 8 minuti il flusso di immagini che mostra ciò che resta dei palazzi di Khan Yunis viene interrotto. Il reporter è stato ucciso da un’esplosione, forse un “drone suicida” o forse un missile.
Il balcone e il piano dell’ospedale da cui trasmetteva le immagini sono uno dei luoghi in cui funziona meglio la connessione a internet. Per questo è solitamente frequentato da molti giornalisti. Subito dopo l’esplosione, infatti, accorrono sul posto vari colleghi insieme ai soccorritori. Circa 10 minuti dopo vengono colpiti anche loro, mentre le telecamere di diversi organi stampa (tra cui Alghad Tv) e gli smartphone di abitanti locali inquadrano la scena. In totale muoiono circa venti persone, inclusi altri quattro giornalisti: Ahmad Abu Azeez, Mohammad Salama, Mariam Abu Dagga, e Moaz Abu Taha. Altri reporter, anche loro intenti a riprendere la scena direttamente dal balcone, restano feriti, come Jamal Badah, che ha perso una gamba. <<Al mio risveglio erano tutti morti e avevo addosso dei pezzi dei loro corpi. Non ci aspettavamo un secondo attacco>>, ha dichiarato alla stampa.Non a caso questo tipo di attacco è noto come “doppio tocco” (“double tap” in inglese).
“Global Strike for Gaza” (“Sciopero Globale per Gaza”) è il nome dell’iniziativa di boicottaggio globale degli acquisti lanciata da Bisan Owda, nota giornalista e regista di Gaza. Scopo dell’iniziativa è quello di porre fine al genocidio e alla carestia provocati dall’etno-teocrazia israeliana.
L’invito ad aderire alla protesta, ogni giovedì a partire dal 21 agosto, è esteso a tutte le organizzazioni del mondo, piccole e grandi, che da mesi protestano in favore della Palestina.
Owda ha pubblicato un video-messaggio di tre minuti, con il sottofondo costante di un drone: <<facciamo quello che gli fa più male: fermare l’economia. È arrivata l’ora di farci sentire, fino al punto che nessun organo di stampa potrà ignorarci (...) Il 21 di Agosto fermeremo l’economia. Non ci saranno transazioni, non ci saranno pagamenti, né con i contanti e nemmeno online. Niente trasporti pubblici. Chiudete le strade più importanti, le strade che conducono a posti “ufficiali” come ambasciate, municipi ecc. Naturalmente, cerchiamo di ridurre la produzione. Non vi sto chiedendo di non andare a lavorare, ma riducete la produzione. Insieme possiamo farcela!>>
Queste le azioni da fare per aderire alla protesta, così come descritte dal collettivo “Humanti Project”: